Io e Bafometto

I. La magia nera

Così si oltrepassa lo specchio, l’io.
Più ci penso, più tutto mi sembra impossibile in questa faccenda. Era di dicembre, tanti e tanti anni fa. La serata in birreria si era conclusa prima del solito per via d’un accenno di rissa di cui onestamente ricordo poco o nulla, eccetto qualche schiamazzo sguaiato, i latrati di un cagnaccio, il chetarsi improvviso dei vari gruppetti, i musi lunghi e spauriti, le teste che spiccano appena per sbirciare nella mischia – per fiutare se c’è sangue, là, a pochi passi. Saranno state le due, forse le tre di notte, e io ero già a casa a stropicciarmi nel letto ché proprio non c’era verso di prendere sonno (e certo non per colpa del bere, dato che di birre ne avevo fatte appena un paio). Gli occhi inchiodati sul soffitto, ingarbugliavo i pensieri tra le visioni di quella rissa scampata per un pelo e sciocchezze varie che mi riempivano la testa come uno sciame di moscerini sospeso attorno a un lampione, senza darmi pace. Non rammento con precisione cos’è che rimuginavo, ricordo però che provavo la stessa sensazione di quando si è in aperta campagna e ci si imbatte in un ciliegio, di quelli belli grandi, maestosi, lussureggianti, e le ciliegie se ne stanno tutte in vetta alla chioma – irraggiungibili, da rischiarci l’osso del collo – perché quelle a portata se l’è mangiate qualcun’altro. Che poi mica era la prima volta che mi capitava. A quei tempi i problemi d’insonnia me li portavo dietro già da un bel pezzo. In fondo non era che una delle mie tante notti svogliate e senza sonno.
Incapace com’ero di addormentarmi, finì che mi misi sulla scrivania a scribacchiare una poesia a tema orfico che mi frullava in testa da almeno un anno, giusto per distrarmi dalle mie ugge; e così feci l’alba:

La sete nascosta

Giulia, anche oggi la vita mi ripete

Io sono un pettirosso, qualche nota
che scapriccia dentro una siepe – la sete
di bacche nascosta nel bosco

Poi addosso è tutta una fame che ramifica
il sangue in una tagliola arrugginita, la vita
denti: i polsi

E gli spettri inchiodati
ogni sera su uno specchio diverso,
al pub

Non so perché. Forse il sonno che sfilaccia i nervi, l’alba che mette di buonumore, la mia poesia che a forza di limarla e di farmela rotolare sulla lingua mi aveva ficcato nell’illusione d’essere a un passo dal capire chissà cosa. Sta di fatto che quella lontana mattina di dicembre presi ad accatastare sulla scrivania una quantità di libri che non vi dico: filosofia, scienza, poesia, mitologia – c’era di tutto, credetemi. “Oggi è il giorno,” parlottavo tra me mentre scorrevo col dito le costole della mia biblioteca infinita. “Sì, oggi indagherò a fondo il mistero della vita. Che ci faccio qua? Perché Questo Tutto e non il nulla? Esiste un senso, un fine – Dio? Ma soprattutto: chi sono io, davvero? Qual è la mia faccia?”
Ero particolarmente entusiasta di me stesso quella mattina. Proprio non provavo alcun tipo di soggezione davanti a quelle domande tanto gravi e venerande. Mi sentivo d’averci un gioiello al posto del cervello. Purtroppo, inutile a dirsi, nel giro di poche ore mi ritrovai in un vero e proprio labirinto di bibliografie (e non solo), ogni libro portava a un altro libro ancora, l’entusiasmo trapassò nel suo contrario. A tratti la scrivania pareva sul punto di spalancarsi in una bocca. “Eppure ho tanti libri…” piagnucolavo dandomi degli schiaffi sulla fronte. “Eppure ho un cervello che è un gioiello!” disperavo. Ed era vero: di libri ne avevo tanti. Così mi fiondai di nuovo a frugare nella mia biblioteca, e, incredibile ma vero, optai per un vecchio volume di magia nera, e certo non lo feci per soddisfare uno dei miei soliti sghiribizzi da erudito, bensì per tentare una qualche cabala stregonesca. A tanto può portare la frustrazione.
Erano circa le cinque del pomeriggio quando trovai l’incantesimo che faceva al caso: l’evocazione del sapiente Bafometto, il Diavolo. Sangue di capretto sgozzato sei giorni dopo il plenilunio, radici di mandragola sbarbate da un cane lebbroso sei giorni prima del novilunio, sei sputacchi di sacerdote babilonese in faccia: trovai tutto al supermercato (il babilonese lavorava come un ciuco nel reparto gastronomia). Nemmeno le dieci di sera che già avevo preparato l’intruglio di sangue e mandragola, c’immersi la faccia, poi gli occhi e le mani rivolti al soffitto, gridai: “Bafometto, io t’invoco!”
La magia è una scienza esatta. Toctoc, fece la porta. Insieme a una folata di vento gelido m’apparve Lui, in carne e ossa: “Piacere, Bafometto.”

