“Non ci si deve far incantare
dall’illusione di una facile salvezza.”
Satoshi Kon

 

La quercia

La storia è di quelle buffe, e mi va di raccontarla. Era un pomeriggio d’autunno – di novembre, mi pare –, ai tempi in cui gli unici grilli che m’impegnavano le giornate erano la droga e i localetti. Mi trovavo sul versante pratese dei monti della Calvana, all’ombra di una vecchia quercia che cresce a lato della strada a mezzacosta che si snoda tra i borghi di Filettole e Carteano, a pochi minuti d’auto dalla città. Un posto come se ne trovano tanti nei paraggi, niente di speciale, una quercia e subito dietro un praticello, una baracca in ondulina mezza sfasciata, qualche ulivo ben potato, il bosco. Di fronte, grigiastra, la piana tra Prato e Pistoia. Un luogo tanto insignificante che tutti quelli che capitano a passeggio da quelle parti – parlo di pensionati e perdigiorno vari – tirano dritto per la loro. Io invece ci sono molto affezionato. Ormai ho perso il conto dei pomeriggi trascorsi in quell’ombra sospesa a rimuginare sui miei quarti di luna. Là, quand’ero piccolo, passavo le estati a giocare con mia madre. Là, non più addietro di cinque anni fa – era di domenica, la testa che mi ribolliva dei bagordi della sera prima –, mi capitò di vivere un’esperienza a dir poco singolare.
Al solito, anche quel giorno ero lì che me ne stavo accucciato con la schiena contro il tronco della quercia a torturarmi i giri del cervello, stordito dai sensi di colpa e non solo. Immaginavo d’impiccarmi giù da un ramo. Nel mentre, bisbigliavo una preghiera:

Filius philosophorum

C’è un fanciullo scolpito nel fiume
nell’acqua che mi guarda; sembra quasi, ma non sono
io. Ha i boccoli, ali di colomba
una clessidra: Sono il figlio che muore e risorge, dice
giorno e notte nel ventre che invecchia
di mia madre – l’occhio che si osserva
mentre sbatto le nocche sulla pietra, le ginocchia
sporche d’erba al risciacquo. Sono il bosco, continua

L’autunno che sfilaccia vortici dai rami
sui tetti, questo spogliarsi di spettri rosso-rame
il rimorso che mi divora la faccia – fame.

La preghiera scandiva il ritmo dei battiti, i respiri, i gesti minimi, impacciati; era la fune a cui mi ero appeso con la speranza di cacciare i fantasmi delle mie notti senza dignità, addosso i malumori della sbornia, un sudore gelido che mi strisciava sottopelle.
E fin qui niente di che. Dico, chi è che non prega dandosi arie da poeta maledetto, dopo una sbronza? Chi, colpevole, non tenta di confondere i propri fantasmi vestendo i panni della vittima? Il fatto strano, è che quel lontano pomeriggio d’autunno le mie preghiere non rimasero inascoltate.

D’un tratto una lingua rigida mi leccò dietro l’orecchio destro; un istante dopo, un fiato tiepido che disse: “Ciao! è il buon Dio che mi manda, il buon Dio in carne e ossa. Ormai saranno tre ore che penzoli e preghi all’ombra di questa quercia: rallegrati, sono venuto a portarti la salvezza!”
Mi voltai di scatto. Da non crederci: davanti a me, a un paio di centimetri, c’era un capretto che mi puntava dritto negli occhi. Barbetta, corna, il manto ispido sul marroncino, secco come un chiodo, nient’altro che un capretto.
Nemmeno il tempo di realizzare, che l’animale riattaccò subito con le sue ambascerie: “Sono solito sbrigare le mie faccende alla svelta. Cerca di capire, c’è così tanta gente in giro per il mondo che prega e si lagna che forse non hai un’idea. E che preghiere, poi, ce n’è per tutti i gusti! Quelle che vanno per la maggiore riguardano nuovi inizi, rinascite, resurrezioni, successo, improbabili ritorni a un’età dell’innocenza mai esistita, e così via. Tu mi sembri piuttosto confuso, però. Piangi preghi sbuffi e non sai nemmeno perché. Vediamo di fare chiarezza: cos’è che vuoi dal buon Dio?”
“Chi, io?”
“E chi altri, sennò?”
“Ma, ora, qui, su due piedi, insomma, come dire, nel senso, non saprei…”

