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La festa

Sembrerà strano, ma avevo vent’anni la prima volta che mi sono ubriacato. Era d’agosto, una festicciola in mezzo ai boschi presso un antico monastero che i genitori di un amico, il Fiesoli, avevano da poco finito di ristrutturare con l’idea di ricavarne un agriturismo da lasciare al figlio sfaccendato. Roba da gente ricca, insomma.
La serata era trascorsa al solito, tra casse che sparavano un frastuono di bassi, gente (e ce n’era parecchia) che ballava e sgomitava da una stanza all’altra, l’aria sudaticcia, le risate sguaiate, i bicchieri di plastica scalpicciati un po’ dappertutto, e infine io e i miei amici appartati in un angolo della cucina a sfondarci di canne e a dar poca confidenza, ché le canne sono un mestiere serio. Poi le tre di notte – Aprigliano che alle sei ci aveva la levataccia, Domingo l’esame di biochimica di lì a pochi giorni, Anedda che non si sentiva un granché, Tizianino che finito il fumo non c’è motivo di restare a una festa – dicevo, le tre di notte e mi ritrovai solo come uno scemo a vagare per l’agriturismo del Fiesoli, l’unica persona che conoscevo un po’ meglio in quel posto (e io il Fiesoli lo conosco davvero poco). Perché non avessi seguito l’esempio dei miei amici, poi, proprio non lo so, certo è che nel giro di poco mi ero già pentito d’essere rimasto alla festa. Le camere ai piani di sopra erano già state occupate dalle varie coppiette, e non ci volle molto a capire che l’unico posto per uno come me era l’angolo della cucina.
Il copione sembrava essere quello, fare le otto di mattina a fissare un muro e poco altro, se non fosse che, scesa l’ultima rampa di scale, mentre mi dirigevo a testa bassa verso il luogo del mio supplizio, m’imbattei in una porticina smaltata d’un bianco satinato. L’aprii con circospezione, allo stesso modo me la chiusi alle spalle. Lì la luce elettrica non era stata ancora sistemata, per cui dovetti arrangiarmi giù per lo stretto di piccoli e logori scalini in pietra serena con qualche colpo d’accendino, finché non trovai una candela, dimenticata in una rientranza del muro da chissà chi.

A pensarci, il passaggio fu brusco: ero appena finito negli scantinati di un monastero di epoca basso-medievale; la festa, nello spazio di pochi passi, si era ridotta a un’eco che mormorava da lontano, di là dai mattoni a vista dei muri e delle volte del soffitto.
Scatoloni polverosi, mobili coperti da lenzuola pregne d’umido, cassetti pieni di cianfrusaglie. Là sotto, in pochi metri-quadri, era stato accatastato il sovrappiù della famiglia Fiesoli. Senza nemmeno accorgermene, presi subito a frugare in qua e là, in cerca di qualcosa da infilarmi in tasca, ché a casa di gente ricca non si può mai sapere quello che ci trovi. A forza di rovistare cassapanche e comodini, d’un tratto – tra montagne di panni sporchi e antiche icone sbiadite – incappai in una cassa di legno rivestita in pelle. Il coperchio era velato da una coltre di polvere spessa non meno di due dita, segno che quella cassa doveva trovarsi là da anni, da prima ancora che i Fiesoli acquistassero il monastero. Da sotto il velo di polvere si intravedeva una scritta; così, incuriosito, passai uno straccio sul coperchio e lessi:

SANGUE

La curiosità crebbe. Contemporaneamente cominciai a temere che qualcuno potesse scoprirmi. I modi erano quelli del malandrino, mentire mi sarebbe venuto male. Ciò nonostante sollevai il coperchio, accostai la candela a quel volume di buio. L’ignoto iniziò a ribollire, a tentare una forma nel tremolio fioco del mio lumicino. I flussi e i riflussi della fantasia vorticavano. Per un pugno d’istanti confusi vidi gioielli, soldi, ossa rotte, armi. Il silenzio degli scantinati si fece più netto. D’istinto intrufolai la destra nella cassa, frugai superfici e spigoli coi polpastrelli: finalmente, gli occhi si accomodarono tra le cose. La cassa era piena di bottiglie di vino.
Ripeto, prima di quel giorno non avevo mai bevuto un granché, eccetto qualche bicchiere ai compleanni e per le feste comandate. Molto probabilmente tutto dipese dalla situazione in cui mi ero ritrovato quella sera, la brutta sensazione di non riuscire a integrarmi in un festino tra coetanei. Sia come sia, non ci stetti nemmeno a pensar sopra: poco prima avevo rubato un cavatappi in argento di notevole fattura; per cui presi una bottiglia, tolsi il tappo e attaccai a tracannare come un matto.