Sarò sincero: io questo Bafometto me lo immaginavo proprio diverso. Dico, d’aspetto. Zampe di caprone, corna di caprone, puzza di caprone – niente di tutto ciò. Questi in realtà è un ometto alto snello e di grandi silenzi, tanto garbato e umbratile che non lo si può ritrarre altrimenti se non parlandone in maniera spiccia: occhialetti tondi e spallucce, la frangetta rada e tenuta da un lato a incorniciare lineamenti da eterno fanciullo, le scarpette lucide e col fiocco in bella vista, l’abituccio nero e ordinato, camicia bianca e cravatta grigio scuro, i modi educati e sommessi, due occhiaie che non vi dico.
“Oggi è il giorno,” attaccò l’ospite nel mentre si chiudeva la porta alle spalle, le ciglia abbassate; la sua voce aveva un che di cigolante: “Sì, oggi indagherò a fondo il mistero della vita. Che ci faccio qua? Perché Questo Tutto e non il nulla? Esiste un senso, un fine – Dio? Ma soprattutto: chi sono io, davvero? Qual è la mia faccia?” e, detto ciò, l’ometto alzò le ciglia da terra per poi piantarmi un’occhiata vivace nelle pupille: aveva ripetuto per filo e per segno la trama del mio desiderio d’onniscienza, il che parve appunto divertirlo. Lo riconobbi proprio in quel momento – Lui, il sapiente Bafometto. Nel libro di magia nera che avevo consultato c’era infatti un passaggio dal sapore esoterico che recitava: “Bafometto ti conosce da prima che tu nascessi. Lui è tu.” ed era appunto per via di quella stupida frase (che qualche anno dopo avrei scoperto trattarsi di una parafrasi del Salmo 138) che avevo deciso di evocarlo. E adesso Lui era lì, davanti a me, in carne e ossa.

Messici l’uno di fronte all’altro al tavolo della cucina, il Diavolo mi fece intendere fin da subito che di tempo da perdere non ne aveva: “Bisogna che tutto tu sappia,” tagliò corto col solito tono cigolante, “tutto, sia il sapere incrollabile della rotonda verità, sia ciò che sembra agli uomini, privo di vera certezza. Signor Meier, si rallegri! Io farò di lei un grande eroe.”
Spalancai gli occhi, la bocca: “Un eroe?”
E Lui, come niente fosse: “Esatto, un eroe. È questo il suo destino. Si prepari,” seguitò frettoloso, senza badare al mio stupore, “noi stanotte andremo sulla Luna. Lassù, come prima prova, lei affronterà un labirinto d’illusioni. Vinto il labirinto, si troverà dinnanzi a un palazzo d’oro (oro massiccio, sia chiaro), le cui mura sono ghermite dalle spire di un drago. Svolte le sue spire, il drago le verrà incontro e tenterà di ucciderla. Si tratta di un drago potentissimo, che ha per pelle una corazza d’acciaio e che sputa fiumi di lava. Una volta sconfitto il drago, lei entrerà nel palazzo d’oro. Nella sala principale, seduta su un trono d’avorio tempestato di pietre preziose, ad attenderla ci sarà la Signora del Cielo, la donna più bella e saggia della nostra beneamata galassia. Sarà appunto la Signora del Cielo a sciogliere l’enigma che le tortura il cuore, ovvero a rivelarle il perché di Questo Tutto – la sua faccia,” e, detto ciò, l’ospite entrò subito a trattare nei dettagli dell’avventura eroica che m’attendeva: dal taschino interno della giacca tirò fuori una mappa della luna, la squadernò sul tavolo della cucina e, nel mentre tracciava a matita una via attraverso le varie valli montagne e crateri del nostro satellite, prese a parlarmi degli esseri fantastici che avrei incontrato nel labirinto d’illusioni, della magnificenza del palazzo d’oro, della perversa mostruosità del drago, di quanto fosse bella e virtuosa la Signora del Cielo, della gloria che m’attendeva e così via.

Poche battute e già pendevo dalle labbra di Bafometto, le sue promesse. E quante ne sapeva quel satanasso! Per almeno una buona mezz’ora m’intrattenne parlando di filosofia, logica, misticismo, letteratura, storia dell’arte, mitologia, etnologia, teologia, astronomia. Discorreva in una maniera così affascinante ed evocativa, poi, che anche un sordo l’avrebbe inteso, e io, capirete, a furia di riempirmi la testa delle sue dotte speculazioni, finii col convincermi d’essere il protagonista di una favola, un eroe al pari di Ercole o giù di lì.

