La favola di Cupido

I. Il grido d’aiuto

Tutto accadde in un pomeriggio d’inverno di qualche anno fa. Mi trovavo nella mia casa di campagna, dalle parti di Sant’Ippolito di Vernio, nell’Appennino tosco-emiliano, e stavo riposando sul divano del salotto buono; annoiato, canticchiavo un motivetto tanto per fare:

Inno a Pan, 35-41

[…] ed essa nel palazzo partorì
ad Ermes un figlio, già subito strano a vedersi:
bicorne, dai piedi di capra, rumoroso, dal dolce sorriso.
La madre balzò in piedi e fuggì, lasciando il bambino:
ebbe paura infatti, quando vide il viso ferino e barbuto.
Ma il rapido Ermes lo prese subito in braccio
e l’accolse: la gioia traboccava dal cuore del dio.

All’epoca non ero che un trentenne disoccupato e squattrinato, di quelli piagnucolosi che passano le giornate a fissare il soffitto tra sbuffi, rimorsi e fantasie da artista mancato, per cui quello che stavo trascorrendo aveva tutta l’aria d’essere uno dei miei soliti pomeriggi da citrullo, se non fosse che, d’un tratto, nel mentre ero lì che canticchiavo e me la menavo, udii una vocina flebile chiamare aiuto.
Sotto al tavolo del soggiorno, nell’armadio dei cappotti, nella vetrina delle stoviglie, dentro al frigo? Cerca e cerca, realizzai che quel grido d’aiuto proveniva dal sottoscala; quindi aprii la porta e cominciai a rovistare dappertutto, ché intanto la vocina seguitava a pigolare: “Aiuuuto!”
Adesso non sarà facile darvela a bere, ma vi posso assicurare che le cose andarono realmente così. A furia di frugare tra scarponcini e bottiglie di lambrusco, venne fuori che a chiamare aiuto era stato un topo di campagna che, poveretto, si dimenava dentro a una delle tante tagliole che mia madre aveva disseminato in giro per la casa.

Liiiberami, ti prego!” squittì il topo non appena l’ebbi scoperto.
E io: “Questa poi, un topo che parla! Devo avere esagerato col vino ieri sera…”
“Liberami, sto soffocaaando!” insisteva l’animaletto, sicché lo liberai. “Grazie al cielo,” riattaccò quello stropicciandosi il pancino, giusto per sincerarsi d’essere tutto intero, “ho rischiato davveeero grosso stavolta! Ti devo un favore.”
“Oh, non c’è di che,” dissi spianando la faccia in un sorriso, preso da una punta d’imbarazzo, e, incuriosito, mi accucciai a terra e seguitai a dar confidenza. “Ma sai che sei un topo strano? Io proprio non lo sapevo che voialtri topi sapevate parlare. Sarà che a scienze sono sempre stato un ciuco!”
“Macché, questa è una mia personaliiissima disgrazia! Io parlo correntemente tuuutte le lingue della natura,” ribatté di stizza il topo, arruffandoci sopra smorfie e gestacci. “Io sono l’uuunico animale di mia conoscenza a doversi portare addosso questa sciagura!”
“Non ci credo…” strabiliai sgranando gli occhi; la faccenda si stava facendo sempre più interessante. “Tu conosci tutte le lingue della natura? Questa sì che è una tragedia!”
Oooh, se lo è!” piagnucolò il topo. “Una vera e prooopria tragedia, puoi dirlo forte!”
“E dimmi,” incalzai, “cos’è che dicono gli altri animali?”
E l’altro, affranto: “Eh, che vuoi che dicano! Inutile starsi a rooompere la testa. In fondo, gira che ti rigira, tutti gli animali dicono seeempre le stesse cose: ‘Ho fame…’; ‘Ho sete…’; ‘Che bontà!’; ‘Ma è disgustoso, bleh!’; ‘Io sono gigantesco e meraviglioso!’; ‘Ahimè, quanto sono deboluccio…’; ‘Chissà se quello mangia carne oppure erbette?’; ‘Ora lo divoro!’; ‘Non mangiarmi, ti supplico!’; ‘Oh, ma che bella casetta!’; ‘Balli con me?’; ‘Perché non balli con me?’ Insomma, parlano di questo gli animali, nient’altro. Sapessi che noooia ogni singolo animale, ogni singolo mondo, mio caro…”

