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NOTA DEL CURATORE

Non molto tempo fa, presso un vecchio rigattiere di Firenze, comperai per pochi spiccioli il manoscritto del presente racconto, Il Grande Elisir, in cui si narra delle misteriose circostanze che portarono un medico oscuro e senza gloria alla formulazione di un farmaco miracoloso: l’elisir d’eterna giovinezza.
L’autore, nonché scopritore della buffa e fantasiosa cura di cui tratta lo scritto, è il Dottor Budino Di Riso, un eccentrico e perfetto sconosciuto del quale sappiamo soltanto che operò la professione di farmacista nella provincia di Prato tra il 1992 e il 2006, anno, quest’ultimo, in cui la cronaca cittadina registra gli unici fatti notevoli della sua vita: l’omicidio della madre, un crollo psicotico, la stesura del racconto e infine il suicidio.
Non esiste al mondo un medico che, negli anni dell’apprendistato, non sia stato carezzato dalla speranza e dalla vanità di poter formulare un medicamento dalle virtù rivoluzionarie: l’andamento della narrazione (decisamente esaltato) lascia pensare che il Dottor Di Riso sia stato tra quelli che sono passati a miglior vita serbando in cuore la patetica e commovente illusione di esservi riusciti.

 Carlo Dell’Aglio

 alchimia-alchimista

 Budino Di Riso

IL GRANDE ELISIR

 

I. Un libro misterioso

Sonetto

In questo libretto sciocco e gentile,
racconto la storia di una scoperta
chimica, formulata e poi sofferta
nel travaglio della mia giovanile,
acerba irrequietezza. Sensibile
alla pietà non meno che all’incerta
Gloria dei secoli (questa coperta
di verbi che vela l’invisibile),
rammento il buio e l’agonia delle ore
spese per trovare un medicamento
che cura, che libera dal dolore;
da quel cappio che strozza nel momento,
tra sogni tedio e visioni d’orrore,
gli orizzonti del mondo e il sentimento.

Ricordo quel giorno come fosse ieri. Era una mattina d’estate, il 29 agosto del 2006 per l’esattezza, e faceva un caldo da bersi il cervello. Stavo passeggiando per le strade del mio quartiere, San Paolo, ed era giusto per sgranchirsi le gambe e fare qualcosa che non fosse il solito starsene annoiati davanti al ventilatore della cucina a ingozzarsi di dolciumi e manicaretti avanzati dalla sera prima. In quel periodo, del resto, d’impegni ne avevo ben pochi. Già da un paio di settimane, infatti, mi era stato accordato un permesso per malattia (all’epoca lavoravo dietro al bancone di una farmacia, nella periferia sud di Prato) – il tempo di svuotare la testa da certi malumori che mi tormentavano ormai da qualche mese e rimettermi in sesto.
Non c’era niente di strano quella mattina, nessun inciampo o segno del destino che accennasse alla mia apoteosi – al fatto che io, l’Esimio Dottor Budino Di Riso, nel giro di appena ventiquattro ore avrei scoperto la regina di tutte le molecole farmaceutiche: l’Elisir d’eterna giovinezza. Il sole incombeva sulle strade come una ghigliottina ben affilata, splendeva d’una luce esatta e minacciosa. Svolta dopo svolta, era sempre lo stesso caldo sciagurato. Così, dopo un paio d’ore di passeggio, esausto, finì che m’intrufolai in un mercatino per la vendita di oggetti usati che avevo incrociato sulla via, nei pressi della stazione di Prato Borgonuovo, in cerca di refrigerio.
Saranno state le undici, forse le undici e mezza. Entrato nel negozio, presi a vagare d’intorno agli scaffali che parevo un’ombra, cauto, i passi lenti e misurati per passare inosservato, fingendo inoltre di buttare l’occhio in qua e là per somigliarmi ai pochi clienti che vi erano, tutti affaccendati tra vetrine zeppe di carabattole e scatoloni che sapevano di formaggio. Lo stanzone che ospitava il negozio, esageratamente alto, risuonava dei ballabili di una vecchia radio gracchiante che stava sul bancone del locale, di fianco alla cassa, e su cui armeggiava annoiato il proprietario – ricordo soltanto i suoi baffi, gialli per via del tabacco e folti da nascondergli la bocca, poi le maniche della camicia arricciate sui gomiti a segno di comando –, il quale dava l’aria (sempre per via dell’afa, credo, e di contro alle mie ansie da ladro) di non badare granché a noialtri, eccetto qualche raro sguardo che allungava da sotto gli occhiali, dato più per abitudine che per altro.
Nel mentre ero là che oziavo tra le cose e mi godevo quel poco di fresco che soffiava dai ventilatori, d’un tratto la costola d’un libro rapì la mia attenzione: “La Verità” recitava il titolo, una scritta in caratteri dorati, sovrimpressi su di una copertina rosso-fuoco logora e mencia; questo era un testo che trattava di arti magiche, scritto da un tale che aveva nome Anthony Beatomé, il cui sottotitolo chiosava, in un bianco un po’ sbiadito: “La via per realizzare i propri sogni d’onnipotenza”.

Non ci volle molto per capire che ero appena incappato in un’opera straordinaria. Lessi la quarta di copertina, avidamente; frugai l’indice alla buona: si accennava di scienze farmaceutiche e oscuri incantesimi, meccanica quantistica e miracoli, genetica e pietre filosofali, robotica e sacrifici animali, informatica e illuminazione spirituale e insomma, per farla breve, quel libro trattava di mille e più favole che almanaccavano sulla possibilità di lasciarsi alle spalle le miserie dell’uomo, la sua grama e tragica quotidianità, una volta e per sempre. Argomenti che, si capisce, trovai assai interessanti, tanto che mi attardai ancora un po’ per sbirciare qualche pizzicotto delle settecento pagine del volume, più e più volte.
“Che capolavoro! Questo Anthony Beatomé è un genio, proprio come me…” rimuginavo tra un boccone e l’altro dell’opera, incantato da ogni singolo paragrafo che mi si parava sotto al naso. Perché l’ormai fu Dottor Beatomé – gran mago e gran santone di origini anglo-nepalesi, in tasca una laurea in fisica delle particelle conseguita presso una grotta dell’Himalaya – il Dottor Beatomé, dicevo, sebbene sconosciuto ai più (e il fatto non deve sorprendere, data la scarsità di fonti biografiche), è stato senza dubbio uno tra i più grandi cervelloni del ventesimo secolo, se non il più grande. Dico, nel suo libro si concentra tanta sapienza che sembra scritto dal Diavolo in persona! Al suo interno non vi è arcano che non venga affrontato sviscerato e risolto in quattro e quattr’otto – incantesimi, stregonerie, prodigi, miracoli –, il tutto non solo dimostrato scientificamente, ma addirittura compendiato dai formulari e dalle procedure per la realizzazione pratica di centinaia e centinaia di cabale.

