La città di Prato stava ancora dormendo. L’orologio segnava le cinque, e il silenzio era perfetto, in quell’afosa mattina d’Agosto.
Io e H. parcheggiammo lo scooter davanti al giardino del Dottor Langianni, il mio psichiatra, quartiere La Pietà. Salimmo le scale della villa in punta di piedi, le nostre camicie sapevano dell’acre della marmitta. Non ci volle poi molto a trovare la camera da letto.

“Avanti con quel coltello.”
“Cosa c’entra tutto questo con la libertà?” balbettai; la destra tremava – dio se tremava! sentivo il serramanico scivolarmi via dalle dita.
“Sai cosa devi fare.”
“Non so se ce la faccio.”
“Non hai scelta.”
“Non posso.”
“Devi!”
“Perché?”
“Preda o predatore. Non esiste altra legge.”
“Ma cosa significa?”
“Significa che ancora non sai chi sei. Esegui!”

La camera del Dottor Langianni non era grande come l’avevo sempre immaginata, stava nel sottotetto, e l’aria che vi si respirava era acquosa, pregna del legno delle assi. Il disco della torcia puntava sul letto in diagonale, piegava in oblungo e saliva fino a prendere l’angolo di un quadro, poco sopra la testata. Ricordo soltanto il verde lucido della cornice.
Aleggiava una quiete enigmatica; c’era un non so che di acuto in quella stanza. Il dottore dormiva aggomitolato sul fianco sinistro, vicino al bordo, il coprimaterasso era ammaccato di sudore. Le lenzuola ce le aveva attorcigliate tra le gambe, sembrava aggrappato a una fune.

Non fu difficile: l’ho fatto. Lo psichiatra non fece nemmeno in tempo ad aprire gli occhi. Non ci sono ossa tra la pelle e la giugulare, il taglio fu morbido e preciso. Accostai alla ferita la bocca di un fiasco preso chissà dove, il sangue scivolò silenzioso sul vetro; ne raccolsi una lattina. H. era lì, alle mie spalle. Mi accarezzò la testa in maniera affettuosa, stropicciandola.
“Era necessario?” chiesi cercando i suoi occhi.
“Sì,” fece secco, e accennò col capo.
“E adesso?”
“Adesso andiamo a distruggere le prove della tua colpa. Seguimi,” disse, e prendemmo le scale, diretti allo studio dello psichiatra, al pianterreno.

Il perlaceo dell’alba diffondeva nello studio del Dottor Langianni attraverso una parete a vetri che dava sul giardino, una luce troppo debole per far pensare a un nuovo giorno, gli oggetti si distinguevano a malapena gli uni dagli altri.
Al contrario della camera da letto, lo studio era ampio. Un’enorme libreria alta fino al soffitto occupava un lato della stanza per svariati metri. Ma era la scrivania il pezzo importante, un tardo-impero in mogano col piano in bachelite marmorizzato. Sopra vi erano tre targhe d’onorificenza ai meriti professionali disposte in maniera discreta, poi un portapenne di metallo e un posamano in pelle sul marrone scuro.

Aperta la porta dello studio, H. si lanciò a rotta di collo contro una cassettiera, in preda a un furore incontenibile, la spaccò a forza di pugni. Poi sfuriò su un mobiletto, poi ancora tra gli scaffali della libreria buttando in aria bracciate di archivi, libri, risme e tutto quello che gli capitava sotto tiro, deragliando prepotentemente da una parete all’altra. Sembrava che il suo corpo fosse diventato improvvisamente gigantesco, troppo grande, troppo impetuoso per poter essere contenuto in quella stanza. Io nel frattempo ero ancora sulla soglia. Osservavo H. apparire e scomparire di continuo attraverso il cono della torcia, i turbini delle carte che si avviluppavano come il pulviscolo in controluce, come una bufera.
Alla fine H. trovò la mia cartella clinica. I suoi modi si fecero chirurgici; con un cenno della testa m’invitò alla scrivania: “Queste sono le tue carte,” disse; anche la sua voce si era trasformata, simile a quella di un demone, una voragine gutturale: “Trova la colpa e distruggila. Nessuno deve conoscere il tuo orrore, la tua vergogna più grande, il tuo segreto inviolabile. È la legge del potere, il verbo: soltanto così sarai libero. Avanti!”
Cominciai a spulciare il faldone in maniera concitata. Ero terrorizzato, sudavo freddo.