Strana faccenda, la vita. Dico, passi anni ad annoiarti tra localetti e pasticcerie convinto che niente possa più sorprenderti e da un momento all’altro ti ritrovi a chiacchierare fitto con un topo parlante che dà tutta l’aria d’essere un poeta. Il tempo di poche battute e già pendevo dalle sue labbra.
Avreste dovuto sentirlo. Quante ne sapeva quello lì! Quante ne aveva viste e vissute! Dirlo navigato sarebbe decisamente poco, furbo e farabutto che pareva esser stato a lezione di vita da Satana in persona. Ma soprattutto, ripeto, come le raccontava! Viaggi avventurosi, drammi d’amore, guerre, feste – oh, se era affascinante quel topo! Che poi a pensarci non sono nemmeno sicuro che le sue fossero storie realmente accadute. Filosofo e chiacchierone com’era, la bugia doveva riuscirgli assai spontanea. Diceva di chiamarsi Cupido, di non temere niente e nessuno – fatta eccezione per l’odiosa serpe, cacciatore infido e spietato –, d’essere goloso e ladruncolo al pari d’ogni topo di campagna nonché amante dell’ozio, dei banchetti e così via – proprio come me.

Che animaletto fuori dal comune! Ah, se ero felice d’averlo conosciuto! A tratti, nel mentre me ne stavo lì ad ascoltarlo, mi sentivo d’essere nientemeno che l’uomo più fortunato di questo mondo, un eletto. Certi incontri non avvengono per caso, rivelano un destino – mi dicevo, e l’universo mi pareva espressione della volontà di un dio estatico e benevolo. Per quanto si trattasse di un incontro a dir poco eccezionale, però, mai mi sarei potuto immaginare ciò che sarebbe successo.
Dopo appena un’ora che si era nel sottoscala di casa mia a confessarci di tutto e di più, il topo – o Cupido, se vi pare – prese a raccontare proprio della volta in cui imparò tutte le lingue della natura. Intendiamoci, non fui certo io a chiedergli perché mai – unico fra gli animali – fosse vittima di una sciagura tanto grande. Discreto come sono, non mi sarei mai permesso. Fu lui a lanciarsi a capofitto nel racconto, credetemi, e sono certo che lo fece giusto per il gusto di straparlare di sé, per vanità – senza sospettare minimamente che, una volta appresa questa storia, la mia vita sarebbe cambiata da così a così; una storia tanto avventurosa e piena d’incanti che – sperando di far cosa gradita a Bacco – proverò a raccontare in una favola.

LA FAVOLA DI CUPIDO

i. L’inizio della storia

Prima di quei fatti, dubito avesse mai sospettato che la vita gli si potesse rivoltare come un calzino. Non c’era niente di strano in quel risveglio, niente di differente dalle altre mattine. Era un’alba profumata d’agosto e, come ogni giorno, Cupido era guizzato giù per il tronco del Grande Faggio che pareva un fulmine – a zigzag –, un saluto alla lumaca e alla formica, laboriose vicine di casa: “Buongiorno!” e poi via a gran corsa incontro a un albero di melo che stava lì a poche centinaia di metri, passato il praticello di un uliveto a terrazze, per fare colazione.
Correva veloce come una scheggia nella frescura del sottobosco, e, per mascherare a se stesso la fame e la sete che lo solleticavano per tutto il corpo, canticchiava una filastrocca:

La filastrocca del topo

È bello il cielo, è bella la procella;
il bosco è un velo e il sole è la mia stella.
Dal faggio al melo la fame saltella
tra un asfodelo, un giglio e una novella.