Il capretto aveva senz’altro ragione. I suoi modi sbrigativi, tipici di un carattere scorbutico, oltre a non farmi apprezzare la singolarità della situazione in cui mi trovavo (insomma, un capretto parlante mandatomi dal buon Dio in carne e ossa!), dicevo, oltre a non rendermi conto del fatto che stessi impazzendo, i modi schietti dell’animale mi avevano messo con le spalle al muro: perché, ormai da qualche anno, passavo le domeniche pomeriggio a lamentarmi di me stesso e del mondo all’ombra di una quercia materna e secolare, sul limitare dei boschi della Calvana?
“Guarda che faccia, vispo come una trota sul banco del pescivendolo,” riprese il capretto ridacchiando. “Se aspetto te qui si fa notte. Lo so io cos’è che farebbe al caso tuo…”
“Ah sì?”
“Ovvio. Ti ricordo che è stato l’Altissimo a mandarmi.”
“Parla allora, non sto nella pelle!”
E l’altro, il tono solenne: “Tu vuoi la libertà.”
“Libertà?” sbuffai inarcando le sopracciglia.
“Esatto, la libertà,” ribadì il capretto.
“Ma che storie sono queste? Sono anni che faccio quel che voglio, anni!” insistetti.
L’animale a quel punto si mise a sedere accanto a me come fosse un cagnolino, un colpo di tosse per schiarirsi le corde: “Bello mio, sei più noioso di un romanzo…” borbottò scocciato. “Te lo ripeto: non ho tempo da perdere. E comunque, se tu ritieni d’essere libero, ben venga. Vorrà dire che mi sono sbagliato…”
“Eccome se sono libero!” ribattei con fare compiaciuto ripassando in cuor mio tutte le bravate combinate da che mi erano venuti i peli sulle gambe; quindi attaccai con l’uggia: “Perbacco capretto, cerca di sforzarti un po’ di più: cos’è che voglio? Devi dirmelo, è il buon Dio in carne e ossa che ti ha mandato da me!”
“Eh, senti là che insolenza… e quanta furia tutta insieme!” sghignazzò l’animale. “E pensare che hai passato anni a lagnarti di te stesso e del mondo senza nemmeno sapere cosa vuoi dalla vita. Ma non preoccuparti, proprio in questo momento mi è venuto in mente qualcosa che potrebbe andarti a genio.”
“Sarebbe?”
“Tu vuoi la leggerezza, togliere peso al mondo, sottrarti dalla gravità delle tue pene, intendo sensi di colpa, abbandono, insoddisfazione, poi ansia depressione stress, il sentirti tradito, tutto questo covare labirinti di odio e vendetta all’ombra di…”
“Centro!” interruppi il capretto. “Sì, la leggerezza, ecco cosa voglio!”
L’animale scosse lentamente il capo, poi si voltò verso di me abbozzando l’ennesimo sghignazzo a presa di giro: “Dunque desideri la leggerezza… bene, io allora ti racconterò ciò che nessuno ha mai udito prima d’oggi: la vera, verissima e più che verissima storia del mondo. Così, una volta appresa la verità sul mondo, potrai votare la vita alla leggerezza e al piacere.”
E io, entusiasta: “Orsù amico caro, racconta: sono tutto orecchie!”
Dunque il capretto, senza farselo ripetere una seconda volta, in quattro e quattr’otto imbastì un discorsone da gran filosofo sull’origine del mondo – gli occhi che guardavano su in alto, tra i rami della mia infanzia, come quando si sogna da svegli.

La cosmogonia del capretto

Narra il mito (ma il Padrone della Gloria sa di più) che in principio esisteva soltanto una bocca immensa che si spalancava in una voragine di tenebre, illimitata e sempre affamata, buia e densa come un barile di bitume, al cui interno vi era un uovo di struzzo che non c’era verso di masticare – figurarsi inghiottirlo e buttarlo giù! – colmo e compatto come un masso, tutto scorza e sostanza. E quell’uovo era vita; una vita in cui, a essere sinceri, succedeva poco o nulla. L’uovo infatti si limitava a pensare borbottare e oziare, immobile come l’occhio di un tonno, e poi nient’altro. E certo non lo si poteva biasimare per tanta indolenza: in quell’eternità gastrica in cui si era ritrovato a dover-essere senza se e senza ma, solo come un cane, da fare ci aveva ben poco.
D’un tratto, colto da un piacevole prurito che gli solleticò per tutto il guscio, accadde che l’uovo – che poco sotto quel suo velo di calcare sentiva d’esser satollo – volle sapere cosa conteneva dentro di sé; un desiderio che, per via della sua claustrofobica solitudine, coincideva con quella che i filosofi sono soliti chiamare Volontà di onniscienza. Ma proprio nell’attimo in cui l’uovo di struzzo desiderò, successe un fattaccio: abbandonatosi a quell’istante di voluttà e autocoscienza, questo divenne improvvisamente fragile, sicché la bocca primordiale (che era sempre in agguato) dètte un morso bello deciso, tanto forte che il guscio si frantumò, l’uovo si ruppe – quindi un lampo, un tripudio di schianti – e da quella improvvisa rottura fuoriuscirono stelle galassie e raggi laser, insieme a un gran numero di pianeti macigni bestie e miriadi d’altre cose che non sto a dire. Così, in seguito all’esplosione le cose dilagarono nel volume delle tenebre e lo riempirono, simili a una fonte che scroscia dentro a una bacinella in un gorgo di flussi e riflussi, un fracasso festoso che perdura a tutt’oggi.

