I.

Un tempo anch’io sono stato imperatore dell’universo. Estatico e selvaggio, me ne andavo a galoppo in sella al mio ronzino per gli altipiani tra il Tibet e la Mongolia, a caccia di lepri, finché un bel giorno non ebbi la sventurata idea di fare qualche scorribanda sulle coste del Mediterraneo. Che poi era giusto per vedere l’aria che tirava a occidente, un modo come un altro per sfangare la noia che mi veniva dall’essere simile agli immortali. Giunto a Smirne, m’imbarcai per pochi spiccioli alla volta dell’isola di Samotracia, ché me ne avevano parlato un gran bene. Era d’inverno e gli abitanti del luogo stavano festeggiando il carnevale. Nemmeno il tempo di scendere dal traghetto, che mi ritrovai inghiottito dentro a una folla tumultuosa di maschere. Ero stato confuso per uno del posto, nient’altro che un ragazzotto sulla ventina pronto per essere iniziato ai misteri della vita e della morte. Un uomo travestito da coccodrillo mi mise in testa una corona da re e mi bendò gli occhi. Ricordo urla, risa sguaiate, sputi, bastonate, centinaia di mani che mi strappavano i vestiti di dosso, altre che mi strinsero i polsi dietro la schiena con vari giri di corda, poi gli spintoni, grida di comando che non comprendevo, calci, sgambetti, pizzicotti, dunque l’avanzare del silenzio, il chiasso della festa alle mie spalle che si faceva eco e brusio, la fatica di una lunga e ignota camminata, il fiatone e i colpi di tosse di chi come me si stava inconsapevolmente preparando all’incontro forzoso col sacro, infine una donna sui centocinquanta chili col viso impiastricciato d’ocra che mi liberò gli occhi e le mani. Si trattava di una sacerdotessa. Vestiva alla maniera antica, strati su strati di pelli di capretto le coprivano tutto il corpo. Portava dei bracciali di conchiglie e una collana fatta con zanne e artigli di chissà quali e quante bestie, sul capo uno strano berretto in lana grezza sormontato da una civetta imbalsamata, ai piedi scarpe in vacchetta con le punte che piegavano in su. Dal collo e dalle mani, s’intuiva un carnato sull’olivastro. I capelli, d’un nero esatto, li teneva raccolti in una coda che le arrivava fino alle natiche.
Cosa mi stava succedendo? Il corpo mi ribolliva di dolore. Annichilito e confuso, dopo essere stato inghiottito masticato e sputato via da una folla festante, adesso mi scoprivo non più imperatore dell’universo, bensì straniero, sconosciuto, intrappolato in una grotta.
Poche fiaccole sfarfallavano una luce giallastra sulla superficie viscida di pareti e stalattiti, proiettando ombre deformate. Insieme a me c’erano altri undici ragazzi, anche loro seduti all’indiana, incoronati, nudi, inzaccherati, la pelle tramata da dedali di ferite – volti senza un nome. Eravamo disposti in un cerchio raccolto attorno a un trono sgrossato nella pietra su cui giganteggiava, superba, la sacerdotessa. Ai suoi piedi il groviglio di tutte le bende e le corde con cui io e gli altri eravamo stati catturati dalla folla del carnevale. Sopra al groviglio, una cesta in vimini coperta da un velo rosso. Io sedevo alla sinistra della sacerdotessa. Dopo essersi aggiustata il berretto, questa fece un cenno al ragazzo alla sua destra e pronunciò qualche parola nell’idioma locale, che ovviamente non potei comprendere. Il ragazzo, continuando a starsene seduto sulle gambe incrociate, si allungò appena, afferrò la cesta di vimini, la portò a sé, tolse il velo, quindi restò per qualche minuto a contemplare il contenuto della cesta, attonito. Tutt’intorno un silenzio come d’attesa che pareva accorparsi addosso ai suoi occhi sempre più increduli. Infine il ragazzo rimise il velo sulla cesta e la passò, il silenzio si concentrò sulla faccia sgomenta di quello accanto e così via, uno alla volta, a chiudere il giro. Io fui l’ultimo a contemplare il mistero. Purtroppo, non avendo compreso le parole con cui la sacerdotessa aveva dato l’avvio al rito, non potei apprezzare appieno l’immagine che mi si sarebbe rivelata.
Scostato il velo dalla cesta, m’apparve una statuetta lavorata nel legno raffigurante una civetta. Gli occhi della civetta erano specchi. Sugli specchi vidi la mia faccia stravolta, piena di graffi, lividi, bernoccoli. Poi i tratti del mio volto cominciarono a vorticare e a mischiarsi finché non si appiattirono in un rosso-vermiglio. Pochi istanti dopo, da quel rosso lucente si stagliò tutto uno strano mondo in cui si svolgeva una sorta di fiaba spietata, se così si può dire: sangue, inondazioni, cibi spappolati dalla muffa, uomini che venivano smembrati da donne infuriate, schiavi, ubriaconi, impiccati. Di quando in quando, poi, avevo addirittura l’impressione di scorgere me stesso, là, in mezzo a quel macabro teatro, ma più vecchio di una decina d’anni, lievemente incurvato, stretto nelle spalle, la pelle giallognola, la faccia contratta in un sorriso sganasciato. Stavo spillando birre dietro al bancone di un localaccio di provincia. Una manciata di minuti e anche quella visione si riassorbì in un rosso-vermiglio, poi ancora nel mio volto presente e provato – gli occhi imparziali della civetta. A quel punto rimisi il velo sulla cesta, la sacerdotessa ammiccò di adagiarla sul groviglio di bende e corde, e così feci.
