La corona di spine

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C’è un pazzo che abita dalle mie parti che è tutto un programma, schizofrenico dalla testa ai piedi, e oggi, non so perché, m’è presa di parlarne. Si chiama Gianfranco, fuma come un turco ed è convinto d’essere Dio. Passa le giornate seduto sullo schienale di una vecchia panchina che dà sul campo da basket dei giardinetti del circondario, aggrappato a un cartoccio di vino. Ormai sono anni che lo vedo: brutto, sdentato, la coccia una palla da bowling incoronata da radi batuffoli bianchi e sfilacciati, sempre con la stessa robaccia addosso, una puzza che non gli si sta accanto. Non so niente della sua vita, se abbia mai avuto un passato, se gli sia mai frullato di schiodarsi da quella panchina o chissà cosa. Conosco soltanto il suo estenuante presente, ovvero una storiella che rimugina in continuazione tra sé e in cui racconta del giorno in cui capì d’essere Dio. Un’ossessione, questa, nella quale pare sia destinato a rimanere intrappolato per il resto dei suoi giorni – La sua corona di spine, mormorano le malelingue – e che Lui, stordito com’è, racconta in maniera a dir poco caotica. Nessuno ci ha mai capito un fico secco. Si tratta di una novella circolare e smembrata da cui si riesce a malapena a cavarne fuori i passaggi chiave. Tutto ha inizio con la colpa, poi a seguire lo specchio, la madre, il sesso che si confonde con la morte, la polizia, i soldi, il vino, la libertà, l’estasi, la gloria, Dio. Questa, grossomodo, la novella. Quindi, giunto all’acme delle sue fantasticherie, Gianfranco resetta e ricomincia da capo – la colpa, lo specchio, la madre e così via, all’infinito.
Ah, se è forte Gianfranco! saranno almeno quarant’anni che va avanti così, ogni volta lo stesso incomprensibile teatro – tutto un inciampare lì, sui soliti sassi. Da primo s’arrabbia, sbraita, impreca, borbotta (colpa-specchio-madre-sesso-eccetera), gesticola che pare a trafficare con uno scatolone pieno di roba, batte e ribatte i piedi per terra, poi all’improvviso s’ammutolisce, lo sguardo nel vuoto, poi di nuovo riattacca ad agitarsi e a straparlare di vino, libertà, estasi, eternità, del suo essere senza colpa, del volto che è tutti i volti, Dio – Colui che invecchia e non lo sa, mi capitò di canzonarlo tempo addietro. C’è chi dice che Gianfranco sia impazzito per via di una delusione d’amore, secondo altri per storie di quattrini, altri ancora sostengono che la follia ce l’avesse nel sangue, che in un modo o in un altro sarebbe comunque venuta fuori. Per quanto diverse, tutte le voci concordano però su un punto, ovvero che fino a poco prima di perdere la testa Gianfranco era una persona dabbene e perfettamente normale. Io, unico nel mio quartiere, sono invece convinto del contrario.
Insomma, non si esce di capoccia così, da un giorno all’altro, tutto in una volta. È raro che ciò avvenga. Può accadere in seguito a un’iniezione infracranica di penicillina, tanto per dirne una; ai topi, almeno, succede così: un ricercatore in biologia bianchiccio e mezzo stordito gli fa una puntura nel cervello e loro sbroccano nel giro di poco. Ma non credo sia questo il caso del Signor Gianfranco, al quale pare che il formaggio non piaccia granché. Difronte a un crollo maniacale, nella testa del malcapitato c’è sempre da sospettare una bella fetta di vita trascorsa in uno stato di completa dissociazione, mesi o anni ritmati dagli sfibranti dialoghi che si svolgono appunto tra le due metà di una mente scissa, tra l’io e il suo doppio. Lambiccamenti che – un po’ per amor di scienza e un po’ per gioco – ho tentato di rappresentare in una piccola poesia con la quale mi affretto altresì a concludere il racconto; l’esperienza insegna che il curarsi troppo dei perché e dei per come di uno psicopatico, lungi dall’essere un esercizio della pietà e dell’intelletto, porta soltanto jella:

Il capro

Gli altri ci vedono nei loro nomi – tu

Sai bene chi sono. Vai al bar, hai orecchie: sono io
quello che ti fruga dentro, quello che ride
quando non ci sei – lo schiaffo
del dopobarba, l’alcol
il deodorante di un’altra marca
stropicciato addosso alla tua ragazza. Sono io lo straniero
il negro il mezzosangue il razzista lo stregone – sono il pazzo,
il sodomita!
Niente

Dico, davvero
non ricordi? Guarda meglio
coi tuoi occhi: c’è dell’altro – qua
in questo bosco capovolto, stravolto

Scosta – scozza
questa frasca: io sono

L’ombra che scuoia il capro – me stesso
il serramanico e l’altra mano
invece che ciaccia
la superficie di una maschera,
nomi. Io sono te

Che prego, quando preghi:
Dio, un’altra faccia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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