Che dire? L’occasione era ghiotta. Ricordo ancora lo strappo dello scontrino, un prurito di piacere, La Verità che mi picchiettava sul ginocchio da dentro una busta di plastica mentre correvo verso casa, il sudore che appiccicava la maglietta alla pancia, lo schianto del portone del mio palazzo – Ca-bum! le gambe che mulinavano su per le rampe tre, quattro, cinque scalini alla volta per poi gettarmi a capofitto sulla scrivania, come un uragano.
Mi sentivo d’essere l’uomo più felice di questo mondo. Alle cinque del pomeriggio avevo già finito di leggere il libro. Quel giorno il destino aveva gettato la sua lenza, e io avevo appena abboccato all’esca. Due euro spesi bene, insomma.

II. L’opera chimica

Per non dare il fianco ai miei detrattori, che così si sentirebbero autorizzati a mettere in dubbio la veridicità delle mie reali e autentiche avventure, nonché la validità scientifica della mia scoperta, dirò fin da subito che, per quanto la storia che vi sto raccontando sia di quelle a lieto fine, di lì a poche ore i fatti avrebbero preso una piega tutt’altro che lieta.

Preso da un entusiasmo incontenibile, come ebbi finito di leggere La Verità, volli subito sperimentare sulla mia pelle una magia che aveva nome La Formula del Successo, la quale, stando alle procedure descritte dal Beatomé, oltre a interessarmi vivamente, stimai essere l’unica alla mia portata. Perché era dai tempi dell’università (parlo di ben venti anni prima) che non avevo più usati gli attrezzi del chimico, per cui mi sentivo d’avere della ruggine.
Ancora non erano scoccate le dieci di sera, che la mia cameretta era già stata allestita a mo’ di laboratorio per le preparazioni chimiche. Sulla scrivania – una tavola in noce chiaro messa su due caprette, per anni nient’altro che un suppellettile e un ingombro – adesso sfolgorava tutto l’armamentario necessario ad aprirmi una via che avrebbe menato dritto al successo e alla gloria: barattoli pieni di reagenti e bocce di solventi, imbuti e provette, beute e contagocce, capsule e mortai, spatole e pinze, fornelli a gas e pentolini, una bilancia di precisione e, per finire, l’amato alambicco, tutto scintillante dei suoi vetri e dei suoi metalli che pareva il castello di un re. Quindi, dopo aver preparato qualche appunto in un angolo sgombro della scrivania – il volume del Beatomé sempre a portata sul comodino di fianco al letto –, senza stare a tergiversare indossai camice bianco e pantofole, dètti la scintilla ai fornelli e – recitato un inno per votarmi alla Venere Regina, protettrice di noialtri alchimisti – avviai l’opera:

La filastrocca della Regina 

Sola soletta la bella Regina
cuce con l’ago e col filo una trina.
La corte dei fanti, la corte dei re:
il mondo è la trina e lo cuce per sé.

Trascorsi tutta la sera rinchiuso nel mio laboratorio, circondato dai suoni sgocciolanti e melmosi che ribollivano e borbottavano da dentro le decine di pentolini che affollavano disordinatamente la scrivania, a intrugliare pozioni e a recitare formule magiche, finché non giunse il momento – spenti tutti i fornelli, era mezzanotte in punto! – di prepararmi alla fase finale dell’opera, quella decisiva.
Adoperando tutta la cura e la perizia di cui ero capace, versai le varie soluzioni che avevo preparato in un unico enorme pentolone in ghisa, le mescolai ben bene usando una scopa di saggina a mo’ di mestolo e, per finire (le mani rivolte al cielo), intonai una formula magica, in un do-di-petto:

 Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

A quel punto vi fu un’esplosione violenta che mi scaraventò contro l’armadio come fossi una palla di cannone, seguita da uno sbuffo d’un vapore denso che dava sul giallognolo e che dilagò dappertutto, tanto corposo che non ci si vedeva più da qui a lì. Pochi istanti dopo, poi, le nebbie iniziarono a diradare, sebbene piuttosto lentamente, e, sulla scrivania, pezzo dopo pezzo, davanti ai miei occhi increduli prese a spuntare un bestione ricoperto da una pelliccia ispida e folta, d’un colore tra il grigio chiaro e il marroncino. Apparvero per primi un pancione che pareva un barile e una fila di denti gialli e robusti. Poi appresso un paio di orecchie belle lunghe e due occhi grandi e lucenti che spiccavano su di un musone mogio e gigantesco. Poi ancora quattro zampe ossute con le ginocchia grosse come pompelmi che terminavano in degli zoccoli nero-carbone più duri della pietra. Infine, con lo sfilacciarsi degli ultimi lembi di vapore, s’impose una puzza di stalla da svenire. L’avrete capito. Dalle mie arcane pozioni per l’ottenimento del successo, era appena apparso un asino. Un asino in carne e ossa.
Diamine! Non riuscivo a credere ai miei occhi. Intendiamoci, non che fossi sorpreso della situazione in sé per sé. Nel libro del Beatomé c’era scritto nero su bianco che a questo punto dell’opera avrei fatto l’incontro di un qualche essere straordinario. Il fatto è che mi aspettavo qualcosa di decisamente diverso. Che so? Grifoni, chimere, unicorni, folletti. E invece, eccoti un ciuco!

 III. La profezia del successo

Le cose stavano andando esattamente per come le aveva descritte il Dottor Beatomé nel suo libro. Sapevo che quell’essere magico appena evocato avrebbe dovuto dirmi qualcosa, parole intorno alla Formula del Successo, e, da come gli tremavano le labbra, si capiva che il bestione era a un soffio dall’aprire la sua bocca immensa per dare sfogo al fiato. A quel punto, non stenterete a crederlo, mi prese una gran fifa.
Proprio così. D’un tratto ebbi un brivido che subito si trasformò in un’atroce sensazione di terrore, come se qualcuno mi stesse strangolando. Perché fu soltanto in quel momento che m’accorsi di quel che stavo combinando. All’improvviso ebbi paura di me stesso, di tutto quel circo fatto di magie e oscure dottrine che, da un momento all’altro, mi ero voluto ficcare a forza nel capo. L’asino, intanto, dritto sulle quattro zampe e a capo chino, scodinzolava come per gioco, con lo sguardo fisso nel mio.

Prese a montare un’atmosfera surreale nella mia stanza, da strapparsi la pelle di dosso. Non era soltanto per via di quella puzza estenuante di stalla, no. L’aria, immota, sapeva di disastro. Sentivo il ronzio diffuso della luce elettrica insistermi sulla testa, il giganteggiare del silenzio. La mia cameretta sembrava come ribollire nella sua quiete di oggetti, fremere – quel suo volto fatto di cose, così esatto, così immacolato che a tratti (forse anche per via dell’afa opprimente) dava l’impressione d’essere sul punto di rivoltarsi in chissà cosa. In quegli attimi avrei voluto dire qualcosa – urlare, pregare –, ma dalla bocca non sortì che un fil di fiato. Poi, d’un tratto, l’asino ruppe il silenzio con un raglio, per un attimo: “I-o!” per poi ancora seguitare a puntarmi col suo fare mansueto, acciottolando qualche sbuffo tra i labbroni che pareva masticasse un boccone d’aria; infine parlò: “Dottor Di Riso, non tema. Lei stesso mi ha evocato dal Regno dell’Onnipotenza. E adesso, come vede, sono qua. Mi presento: sono il Demone del Successo, al suo servizio” – lo disse con fare educato, quasi aristocratico, tanto che concluse il discorso con un accenno d’inchino e un raglio sommesso: “I-o!
Era la prima volta in ben quarant’anni di vita che mi capitava di aver a che fare con un animale parlante; per cui, lì per lì, per quanto il mio interlocutore mostrasse dei modi indiscutibilmente gentili, ebbi ancora più paura.