Intorno all’origine di Questo Tutto, direi che c’è ben poco d’importante da aggiungere, fatta eccezione per una postilla.
Figli dell’istante tragico in cui l’uovo aveva finito per smembrarsi nel molteplice, ogni cosa di questo mondo porta in sé la nostalgia di quel principio remoto ove esistevano soltanto la bocca e l’uovo di struzzo (e in cui non succedeva un bel niente) e, insieme alla nostalgia del remoto, il sentimento opposto che ci porta ad appassionarci a noi stessi e a ciò che ci circonda, la cosiddetta Volontà di Verità. Una vogliuzza che, sia detto tra noi, non può far altro che darsi al naufragio dell’identità, al dramma della pazzia. Perché credetemi, in un mondo siffatto, l’unica cosa che ci è dato sapere consiste nell’evidenza della nostra pelle e nel brandello di tenebra e fame che l’avvolge. Un mondo in cui, se non volete ritrovarvi prima smembrati e poi sparpagliati a casaccio come un mazzo di carte gettato all’aria, c’è da prendere esempio dal comportamento degli struzzi, i quali – per ovvie ragioni cosmogoniche –, riguardo all’arte del vivere senza troppi grattacapi, la sanno più lunga di chiunque altro: correre veloci come il vento per fuggire i predatori, acconciarsi in maniera ridicola per essere sicuri di non prendersi sul serio e nascondere la testa sottoterra ogni volta che il sole del mezzogiorno schianta sulla savana e ossessiona, impietoso.
Perché così narra il mito, così stanno le cose, così gira il mondo: nella vita, per cavarsela, c’è da essere un po’ struzzi. Crede experto.

Tutta vita!

“Ti senti già meglio, eh?” ammiccò il capretto non appena terminato il suo sermone filosofico.
Dire che mi sentivo leggero – che ero felice, finalmente felice, riconciliato con me stesso e col mondo –, sarebbe decisamente troppo poco; insomma, l’animale aveva appena soddisfatto il desiderio più intimo del mio cuore – altro che felicità e leggerezza! mi sentivo al settimo cielo, in estasi: “Oh capretto, le parole non bastano per descrivere la mia gioia!” gridavo, “giuro sul buon Dio che da oggi cambio vita! Basta con le fantasie di suicidio, le preghiere, i piagnistei! Grazie alle tue sagge parole, il mondo si è appena trasformato in un turbinare festoso di piume e felicità! Sì, d’ora in avanti il mio motto sarà: Tutta vita!”
“Sì – Tutta vita!” ribatté euforico il capretto e, messosi dritto sulle zampe di dietro alla maniera di noialtri, aggiunse: “Quando mancano le parole, bisogna danzare!” quindi accennò un inchino per invitarmi al suo ballo, il famigerato Salto del capretto; un invito che, si capisce, accettai ben volentieri.

Io e il capretto passammo una buona mezzora a danzare a ridere e a gridare a squarciagola: “Tutta vita! Tutta vita!” finché l’animale non decise che ormai era tempo di tornare alle proprie faccende di redentore: “Adesso bisogna che me ne vada…” mugolò. “Ah, se soltanto sapessi quanto pregano e quanto frignano i tuoi simili!”
“Tornerai a trovarmi?” chiesi con la voce rotta dal fiatone.
A quel punto il capretto, che già aveva fatto qualche passo in direzione della strada, mi salutò con una sorta di enigma: “Amico mio, ancora non l’hai capito? Io sono stato, sono e sarò sempre con te, all’ombra di questa quercia materna e secolare, ogni domenica pomeriggio” e, detto ciò, si voltò e lasciò andare un belato da cui nacque un arcobaleno che si slanciava immenso e luminoso al di sopra della piana, di là dal Monte Ferrato, in direzione di Pistoia; quindi – fissati a terra gli angoli dell’arcobaleno con un paio di sassi – vi montò sopra e cominciò a trottare e trottare su in alto nel cielo per poi atterrare tra Montale e Montemurlo.
Lì per lì non capii a cosa si riferissero quelle enigmatiche parole di congedo, e a dirla tutta non me ne curai nemmeno un granché: la felicità ha orecchie per le chiacchiere da bar, il resto le sfugge. Nel tempo che l’animale impiegò per percorrere l’arcobaleno non facevo che urlare e motteggiare entusiasta: “Grazie ancora capretto! Da oggi si cambia! Tutta vita! Tutta vita!”  perché, ripeto, ero felice, in estasi, sicuro che da quel momento in poi la mia vita avrebbe finalmente ripreso a girare per il verso giusto. Proprio non mi rendevo conto d’essere vittima d’una grossa allucinazione. E come avrei potuto, del resto? Ormai, come si suol dire, la frittata era fatta: mi pareva d’aver capito chissà che.