Dovete sapere che, all’epoca in cui avvennero i fatti, il nostro amato Cupido era ancora piccolo piccolo (questo almeno è quanto ho dedotto), inesperto del mondo; un mondo che per lui si limitava alla sua tana ricavata nel tronco del Grande Faggio e al bosco attorno a casa mia, a Sant’Ippolito di Vernio.
Cupido era tanto piccino che sapeva dire soltanto: “Buongiorno!” tanto ingenuo da credere che ogni fatto della giornata non fosse nient’altro che un disteso e gioioso buongiorno, una lieta promessa di sazietà per gli scricchiolii del suo pancino. Inoltre, insieme al buongiorno, Cupido conosceva la filastrocca che avete or ora ascoltata (intendo la melodia, non il significato delle parole, sia chiaro), una canzoncina che quasi sicuramente doveva essergli stata insegnata dai genitori, dei quali, però, non sembrava serbare alcun ricordo. Per via della sua cocciutaggine da filosofo, il topo sosteneva infatti che la filastrocca fosse parte integrante del suo organismo, proprio come i denti le zampe e la pelliccia – e noi fingeremo di credergli, ché poco ci cambia.

Dunque il piccoletto era lì che correva e cantava. Un giorno fra tanti, dicevamo, niente di che. Tutto ebbe inizio quando, d’un tratto, giunto a pochi passi dall’albero di melo, una fucilata schiantò per tutto il cielo, Pam! e una merla si sfracellò a terra tramortita, proprio accanto a Cupido, il quale, di riflesso, irrigidì la sua corsa spensierata in un sassolino.
Insensibile alla sofferenza altrui, l’attenzione del piccoletto venne subito rapita da una grossa e luccicante mora che la merla teneva stretta nel becco. Non aveva mai visto niente del genere prima d’allora. Oh, se era bella quella bacca! E quanto profumava, poi. Insomma, fu amore a prima vista!
Ladruncolo dalla nascita, il topo non ci pensò su due volte a rubare la mora, e, proprio nel momento in cui riuscì a districarla dalla morsa del becco, la merla, nel suo ultimo respiro di vita, gli sussurrò: “Stai attento, topino…” un monito a cui il nostro rispose a tono con un entusiasta: “Buongiorno!” e in un sol boccone divorò la mora.

Sappiamo un po’ tutti come vanno certe cose. Mangiato di quel frutto, Cupido si sentì pervaso da una gioia arcana e grandiosa. Era come se all’improvviso il giorno gli stesse rivelando una nuova luce – più intensa, più vivida –, come se tutto, intorno a lui, avesse appena acquisito un’ulteriore, innominabile dimensione. Gli sembrava che il bosco, le nuvole, il sole, il frastuono dei torrenti, il vento e insomma che l’universo intero non fosse che questo: una dispensa stracolma di more, l’una più dolce dell’altra.
Invasato da quell’irrefrenabile entusiasmo d’amore, il topo abbandonò il quotidiano proposito di andare a mangiar mele tra l’aspro e l’acerbo, e si affrettò per tornare al Grande Faggio, nel cuore la profonda convinzione che, da quel giorno in poi, la sua bocca non avrebbe gustato nient’altro che non fosse una bella mora, matura e succulenta, tutta polpa e succo. Mentre galoppava come un purosangue incontro alla sua tana, la lumaca e la formica, che ancora si stavano affaccendando tra le radici del Grande Faggio (in fondo erano trascorsi appena due minuti), notarono immediatamente che la bocca del piccoletto era tutta imbrattata d’un rosso appiccicoso, sicché ebbero un sussulto: “Ha mangiato la mora!” esclamarono in un solo coro, ed erano così preoccupate che, come il topo gli sfrecciò accanto senza salutare, provarono anche a scuoterlo dal sonno di quella sua irreale e incontenibile gioia, dandogli degli estremi consigli: “Non dimenticare la fatica dei giorni!” urlò la formica; “Non dimenticare la quiete del cielo!” rincarò la lumaca; consigli a cui il topo, ahilui, rispose cantando il solito: “Buongiooorno!”