Non ebbi né il tempo né la presenza di spirito di stare a pensare al modo di uscire da quella situazione in cui mi ero infilato e che stimavo senz’altro pericolosa. Perciò, più per istinto che per ragionamento, per la testa mi frullò un’idea impossibile: la fuga. Ma proprio nell’istante in cui ero sul punto di lanciarmi a rotta di collo verso la porta, l’asino, che certo doveva aver indovinato le mie intenzioni, riuscì a farmi tornare sui miei passi: “Avrebbe mica del tabacco da offrirmi, per caso? I-o!” chiese con voce bonaria; sicché, grazie a quella sua richiesta tanto innocua (e per di più assai gradita), andò che mi sentii subito sollevato.
“Certo!” risposi in uno squillo, e, alzatomi in piedi, dopo essermi dato qualche scossone per riaggiustare il camice e le ossa, preparai una presa di tabacco, l’accesi e la portai alle grosse labbra dell’ospite: “Prego,” ammiccai, e di seguito preparai una sigaretta anche per me.
“Le dispiace se mi metto a sedere? I-o!” domandò il demone alla prima boccata, alzandosi in piedi sulle zampe posteriori e buttando fuori due nuvoloni di fumo corposo dalle narici; e io, che certo non volevo dare l’impressione d’essere una persona maleducata, presolo cortesemente sottobraccio, lo sistemai su una vecchia poltrona in pelle verde, l’unico pezzo importante della mia stanza, una roba risalente alla prima metà del secolo scorso, maestosa ed elegante che pareva chissà che. L’asino mi ringraziò coi soliti modi da gentiluomo che ci aveva, insieme a un accenno di sorriso che gli diede un’aria piacevolmente timida e trasognata, e s’accomodò proprio come fosse uno di noialtri, accavallando gli zamponi; quindi, messosi a proprio agio, riprese immediatamente da dov’era rimasto, ovvero a fumare ampie e gustose boccate di tabacco, stringendo la sigaretta – e vi prego di non chiedermi come! – con lo zoccolo destro.

Ormai avevo già dimenticata la paura sofferta fino a pochi minuti prima; eppure, sul momento, non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello di domandare all’asino di quelle sue maniere da essere umano – e aristocratico, per giunta; messo sulla mia poltrona, poi, faceva un figurone che non vi dico: praticamente un cardinale! –, né tantomeno chiesi alcunché a proposito del mio incantesimo per l’ottenimento del successo; un po’ per via della situazione che era di per se stessa strana e che al momento era meglio non esasperare, e un po’ perché le raffinatezze di quell’asino erano davvero incantevoli, e io ero ben lieto di poter ospitare un sì gran signore nella mia umile cameretta. Finì che anch’io mi misi a sedere, coi gomiti inchiodati alla scrivania e la guancia sinistra che affondava in un pugno, come quando si sogna a occhi aperti.
Fu l’asino a portare il discorso al dunque – ovvero alla Formula del Successo –, con poche sconvolgenti parole: “Stanotte, Dottor Di Riso, lei compirà il suo alto destino di successo,” avviò a favoleggiare l’animale, modulando un vocione cupo e temporalesco che mi venne la pelle d’oca dall’emozione. “Ormai il più è fatto. Io, il Demone del Successo, sono qua, in carne e ossa: è tutto già scritto. Lei è un farmacista, Dottor Di Riso, non è così? I-o!
Balbettai un sì.
“Perfetto,” riprese l’ospite. “Io allora le rivelerò la formula per sintetizzare la più bramata delle molecole, la pietra filosofale della chimica farmaceutica, il sogno segreto di ogni medico: l’Elisir d’eterna giovinezza. Perché la scoperta dell’Elisir le porterà gloria e onori, potere e fascino, e, soprattutto, riempirà le sue casse di zecchini sonanti, tanti quanti nessun re ne abbia mai posseduti. I-o!
E io, incredulo: “Ma, Signor Demone, è proprio sicuro che andrà così?”
L’asino tagliò corto: “Quello di cui le ho appena parlato è il suo alto destino di successo. Lo accetta, dunque, Dottor Di Riso?” e, come suo solito, ragliò: “I-o!
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Era tutto così tremendamente reale e nello stesso tempo impossibile. Soltanto in quel momento cominciai a realizzare d’essere piombato dentro a una favola. Una favola di quelle vere, intendo. Mi alzai dalla scrivania, pochi passi ed ero davanti al demone; esibii un inchino da nobile cavaliere: “Accetto il mio alto destino di successo.”

Tutto sembrava filare alla perfezione. In realtà, già a questo punto della mia storia accaddero due fatti che, seppur banali, visti col senno di poi, avrebbero dovuto insospettirmi circa l’integrità mentale del mio buffo compagno, nonché lasciarmi intuire quanto complessa e tormentosa sarebbe stata tutta questa faccenda del successo.

IV. La catarsi

“Perfetto, Dottor Di Riso. È bello vederla così, come dire… sì, è bello vederla così risoluto. Sa, il successo ha in odio i perditempo,” riattaccò a confabulare il demone. “Prima di addentrarci nella sintesi dell’Elisir, però, dovrei preparare una cosa. Mi dia un pezzo di carta e una penna, per piacere. I-o!” disse mostrando la destra, e io glieli diedi; l’asino a quel punto si alzò dalla poltrona, e, sedutosi alla scrivania, proseguì con un’altra richiesta ancora: “Adesso le chiedo di voltarsi, sempre che non le dispiaccia. I-o!” e io esaudii anche quel desiderio, ché ormai, grazie a quei modi perfettamente educati, l’animale si era conquistato la mia piena fiducia.
Senza stare a tergiversare, il demone si mise subito a scribacchiare sul pezzetto di carta che pareva una furia (la biro faceva un chiasso che non vi dico), in più, mentre scriveva, batteva il tempo sul pavimento con uno zoccolo, ta ta ta ta, come per tenere il ritmo di una canzone, e andò avanti a lavorare senza risparmiarsi finché, dopo una buona mezzora di fatiche, non tornò a sedersi sulla poltrona, sfiancato, sprofondandosi tra i cuscini che nemmeno una candela sciolta; a quel punto, le ciglia abbassate, mi porse il foglio dicendo una cosa alquanto inquietante, tra l’altro con un tono di voce vagamente impacciato, tipico di quando ci si sente costretti a parlare di cose che preferiremmo tacere: “Tenga, Dottor Di Riso. Questa è una formula magica. La reciti ad alta voce: purificherà la sua anima. Non è possibile realizzare il proprio destino di successo, se si ha una colpa indicibile che ci grava sul cuore. I-o!
No, quelle parole dal tono allusivo non mi sembravano certo nel suo stile; suonarono come un fulmine a ciel sereno: “Di quale colpa sta parlando, scusi?” domandai meravigliato mentre afferravo il foglio.
E quello: “Oh, non faccia caso alle mie chiacchiere, non si preoccupi… come dire, si tratta unicamente di frasi di rito, di circostanza…” balbettò confusamente, continuando a tenere lo sguardo abbassato e accennando un sorriso un poco incerto. “Niente di cui preoccuparsi, Dottor Di Riso, mi creda… legga la formula, la prego… I-o!
Quella risposta non era per nulla soddisfacente: m’insospettì ancor di più. Lì per lì avrei voluto approfondire la questione, indagare, se non fosse che un istante dopo accadde un fatto ancora più singolare e del quale a tutt’oggi non so darmi spiegazioni. Non appena ebbi dato una rapida occhiata alla formula magica, mi accorsi infatti che questa sembrava uscita dal mio stesso pugno. Si trattava di un sonetto in stile antico (e a dirla tutta assai patetico) intitolato Gloria dei localetti; nello scriverlo l’asino aveva imitato perfettamente la mia calligrafia, e, non contento, l’aveva addirittura firmato col mio autografo, anch’esso imitato alla perfezione: Budino Di Riso.
So che potrà suonare strano, ma lì, su due piedi, andò che non dètti alcun peso a quella burla, lasciai perdere. Pensai semplicemente che, tutto sommato, era comprensibile che un asino appena evocato dal Regno dell’Onnipotenza potesse avere un qualche tratto di stravaganza nella sua personalità; e sono certo che anche voi, stimati lettori, al mio posto avreste tratto la stessa conclusione. “Che il diavolo mi porti!” imprecai tra i denti, e, lasciate scivolare le mie perplessità in una scrollata di spalle, lessi la poesia dell’asino ad alta voce; o, se preferite, purificai la mia anima recitando una formula magica:

 Gloria dei localetti

È il cuore – Bacco! il tuo coro festante,
va a caccia: bracca e punta, sbrana e inghiotte
verbi e cose, annegando nell’istante
del mondo le nostre carni corrotte.
Siamo ubriachi, distrutti – o Astro fiammante!
ci violenta il tuo sangue, e anche stanotte
piangiamo nel vino l’ormai distante
fior della vita; quando ebbri di notte
come i ladri e gli assassini, rubammo
ai padri, quel che i padri serbavano
nella tenebra dei loro sorrisi
per noi soltanto; quel che di noi amammo,
che ancor amiamo e ci atterrisce: il vano
slancio all’immenso, eco dei Campi Elisi.

                                                            Budino Di Riso

 V. Roba da matti!

Purtroppo non sono in grado di descrivere l’emozione che provai subito dopo aver recitato la formula magica. C’è da essere avvezzi alle lettere per poter parlare in maniera appropriata di estasi mistiche o cose simili (perché è appunto di questo che si trattò), e le lettere, l’avrete capito, non sono certo affar mio: non si può chiedere a un uomo di scienza di valere qualcosa come scrittore. Per farla breve dirò soltanto che, recitata quella strana poesia dal piglio misterico, andava che m’ero bell’e convinto d’essermi ritagliato un fazzoletto di Paradiso, quaggiù, sulla Terra. Sì, insomma, quella magia aveva appena provocato l’ubriacatura più violenta di tutta la mia vita, un’ebbrezza stratosferica che, purtroppo, si sarebbe presto capovolta nel suo esatto contrario.
“Le va di prendere un tè prima di metterci all’opera? I-o!” ragliò l’asino, contagiato da quella smisurata felicità che m’era appena presa.
E io, a tono – i modi sguaiati di un ubriaco, sbraitando e gesticolando in maniera grossolana: “Ma certo che mi va un tè! E chi ci corre dietro, scusi? Ormai il più è fatto! Già mi vedo, la mia faccia sulle copertine di tutti i rotocalchi del pianeta! Io, l’Esimio Dottor Budino Di Riso, lo scopritore dell’Elisir d’eterna giovinezza! Ah, già mi vedo, sì! Il successo, la gloria, i soldi a palate, le donne! Addio banco della Farmacia comunale numero 11, zona Grignano, Prato-sud! E addio tram-tram, buongiorno e buonasera, dubbi e impotenza, ansia e depressione, stress e inciampi! E addio, addio – complessi d’inferiorità!”
“E allora – che tè sia! I-o!” fece coro il demone, e, ubriachi e felici, ci mettemmo sotto a improvvisare una piccola danza attorno alla scrivania, tanto per fare un po’ di chiasso.

Come accennato poc’anzi, purtroppo fu proprio all’apice dell’entusiasmo che le cose cominciarono a mettersi per la storta.
Lo ricordo come fosse ieri. Presi dalle nostre vertigini mistiche, io e l’asino passammo tutta la notte a bere tè, a fumare sigarette, a danzare e a intonare peana all’Apollo Iperboreo, fino a quando, improvvisamente – saranno state le cinque o giù di lì –, dai piedi del palazzo non iniziò a salire un frastuono di sirene e lampeggianti blu della polizia che nemmeno in guerra. Come minimo saranno state mille, duemila, cinquemila volanti piene zeppe di sbirri armati fino ai denti! A quel punto (e il fatto non mancò di sorprendermi) l’asino mise su una faccia a lutto: “Sono venuti ad arrestarla, Dottor Di Riso. Non c’è tempo, non c’è tempo. I-o!” borbottò frettoloso, dando come l’impressione che in qualche modo avesse saputo fin dall’inizio che, prima o poi, quest’assurda faccenda dei poliziotti che mi appresto a raccontare sarebbe comunque dovuta accadere; quindi, in men che non si dica accatastò a contrasto della porta tutto quello che c’era a portata – armadio, comodino, mobiletti, letto, libreria, poltrona –, tutto, fatta eccezione per la scrivania con sopra le mie cianfrusaglie da chimico; infine, dopo essersi accertato di aver sigillato la mia cameretta in una sorta di bunker, l’animale mi venne incontro – le zampe protese, la voce cupa: “Mi dia le mani, Dottor Di Riso. Uniamoci in un abbraccio. Nessuno ci farà del male. I-o!

Roba da matti! Dico, non avevo appena carezzato il Paradiso? Cosa stava succedendo? D’un tratto mi ritrovai che me ne stavo lì, immobile, abbracciato all’asino. In una manciata d’istanti ero passato dall’estasi al terrore, dall’ebbrezza al sentirmi come scuoiato, la percezione di me stesso ridotta al solo tatto, la pelle e subito sotto il vuoto – nient’altro. Ricordo bene le setole robuste della pelliccia asinina che mi s’infilzavano nei palmi, sulla faccia. Per non parlare di quella puzza di stalla – di merda! Ah, l’avevo proprio dimenticata quella puzza! Adesso invece sembrava starmi addosso come un lupo che sbrana un agnello!
Proprio non avevo la ben che minima idea di cosa stesse succedendo. L’unica cosa certa è che me la stavo facendo sotto dalla paura. “Dottor Di Riso, non tema. Si fidi di me,” riattaccò il demone puntandomi dritto negli occhi, il muso caldo e gigantesco a un paio di centimetri. “Sintetizzeremo l’Elisir d’eterna giovinezza. Una volta raggiunto il successo, nessuno oserà farle del male. I-o!” disse, e dava l’aria d’esserne convinto; quindi si gettò a capofitto sulla scrivania e buttò giù qualche appunto per la sintesi dell’Elisir sul retro del foglio su cui poco prima aveva composto il sonetto Gloria dei localetti.
Ma ormai una folla inferocita di poliziotti si era ammassata dietro la porta di camera, proprio come aveva previsto l’asino. Volevano la mia pelle.