II. L’allunaggio

Finalmente, intorno alle undici e mezza, arrivò l’ora di partire. Sciacquai la faccia dall’intruglio di sangue mandragola e sputo, quindi un giubbotto bello robusto, un berretto di lana, gli scarponi da montagna, i guanti e uno zainetto con dentro un tozzo di pane, delle salsicce, una fiasca di vino buono che avevo rubato giusto il giorno prima dalla cantina di mio padre, un coltello, una torcia, del tabacco e poi nulla più. Certo non potevo sapere (e come avrei potuto?) che l’esperienza che mi apprestavo a vivere sarebbe stata tutto fuorché l’avventura di un grande eroe. Anche se, a dirla tutta, ancora non eravamo partiti che già mi era preso un mezzo sospetto riguardo a questa faccenda del viaggio sulla luna. Non appena rientrato in cucina, infatti, ricordo che ebbi la netta sensazione che Bafometto fosse cambiato d’umore. Muto e inesorabile, mi puntava dritto negli occhi, in faccia un sorriso tagliato per obliquo, tipico di chi sta brigando tranelli. Lì per lì provai a frugare un qualche indizio nei suoi languidi occhi di cane, ma niente, proprio non c’era verso d’indovinare cosa gli stesse frullando per la testa a quello lì, e fu per questo motivo che scelsi di non dare peso ai miei presentimenti. “Chi sono io per giudicare il Diavolo?” mi dissi.
Continuando a fissarmi e a sogghignare, Bafometto si mise di nuovo a frugare nello stesso taschino della giacca da cui aveva tirato fuori la mappa della luna per poi estrarre un fazzoletto di stoffa bianco e inamidato; emanava una fragranza materna: “Ci sputi sopra,” disse col solito fare educato mettendomi la pezza sotto al naso, e io sputai. Quindi l’ospite prese ad aprire il fazzoletto un lembo alla volta, lentamente, e, incredibile ma vero, questo si trasformò in una coperta di lana decorata a motivi geometrici, quadrati e rettangoli di tanti colori che a vederla metteva di buonumore: il giallo, l’arancione, l’azzurro, il lillà. A quel punto, senza dare alcuna enfasi al prodigio appena compiuto, Bafometto rinfilò la mappa della luna nel taschino della giacca, spalancò la finestra della cucina e stese la coperta di lana a terra: “Questa coperta ci farà da tappeto volante,” disse, e subito vi montammo a bordo, accovacciati all’indiana. Infine il satanasso recitò un formulone magico in una lingua a me sconosciuta, qualche sputacchio sparacchiato in qua e là, e in men che non si dica prendemmo la via del cielo, diretti alla luna.

La mia sarebbe stata l’avventura eroica più ridicola e deludente dell’intera storia dell’umanità. Finì che non successe un bel niente di tutto quello che mi aveva profetizzato il Diavolo. Pressappoco andò così.
Il viaggio in cielo fu lieto, e questo perché io e il mio duca proseguimmo con la chiacchiera iniziata in cucina (quella sugli eroi, per intenderci), e le favole e i miti che ci si raccontano quando si vola nello spazio – forse per via della carenza d’ossigeno, o forse per via di quelle cose di leggi fisiche di cui non ci capisco un granché –  dicevo, le favole lassù sembrano vere che sembra di toccarle, diventano pelle. Così, per la via del cielo, il nostro fu davvero un bel sognare. Ma già a partire dall’atterraggio sulla luna, ahimè, capii che le cose si sarebbero messe per la storta.
Difatti atterrammo a ruzzoloni. A pochi metri dalla superficie lunare, accadde che la coperta volante perse le sue virtù magiche, d’un colpo, sicché tra berci e capocciate io e il Diavolo andammo a rotolare per un bel po’ sopra a un deserto duro e polveroso che non finiva più, finché non ci schiantammo addosso a un macigno, tutto spigoli e bitorzoli: e così ci fermammo. Appena fui in piedi, dopo essermi scrollato della polvere di dosso con qualche patacca, subito mi accorsi che quell’elegante gentiluomo d’un diavolo, per via della caduta disastrosa, era a un passo dal tirare il calzino.
Seguirono istanti concitatissimi. Io feci tutto il possibile per salvarlo, credetemi, ma dopo un po’ di respiri affannosi – con la cassa toracica che gli andava su e giù come un mantice e angosciava a vederla – Bafometto imprecò: “Madò!” e, un istante dopo, schiattò. Oh, i pianti che non feci!

Nel mentre versavo lacrime di disperazione sulla salma dell’amico (anche per sfogare il dolore di tutte le storture e ferite che mi ribollivano addosso), mi accorsi che la fiaschetta di vino che mi ero portato appresso s’era rotta per via dell’incidente finendo per riempirmi il pane e le salsicce di schegge di vetro, rovinandoli a tal punto che mi toccò a buttarli via insieme al tabacco, ormai fradicio. Così, scopertomi in tanta disgrazia, andò che dimenticai subito il lutto: “La morte è un destino comune,” borbottai, e mi misi in tutta fretta a frugare nella giacca del morto, in cerca della mappa.
Fu a questo punto della storia che mi resi conto d’essere infilato in un bel pasticcio. Aperta la mappa della luna, infatti, successe che questa si trasformò in un foglio battuto a macchina con su scritto il racconto di un sogno; ma soprattutto – roba da matti! il fatto ancora più sconvolgente era che il racconto portava la mia firma. Alle volte verrebbe da dar ragione a chi sostiene che la vita non sia che questo: un trabocchetto.

