Premessa

Tramandatoci tra gli apocrifi di Adamo da Brema, il De Maccheronibus Contea è una breve orazione satirica segnata da un realismo duro e antipoetico, l’invettiva di uno scrittore accidioso contro l’imperatore, la sua corte, il popolo tutto – l’uomo. Sconosciuto alla gran parte del volgo delle lettere, quella che presento è la sua prima traduzione in lingua italiana.

Vi racconto cose viste di persona, e non apprese da altri.
Partendo dalla città di Salsicciotto, in Bassa Crucconia, ci vogliono almeno tre giorni di bicicletta per raggiungere la Contea di Maccheroni. Un viaggio piuttosto lungo, è vero. Ma credetemi, ne vale la pena. Dico, quello sì che è uno Stato che funziona – un esempio da seguire! Proprio come narrano le leggende, del resto. E non parlo soltanto della ricchezza, che là abbonda come da nessun’altra parte. A rendere Maccheroni una contea assai speciale è la spiccata felicità dei suoi abitanti, una felicità che gli viene dall’avere idee chiare intorno al mondo e un numero esiguo di leggi a cui sottomettersi. Di fatto, a un maccheronese basta sapere che la propria casa poggia sulla terra, che la terra poggia sulla natura, che la natura poggia sul tempo (un tempo ciclico che coincide grossomodo col giro delle stagioni) e che il tempo da ultimo poggia su se stesso, immutabile. Per quel che riguarda la legislazione, poi, roba da far vergognare i vari Minosse, Licurgo e Solone. Quelli di Maccheroni confidano in tre sole leggi per guadagnarsi i favori del buon Dio, ovvero: non peccare di superbia, rispettare i genitori e, soprattutto, avere sempre un condannato per matricidio da rinchiudere in galera, per tutti i secoli dei secoli o quasi. Suonerà strano, e forse anche un po’ buffo, ma è così che funziona da quelle parti. A Maccheroni vige infatti un’arcana e millenaria credenza secondo la quale nessuna comunità è in grado di prosperare se mancante di un condannato per matricidio. E il fatto strano è che per loro non fa differenza che il condannato sia realmente colpevole dell’uccisione della madre o meno. L’importante è che ci sia qualcheduno da accusare, per poi buttarlo in carcere finché non crepa e amen. Una credenza tanto irrazionale, questa, che a noialtri della Bassa Crucconia non può che riuscirci assai difficile da masticare, e che per indole ci porterebbe addirittura a svalutare il benessere che in Maccheroni regna incontrastato da almeno cinquemila anni. Anche se in realtà, sia detto tra noi, più passa il tempo e più mi convinco della bontà di quella legge, che sia davvero questo il segreto del successo di quella remota contea, in campo politico e non solo.
Poi, ripeto, comunque la si voglia interpretare questa faccenda del matricida, l’unica cosa che conta è che quello Stato funziona che è un piacere. L’economia è basata quasi esclusivamente sulla coltivazione del grano, i mulini ad acqua e la panificazione, sebbene ogni individuo sia poi libero di esprimere la propria natura come meglio crede, senza doversi sentire in obbligo di prendere parte al tradizionale ciclo della pagnotta. Gente da encomio, i maccheronesi. Veri e propri spiriti liberi. Ci trovi Filone da un Chilo, il conte, che è insieme giudice, indovino e gran filosofo puzza-fiato. Don Crostino il bibliotecario, esperto in tuttologia e meticoloso leccapiedi del sovrano. Madamigella Rosetta, la donna fatale, che ridacchia e carambola tra le confabulazioni di Muffa il banchiere e il General Micotossina; è lei che muove i fili della contea, o almeno così le pare. Poi c’è Toast il menestrello, che strimpella canzonette e fa il gigione con Donna Sfilatino, sua madre. E il Cavalier Hamburger, sedicente uccisore di draghi, vanitoso e ricco sfondato, tutto ugge e brillantina. E ancora Focaccia lo scrittore, un omuncolo pingue, gambe storte, gran chiavatore, celebre per aver scritto una raccolta di apologhi intitolata Le mie pagnottelle (un vero successo in quel di Maccheroni), della quale riporto di seguito il primo apologo o pagnottella, che dir si voglia:

Il mago

La storia è di quelle buffe. C’era una volta un bambino che chiuse gli occhi, strizzandoli così tanto che si convinse d’essere invisibile. Entusiasta dell’incanto, il bambino continuò a strizzare e a strizzare le palpebre, al punto che arrivò alla conclusione che tra il nulla e la realtà non vi fosse poi questa gran differenza, per cui tanto valeva starsene con gli occhi chiusi all’ombra di un alberello e godersi la giornata. Pochi minuti, e a forza di dar confidenza al buio il maghetto s’addormentò. Si era presso dei giardinetti di periferia, nel primo pomeriggio. Passava da quelle parti una zingarella. Questa, vedendo il gran mago che se ne stava lì a sonnecchiare, gli s’avvicinò, gli sbirciò le linee della mano e strabiliò: “Che fortuna, un citrullo!” e in men che non si dica gli rubò il borsellino. E questo è quanto.

Oh, crùcconi! Che ve ne pare? Che gran civiltà che è Maccheroni, nevvero? E ancora non ho finito di raccontare! Dopo aver trattato del conte e la sua corte, adesso tocca al popolo, molteplice e bizzarro che sembra un carnevale.
Sapeste che spettacolo quel popolone, che meraviglia! Le danze, i colori, le musiche, i petardi. E le maschere che non ci sono, poi – e quante! Tante ce ne sono, che ne farò un breve catalogo, giusto qualche nome da mandare a memoria nei giorni di sconforto: il Ragionier Pasticcio, il sergente Ciambella ‘Al’ Cianuro, Pizza il giullare, Chicco il tuttofare, Lievito il bighellone, Pastella il matto, Spiga l’anoressica, Gnocca la barista, Panino lo sportivo, Doppiozero il tossicomane logorroico, Cannolo il fricchettone amico di tutti, Azzimo il fondamentalista religioso, Lasagna la troia pazza, Tortellino il pederasta, Frate Grissino l’onanista furioso, Bombolone il sodomita, Pretzel il cornuto, Briciola il senzatetto, la Signorina Sfogliatina che, poveretta, fa da badante a Vate Ostia, il poeta depresso, un ometto tutt’ossa e dal carattere morboso capace a recitare una e una sola poesia che nessuno ci ha mai capito un accidente, lui compreso:

L’uomo

In niente
manca, l’uomo: siamo i muscoli

Gli organi le ossa la furia l’orgasmo – tutto
il buio ammassato
sottopelle, di qua dallo specchio

Delle parole – l’essere uno
col campare degli animali,
animali noi stessi.

E infine c’è Vinello, il matricida. Ormai sono anni che se ne sta lì a girarsi i pollici in galera, a litigare coi suoi spettri e a frignare: “Pietà!” e insieme, “Perché?” e ancora, “Meglio sarebbe non esser mai nati!” oppure, “Domani sarà meglio di oggi!” Vinello che ogni sera, imbossolato nella sua coperta di lana, farfuglia sempre la stessa malinconica preghiera della buonanotte; una preghiera infinita che, stando alle dicerie del popolo, sarebbe nientemeno che una sorta di canto magico per propiziare la rinascita del sole:

La filastrocca del perdono

Mamma mammina,
profumo di giglio.
Santa Regina,
perdona tuo figlio!
Mamma mammina,
profumo di giglio.
Santa Regina,
perdona tuo figlio!
Mamma mammina […] ∞

Che poi – Vinello, un matricida? Figurarsi! Io l’ho conosciuto. Lui è un buono, un imbelle. Tra l’altro, intendiamoci: sua madre non è nemmeno morta. Ma che ci vuoi fare? Il giudice ha deciso, e tant’è. Perché c’è bisogno di condannare qualcheduno per matricidio, da quelle parti. È la legge. Colpevole o meno, poco importa. Basta un sospetto, una lingua biforcuta che spiffera chissà che, e Filone da un Chilo fa subito scattare le manette. Il fatto ancor più sconcertante in tutta questa faccenda, poi, è che a furia di galera anche Vinello ha finito col convincersi d’essere il peggiore degli assassini. E per come la vedo io, fatum est, nel senso che proprio non m’importa un bel niente del destino di quel disgraziato. In fondo, paese che vai, sacrificio che trovi. E soprattutto, come si usa dire da noi in Bassa Crucconia: “Prima dell’uomo, lo Stato.”