“Polizia, apra la porta! Lei è in arresto!” si sentì gridare.
“Dottor Di Riso, si arrenda! Non opponga resistenza!” esplose a dire un’altra voce, appresso alla prima.
“È finita Dottor Di Riso, ci faccia entrare!” rincarò un’altra voce ancora.
“Sappiamo che è qua dentro,” questa sembrò un ruggito, “è inutile che finga di non esserci! Dottor Di Riso, apra questa porta!” e di seguito attaccarono in coro con una pioggia d’infamate.
“Assassino! Non riuscirà mai a fuggire!”
“Bastardo! Pervertito!”
“Assassino! Assassino!”
“Mostro! Fai schifo!”

Miserere mei, Mater! Quella valanga di poliziotti accalcati alla mia porta era un fatto alquanto strano, per non dire inspiegabile. Io, un assassino? Figuriamoci se queste mani possono aver mai fatto del male a qualcuno! Eppure, per quanto fossi ben consapevole della mia innocenza, andò che cominciai a sudare freddo, forse anche per via del fatto che insieme alle voci rombava una tempesta di calci, pugni, testate e insomma un baccano di schianti che rovinavano contro la porta e che certo non promettevano niente di buono.

VI. La recita dell’innocenza

Roba da matti! Dico, non avevo appena carezzato il Paradiso? Da non credere. Vedevo l’armadio e tutta la catasta messa a contrasto della porta incombermi addosso insieme alle accuse e ai boati assordanti della polizia. Perché? Proprio non capivo che accidenti mi stesse succedendo. Insomma, che diavolo ci entrava la Formula del Successo con tutto ciò? In una manciata d’istanti mi ritrovai che ero passato dall’estasi al sentirmi d’essere vittima di un imbroglio. Sì, proprio così – un imbroglio! Pietrificato dallo spavento, gli occhi inchiodati alla porta di camera, cominciai a ripercorrere confusamente le tappe che mi avevano portato a ingabbiarmi in quell’assurda situazione: avevo letto un libro di magia scritto da un vecchio pazzo, me l’ero bevuto d’un fiato, poi l’evocazione del Demone del Successo, nient’altro che un asino coi modi da gentiluomo, e poi ancora, piano piano, con l’avanzare della notte – le ombre, i discorsi sulla colpa, una colpa indicibile, da vergognarsi, e adesso addirittura la polizia di tutta Prato che mi stava accusando d’essere un assassino o chissà cosa. E il peggio doveva ancora arrivare!

Spaventato da tutto quel fracasso, successe che l’asino cambiò nuovamente d’umore, tanto che dimenticò completamente la faccenda dell’Elisir. Anzi, peggio ancora, il bestione ebbe un vero e proprio cambio di personalità. Questo infatti si mise a sedere per terra e, abbracciatosi le ginocchia, prese a mugolare e a ciucciarsi uno zoccolo; era appena regredito all’età dell’infanzia: “Dottor Di Riso, mi raccomando, non faccia alcun tipo di rumore,” mormorò stridulo, la voce che pareva quella di un pargoletto di cinque anni. “Ci penso io a depistare la polizia, non si preoccupi. Nessuno le torcerà un capello. Reciterò una filastrocca sull’amore, di quelle da sbellicarsi dalle risate. Chi mai crederebbe che un poeta che improvvisa filastrocche d’amore, per giunta dotato di uno spiccato senso dell’ironia, possa essere un puttaniere e un assassino? I-o!
Puttaniere? Assassino? Filastrocca? Al diavolo! Inutile dire che, davanti alle deliranti elucubrazioni dell’asino, preferii non ribattere. Mi limitai a star zitto, proprio come mi era stato chiesto. Sapevo che sarebbe stato perfettamente inutile (per non dire controproducente) cercare di far ragionare un asino che dava tutta l’aria d’essere schizofrenico, o comunque a un passo da un crollo psicotico; accennai di sì col capo, e il bestione attaccò con la filastrocca:

 L’amore dei merli

Cantavano i merli insieme
tra i rami d’un mirto in fiore:
“Dolce amòr che incanti il cuore
sei sol cazzo, fica e seme.” – I-o!

A questo punto non riuscirà certo difficile indovinare ciò che successe. Recitata la filastrocca, quella folla di poliziotti che se ne stava accalcata dietro la porta di camera mia diventò ancora più violenta e tumultuosa. I colpi si fecero più potenti, i boati assordanti. Sembrava che il mio palazzo fosse lì per venire giù tutto insieme, in una catastrofe di calcinacci e ossa rotte.

“Avete sentito? Ha appena recitato una poesia… Non può essere che lui il colpevole!”
“Sì, sì, proprio così – era una poesia! È lui l’assassino, il Mostro di San Paolo – non ci sono dubbi!”
“E che poesia, poi! Ve lo dico io, il Di Riso è in pieno delirio! Va a finire che pur di non guardare in faccia la sua colpa – questo s’ammazza! Avanti ragazzi, sfondiamo la porta, al mio tre: uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Apri questa porta! Pervertito – bastardo!”
“Uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Apri, maledetto assassino! Facci entrare!”
“Uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Dicci almeno dove hai nascosto il corpo – mostro!”
“Uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Già, dicci dov’è il corpo! Dove l’hai nascosto – eh?”
“Uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Almeno il corpo, Dottor Di Riso – il corpo!”

VII. La voce della pazzia

Roba da matti! Dico, non avevo appena carezzato il Paradiso? Cosa stava succedendo? Insomma, come poteva un demone, che fino a poche ore prima dava l’aria d’essere la nobiltà d’animo fatta persona, essersi trasformato in una bestia tanto ridicola, maleducata e perversa? Ma soprattutto, chi l’avrebbe mai detto che un asino potesse essere affetto da schizofrenia! Perché dovete sapere che il bestione, in seguito al fallimento della recita dell’innocenza, ebbe per l’ennesima volta un cambio di personalità. Avreste dovuto vederlo. Da primo si mise a scalciare a ragliare e a disperare come se qualcuno lo avesse appena preso a pugnalate: “I-o! I-o! I-o!” poi si calmò all’improvviso e si sdraiò a terra con aria febbricitante; quindi, dopo un po’ che era lì che pareva sul punto di dover rendere l’anima all’Orco, s’accese una sigaretta e, accomodatosi sul gomito destro, improvvisò qualche verso alla maniera dei mistici persiani; intanto le voci dei poliziotti continuavano a imprecare e a fracassare l’una sull’altra, un rimbombo cupo che pareva entrarmi nelle ossa:

Quartina apocrifa di Omar Khayyam

Dimentica l’oro, i baci, le lotte:
l’hai vista; sai che è il vuoto la Regina.
Orsù! Alza la coppa, più in alto! È notte,
cuor mio: soltanto il vino è dottrina. – I-o!