Fu un’ubriacatura di quelle violente. Oh, se stavo male! tutto un sudare, un vorticare, un vomitare, un sentirsi soli e dannati – tutto un pregare rosari e padrenostri. Quel vino, poi, vecchio di chissà quanti anni, doveva aver maturato un qualche veleno – delle allucinazioni che non vi dico! Bestie, mostri, diavoli, assassini, roghi, castrazioni, incesti: l’atmosfera stantia degli scantinati si era rovesciata in un’inconfessabile orgia d’oscenità, roba da perderci la testa.
Non so dire quanto durò quella catastrofe di disperazione. Secondi? Minuti? Ore? Lì per lì temevo non avesse fine. D’un tratto, però, al culmine dei miei deliri ebbi una visione particolarmente suggestiva in cui trasfigurai e dimenticai me stesso, e che mi appresto a raccontare. Ah, potere delle visioni! nel giro di poco, l’ubriacatura sarebbe scemata in un più innocuo e insistente mal di capo.

Edipo a Colono

L’afa d’agosto, le fronde dei platani in un alito di vento, il silenzio compatto di chi gli stava attorno. La terra, dura e polverosa. L’erba secca e i sassi, gli sterpi. Il canto ossessivo delle cicale.
Esitò, le ginocchia si sciolsero. Sua figlia (sua sorella) lo sostenne (lo sostennero).
Nel bosco sacro alle Erinni, prima di darsi alla morte, Edipo sedette su una roccia – le gambe accavallate, il mento su un palmo – e si sciolse nei soliti pensieri, nella sua pena, nella folla chiassosa di Tebe, in quel fatidico giorno.

Edipo era troppo saggio, troppo orgoglioso, troppo greco per rassegnarsi a un destino subìto e atrocemente ingiusto. Sapeva cos’era la vita. Sapeva cos’era stata la sua vita. Sapeva la vergogna, l’umiliazione, l’esilio, il vagabondare senza mèta nel disprezzo e nel terrore della gente, il fuggirsi. Sapeva la mezzanotte.
Sapeva, Edipo, la sua carne, la sua volontà – la sua capacità di trasformazione, di metamorfosi – irrigidita, incatenata all’oscuro vaticinio di un dio, fatalmente cristallizzata nell’irrisolvibile tragedia di un volto che si specchia nella distruzione totale, nell’orgia. E sapeva la follia, la paura di ogni uomo, l’assoluta, accecante assurdità di ogni singolo istante presente, concreto.
Ma tutto il sapere del mondo in lui si risolveva, sempre, in un’unica domanda avvolgente, strisciante, segreta, stritolatrice. La sostanza delle sue ossessioni, dei suoi vagabondaggi. Una domanda che lo precedeva, che lo colmava, e in cui Edipo non riusciva a cogliersi: “Perché proprio io, Edipo?”
“Perché proprio io – l’orrore?” Una domanda fatale…

Irrimediabilmente intrappolato nella vergogna di sé e scisso – da quel fatidico giorno di Tebe – in io e folla, condannato e giuria, capro e casta sacerdotale, cerbiatto e muta, si racconta che Edipo, assorto nella sua ultima meditazione, bisbigliasse questa canzoncina:

La canzone infinita

EDIPO
Beato chi può addormentarsi
nel sorriso della gente: io
sono un sentiero disperato, cerco un volto
spellandomi tra i rovi

CORO FANTASMI TEBANI
Pazzia del dolore, dramma
– cuore che ti divori
nella vergogna. Ancora piangi al buio
la tua impotenza? Ancora canti al nulla
del passato, il passato che t’opprime?
Ancora non capisci, Edipo – fuggi
nella parola? Esiliato da te stesso, ancora?
Rassegnati Edipo: è vero, è successo
è così – credi ai tuoi fantasmi! Tu sei
l’ombra, Edipo – l’orrore

EDIPO
Volgete altrove, amici, il vostro orrore
– non camminatemi la pelle di ombre,
guardatevi le mani: toccaste mai
l’enigma della vita? Non sentite addosso
il vuoto, la luce che si spalanca
dell’autunno? Sapete il vostro volto?