Chissà se io e i miei compagni avevamo visto le stesse cose negli occhi della civetta? Adesso le nostre facce stranite erano tutte rivolte verso il trono. L’atmosfera pareva in bilico, sul punto di precipitare in qualcos’altro. Serpeggiava un silenzio che metteva soggezione. Gli accenti della combustione delle fiaccole si ficcavano nei timpani come chiodi. Le corone sulle nostre teste mandavano una luce tanto opaca da farle sembrare di carta. C’era chi piangeva, anche, ma trattenendo i singhiozzi in fondo alla gola. La sacerdotessa passò in rassegna lo sguardo di ognuno di noi. I suoi occhi bovini spiccavano vividi e grossi dal contrasto con l’ocra che le ispessiva la faccia. Io mi sforzavo il più possibile di imitare lo stupore dei miei compagni, di confondermi col branco. La verità è che continuavo a non capire un bel niente di tutta questa faccenda. Dopo averci frugato nell’anima, la donna cominciò a cantilenare forse un inno agli dei, forse un lamento, poi si chetò e subito il ragazzo alla sua destra si alzò in piedi e poggiò la sua corona in prossimità della cesta, e così a turno lo seguirono tutti gli altri, me compreso.
Mi sentivo totalmente fuori luogo, goffo. Me ne stavo lì a scimmiottare quello che facevano gli altri come fossi un burattino, gesti svuotati a cui non corrispondeva alcun tipo di esperienza interiore o significato di sorta. L’unico pensiero che mi frullava da che aveva avuto inizio il rito era di spicciarmi al più presto da quell’assurda situazione in cui ero carambolato. Temevo che gli altri si accorgessero del fatto che fossi uno straniero. Nel frattempo era tornato a imporsi un silenzio che teneva sulle spine. Poi la sacerdotessa parlò ancora, al solito uno strano intreccio d’accenti aspri e suoni gutturali. Un greco arcaico, suppongo. Quindi si sfilò le scarpe, scese dal trono e andò a sdraiarsi in mezzo al cerchio, divaricò le gambe giganti, scostò i lembi della veste fin sopra le ginocchia. Facemmo l’amore con lei uno alla volta, ripetendo lo stesso ordine rituale della cesta e delle corone. Subito dopo il coito, l’amante doveva togliere uno dei veli di capretto dall’abito della sacerdotessa e vestirsene.
Era dal momento in cui quella donna mi aveva sciolto la benda dagli occhi che la desideravo, sebbene quel desiderio fosse rimasto come schiacciato dal senso d’impaccio e soggezione che mi aveva tormentato fino a lì. Nel mentre le toglievo di dosso l’ultimo velo, pensai che forse anche gli altri avevano provato i miei stessi sentimenti d’impaccio ed estraneità lungo tutto il corso del cerimoniale, che ognuno di loro avesse patito contemporaneamente il desiderio e la paura di godere di quel corpo assoluto di donna. Adesso l’atmosfera si era fatta più distesa. Si respirava, finalmente. Il nostro cerchio si era come rigenerato. Ognuno di noi faceva bella mostra delle proprie ferite. La sacerdotessa sedeva di nuovo sul suo trono di pietra, totalmente nuda, fatta eccezione per i bracciali di conchiglie, la collana di zanne e il suo strano berretto di lana da cui spiccava la civetta imbalsamata. Era grassa, immensa, onnipotente. Trionfava. Ormai il rito era compiuto. La donna batté le mani, centinaia di conchiglie tintinnarono, il cerchio si sciolse, i ragazzi s’incamminarono verso l’uscita della grotta. Ammiccavano fitto tra di loro, ridacchiavano fra i denti. Di lì a poco avrebbero rivisto il cielo, sarebbero rinati tutti insieme in una gioia comune – la gioia dei vincitori, di un branco di lupi che banchetta sulla preda appena strangolata.
Purtroppo per me ci sarebbe stato dell’altro. Come feci per unirmi ai miei compagni, la sacerdotessa mi afferrò per un braccio. Mi voltai di scatto, impaurito: “Aspetta un attimo,” mi disse; parlava un italiano impeccabile. “Tu sai che giorno è oggi?” Puntai dritto nei suoi occhi, subito dopo fuggii poco sopra in quelli della civetta imbalsamata, due bottoni d’opale. Non risposi. Non ce n’era bisogno. In fondo non era che lo stesso identico giorno in cui vivevo da più di dieci anni. Ero seduto a un tavolinetto in alluminio, sotto al naso una tazzina svuotata e un piccolo piatto, qualche briciola di sfoglia, un tovagliolo accartocciato. Mi alzai frettoloso e andai alla cassa a pagare il conto, due euro fra cornetto alla marmellata d’albicocche e caffè. Uscii dalla pasticceria sperando con tutto me stesso di non aver straparlato da solo e ad alta voce, esibito chissà quali smorfie stralunate davanti al resto della clientela, la paura di aver fatto la solita figura del fesso.