Insomma, l’asino si era messo a recitare la parte del poeta dotto e malinconico, tutto colpi di testa e piagnistei. E sono sicuro del fatto che sarebbe potuto andare avanti con quell’uggia insopportabile per chissà quanto ancora, se non fosse che, tra le migliaia di voci che ci premevano contro, d’un tratto ne spiccò una da far accapponare la pelle…

“Dottor Di Riso, la smetta con queste lagne! Ormai chiunque in città sa cos’è successo: la sua storia è sulla bocca di tutti! Il delitto che lei ha compiuto l’altra notte, intorno alle ore quattro, presso lo spiazzo del benzinaio di via Sebastiano Smangiucchia, è stato ripreso dall’occhio immutabile di una telecamera. Il video sta già facendo il giro di tutti i notiziari, e col video il suo nome e la sua foto d’identità. È stata proprio sua madre a denunciarla, subito dopo aver visto il filmato del delitto alla televisione… Dottore, davvero non ricorda? Lei ha strangolato una prostituta – la signorina Margherita Petrova! Nel video si vede chiaramente la donna morire tra le sue mani, la borsetta rossa che le scivola via dalle dita e cade a terra, e infine lei, Dottore, che esce a fatica dal cono della telecamera col corpo della vittima caricato in spalla per andare a nasconderlo Dio solo sa dove… Dottor Di Riso, pensi alla sua povera vecchia madre, che nel giro di pochi istanti ha dovuto realizzare la perversità del suo dolce amato Budino! La prego, apra questa maledetta porta – Dottore!”

Roba da matti! Cosa stava succedendo? Come la voce ebbe terminata la sua arringa accusatoria, con un colpo di reni improvviso l’asino tornò in piedi sulle zampe di dietro, poi rovinò a rotta di collo sulla scrivania, afferrò il foglio su cui aveva abbozzato gli appunti per la sintesi dell’Elisir, lo schiaffò nella mia destra: “Il Grande Elisir! Il Grande Elisir! Il Grande Elisir! I-o! I-o! I-o!” gridava, ragliava, gli occhi sgranati che sembravano sul punto di esplodergli da un momento all’altro. “Ha sentito cos’ha detto il poliziotto? È stata sua madre a darle un volto, sua madre a darle un nome, sua madre a volerla in galera! Dottor Di Riso, si rende conto? Sua madre sa che lei è un puttaniere e un assassino! Una telecamera la inchioda – un meccanismo! Che disgrazia, Dottor Di Riso – che incubo! Moriremo tutti, Dottore – tutti! Sarà l’Apocalisse, sì – l’Apocalisse! Il Grande Elisir! Il Grande Elisir! Soltanto il Grande Elisir potrà salvarci dalla fine del mondo! I-o! I-o! I-o!

Gloria all’Altissimo che tutto sa! Chi ci capiva niente? La mia condizione era più che precaria. Ormai ero in trappola, succube dell’angosciosa follia dell’asino.
Lessi più e più volte i passaggi della formula annotata dal Demone del Successo (che intanto continuava a sbraitare i suoi deliri apocalittici), pochi appunti buttati giù alla rinfusa e scritti così male che sembravano opera di un analfabeta. Sebbene confuso, però, prima di mettermi al lavoro tentai un accenno di protesta. Perché, capirete, scorrendo quegli appunti mi ero appena accorto che tra gl’ingredienti per la sintesi dell’Elisir c’era anche il cianuro: “Ma cosa significa?” balbettai. “Sarebbe forse questo il modo per ottenere l’Elisir d’eterna giovinezza? Qua c’è scritto – cianuro! Di’ un po’, vuoi forse uccidermi? Io…”
“La prego di non fare domande e di continuare a darmi del Lei: le buone maniere prima di tutto!” m’interruppe il demone mettendomi uno zoccolo sulla spalla sinistra, e per un attimo la sua faccia si fece severa, mentre un lampo gli balenò negli occhi; poi si calmò: “Lei mi crede forse capace di uccidere? Il quantitativo di cianuro presente nella formula non è certo letale. Serve per migliorare l’appetibilità del farmaco. Mi meraviglio di lei, Dottor Di Riso! Lo sanno anche i bambini che il cianuro ha il sapore della mandorla… I-o!
“Mi scusi, non volevo mancarle di rispetto,” sussurrai abbassando il capo, preso da una punta d’imbarazzo.
E l’asino, con voce cordiale, stropicciandomi affettuosamente la spalla: “Esegua quanto sta scritto sul foglio, per quanto possa sembrarle insensato. Dottor di Riso, si fidi di me: lei è destinato alla Gloria eterna. Da oggi in poi tutti la chiameranno Esimio Dottor Budino Di Riso… L’Esimio, capisce? I-o!
Proprio così. Finalmente il Demone del Successo era tornato a essere il gentiluomo che avevo conosciuto all’inizio dell’opera. Quelle parole, sussurrate in maniera tanto rassicurante, mi convinsero una volta per tutte che sì, la formula era corretta. Il successo, ormai, era alle porte, e col successo le copertine dei rotocalchi di tutto il pianeta.

Ma il peggio, ahimè, doveva ancora arrivare.

VIII. La Verità

“La mia missione è compiuta,” riprese l’asino con aria soddisfatta. “Adesso dovrei chiederle un ultimo favore, se non le dispiace. I-o!
“Si figuri, Signor Demone. Al suo servizio…”
“Dovrei consultare il volume del Dottor Beatomé, se possibile. I-o!
“Oh, ci mancherebbe! Per così poco,” sorrisi, e subito mi misi a cercare La Verità frugando tra i mobili e le cianfrusaglie che stavano a contrasto della porta; la trovai che era ancora lì, sopra al comodino, aperta al capitolo La Formula del Successo: “Tenga…”
E il bestione, accennando un inchino: “Gentilissimo, come sempre. I-o!

Fu l’inizio di un incubo. A ripensarci mi tremano ancora le ginocchia. Come l’asino fece per mettersi il libro sottobraccio – e, arrivati a questo punto, chi l’avrebbe mai detto! –, la situazione precipitò.

 Pam! Pam! Pam!

Tre colpi di pistola, tre buchi nel soffitto che sfiatavano sbuffi d’un fumo morbido, bluastro. Mi voltai di scatto; non potevo a credere ai miei occhi: “Cazzo! Cazzo!”
I poliziotti erano riusciti a smuovere di qualche centimetro la catasta messa a contrasto della porta. Vedevo le loro braccia armate – dieci, cento, mille pistole! – sbucare come tentacoli dallo spacco che avevano aperto. E ovviamente continuavano a minacciare, imprecare, offendere, a tirare calci e spallate.

“Pervertito! Assassino! Mostro!”  – Ca-bum! Ca-bum! Ca-bum!
“Dottor Di Riso, ancora non ha capito? La verità è che lei ha ucciso sua †…† 

Pam! Pam! Pam!