LA MAPPA DELLA LUNA

Stanotte ho fatto un sogno che non ci ho capito proprio niente. Era una tarda mattinata di primavera, e io ero lì che tentavo di smaltire una sbronza bighellonando per i marciapiedi scassati di Prato. Strade, stradine, giardinetti – ovunque andassi, era tutto un cinguettare di passeri e merli. Il cielo era limpido, incantevole; tirava un venticello che era un piacere. L’aria pizzicava le narici, i passi suonavano croccanti. Insomma, era un giorno di primavera come tanti, niente di speciale, se non fosse che nel mentre passeggiavo mi sentivo insolitamente felice e spensierato (del resto stavo sognando), tanto che a un certo punto presi addirittura a fischiettare una canzoncina:

L’altro

Io sono l’altro che s’affaccia
giù dal ponte, il passante
che butta un occhio distratto
ai cavedani e alle carpe. Non sono
un reduce di guerra, un folletto, un cane
da caccia al guinzaglio e nemmeno
un insetto; di certo
non possiedo una villa. Là in fondo
c’è soltanto una faccia,
le mie occhiaie che oscillano sull’acqua.

Cammina e cammina, mi ritrovai lungo le rive del fiume Bisenzio, dalle parti del quartiere di Santa Lucia, ai piedi dei monti della Calvana. Là, superato un piccolo ponte, capitò d’incontrare una vecchietta che a vederla, intendo così, su due piedi, non pareva niente di che. I capelli folti, grigio-ferro, arruffati in un cespuglio di ciocche e ritrose, pantofole camicetta e sottana, la pelle accartocciata dal sole. Sedeva appollaiata su una seggiolina di legno un po’ sghimbescia, all’ombra di un fico, intenta a perdere i pensieri tra le maglie di un cappellino di lana che stava tessendo.
Non so cosa possa essere frullato nella zucca di quella nonnina che a vederla, ripeto, pareva tanto affaccendata, immersa nei sordi tictac della calza, indifferente ai miei trallallà. Sta di fatto che, proprio nell’attimo in cui calpestai la sua ombra frondosa, questa mi rivolse la parola: “Avvicinati,” disse; senza darmi pensiero, feci un passo e le fui difronte. Dunque la vecchia accostò le sue dita ossute sul dorso della mia mano sinistra, come per carezzarla. “Posso?” chiese con fare affettuoso, e s’avvicinò la mano a due spanne dal naso. “Volta la mano.” Capii che la nonnina aveva l’ingenua e commovente intenzione di leggermi le linee, così l’assecondai ancora una volta e lasciai che i suoi occhi mi vagassero sul palmo.
Incantato dalla cura con cui la vecchietta tentava di decifrarmi l’anima, successe che scivolai, praticamente senza accorgermene, in un mondo di fiaba, schietto e sereno, distante dal trambusto e dalla fatica delle ore. Mi ritrovai a fantasticare di boschi e ruscelletti, casupole in pietra e pollai, panieri zeppi di cibo e coperte di lana, stufe in ghisa e cassette piene di ciocchi, lo stantio che sa di fuliggine e insomma, me ne stavo lì a fantasticare una vita senza troppi grattacapi, finché, d’un tratto, non accadde l’imprevisto. Più rapida d’un fulmine, la vecchietta sfilò uno spillone che teneva infilzato nella sottana per poi ficcarlo con forza nella punta del mio dito indice, fino a toccare l’osso. Quel gesto mi scioccò così tanto che in men che non si dica il piccolo paradiso che stavo fantasticando si sfilacciò, dileguando come le capriole di un comignolo nel cielo.
D’istinto, prima ancora di avvertire il dolore della puntura, divincolai la mano da quella della vecchia e ficcai l’indice in bocca. Sanguinavo; sembrava di succhiare una monetina da un centesimo. Come il dolore divenne cosciente, incrociai le sopracciglia e puntai dritto negli occhi della nonnina. Nascosti dalle rughe, i suoi bulbi somigliavano a due spicchi d’aglio, davano sul grigiastro. Esagerai un’espressione minacciosa nello scrutarla, da attore. Spaventato da quel che mi aveva appena fatto, tentavo a mia volta di spaventarla. Lei tuttavia – che forse sapeva d’esser sognata, irreale, fatta d’ombra – non si curò affatto della mia rabbia e della mia voglia di vendetta, e, dopo essersi rimessa a ticchettare coi ferri, recitò una piccola filastrocca che, per via del trauma, s’impresse nell’anima come un marchio a fuoco che sfrigola sulla pelle di una vacca; una filastrocca che era insieme un indovinello e uno sfottò:

L’enigma della vecchietta

Dio ha un arco e ci va a caccia,
d’ossa e ciccia è la realtà.
Ciuccia ciuccia la tua faccia,
sa di triglia o baccalà?

E, come la nonnina ebbe recitato l’indovinello, mi riscossi dal sonno.