Stringetemi il cuore in un cerchio di banchetti – amici!
Cantiamo nel vino, godiamo la luce – insieme!

Anch’io amo la foglia, il chiacchiericcio
al mattino delle fronde nel vento.
Anch’io amo la serpe – che striscia
i pascoli e i ruscelli sul suo corpo.
Anch’io – nascere spellandomi
tra i ruderi d’un bosco, le baracche
in lamiera arrugginite e alla fine
un buio morire: come tutti, amici

Anch’io strisciare – insinuare la selva
D’un silenzio misterico – di bestia
Come quando con la notte va a caccia
E fruscia l’erbaccia – tutt’ossa e croste
Sterpaglia e mosche – il lupo: passo passo
Da prima – poi a corsa, il fiato fra i denti
Incontro la preda – senza sapere
Confini – il fiuto in grovigli di tracce
D’orme – fresche nel fango. Tra le frasche
Con l’arco – le frecce che tintinnano
La schiena, le braccia – così spellarmi
Con lei – oltre la siepe che cuce i miei occhi
Dentro una folla notturna di voci.
Così specchiarmi – io, visto in un volto
Nell’estasi della preda – nel corpo
Per unirmi al vostro cerchio – nel mondo

Beato chi può addormentarsi
nel sorriso della gente: io
sono un sentiero disperato, cerco un volto
spellandomi tra i rovi

CORO FANTASMI TEBANI
Pazzia del dolore, dramma
– cuore che ti divori
nella vergogna. Ancora piangi al buio
la tua impotenza? Ancora canti al nulla
del passato, il passato che t’opprime?
Ancora non capisci, Edipo – fuggi
nella parola? Esiliato da te stesso, ancora?
Rassegnati Edipo: è vero, è successo
è così – credi ai tuoi fantasmi! Tu sei
l’ombra, Edipo – l’orrore

EDIPO
Volgete altrove, amici, il vostro orrore
– non camminatemi la pelle di ombre,
guardatevi le mani: toccaste mai
l’enigma della vita? Non sentite addosso
il vuoto, la luce che si spalanca
dell’autunno? Sapete il vostro volto?

Se soltanto intuiste il mio destino, forse
deglutireste il vostro sputo

La natura è nemica e invincibile, precede
è in ogni fibra; non esiste
un lancio di dadi che non sia lei,
una scelta. La lotta e l’orgasmo, l’urlo
del parto, le ossa: ah le novelle, le belle

Parvenze! per me vivere è male.
Prima di scoprirmi nella colpa, prima
di fuggirmi anch’io cantavo
l’eternità, il gioco
senza pensiero della natura [La serpe]

[Lascia la pelle la serpe
accartocciata tra i sassi, la muta
tra ciocchi e mattonelle, si sveste. Ovunque
sanno immaginare la sua perfidia
i preti e le sibille: ma lei sfugge (un fruscio,
poi i rovi), sguscia dal vischio
delle vuote pupille; sibila e va
tra i passi e le voci, i sassi e le croci.
Striscia gli angoli noncurante, i muri
dei campisanti e delle case
– l’infinita spirale, le remote
città, il ciglio franoso della strada
scherzando i nomi che la vorrebbero
sottovetro, in un bagno di spirito.]

Poi la colpa – la vergogna
di me stesso rovesciò il mondo
in pietra – gli occhi strappati, e il dio
si fece atomi, crepuscolo, pena. E adesso,
chi è più infelice di me?

Più d’un cavallo ho visto errare
sul crinale solitario, scorticato
dai morsi del suo branco, condannato:
chi, potendo scegliere
vestirebbe una pelle di ferite?

Beato chi può addormentarsi
nel sorriso della gente: io
sono un sentiero disperato, cerco un volto
spellandomi tra i rovi

CORO FANTASMI TEBANI
Pazzia del dolore, dramma
– cuore che ti divori
nella vergogna. Ancora piangi al buio
la tua impotenza? Ancora canti al nulla
del passato, il passato che t’opprime?
Ancora non capisci, Edipo – fuggi
nella parola? Esiliato da te stesso, ancora?
Rassegnati Edipo: è vero, è successo
è così – credi ai tuoi fantasmi! Tu sei
l’ombra, Edipo – l’orrore

EDIPO
Volgete altrove, amici, il vostro orrore
– non camminatemi la pelle di ombre,
guardatevi le mani: toccaste mai
l’enigma della vita? Non sentite addosso
il vuoto, la luce che si spalanca
dell’autunno? Sapete il vostro volto?