Purtroppo, si sa, il piacere appartiene all’istante. Nemmeno il tempo di rincasare, che il piccoletto sentì la felicità svanirgli di dosso così, all’improvviso, come non ci fosse mai stata, scalzata da fastidiose sensazioni di incompiutezza e irrequietezza. E c’era da aspettarselo. Intorno a sé vedeva soltanto ghiande e bacche raggrinzite: insomma, dov’erano finite tutte le more appena fantasticate?
Cupido andava avanti e indietro per lo stretto della sua tana pensando ossessivamente a quel frutto tanto delizioso, non riusciva a darsi pace. Di quando in quando, poi, faceva capolino fuori dal Grande Faggio e guardava su in cielo, sperando con tutto il cuore che l’aria si trasformasse in un fracasso di fucilate, che dall’alto cominciassero a venir giù merli e merle a volontà – che si mettesse a piover more. Ma niente, il cielo non si curava affatto dei suoi desideri.
Tutto a un tratto, però, affacciatosi per l’ennesima volta nel mondo là fuori, Cupido avvistò un roveto pieno zeppo di more, di là da un piccolo castagneto che stava dirimpetto al faggio, sicché un balzo, una capriola, ed era bell’e fuori dalla tana, in una corsa festosa diretta al roveto.
“Ha dimenticato la fatica dei giorni! Ha dimenticato la quiete del cielo!” gridarono spaventate la lumaca e la formica, ma inutilmente. Cupido, sordo alle voci del bosco, senza neppure rispondere buongiorno alla preoccupazione degli amici, continuò a correre come un pazzo incontro alle more, e, in men che non si dica, si ritrovò nel bel mezzo di una grossa matassa di pruni.
“Ahi!” squittì alla prima spina che gli aprì una ferita lungo tutto un fianco. “Ahi!” fece alla seconda che gli si conficcò dietro un orecchio. “Ahi!” squittì ancora una volta, e poi ancora e ancora, nel mentre era lì che tentava d’arrampicarsi il più rapidamente possibile attraverso quell’intrico fitto di punture, teso verso una mora che era ancora più grande di quella rubata alla merla.

Bacco crapulone! Chi l’avrebbe mai detto? Tagli, graffi, pizzicotti: la faccenda si stava rivelando più complicata del previsto. Eppure, nonostante il gran dolore, arrampica arrampica il topo riuscì a raggiungere la mora. Purtroppo, però, proprio nell’attimo in cui allungò le zampine sull’oggetto del desiderio, alle sue spalle udì prima un fruscio sinistro, poi un sibilo e un istante dopo ancora una voce diabolica che disse: “Adesso ti mangio!” Spaventato, il topo si voltò di scatto. Un fiato umido lo stava avvolgendo, intrappolando in una spirale. Davanti a lui c’era una bocca spalancata, enorme, buia, fetente. Era lei, la serpe.
A quel punto la paura, l’istinto di sopravvivenza e la fuga divennero un solo respiro e in un batter d’occhi il piccoletto si ritrovò che era fuori dal roveto, immerso in una corsa disperatissima.

Tra le foglie, sotto ai sassi, nelle spaccature dei massi: non c’era nascondiglio che la serpe – agile e snella com’è – non riuscisse a raggiungere con facilità. Ciò nonostante Cupido continuava a correre, a testa bassa, tracciando traiettorie labirintiche nella trama del sottobosco, tra i denti la speranza di riuscire a confondere, a seminare la serpe. Ma ogni improvviso cambio di direzione, ogni guizzo, per quanto imprevedibile, non riusciva mai a sortire l’effetto sperato. La serpe si faceva sempre più vicina, sempre più feroce; tra l’altro, per motivarsi, recitava una sorta di motto di guerra – una poesia di soli due versi che, per quanto piccola, metteva addosso una gran paura:

Epigramma della serpe

Davvero cerchi te stesso? Io voglio
altro: l’oro e le donne.