II.

Che poi tutto ebbe inizio per caso. A diciassette anni può capitare qualsiasi cosa, e a me toccò d’incappare nel frammento di un anonimo ed esaltato scoliasta di Erodoto che trattava dei misteri di Samotracia. Un testo che, preso in se stesso, mutilo com’è del principio e della fine, racconta poco o nulla, ma che proprio per questo motivo esercitò su di me un fascino così grande che mi si conficcò nei giri del cervello, divenendo di fatto l’ossessione dei miei vent’anni. Ci ricamavo sopra a casa, al bar, in birreria, sul treno, ovunque. Proprio così. Non passava ora della giornata che non ci rimuginassi su. Ogni volta fantasticavo la mia liberazione. Ogni volta una storia diversa. Ogni volta un conto da pagare.
Il frammento consiste in una novella breve e strampalata dal titolo La visione della civetta ovvero dei misteri di Samotracia, composta in dialetto dorico da un nostro erudito quanto superbo contemporaneo, e che scovai appunto all’interno di un Erodoto che avevo preso in prestito dalla biblioteca di Prato-nord. Sembrava niente di che, lì per lì, sei fogli battuti a macchina spillati insieme e piegati due volte. Mi sbagliavo. In realtà, la traduzione di quel frammento mi sarebbe costata svariati crolli nervosi. Ma questa è un altra storia, non ne parlerò.