 Gregorio H. Meier

III. A spasso nel deserto

Dunque si era sulla luna, soli come cani. Il Diavolo mi aveva preparato proprio un bel trabocchetto con questa faccenda della mappa. Per non parlare, poi, del fatto che fosse morto prima ancora che la nostra avventura avesse inizio.
Oh, se ero confuso! Cosa mi stava succedendo? Sarei riuscito, con le mie sole forze, a oltrepassare il labirinto d’illusioni, a sconfiggere il drago, a parlare senza vergogna con la Signora del Cielo, la donna più bella e saggia della Via Lattea? Ma soprattutto, una volta conclusa la missione, come fare per tornare a casa?
L’avventura eroica che avrebbe dovuto portarmi a sciogliere l’enigma della vita si era fatta più complicata del previsto. Eppure non mi persi d’animo. Triste e incarognito, in uno scatto d’ira accartocciai la mappa della luna in una pallina e la gettai lontano, nello spazio infinito; quindi raccolsi da terra la coperta di lana (ormai nient’altro che una coperta), me la buttai sulle spalle a mo’ di mantello, assestai un calcio di stizza al cadavere di Bafometto e cominciai a camminare per quel deserto smisurato, a balzi e a capriole come gli astronauti, alla volta del palazzo d’oro, risoluto nel voler andare fino in fondo a questa faccenda del sapere, più per rabbia che per altro.

Il viaggio fu tanto noioso che a momenti mi pareva d’essere io quello morto. Il disco solare splendeva sicuro sopra la luna, vestendola d’un bianco immacolato e inorganico, gli orizzonti si spalancavano sconfinati, ma del labirinto d’illusioni di cui mi aveva parlato il Diavolo – neanche l’ombra. Nessun folletto orco o ciclope nei paraggi. C’erano soltanto il deserto, il rumore goffo dei miei passi, l’aggrovigliarsi dei pensieri in preda allo sconforto, e una noia mortale. “Ah, sfortuna! Quand’è che mollerai la presa?” disperavo. Perché è questo quel che accadde sulla luna: schiantatomi a terra, disgrazia delle disgrazie, tornai a essere uguale identico a com’ero sempre stato fino a prima di darmi alla magia nera, nient’altro che un ubriacone perdigiorno, frustrato e insicuro, la testa zeppa di strani quanto inutili pensieri. Sensi di colpa, rimorsi, fantasie di vendetta e di trionfo: per farla breve, riattaccai con le solite nevrosi da birreria.
Passo dopo passo, venne a farsi notte, e, perso com’ero tra i pensieri, me ne accorsi soltanto per via d’un freddo birbone che m’era preso tutto insieme. Così, per prima cosa, sfoderai la torcia dallo zaino e dètti il clic. Poi per sicurezza tirai fuori anche il coltello: “Perché col buio non si può mai sapere la gente che gira. Di questi tempi, poi…” pensai. Quindi, attrezzato a quel modo là, insistetti nel viaggio, alla ricerca del palazzo d’oro. Ma intanto era notte, una notte buia e freddissima in cui, oltre a camminare senza mappa e a torturarmi i giri del cervello, dovevo pure sopportare il fastidio d’averci i vestiti sporchi e bagnati, colpa della fiaschetta di vino che avevo rubato a mio padre e che si era rotta per via dell’atterraggio catastrofico sulla luna. Inoltre, come se non bastasse, non potevo nemmeno distrarmi dai miei guai, non avendo di che mangiare bere o fumare. Buio com’era, l’unica cosa che potevo fare era starmene a guardare il disco della torcia adagiarsi sulla sabbia – un bianco esatto e insignificante –, nell’attesa che si macchiasse, di quando in quando, dell’ombra di un sasso.

Che tormento! A tratti l’ansia premeva davvero forte, affogava il torace. Peggio dell’essermi ritrovato a vagare solitario per i deserti della luna, a torturarmi il cuore era soprattutto il pensiero che le promesse di Bafometto non fossero nient’altro che una gran fregatura, che alla fine della mia avventura non avrei risolto l’enigma della vita, la paura di passare il resto dei miei giorni lassù, intrappolato in quel nulla sabbioso e smisurato, come un mentecatto qualsiasi.
D’un tratto, però, accadde l’imprevisto. Suppongo fossero da poco scoccate le sette del mattino (in Italia, intendo), quando, all’improvviso, udii un’allegra musichetta che suonava come una sorta di carillon, un impasto di note tra il metallico e l’acquoso a cui si accompagnava, pensate un po’, il canto di una fanciulla.
Da non crederci. Sulle prime misi la mano a mo’ di scodella attorno all’orecchio, poiché non ero sicuro si trattasse di un qualcosa di riconducibile alla vita. Il suono proveniva da lontano, ed era così flebile che non si riusciva a distinguerlo da uno spiffero. Lì per lì pensai anche a un fischio nell’orecchio. Come ripresi il cammino diretto al canto, però, mano a mano che mi avvicinavo notavo che il suono si faceva sempre più articolato, vario, interessante, ed era evidente che questo non poteva essere nient’altro se non un’opera della mente – quindi della vita, di qualcheduno in carne e ossa. Da lì a immaginarmi d’essere sulla via che mi avrebbe menato al palazzo d’oro, il passo fu breve. Il passo seguente, invece, fu un brivido d’eccitazione che mi solleticò al pensiero del combattimento contro il drago. Così, voglioso com’ero d’avventura donne e gloria, affrettai quel mio incedere impacciato fatto di lunghi ed estenuanti balzi, la lama del coltello puntata verso l’obbiettivo, le geometrie e i mille colori della coperta di Bafometto che mi svolazzavano languidamente dietro le spalle, all’eroica. Una visione piuttosto buffa, va detto.