Non appena vidi scomparire il capretto nel pistoiese, improvvisamente mi accorsi che, proprio davanti a me, a pochi metri, c’era una famigliola composta da babbo mamma e figlio che se ne stava immobile in mezzo alla strada a osservarmi. A giudicare dalle loro espressioni terrorizzate, era evidente che avessero assistito a tutta la scena, il mio sbracciarmi come un matto, le grida a squarciagola: “Tutta vita! Tutta vita!” e chissà le smorfie mostruose che non facevo! Erano soprattutto la madre e il figlio a fissarmi inorriditi. Il padre in realtà era lì che scalciava qualche sassolino tanto per fare, come fosse da un’altra parte, le mani in tasca e a testa bassa.
Seguirono istanti di silenzio, un silenzio corposo. Poi il bambino, che a dispetto dei boccoli e gli occhi da cerbiatto impugnava un fuciletto di plastica, di quelli che tiri il grilletto e parte un rumoraccio a metà tra un ruggito e una radio fuori frequenza, senza volerlo, sparò. Grrr…
Io a quel punto provai a balbettare qualcosa per cacciare l’imbarazzo: “L’avete visto anche voi, giusto? No, dico, il capretto? Cioè, quel capretto là, quello che galoppava felice sull’arcobaleno…” ma niente, madre e figlio continuavano a tenermi addosso le loro facce sospese tra la pietà e il terrore, l’uomo che invece insisteva a scalciare sassolini, indifferente. Poi ci fu un altro sparo, Grrr… poi di nuovo un silenzio che appiccicava gli istanti alla pelle.
“Attenti, quello deve essere un cannato,” tagliò corto la donna ammiccando al marito di spicciarsi dai suoi pensieri; la cosa buffa è che sillabò la parola ‘cannato’ bisbigliandola con la gola, come per evidenziare una segreta parentela tra le canne e la stirpe dei ciclopi; quindi voltò le spalle del figlio in direzione della strada, per riprendere la scampagnata.
“Strana gente,” pensai e, come nulla fosse, mi rimisi sotto a danzare il Salto del capretto all’ombra della quercia.

Quel lontano pomeriggio d’autunno rincasai al crepuscolo, qualche boccone sullo stomaco, un giro di chiamate, Firenze che alle undici sembrava promettere bene, lo stereo di un localetto che suonava le stesse melodie di sempre – i bassi, la grancassa nel petto, in pancia –, i viavai delle pinte, il chiasso, poi a fine serata la mia faccia dietro a una fila di bottiglie, scolpita su uno specchio, la testa che ciondolava giù dalle spalle come quella di un mulo. A niente era valsa la visita del capretto: intorno alle tre di notte ero di nuovo infelice e ubriaco fradicio, tormentato dai sensi di colpa.
Anche quella sera dovetti aver straparlato delirato o non so cosa, molto probabilmente vantandomi della storia del capretto-redentore con frotte di sconosciuti e amici imbarazzati dai miei modi sguaiati; ricordo soltanto il tizio dietro al bancone del localetto che sogghignava: “Eh, caro il mio ubriacone, è così per tutti. Mica crederai d’essere speciale? La vita è tragica. Ascolta, funziona così… Tutto ha inizio col primo orgasmo, poi a ruota i vestiti quelli giusti, la tua musica preferita, gli stravizzi – sigarette alcol canne anfetamine e compagnia bella –, poi l’arte, poi ancora e ancora più alcol e alla fine – zacchete! in mezzo ai boschi a fare il filosofo insieme a un capretto parlante che galoppa sugli arcobaleni…” quindi pacche, sfiatate, risate larghe.
Tocca essere sinceri: ci ho messo qualche anno per realizzare che quel tizio al bancone non era un filosofo, un illuminato, un mago e insomma un collega in incognito del capretto-redentore, bensì uno sciagurato fra tanti che mi stava allegramente prendendo per i fondelli.