LA VISIONE DELLA CIVETTA
ovvero dei misteri di Samotracia

a. Il Paradiso e la catastrofe

[…] perché il mondo già esisteva. Io, civetta, ero l’occhio che lo contemplava. E il mondo era cosa buona.
Oh, se era bello il mondo al principio! Un paradiso da leccarsi i baffi! La terra consisteva in una sconfinata distesa di marzapane, dalle cui zolle sbocciavano – come tanti fiorellini blu di lenticchia – tavole imbandite coi cibi più saporiti che si possano immaginare, fontane zampillanti vin rosso e frigoriferi zeppi di roba. Poi ricordo boschetti rigogliosi di pasticcini alla crema, cespugli di leccalecca, siepi di glassa (alcune azzurre, altre lillà), coni gelato grandi come sequoie, per non parlare, poi, delle colline di tiramisù che vezzeggiavano la vastità degli orizzonti, uno spettacolo che toccava il cuore. Ma soprattutto, a coronare quella visione tanto maestosa, vi erano ventiquattro fanciulle che giocavano a palla e a rincorrersi per ogni dove, nude e spensierate, l’una più bella dell’altra, tanto frivole e aggraziate che ispiravano a un tempo leggerezza e virtù.
Tutto a un tratto, però, accadde un fatto da non crederci. Un albero di fico alto quanto un palazzo si mise a produrre una sostanza che aveva del satanico. Dai suoi frutti (e l’albero ne era stracarico) iniziarono a fuoriuscire fiotti, un po’ liquidi e un po’ moccicosi, di una melmaglia che dava sul rosso-vermiglio, da cui gonfiavano dei nuvoloni di gas sodi e mefitici che, in men che non si dica, presero a ingarbugliare la bella armonia del Paradiso. I cespugli di zucchero filato si sciolsero, i confetti e gli arrosti si velarono di sfumature che davano sul grigio, le fontane di vin rosso e il ronzio dei frigoriferi, tacquero. Ma quel che è peggio, è che le donne – nauseate dall’acre di quel tanfo – smisero di ridere e di giocare. Quella melmaglia era mestruo.
Che ribrezzo! Che schifo! L’albero di fico non la smetteva più di produrre quella sostanza infernale. Centinaia di fiotti confluirono in rigagnoli, i rigagnoli in torrenti, i torrenti in fiumi, e i fiumi infine ingrossarono in un’alluvione portentosa che, con un impeto di onde pestilenziali, finì con l’inghiottire un grazioso boschetto di cornetti alla marmellata d’albicocche, trasformando così quel fazzoletto di Paradiso in un lago putrido e melmoso. A quel punto l’albero smise di sanguinare. Il fatto strano della faccenda è che nessuna delle ventiquattro fanciulle dava a vedere segni di turbamento. Al contrario, queste sulle prime si comportarono come nulla fosse successo, affettavano modi disinvolti, nonostante i loro occhi tradissero un vago senso di colpevolezza, una rassegnata malinconia, quasi una smorfia di sofferenza, come se in qualche modo si sentissero loro stesse la causa di quella catastrofe naturale che aveva appena stravolto la geografia del Paradiso, colpevoli della nascita di quel lago rosso e maleodorante che stava lì accanto a loro e che mormorava nello sciabordio delle sue onde corpose ed estenuanti. Dopo un po’ di recita dell’indifferenza, le ventiquattro fanciulle si limitarono a pulirsi dalle macchie appiccicose della melmaglia, avvolsero i corpi in sensuali e sottilissimi veli di zucchero e, in fila indiana e a testa bassa, andarono a scomparire dentro a un boschetto di alberi di liquirizia.
Passarono giusto cinque minuti, e le fanciulle uscirono dal boschetto di liquirizia trascinandosi dietro decine e decine di pali, per poi tornare sulle rive del lago. Parevano un groviglio di formiche operose. In un batter d’occhi costruirono una flotta di quattro zattere legando insieme i pali di liquirizia che si erano portate appresso con delle gomme da masticare trasformate per l’occasione in resistenti cordini. Quindi spinsero le zattere nel mestruo e salparono, dirette alla riva opposta del lago. Certo, non che se ne stessero andando chissà dove le donne, alla scoperta di nuove terre, per l’alto mare aperto. Tutto sommato si trattava di un lago piuttosto piccolo. Putrido e maleodorante, è vero, ma di soli venti metri di diametro. E anche il Paradiso – o mondo, se vi pare –, a pensarci bene, non era poi così grande come mi era sembrato sulle prime (anche a noi civette capita di averci le traveggole). Ma non è questo il punto. Osservavo le donne battere coi remi le onde corpose del lago, tese alla loro oscura e indecifrabile missione: in fondo al cuore, già me lo sentivo che niente sarebbe stato più come prima. Intanto la misteriosa essenza di quei gas putridi che venivano su dal lago seguitava a gravare sul Paradiso, a divorare. Ogni zolla o confetto, morso di pane o salsiccia, leccalecca o spicchio d’arancia – tutto, insomma – era in preda a un’inarrestabile processo di marcescenza. Un velo sottile di muffe tra il bianco e il grigiastro si stendeva per l’intera superficie del Paradiso, come la brina nelle mattine acquose e pungenti dell’inverno. Inesorabile, la muffa stava trasformando lo zucchero in veleno.

b. Il Re-artista 

Che disastro! L’apocalisse, vi dico – l’apocalisse! Oh, se avrei voluto rimettere le cose apposto! Purtroppo non potevo far altro che starmene lì a osservare e tormentarmi. Dopotutto è questa la natura di noi civette: abbiamo occhi per vedere ovunque, ali per svolazzare dove ci pare e piace, un becco per fischiettare quando e come ci va, zampette per passeggiare, ma un paio di mani per riaggiustare le cose che si guastano, quelle no, ci mancano. Ero così sconvolta che a tratti mi sembrava quasi di veder balenare teschi, cadaveri, fantasmi. Nel frattempo le donne avevano raggiunto l’altra riva del lago e, abbandonate le zattere, si erano accomodate in un cerchio. Avevano già acceso il primo fuoco. Riposavano sedute, distrutte dalla fatica della navigazione e non solo, stravaccate a terra, i corpi gettati in una emme sciancata, a gambe larghe, le mani inchiodate al suolo. Sul fuoco, poi, avevano messo a bollire un’enorme pentola in ghisa. Dalla pentola (pareva un vulcano), attraverso una densa colonna di vapore che saliva a perdersi nel cielo, si intravedeva un qualcosa che ci gorgogliava dentro – una specie di zuppa, una brodaglia – sbuffando bolle rosse che implodevano come passi nel fango.
Insisteva una puzza da svenire, come di carne che si putrefà. Anche quella zuppa doveva essere mestruo o qualcosa di simile. Nonostante ciò le donne, quasi si fossero abituate al tanfo, si misero in coro a cantare una specie di nenia. Il canto era indirizzato alla pentola che avevano messo a borbottare sul fuoco. Stavano invocando la venuta di un Re; provavano a rimettere apposto le cose e a riconciliarsi col mondo così, a suon di desideri e canzoncine:

Il Re-artista

Lingua di rospo e ali di pipistrello –
Vogliamo un Re che canti come un ruscello!

Lingua di rospo e ali di pipistrello –
Vogliamo un Re che sia artista e un po’ monello!

Lingua di rospo e ali di pipistrello –
Vogliamo un Re che sia ebbro, libero e bello!