Purtroppo, come già ho avuto modo d’accennarvi più volte, i fatti del viaggio andarono diversamente rispetto alle predizioni del Diavolo. Quella noiosa e terrestre normalità che mi aveva accompagnato attraverso i deserti lunari e che avevo da poco cacciato, per mia disgrazia tornò per l’appunto a tartassarmi l’anima non appena mi ritrovai al cospetto del palazzo d’oro. Questo infatti era un palazzo così maestoso, ma così maestoso – sovrabbondante com’era di incommensurabili spazi, inenarrabili sfarzi e inconcepibili perfezioni – che non esisteva affatto, per giunta ghermito dalle spire di un drago che era tanto esageratamente perverso e mostruoso da essere, al pari del palazzo, inconsistente.
Giunto dinnanzi al canto della fanciulla, ahimè, dentro al cerchio bianco-elettrico della torcia – m’apparve una marionetta.

IV. La marionetta e il burattinaio

L’atmosfera si fece improvvisamente sinistra. Davanti a me, chiusa nel disco della torcia, era appena apparsa una marionetta di legno che rappresentava la Madonna, alta intorno al metro e settanta, e che – fatto alquanto inquietante – si muoveva in continuazione. Si trattava di una macchina teatrale (una specie di burattino senza fili, per farla semplice), i cui piedi erano conficcati dentro a un masso dalla forma perfettamente squadrata in un metro-cubo, il quale portava una scritta fatta col pennarello indelebile che recitava: “La Signora del Cielo”. Una scritta che certo non lasciava spazio all’immaginazione.
La marionetta stava dentro a una sorta di baldacchino in cartapesta le cui pareti interne, con ogni evidenza, dovevano essere state dipinte da un bambino, in una sorta di scenografia un po’ sbilenca che raffigurava il cielo stellato: il fondo tirato frettolosamente a tempera blu che a tratti lasciava intravedere il bianco-carta; le stelle grosse e sguaiate; una chiave di violino a simboleggiare (presumo) l’armonia delle sfere; infine, vari cerchi colorati che rappresentavano grossolanamente il sole e i pianeti.
Oltre al canto delicato della fanciulla e alla musichetta del carillon che l’accompagnava, spiccavano, poi, come di sottofondo alla canzone, un acciottolio d’ingranaggi di legno che scattavano a intervalli regolari e, insieme a questo, il cigolio delle viti e dei bulloni arrugginiti che seguiva ai movimenti estenuanti della marionetta, i quali erano sempre gli stessi: la destra benedicente, tesa verso di me, che andava in su e giù lentamente; gli occhi, due palline da ping-pong con le iridi verdi, che insieme alla testa facevano no; poi la mandibola, un pezzo di legno malamente sgrossato che simulava l’apri-chiudi di una bocca; il braccio sinistro, invece, totalmente immobile, stringeva al petto un fiasco vuoto.
Soltanto più tardi avrei conosciuto il burattinaio, e, insieme al burattinaio, avrei scoperto altro ancora. Ma intanto, perplesso, mi attardai ad ascoltare il canto della fanciulla, una filastrocca che si ripeteva in un circolo perpetuo e che, pensate un po’, aveva per argomento nientedimeno che la paura. Suonava come l’assolo di un flauto:

L’enigma della fanciulla 

C’è uno specchio laggiù in fondo
– butta un occhio, Chi c’è là?
Farai un tonfo e cadrà il mondo,
La mia faccia, dove sta?

La paura gira in tondo,
presto o tardi arriverà:
il suo stomaco è profondo,
nessun canto o trallallà.