Un buco nel pavimento, il lampadario  che esplode in uno scroscio, così un piccolo specchio che tenevo appeso accanto alla finestra. “Cazzo! Cazzo!” Fuori albeggiava. La stanza s’impastò d’una luce cobalto. L’asino intanto se ne stava seduto alla scrivania col libro del Beatomé sotto al naso. Sembrava non curarsi di niente, che nulla lo riguardasse. Sfogliava, leggeva. Provai a scuoterlo per le spalle: “Signor Demone! Signor Demone! Che sta succedendo? Questi ci ammazzano!”
E l’asino, sbadigliando: “Stia tranquillo, Dottor Di Riso. Perché agitarsi? È tutto già scritto. Mi lasci finire di leggere il capitolo, la prego. I-o!” Intanto i poliziotti continuavano a far baccano – a spingere, a divaricare lo spacco.

“Che colpa indicibile! Nemmeno la morte – nemmeno il niente potrà redimerla!” – Ca-bum! Ca-bum! Ca-bum!
“Dottor Di Riso – si rende conto! Lei ha strangolato sua †…†

Pam! Pam! Pam!

“Porcodio!” Altri due buchi nel soffitto. Un proiettile suonò acuto contro il metallo dell’alambicco, deviò, schiantò contro il vetro della finestra. Lo spacco nella porta seguitava ad allargarsi, le braccia dei poliziotti si moltiplicavano, divincolavano infuriate – vidi facce. L’asino intanto si era messo a sottolineare con la matita alcuni passaggi del libro. Pareva uno scolaretto. Corsi verso la porta, mi buttai di schiena sulla catasta, puntai i piedi e presi a spingere più che potevo: “Siamo finiti, le dico! Finiti!”
“Ecco. Adesso sono pronto. I-o!” borbottò il demone, ma come sovrappensiero; poi si alzò dalla scrivania, prese con sé La Verità e in tutta calma venne a risistemarla tra le cianfrusaglie della catasta.

Roba da matti! Non appena rimesso il libro sul comodino, le braccia dei poliziotti sgusciarono via dallo spacco come serpi frettolose, la porta si richiuse, mentre io – che ancora spingevo come un ossesso – mi ritrovai sdraiato per terra. “Visto?” ammiccò l’asino con l’aria un po’ a saccente, di chi la sa lunga. “L’importante è non togliere La Verità dalla catasta. Comunque le consiglio di fare alla svelta con l’Elisir, non si sa mai: questi poliziotti sono davvero bizzarri! I-o!

“Povera Margherita Petrova!”
“Uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Pervertito! Assassino! Mostro!”
“Uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Ormai lo sanno tutti cos’è successo! Una telecamera la inchioda – un meccanismo!”
“Uno, due, tre…” – Ca-bum!
“Sua madre – pensi alla sua povera vecchia madre! Avere un figlio puttaniere e assassino e doverlo mostrare – svelarlo al mondo intero! Ah, povera donna – che vergogna, che orrore!”

Sembrava d’impazzire: “Ma che storia è questa! Io non ci capisco più un cazzo!”
L’asino mi porse la destra per aiutarmi a rimettermi in piedi: “Si calmi, Dottor Di Riso,” sussurrò col solito tono rassicurante, per non dire ipnotico, e subito rientrai nei gangheri; quindi proseguì: “Le chiedo scusa per lo spavento che le ho fatto prendere. Purtroppo mi ero scordato l’incantesimo per tornarmene a casa. I-o!
“A casa?”
“Sì, esatto: a casa, nel Regno dell’Onnipotenza. Anzi, se non le dispiace, mi metto subito a preparare l’incantesimo. I-o!
“Serve una mano?”
E quello, acceso un fornello: “Faccio da solo, non si preoccupi. L’importante è che non appena me ne sarò andato lei si metta subito a sintetizzare l’Elisir. Con quelli là,” e accennò col capo, verso la porta, “non si scherza. Comunque grazie, Dottor Di Riso. E stato un vero piacere lavorare insieme a lei. I-o!
“A chi lo dice! Sono io che non finirò mai di ringraziarla,” risposi con voce ferma per camuffare un moto di commozione, e gli buttai le braccia al collo.
“La prego di perdonarmi, ma devo proprio andarmene. Si metta comodo. I-o!” ridacchiò il demone divincolandosi dall’abbraccio e accennandomi di sedere alla scrivania, e subito si mise sotto a trafficare tra pentolini, reagenti e solventi.

Che poi chi sa se era davvero pazzo quell’asino. Nel senso, se non fosse stata una messa in scena la sfuriata di prima, se in realtà tutti quei cambi di personalità fossero stati parte di un rituale ancestrale, una sorta di danza sciamanica o recita sacra per l’ottenimento del successo. Avreste dovuto vedere con che calma – e con che cura, soprattutto! – preparò il suo ritorno a casa, nel Regno dell’Onnipotenza. Intrugliò una pozione miscelando diverse polveri, la versò sopra a un lenzuolo che aveva sfilato via dalla catasta, bisbigliò una formuletta tra sé – Abracadabra, mi parve d’intendere – e il lenzuolo gli si tramutò in un enorme foglio di carta su cui, messosi in ginocchio, si mise a scrivere non so cosa. Certo è che buttò giù un testo bello lungo; ricordo soltanto la prima frase, in alto e in stampatello maiuscolo, IL MONOLOGO DE L’ESIMIO, e la ricordo bene perché era scritta in caratteri latini; il resto del foglio lo riempì utilizzando Dio solo sa quanti alfabeti: sanscrito, aramaico, greco, arabo, cinese – oh, c’era di tutto! Infine piegò il foglio varie volte e ne ricavò un aeroplano, di quelli che fanno i bambini, ma lungo tre metri, se lo caricò in spalla e montò sul davanzale della finestra. “Le auguro un buon successo, Dottor Di Riso. Addio!” fu l’ultima cosa che disse; quindi ragliò: “I-o!” e in men che non si dica spiccò il volo, su in alto nel cielo, tenendosi aggrappato alle ali del suo giocattolone con le zampe anteriori e il resto del corpo che gli ciondolava giù nel vuoto oscillando ampio, lentamente. Se ne andò via così, in punta di piedi e senza tanti carnevali, da vero gentiluomo qual era.

“Addio!”

IX. L’Elisir d’eterna giovinezza

Dunque fu in circostanze del tutto eccezionali che mi ritrovai a sintetizzare l’Elisir d’eterna giovinezza: il caldo insopportabile, la furia dei poliziotti che m’incombeva addosso, l’idea opprimente e vergognosa d’essere intrappolato nella mente di mia madre. Ah, se è dura la vita!
Per prima cosa accesi il fuoco, vuotai un fiasco di vino nell’alambicco e nel giro di poche ore ne ricavai un distillato (circa una lattina) a cui aggiunsi un cucchiaio colmo di cianuro e nove gocce del mio sangue sacro. Quindi, conclusa l’operazione chimica, versai la soluzione in un’ampolla, la tappai e sigillai il tutto con un dado di ceralacca su cui incisi le seguenti tre lettere: “S.C.S.” un acronimo che sta per: “Il simile cura il simile”. Infine intonai un inno alla Venere Regina, ché mi era stata propizia; lo gridai a squarciagola – al mondo intero, all’universo! –, affinché ogni essere senziente lo intendesse, e lo ripetei per sette volte, giacché il divino Pitagora riteneva il numero sette adatto alle sacre cerimonie:

 La filastrocca della Regina II

 Cuce e cuce la Regina
cuori e teschi sulla trina.
Cuce i fiori e ci fa il miele
senza amòr la vita è fiele.