La terra si mise a tremare, un boato profondo colmò il cielo. Sembrava che il mondo fosse sul punto di crollare su se stesso. La pentola sussultava, palpitava, gorgheggiava. Le donne seguitavano a cantare la loro nenia, stravaccate a terra, senza mai fermarsi. Di quando in quando accennavano grida, strilli. Poi improvvisamente smisero di cantare, e, appena un istante dopo, vi fu un’esplosione violenta seguita da uno sbuffo di vapore che dilagò in una nebbia cupa che dava sul rosso-mattone. Fu come lo scendere della notte al culmine di un’eclissi di sole. Per un po’ (sembrarono secoli) vidi soltanto lo sfarfallio incerto del focolare che svaporava tra i lembi acquosi dell’esplosione, nell’udito il tetro ribollire della pentola. Quindi, a poco a poco, le nebbie diradarono, il cielo rischiarò. E apparve il Re.  Alto, la schiena dritta e un destino negli occhi, una chioma di capelli castano-scuro che gli si adagiava sulle spalle in un languido drappeggio – come un panno di seta, una carezza –, per poi scendere con dolcezza fin quasi a metà schiena. In seguito all’esplosione, da quel misterioso intruglio rossastro che ribolliva nella pentola era appena sbocciato un ragazzo dai lineamenti eleganti, snello e slanciato. Era evidente: le ventiquattro fanciulle, in realtà erano streghe. Con la loro formula magica avevano appena generato un Re. Il Re dei loro sogni, verrebbe da dire, un artista. Anche se, a essere sinceri, non faceva proprio una gran figura quello lì. Tanto chiasso e tanto fracasso per poi tirar fuori dal cilindro un ragazzetto imberbe e dalla corporatura piuttosto modesta, per non dire scarsa, per giunta col carnato tra il pallido e il traslucido. Inoltre nel giro di poco si sarebbe rivelato essere niente di che nemmeno come artista. Insomma, per farla breve, la trovata del Re-artista fu un fiasco totale. Andò così.
Recuperate le forze dalla fatica di quel parto tanto anomalo, le ventiquattro streghe ripresero da capo a cantare la loro formula magica. Quindi il Re-artista scese dal bordo della pentola e, simile a una marionetta (nei fatti era mosso dai desideri delle donne), iniziò a esibirsi in uno spettacolo che aveva a dir poco del ridicolo. Mimo, giocoleria, capriole, linguacce, canzonette, acrobazie, danze e mille altre arti che inventava lì sul momento: ne combinava davvero di tutti i colori. Eppure, per quanto il ragazzetto s’impegnasse sudasse e fingesse di divertirsi, le donne continuavano a intonare e a lamentare il loro incantesimo, volevano di più. Le rime della formula magica ricorrevano sempre più incalzanti, ossessive, come una pioggia di frecce, al punto che l’artista si trovava continuamente costretto a esasperare la patetica architettura della sua esibizione. Era una scena raccapricciante. Rideva in maniera sguaiata, cantava, stonava, arrischiava piroette da rompersi l’osso del collo e poi giù capriole da buffone. Arrivò addirittura a ferirsi, il poveretto, a picchiarsi, e nel mentre piangeva, gridava, disperava, e tutto soltanto per alimentare il fuoco del macabro desiderio delle ventiquattro streghe, quel loro appetito insaziabile di spettacoli e di finzioni.
Stremato, a un certo punto il Re-artista crollò a terra – i pugni che stringevano la polvere, il volto in una maschera di sangue. “Aiuto! Aiuto!” frignava a più non posso. Ma niente, le donne insistevano a cantare la loro formula magica, senza pietà. Quindi il ragazzetto decise di tentare il tutto per tutto per tenere in piedi il suo spettacolo (la sua pelle) e, da bravo artista scadente qual era, giocò quello che credeva essere il suo asso nella manica, ovvero una poesia in versi liberi sulle pene d’amore; e fu così che perse per sempre la sua dignità:

Epitaffio dell’eroe sconfitto

Il drago che mi ha ucciso ha uno specchio
e un astuccio pieno di trucchi
nella borsa, le labbra
accese di rossetto. Non sputa
fiumi di zolfo, non ha zanne
d’acciaio ma incanta: sorride e la spada
passa te da parte a parte, s’infilza
nel cuore. Ah, l’amore! L’eroe non è
che una mela caramellata, lo spiedino
gli schiamazzi dei monelli al lunapark.