A forza di starmene immobile come uno stoccafisso ad ascoltare i giri della canzoncina, col disco della torcia inchiodato alla statua della Madonna, andò a finire così: mi s’informicolò il braccio sinistro. Quello destro, invece, lasciato a pendere lungo il fianco insieme alla sua inutile estensione (il coltello sventra-draghi), si era praticamente ridotto a un brandello di pelle floscia.
Inutile tentare di nascondersi, la delusione fu grande. Perché in fondo, sarò sincero, di quella canzoncina non ci capivo un fico secco. Anzi, dirò di più, quella canzone mi dava decisamente sui nervi – le rime da sussidiario, l’allegria a buon mercato, l’impossibilità (colpa della metrica) di togliermela dalla testa – e, più in generale, m’infastidiva un po’ tutto di quella stramba situazione in cui ero incappato, quel teatrino circolare fatto di finzioni e meccanismi cigolanti che trovavo schifosamente privo di significato. Per quanto mi sforzassi, proprio non riuscivo a comprendere come tutto ciò potesse aver a che fare con quella soluzione all’enigma della vita che andavo cercando.
Un fatto davvero strano, pensateci: ritrovarmi di fronte a una marionetta del genere – una statua della Madonna, lassù, sulla luna! – nel bel mezzo di un’esperienza così singolare. Per quanto spremessi il cervello, proprio non riuscivo a darmi una ragione di ciò che stava succedendo. Intrappolato in quel fastidio, ricordo soltanto che cominciai a rimuginare ossessivamente sulla morte di Bafometto, a meditare sul fatto che nessuna delle sue promesse si fosse avverata e, peggio ancora, sulla possibilità che, solo e sperduto com’ero, in breve tempo ci avrei di sicuro lasciato le penne.
Cosa mi stava succedendo? La rissa in birreria, la magia nera, Bafometto, i deserti della luna, la macchina teatrale. Si trattava forse di un unico lunghissimo sogno? Oppure di un’allucinazione, un delirio o chissà cosa? Oppure, niente di tutto ciò? E se tutta questa faccenda fosse stata totalmente altro? Che so, se in realtà non fossi stato sulla luna, bensì al solito sdraiato sul mio letto a smaltire una sbronza, inghiottito in un vortice di fantasmi, tormentato dai sensi di colpa? Oppure, oppure… oh, se ero confuso! Sembrava d’impazzire. Non riuscivo più a cogliermi, a capire se ero vivo oppure morto, reale o fatto d’ombra, se fossi in cielo oppure in terra. Ci sarebbe stata una svolta, però.

A forza di torturarmi l’anima, arrivato al culmine della disperazione (ormai mi ero dato per spacciato), d’un tratto gridai: “Bafometto, Bafometto, perché mi hai abbandonato?” e il mio grido, incredibile ma vero, non rimase inascoltato.
La marionetta smise di cantare, e, contemporaneamente, s’arrestò. La mano benedicente restò immobile a mezz’aria che sembrava indicarmi, la testa voltata verso la spalla sinistra, gli occhi che guardavano dalla parte opposta (ovvero verso di me), la bocca aperta per metà; quindi, appena un istante dopo, una voce cigolante che sussurrò: “Mi ha forse chiamato, Signor Meier?”
Non potevo credere alle mie orecchie. Quella voce aveva un timbro inconfondibile. Alla voce seguì uno scricchiolio che inchiodò i timpani al silenzio e alla notte. Veniva dalla marionetta.

“Chi parla?”
Nessuno rispose.

“Chi ha parlato?”
Ancora silenzio.

“C’è qualcuno?”
Niente.

“Chiunque tu sia, dio o spettro, ti scongiuro – manifestati!”
Insisteva un silenzio perfetto, il corpo compatto del buio, sfiorato appena da una diafana sbavatura, un riverbero sabbioso, l’eco delle mie domande che sfarinava per le creste dei monti. Poi iniziarono a spiccare dei timidi rintocchi, come le unghie quando trottano i nervi sulla scrivania, i passi sulle punte di quarantamila fatine. I rintocchi riempivano il volume della notte. Lo percorrevano in alto, in basso, a destra, a sinistra – sentivo l’anima in bilico tra la catastrofe e l’apoteosi, che l’universo fosse sul punto di rivoltarsi in chissà cosa –, ma niente, quel ticchettio confuso non era che un’allucinazione: il cono della torcia, ovunque lo agitassi, finiva sempre con l’essere risucchiato in una voragine di buio. “Chi ha parlato? Sei forse chi so io?” balbettai ancora rimettendo la torcia addosso alla marionetta e trattenendomi a fatica dal crollare in un pianto isterico.
“E chi altri, sennò?” tornò a cigolare la stessa voce di prima.
Un senso di vertigine mi corse lungo tutta la schiena. Vidi un’ombra scivolare via dal fianco sinistro della marionetta, entrare nel cono della torcia. Era lui il burattinaio, vivo, in carne e ossa. Lui, Bafometto. E aveva una pistola in mano.

V.  L’oltrepassamento dell’io

Bafometto cominciò a venirmi incontro con la pistola puntata. Dal modo in cui muoveva i passi, quasi incrociandoli, capii subito che qualcosa era cambiato in lui, che non c’era da fidarsi.
“Cosa significa tutto questo?” esclamai di petto, o meglio, provai a farlo, dato che dall’emozione la mia voce cinguettò come quella di un bambino.
E Lui, il volto impassibile, concentrato sui suoi passi chirurgici, per tutta risposta si mise a cantilenare L’enigma della fanciulla:

C’è uno specchio laggiù in fondo
– butta un occhio, Chi c’è là?
Farai un tonfo e cadrà il mondo,
La mia faccia, dove sta?

La paura gira in tondo,
presto o tardi arriverà:
il suo stomaco è profondo,
nessun canto o trallallà.