E fu così che ottenni, in una formula, una grappa e un farmaco, che è, guarda caso, proprio il racconto che state terminando di leggere, Il Grande Elisir, questa storiella strampalata e senza pretese che porto in dono dai deserti della città, da una notte di misteri, dalla morte. In sintesi, una molecola che dona elasticità alla pelle, vigore alla prostata e allegria alle ossa. Il mio ineguagliabile, fantasmagorico, Elisir d’eterna giovinezza.

Con umiltà,
Esimio Dottor Budino Di Riso
Prato, 30/08/2006

IL MONOLOGO DE L’ESIMIO

No, Dottor Langianni – le dico di no! D’accordo, lei è uno psichiatra, decifrare il segreto di un’anima è il suo mestiere: e con questo? Budino Di Riso non è un nome ridicolo, affatto… No, no, le dico che io in vita mia non ne ho mai avuti complessi d’inferiorità, né per via del mio nome da citrullo, né per altri motivi. Anche perché, se proprio vuole saperlo, il mio nome nasconde significati segreti, esoterici, mistici. E poi, vede Dottore, la verità è che io sto per diventare un gran professorone: l’Esimio Dottor Budino Di Riso. L’Esimio, capisce?… Dico davvero, me l’ha detto l’asino che divento uno importante, ieri sera me l’ha detto, che l’avevo evocato con una magia scientifica di super-stringhe, neuroni specchio e cose di DNA che lei proprio non può capire. Ché ora se n’è volato via l’asinello, mannaggia! altrimenti avrebbe potuto dirglielo lui stesso che io sono uno importante. Io scoprirò l’Elisir d’eterna giovinezza – è questo il mio destino! Insomma, altro che complessi d’inferiorità, le pare?… Come dice? “Nessuno è più che uomo”? Che cosa intende insinuare, scusi?… Ma le dico che è così! Io scoprirò il farmaco che salverà l’umanità dalle rughe e dai tumori alla prostata! Sì, le genti in festa grideranno il mio nome glorioso, di città in città: “Budino! Budino!” ché ognuno di noi vorrebbe essere giovane per sempre, o sbaglio?… No, macché. Io mica mi sento vecchio… Non insista, ho detto di no. Vede, caro il mio Dottore: io, a quarantadue anni – e ammettiamolo, suvvia! – sono ancora un bel giovinotto. Ogni giorno faccio cento flessioni, trecento addominali, curling con manubri da dieci chili, le adidas fosforescenti, una corsetta al parco di Galceti et voilà: “Ecce homo!”
Dottore, lei lo sapeva questo, che mi mantengo giovinotto?… Ma guardi, cosa vuole che le dica? È vero che non ho mai avuto la fidanzata nonostante lo sport e i localetti, che con le donne mi è sempre andata così così. Però vedesse le occhiate che mi tirano le ragazze quando vado a correre – eh se me le tirano le occhiate! E poi, anche se non ho la fidanzata, poco importa. Lei forse non ha un’idea delle donne che non ci sono la sera in tangenziale, dalle dieci in poi, ucraine da copertina. Bionde, alte – mai troppo alte! e per soli trenta euro. Ha capito? Ho detto u-cra-i-ne! Un vero affare, non trova?
A proposito: le ho mai detto che non sono più vergine, e per giunta già da un bel pezzo, ormai? Eh, Dottore, le ho mai detto che ci lascio un sacco di soldi alle puttane? Ogni sera lo stesso programma da campione: un paio di birre con gli amici e poi via, sul pandino, dal benzinaio a rimorchiare, all’autogrill. E adesso come la mettiamo, caro il mio Dottorino-Langiannino-Tutto-Perbenino – come la mettiamo adesso che sa che scopo come un coniglio, eh?… No, macché va dicendo? Questa sì che è buffa! Suvvia, non penserà davvero che io la stia minacciando? Si figuri, Dottore, non mi permetterei mai. Guardi che io non farei del male nemmeno a una mosca. Semplicemente la invito a riflettere su quanto le ho appena detto, così capirà che non sono pazzo, né, men che mai – sia lodato il Signore! –, finocchio. Al massimo sarò un po’ timidello, è vero, perché un po’ timido ci sono: non mi nascondo mica, io, figurarsi. Ma timido e nulla più, sia chiaro!… Come dice? “Il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi”? E adesso cosa c’entra il Diavolo, scusi? Vorrà mica mettermi le paure?… Dottore, la smetta con queste chiacchiere da cervellone, ché la psicologia è buona solo a straparlare e a spararle grosse! E comunque, anche questa storia della timidezza non è poi un gran problema. Diciamocela tutta, senza giri di parole: basterebbe farsi crescere la barba, un po’ di brillantina nei capelli e poi sicuro va che ci trovo la fidanzata! E a quel punto, addio Budino il timidello e – Si dia il benvenuto all’Esimio Dottor Budino Di Riso! Non andrà forse così, Dottore, eh?
Su, avanti Dottor Langianni, lo ammetta: lei crede che io sia soltanto uno psicopatico. Guardi che può dirmelo tranquillamente, dritto in faccia, non me la prendo mica. Per chi mi ha preso? Io che sto per diventare L’Esimio, che quando avrò messo su montagne di quattrini con l’Elisir… Avanti, non faccia così – Dottore! Perché mi mette il broncio, proprio adesso che stavamo entrando in sintonia, la prego. Giuro su Dio che facciamo a metà dei soldi e delle donne, che lei sarà per sempre il mio più grande amico… Come, scusi? Ah, lei mi sta dicendo che non le interessano il potere, la gloria, le slave. E io dovrei anche crederle, giusto? Andiamo, lei che è uno psichiatra rinomato, che scrive libri di successo e ci guadagna pure un sacco di quattrini, con la villa a La Pietà e con quel suv da pappone che come minimo ce ne entrano venti di zoccole ucraine – non venga a raccontarmi di queste bugie! Mica sono nato ieri, io…
Eh se la so lunga, Dottore mio! L’ho visto il mondo, io, tra una ciucca e l’altra – eccome se l’ho visto! E comunque, caro il mio Dottore, a me non interessa diventare famoso e onnipotente al par suo, col macchinone, la villa e il portafoglio che esplode, al contrario… No, non sto mentendo. Mi creda, è così. Dimentichi ciò che ho detto finora. A me non è mai interessato il successo, tanto meno il potere assoluto. Anzi, sa cosa le dico? La formula dell’Elisir la regalo ai poveri. Esatto, proprio così, ai poveri e ai bisognosi, ché tanto, anche se non mi trovo un granché, io un lavoro ce l’ho. Sono umile, io: ho una Panda. Poi mi faccio crescere la barba, la brillantina nei capelli, la fidanzata, le nozze et voilà: “Budino è risorto! Alleluja! Alleluja!” esulteranno i parenti, gli amici, il vicinato, e sarà una gran festa che i problemi di tutta una vita me li lascio alle spalle in un colpo solo, in un baccano di rutti, motteggi e vin brulé. Non andrà forse così, Dottore – eh?

Budino