La pentola continuava a gorgogliare sopra al fuoco, la colonna di vapore conficcata nel cielo. L’artista sputò a terra un impiastro di sangue. Era allo stremo delle forze, respirava a fatica. Nonostante ciò le donne continuavano a incalzarlo con la loro formula magica, ancora e ancora, ma inutilmente: quello lì ormai era più di là che di qua. E la verità è che per le streghe era proprio questo l’acme dello spettacolo, il sapersi artefici della sofferenza di quel ragazzetto un po’ artista e un po’ tonto. Erano così eccitate e soddisfatte che le loro facce splendevano come il sole a mezzogiorno. Poi però, a furia di formule magiche e segrete perversioni, finì che le donne uscirono fuori di cervello.
Proprio così. Non so che uggiolo gli fosse preso a quelle matte. Io so soltanto che da un momento all’altro si lanciarono addosso al reuccio dei loro sogni che parevano un branco di lupi affamati e, in una bolgia di graffi strappi e pugni, se lo smembrarono in mille pezzi. Lo ricordo come fosse ieri. Uno spettacolo da rabbrividire. Centinaia di unghie che si conficcano nella pelle, le dita che strappano muscoli a brani, le viscere in manciate acquose e spietate, i nervi sfilacciati dai connettivi a grovigli, le ossa sganasciate, infine la testa del Re-artista che balzella come una palla da basket sulla pianura di marzapane del Paradiso (ormai ridotta a un tappeto di muffe), per poi scomparire dentro al lago di mestruo in un plof, sordo e un po’ gommoso. Nel mentre rotolava, la testa non faceva che gridare: “Meglio sarebbe non esser mai nati!”

c. Il Re-di-pietra

Quel che accadde in seguito allo smembramento del Re-artista ha decisamente dell’incredibile. Sporche di sangue, gli occhi affilati di chi architetta vendette indicibili – le ventiquattro streghe si misero a raccogliere i pochi brandelli che restavano del corpo del ragazzetto, uno per uno, e li buttarono a cuocere in pentola. Quindi, mescolato ben bene l’intruglio, si ridisposero in cerchio attorno al fuoco e si misero a intonare un nuovo incantesimo; volevano un altro re:

Il Re di pietra

Il Re è morto! Chi è stato? Chi l’ha ucciso?
Sembra un capretto sbranato dai cani.

Il Re è morto! Chi è stato? Chi l’ha ucciso?
Fragile ed ebbro non ebbe un domani.

Il Re è morto! Chi è stato? Chi l’ha ucciso?
Risorgerà più forte dei titani.

Il Re è morto! Chi è stato? Chi l’ha ucciso?
Di pietra avrà il corpo, e avrà mille mani.

Perché le donne, a dar retta alle loro parole, davano a intendere d’essersi totalmente scordate di quanto era appena accaduto. Si comportavano come se non fossero state loro stesse, giusto qualche minuto prima, a ridurre il Re-artista in un pasticcio di frattaglie. Oh, c’era di che aver paura con quelle là!
Dopo qualche giro della nuova canzone (una canzone che le streghe non avrebbero smesso mai più di cantare), dai gorgoglii della zuppa cominciarono a venir fuori migliaia e migliaia di omuncoli alti appena qualche centimetro. Le loro teste sbocciavano come tanti chicchi di melagrana. Uomini e donne, servi e padroni, preti e saltimbanchi, impiegati e perdigiorno, operai e buoni-a-nulla – non appena toccavano terra, gli omuncoli si mettevano subito a lavorare sodo di braccia e di pensieri, senza darsi un attimo di riposo, in obbedienza al decreto della formula magica. Lavoravano alla realizzazione del Re di pietra – ne facevano parte –, sebbene non se ne rendessero nemmeno conto. E quanto trafficavano! Per prima cosa costruirono una cattedrale attorno alle donne e alla pentola, in modo da proteggere il mistero della loro origine. Poi tutt’attorno misero su casupole e palazzi, fabbriche e teatri, torri e fari, birrerie e supermercati, in un arroccarsi di macigni ben levigati, accatastati gli uni accanto agli altri, il tutto tramato da dedali di strade, stanzette, cunicoli e scatolette.
Nel giro di pochi minuti, al di là del lago, era appena sorta una città, per giunta di dimensioni piuttosto discrete, tanto complessa e fitta di strutture che, a conclusione dei lavori, non si riusciva più a scorgere la cattedrale in cui erano state rinchiuse le ventiquattro streghe insieme al loro pentolone gorgogliante. L’avreste addirittura detta scomparsa la cattedrale (il cuore dell’opera), se non fosse stato per l’enorme colonna di vapore che dal centro della città continuava a incombere sugli orizzonti di quello strampalato Paradiso in degrado; ma soprattutto, se non fosse stato per i lamenti delle donne, per quella loro canzone disperata sul Re-morto-e-resuscitato che seguitava a giganteggiare per ogni dove, intrappolando la città dentro a un’enorme e invalicabile bolla d’incanto.
Una pietra – ben lavorata, d’una complessità imponderabile, ma pur sempre e soltanto una pietra – la città, circondata da gomitoli e gomitoli di filo-spinato, piena zeppa di omuncoli tanto laboriosi e citrulli che parevano burattini o giù di lì. Insomma, anche questo progetto stregonesco del Re di pietra finì col rivelarsi un fallimento completo. Certo, rispetto al tentativo col Re-artista, non si può dire che non fossero stati fatti dei passi in avanti. Di omuncoli smembrati, non ricordo di averne visti. Per il resto, però, la città era davvero di una noia insopportabile, roba da rincretinire, in fondo nient’altro che un ammasso di aggeggi e poco altro da cui si alzava un fitto incomprensibile brusio di chiacchiere, canzoncine e favolette mescolate a un rumoraccio insistente di ingranaggi, chiavistelli e oggetti che si rompono. Ormai sembravano trascorsi secoli da che il mondo era cosa buona.