“L’hai trovata?”
“No, non c’è. Queste cose le sapevo già.”
“Non è possibile. Cerca meglio.”
“Ti ho detto che non c’è!” esclamai innervosito. “Qui dice soltanto che sono uno psicopatico, che sono un coglione!”
“E allora dov’è la tua colpa?”
“Come faccio a saperlo, sei tu che dovresti dirmelo!”

Da strapparsi la pelle di dosso! Tutto a un tratto mi ero accorto che non sapevo assolutamente niente di quel che stava succedendo. Cosa stavo cercando? Cosa stavo facendo? Perché ero insieme ad H.? E chi diavolo era questo H.? Ero troppo impegnato sulle mie carte per tentare di decifrare quello strano personaggio: fatta eccezione per la camicia sbottonata, l’idea che fosse uno sbandato, i capelli stopposi di media lunghezza tirati indietro usando gli occhiali da sole a mo’ di passata, il naso un poco schiacciato e la bocca larga, le vene che gl’ingrossavano sulle mani da sotto una pellaccia tesa e forte che pareva cuoio; a parte questi pochi particolari disarticolati tra loro, dicevo, proprio non riuscii a vederlo in faccia quell’uomo di cui non conoscevo nient’altro se non l’iniziale del nome, o almeno così credevo.

“Dov’è la colpa? Dov’è? Dov’è? Dov’è?” continuava a incalzare H. pressandomi sulla schiena col suo petto madido per ficcare il naso tra le mie carte; l’odore del suo sudore pungeva negli occhi, era ripugnante.
“Non lo so cazzo, non lo so! Io non ci capisco più un cazzo!”
“Eppure c’è! Dov’è? Dov’è? Dov’è?”
“Ho detto che non la trovo, che non c’è!”
“Davvero non ricordi?”
“Cosa dovrei ricordare, dimmelo! Cosa?”
“Cosa? Cosa? Cosa?” ribatté H. ridendo a bocca larga, quasi ragliasse. Era fuori di sé; o meglio, lo era sempre stato, ma io non lo realizzai che in quel momento.
“La colpa!” esplosi. “Dimmi cosa diavolo sto cercando tra tutti questi fogli!”
“Già, quasi dimenticavo, la colpa…” strabiliò H., e proseguì: “Dov’è la colpa che cerchi che fuggi e che senti di meritare?”
“Ma cosa stai dicendo!” disperai accelerando il mulinare delle dita dentro al malloppo della cartella. “Ora m’ammazzo, cazzo! M’ammazzo!”
“La colpa non si trova sui fogli,” riprese H. cantilenando come recitasse una filastrocca. “La colpa non è un evento in particolare. La colpa è originaria, è orrore, è sé. Dunque la colpa, se non è tra le tue carte, dimmi: dov’è?”
“Adesso basta!” urlai disperato.
A quel punto s’accese il lampadario – un lampo – e un istante dopo vidi il Dottor Langianni esplodere due colpi di pistola che suonarono acuti contro una delle sue targhe. Sentii un proiettile sfiorarmi il gomito destro. Subito lasciai cadere la torcia, presi il fiasco e saltai giù da una finestra che avevo lasciata spalancata. Il dottore vide soltanto i lembi della camicia che gonfiavano nella fuga, io ero già a perdifiato sul marciapiede.
H. mi raggiunse poco dopo a bordo del suo scooter, lanciato su un viale ombroso di platani, inchiodò; lui il pericolo l’aveva fiutato in anticipo, questione di millesimi, quel tanto che bastava per dileguare dalla villa senza lasciare tracce. Non feci domande, con un salto montai in sella. Sapevo bene che non quadrava un bel niente in tutta questa faccenda: “Sono o non sono un assassino?” Ma non m’importava avere risposte. Era tutto così tremendamente reale, vivo. Avevo salvato la pelle, la pelle!

H. dètte gas, e subito prendemmo quota. Sembrava di volare.
“Almeno il sangue l’hai trovato!” sbraitò il mio compare sfrecciando pericolosamente di fianco a un camion della nettezza urbana, e rise sguaiato. Fu l’ultima cosa che disse; la velocità ci schiacciava la faccia.
Non so se H. fosse consapevole del guaio in cui mi aveva appena cacciato, dei sensi di colpa e delle apocalissi che, da quel giorno in poi, mi avrebbero torturato l’anima per anni. A pensarci non so nemmeno se gli sia mai importato qualcosa di me a quell’avanzo di galera. Sta di fatto che in seguito alla nostra folle avventura, io e H. non ci saremmo incontrati mai più.