Popolati dalla mente – una voragine
di madri ci divora, smembra
trama la carne: tesse – Sbrana!

Strangola, il buio. Non c’è abbraccio
di padre ad accoglierci in vita.
Siamo l’orgia di me stesso – Divoro!

[…]

[L’orrore di sé. Il Buio. L’eco lontana d’un fastidio. Poi, il ritorno.]

EDIPO
Beato chi può addormentarsi
nel sorriso della gente: io
sono un sentiero disperato, cerco un volto
spellandomi tra i rovi

CORO FANTASMI TEBANI
Pazzia del dolore, dramma
– cuore che ti divori
nella vergogna. Ancora piangi al buio
la tua impotenza? Ancora canti al nulla
del passato, il passato che t’opprime?
Ancora non capisci, Edipo – fuggi
nella parola? Esiliato da te stesso, ancora?
Rassegnati Edipo: è vero, è successo
è così – credi ai tuoi fantasmi! Tu sei
l’ombra, Edipo – l’orrore

EDIPO
Volgete altrove, amici, il vostro orrore
– non camminatemi la pelle di ombre,
guardatevi le mani: toccaste mai
l’enigma della vita? Non sentite addosso
il vuoto, la luce che si spalanca
dell’autunno? Sapete il vostro volto?

Stringetemi il cuore in un cerchio di banchetti – amici!
Cantiamo nel vino, godiamo la luce – insieme!

Anch’io amo la foglia, il chiacchiericcio
al mattino delle fronde nel vento.
Anch’io amo la serpe – che striscia
i pascoli e i ruscelli sul suo corpo.
Anch’io – nascere spellandomi
tra i ruderi d’un bosco, le baracche
in lamiera arrugginite e alla fine
un buio morire: come tutti, amici

Anch’io strisciare – insinuare la selva
D’un silenzio misterico – di bestia
Come quando con la notte va a caccia
E fruscia l’erbaccia – tutt’ossa e croste
Sterpaglia e mosche – il lupo: passo passo
Da prima – poi a corsa, il fiato fra i denti
Incontro la preda – senza sapere
Confini – il fiuto in grovigli di tracce
D’orme – fresche nel fango. Tra le frasche
Con l’arco – le frecce che tintinnano
La schiena, le braccia – così spellarmi
Con lei – oltre la siepe che cuce i miei occhi
Dentro una folla notturna di voci.
Così specchiarmi – io, visto in un volto
Nell’estasi della preda – nel corpo
Per unirmi al vostro cerchio – nel mondo

Beato chi può addormentarsi
nel sorriso della gente: io
sono un sentiero disperato, cerco un volto
spellandomi tra i rovi

CORO FANTASMI TEBANI
Pazzia del dolore, dramma
– cuore che ti divori
nella vergogna. Ancora piangi al buio
la tua impotenza? Ancora canti al nulla
del passato, il passato che t’opprime?
Ancora non capisci, Edipo – fuggi
nella parola? Esiliato da te stesso, ancora?
Rassegnati Edipo: è vero, è successo
è così – credi ai tuoi fantasmi! Tu sei
l’ombra, Edipo – l’orrore

EDIPO
Volgete altrove, amici, il vostro orrore
– non camminatemi la pelle di ombre,
guardatevi le mani: toccaste mai
l’enigma della vita? […] ∞

E così via, all’infinito. È questa la canzoncina che Edipo bisbigliava in quel di Colono poco prima di darsi alla morte, cieco di follia. E il sospetto è che il saggio e sfortunato re dei tebani abbia rimuginato questa stessa identica canzone per tutto il tempo passato in esilio. Perché negli anni trascorsi tra i ben noti fattacci di Tebe e il giorno della sua morte (dunque per gran parte della sua esistenza), Edipo non è stato che questo: un malato di nervi.

Conclusione

Insomma, quella notte all’agriturismo del Fiesoli mi ero preso proprio una bella ciucca: non credo ci sia altro da aggiungere. Che poi la mia storia possa essere tutto fuorché il racconto di un’ubriacatura da vino, a me pare ovvio. Di certe faccende è doveroso parlarne, ma è buona regola farlo fingendo d’occuparsi d’altro.