d. Il Re del mondo eccetera

Poi d’un tratto accadde un fatto assai strano. A suon di colpi di forbice – zac zac zac –, uno degli omuncoli praticò un foro nella matassa di filo spinato che accerchiava la città, e andò a sedersi in riva al lago. A occhio e croce doveva avere una trentina d’anni, ed era particolarmente brutto. Dieci centimetri d’altezza, la pelle tra il grigio e il verde, smunto, esile come un filo d’erba, le spalle strette e ossute, vestito di robaccia. La sua fibra era così fragile che soltanto a sfiorarlo lo si sarebbe visto scomparire in un mucchietto di polvere, in un fiacco e insignificante puf! ne sono convinta. Inoltre era mezzo matto. Non appena ebbe finito di leccarsi le ferite provocate dai denti del filo spinato, l’omuncolo si alzò in piedi e cominciò a vociare e a gesticolare come se stesse parlando davanti a una gran folla, benché intorno a lui non ci fossero che cibi spappolati dalla muffa e frigoriferi fuori funzione. La cosa buffa, poi, è che si era messo a declamare una poesia per celebrare il fatto d’essere riuscito a fuggire dalla bolla d’incanto della città, o almeno così mi parve di capire:

La serpe

Lascia la pelle la serpe
accartocciata tra i sassi, la muta
tra ciocchi e mattonelle – si sveste. Ovunque
sanno immaginare la sua perfidia
i preti e le sibille: ma lei sfugge (un fruscio,
poi i rovi), sguscia dal vischio
delle vuote pupille; sibila e va
tra i passi e le voci, i sassi e le croci.
Striscia gli angoli noncurante, i muri
dei campisanti e delle case
– l’infinita spirale, le remote
città, il ciglio franoso della strada
scherzando i nomi che la vorrebbero
sottovetro, in un bagno di spirito.

Quant’era ridicolo! Dico, tutta quella messa in scena di poesia e filosofia per celebrare pochi colpetti di forbice e una misera boccata d’aria. Sarà stato carattere, come si suol dire: io, povera civetta, che ne so? Quel che è certo è che nonostante reggesse l’anima coi denti, l’omuncolo non faceva che darsi un sacco di arie. Avreste dovuto vederlo. Se ne stava impettito che nemmeno un galletto ruspante, tutto orgoglioso e innamorato dei suoi chicchirichì: la sua poesia doveva essergli sembrata nientemeno che un capolavoro. Era così entusiasta di se stesso, che a un certo punto si mise addirittura a gridare corbellerie di questo tipo: “Io sono il Re del mondo eccetera! Sì, avete capito bene! Io sono il Redentore, Colui che voi tutti stavate aspettando eccetera! Gioite, teste piccole! Tra non molto riporterò indietro le lancette del tempo, all’età dell’oro eccetera, quando il cibo non andava a male e le ventiquattro streghe erano ancora delle dolci e spensierate fanciulle eccetera!”
Sembrerà strano, eppure – vuoi perché presa alla sprovvista, vuoi per la noia che mi torturava l’anima – andò a finire che mi lasciai sedurre dalle chiacchiere dell’omuncolo, per quanto certe questioni non mi quadrassero granché. Come facesse quello lì a conoscere le origini del mondo, ad esempio, proprio non lo so. Forse le ventiquattro streghe avevano provveduto a far circolare qualche informazione a proposito (intendo laggiù, in città), oppure (il che però è assai improbabile) quell’ometto era stato in grado di stringere una sorta di legame telepatico coi miei occhi di civetta. Per quel che mi riguarda, ripeto, sono propensa per la prima delle due ipotesi. Insomma, se uno smargiasso a quel modo mi entrasse nella testa, me ne accorgerei senz’altro. Ma in fondo, lì per lì, non m’importava sapere certe cose. Dico, dopo tanta noia, finalmente un colpo di scena!
Chi era costui? Il redentore? Un profeta? Un semi-dio? L’imperatore dell’universo? Uno stratega militare? Macché. Le sue belle promesse durarono giusto il tempo del proclama. Subito dopo aver annunciato la propria regalità, l’omuncolo tornò a sedersi in riva al lago. Adesso i suoi modi avevano un che d’impacciato, da persona smarrita. Non faceva che guardarsi attorno e sbuffare. Forse attendeva un qualche segno del destino per dare l’avvio ai suoi strampalati progetti di redenzione, oppure che da quel buchetto che aveva aperto nella matassa di filo spinato venisse fuori qualcheduno a dargli manforte. Ovviamente non successe niente di tutto ciò. Perché in realtà quell’omuncolo era soltanto un poeta ubriacone, non il Re del mondo eccetera. Nel mentre era lì che aspettava, infatti, a un certo punto tirò fuori una fiaschetta di vino da non so dove e si mise a tracannare e a recitare altre poesie ancora, a raffica, e sugli argomenti più disparati; confuso com’era, s’intendeva di dire la sua un po’ su tutto:

Citazione a casaccio da Hafez

La nostra esistenza è un enigma, o poeta:
a risolverlo vale soltanto un incanto, o una fiaba.