Io ero sempre più confuso: “Dunque eri tu il burattinaio!” riuscii a esclamare con un vocione bello rotondo buttando fuori la prima cosa che mi passava per la testa, la torcia addosso al Diavolo e il coltello teso in avanti per cercare d’intimidirlo. “Eri tu a cantare questa canzoncina senza senso, non è così? Eppure ti ho visto morire coi miei stessi occhi! Cosa significa tutto questo?”
Bafometto non faceva assolutamente niente per mettermi a mio agio, tutt’altro. A tratti avevo l’impressione che provasse come un piacere perverso nel vedermi disorientato a quel modo. La voce con cui modulava l’enigma, adesso, invece di quella di una giovane ragazza, sembrava un irrisolvibile ricamo d’astuzie, intrighi, beffe, inganni.
Ripresi a gridare: “E il labirinto d’illusioni? Il drago sputa-lava? La Signora del Cielo? La gloria? Perché mi hai raccontato tutte queste bugie?”
A quel punto il Diavolo, ormai a cinque metri da me, si mise a recitare la poesia che avevo scritto la notte prima, La sete nascosta. C’era di che aver paura:

Giulia, anche oggi la vita mi ripete

Io sono un pettirosso, qualche nota
che scapriccia dentro una siepe – la sete
di bacche nascosta nel bosco

Poi addosso è tutta una fame che ramifica
il sangue in una tagliola arrugginita, la vita
denti: i polsi

E gli spettri inchiodati
ogni sera su uno specchio diverso,
al pub

Perché è sapiente, Bafometto. “Bafometto ti conosce da prima che tu nascessi. Lui è tu.” Così recita il mio libro di magia nera. Il fatto che fosse pazzo, però – d’una pazzia perversa e spietata –, non lo realizzai che in quel momento. Così come fu soltanto in quel momento che in un impeto d’orrore mi si rivelò la mia stessa disperante follia, tutto quel circo fatto di magie e oscure dottrine a cui mi ero abbandonato come nulla fosse e che passo dopo passo mi aveva scaraventato nel cuore di un incubo, in bilico tra la vita e la morte.
Non credo di aver mai provato tanta paura come in quell’occasione. Sembrò il manifestarsi di una verità ultima. Dico, mi trovavo sulla luna insieme al Diavolo! Di fatto era la prima volta in tutta la mia vita che percepivo la paura in maniera così netta, assoluta, in tutta la sua materica concretezza, simile a un corpo estraneo, a un qualcosa di denso e grosso che da un momento all’altro mi era entrato nella carne come dal di fuori facendomi sentire che sono – dio se lo sono! un corpo fisico e reale, massa.
Impietrito, indicando il Diavolo con la punta del coltello (il braccio, inutile a dirsi, mi tremava vistosamente), passai alle minacce: “Stai indietro o lo faccio, giuro che lo faccio!”
Ma ormai ero in trappola. Fu un attimo. Bafometto premette il grilletto, Pam! uno schianto che sbriciolò la lama del mio coltello in una miriade di scintille. Poi, tenendo la canna ancora fumante puntata contro di me, ritornò a canticchiare L’enigma della fanciulla. Il fatto strano è che contemporaneamente continuava a recitare anche la mia poesia, La sete nascosta. Proprio così, il Diavolo cantava le due poesie insieme, la paura e il desiderio in un unico imponderabile cigolio, e per di più tenendo la bocca serrata, alla maniera dei ventriloqui. Ripeté giusto un paio di giri a quel modo, dopodiché tacque. Dio se mi tremavano le ginocchia.

Adesso sulla luna insisteva un silenzio perfetto. L’aria era secca, gelida. Il buio, compatto, toglieva il respiro. La mia condizione era più che precaria. La paura cresceva mano a mano che Bafometto s’avvicinava – i suoi passi misurati ed estenuanti, la pistola. Il cerchio della torcia, simile a un occhio di bue, puntava dritto sul suo corpo tutt’ossa, non lo mollava un attimo. Alle sue spalle, poi, poco dietro quel suo volto pallido e scavato che metteva pietà – gli occhialetti che a tratti gli nascondevano i bulbi dietro a due piccole lune piene, praticamente degli specchi su cui vedevo riflesso il mio volto sdoppiato –, dicevo, alle spalle del Diavolo scorgevo la destra benedicente della Madonna che continuava a puntarmi ostinatamente insieme alla pistola. Sembrava che le mani del satanasso e della marionetta fossero come fissate su di una stessa linea immaginaria e crudele che mi si conficcava in mezzo agli occhi, la freccia scoccata da un arciere infallibile.
Infine Bafometto mi fu difronte, quell’ometto dal fisico così risicato che a incontrarlo in città non farebbe paura nemmeno a un bambino; il cerchio gelido della pistola mi premeva deciso sulla fronte. Vidi scintillare una luce vivace nel suo sguardo; mosse appena le labbra sottili, acciottolò poche parole: “Oggi è il giorno. Sì, oggi indagherò a fondo il mistero della vita. Che ci faccio qua? Perché Questo Tutto e non il nulla? Esiste un senso, un fine – Dio? Ma soprattutto: chi sono io, davvero? Qual è la mia faccia?” e, detto ciò, il Diavolo premette il grilletto una, due, tre volte. Pam! Pam! Pam!

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