Frammento apocrifo di Eraclito di Efeso

[Αίών:] come quando un fanciullo in riva al fiume (e
la sua bottiglia nera di girini)
con un coltellino senza filo
spella tra le dita, sbuccia
un ramoscello verde in una punta,
in un cerchio disperso di trucioli.

Citazione a casaccio dall’inno a Ermes

È meglio passare la vita in compagnia degli dèi,
ricco e ben fornito di campi, che rimanere qui,
in questa grotta fumosa.

Il biglietto d’addio

Dunque era soltanto le foglie il vuoto
ripetersi dei giorni, i trenta acuti
tictac dei minuti per le tasche,
il traffico tra le dita. Soltanto

La notte, i passi disuguali e il vento
stretti in un cappotto, i dadi lanciati
giù dai rami di una fiaba perpetua,
i cerchi tracciati in punta di piedi
– appesi.

Citazione a casaccio da Po Chu’i

Triste – l’uomo che vide in sogno le fate!
Con un unico sogno sciupò l’intera sua vita.

Il sedicente Re del mondo non faceva che cantare e dare sorsi belli generosi al vinello. Ormai era ubriaco fradicio. Mai visto niente del genere. Oh, se era bizzarro! Rideva, ringhiava, sbraitava, rantolava, si masturbava a più non posso. Tirava dei peti, poi, che non vi dico: praticamente delle bombe atomiche di puzzo. Bevi e bevi, a un certo punto gli frullò addirittura d’impiccarsi. Era risoluto, o almeno così dava a vedere. In quattro e quattr’otto staccò del fil di ferro dalla matassa che circondava la città e ne fece un cappio che andò a fissare proprio a uno dei rami di quell’albero di fico che, circa un’ora prima, aveva stravolto l’armonia del Paradiso. Pressappoco andò così.
Infilata la testa nel cappio, l’omuncolo prese a penzolare, a dimenarsi e a pisciarsi addosso, le dita aggrappate tra il fil di ferro e il collo, gli occhi spalancati dal terrore. E fin qui, come da copione. Poi però, niente, anche quello spettacolo si risolse in un fiasco totale. Perché il poeta, in realtà, stava usando un qualche trucco da illusionista o roba del genere. Di fatto, invece di tirare il calzino strangolato o chissà come, quell’ubriacone aveva così tanto fiato nei polmoni che attaccò a far discorsi da teologo, all’incirca a questo modo qua: “Come può questo vino – questa stessa, unica sostanza – possedere virtù tanto opposte, così tragicamente e irrimediabilmente inconciliabili? Sono un fanciullo perso tra i balocchi, che specchia il volto nell’eternità? Oppure un’orgia cannibalica che celebra, tra danze sangue e fiotti di sperma, l’estasi del buio? Oppure questo nulla che interroga, ossessionato, questa strangolante caotica voragine, l’inalienabile assurdità di Questo Tutto, quest’abisso che odia e che ha schifo di sé, del suo essere una volta e per sempre presente alla propria realtà, risvegliato, perfettamente desto alla notte, al suo non poter essere nient’altro che la notte stessa, intrappolato nell’invalicabilità del proprio limite, il sapersi la soglia estrema e allucinata dei respiri, del tempo, dell’ovunque – questa voragine di vita che muore, innominabile, assoluta?
“Perché Questo Tutto? Perché questa notte di deliri? Perché – io? E se questo carcere notturno, questo esplodere di opposti in un uragano, questa disarmonia, questo soffocare, queste meditazioni rabbiose, questo accanimento maniacale nel dissezionare chirurgicamente la mia ombra, questo smembrarmi nell’anatomia della notte – e se tutto questo fosse l’agire necessario e inarrestabile della voragine, del nulla, della paura? E se invece fosse la conseguenza dei miei complessi d’inferiorità mai risolti, mai affrontati, mai colti? Se questa notte non avesse valenze universali, archetipiche, ma fosse, oggettivamente, solo e soltanto la confusione intellettuale, la sofferenza di un nevrotico?
“Ahi vino, vita mia! Dunque è questo il destino? Essere sudditi del sangue, della voluttà, del tempo? Un carnevale della carne – e nient’altro? […]