Sembrava che tutto stesse per volgere al peggio. La serpe era così tesa e decisa al compimento che già pensava a dove avrebbe potuto appartarsi per digerire in santa pace il meritato banchetto. Questione d’istanti e Cupido si sarebbe ritrovato a soffocare nelle budella appiccicose e puzzolenti del rettile, in un bagno di succhi gastrici. Ma accadde l’insperato.
Passava da quelle parti un rospo, strascicandosi a fatica nel folto del fogliame. Si era svegliato da poco, il poveretto. Indolenzito dal sonno, la sua andatura goffa sembrava esclamare: “Mangiatemi!” sicché la serpe con un colpo di frusta improvviso gli si scaraventò addosso – le fauci aperte che parevano una grotta – e in un sol boccone trasformò il rospo in una gustosa colazione. Dal canto suo Cupido (che aveva e non aveva compreso la fortuna che gli era appena capitata) proseguì nella sua corsa forsennata, e, più veloce di una saetta, rincasò. Corse così velocemente che la lumaca e la formica, benché fossero ancora intente alle loro mansioni mattutine, non si accorsero del suo rientro.

Adesso il topo, macero per la fatica e per le ferite dei pruni, se ne stava sdraiato nella sua tana a smaltire il fiatone e gli incomprensibili dedali di quanto gli stava accadendo da che si era svegliato. In quell’alba profumata d’agosto, nell’arco di soli cinque minuti, il piccolo Cupido aveva conosciuto la realtà del mondo: l’estasi e la disperazione, il senso tragico dell’esistenza, il dover-essere uno degli infiniti punti del grande cerchio della vita – la catena alimentare –, l’intima e irrisolvibile contraddizione nello scoprirsi a un tempo preda e predatore, carne viva.
Ah, povero topo! Più ci rimuginava sopra, e più che la vita gli pareva un inganno e un trabocchetto. Disperato, si affacciò fuori dalla tana, e, gli occhi sbarrati, cominciò a cercare la serpe nel folto della boscaglia. Non riusciva a togliersela dalla testa. Era diventata un’ossessione, proprio come quel roveto zeppo di more che stava laggiù, a pochi passi, vicino e irraggiungibile. Intanto la fame e la sete continuavano a montare e a tormentarlo così tanto da provocargli delle allucinazioni infernali.
In preda al delirio, il topo immaginava la serpe frusciare a spirali per tutto il bosco – gigantesca, mostruosa, lunga chilometri e chilometri –, seguita da un corteo infinito di more che saltellavano incantate dalla sua liscia e splendente sinuosità, innamorate alla follia delle sue virtù da cacciatore infallibile e spietato. Insieme ai giri e alle voluttuose circonvoluzioni della serpe, poi, Cupido vedeva il bosco sciogliersi in un vortice, squagliarsi in un pasticcio di colori, simile alla tavolozza di un pittore, con le more che intanto continuavano a piroettare festose nonostante la catastrofe, invasate dalla fatua – e, nelle allucinazioni del piccoletto, perversa – vanità della serpe.
Infine andò che – vuoi per le visioni da fine del mondo, vuoi per la fame – il topo si abbandonò a un sonnellino, durante il quale gli successe di fare un sogno alquanto strano che mi appresto a raccontare.

ii. Il sogno

Era l’alba, l’ora di svegliarsi. Come ogni giorno, sgranchite le ossa in uno sbadiglio, Cupido buttò un’occhiata fuori dalla tana, tra le radici del Grande Faggio, in cerca di acqua e cibo. Ma il bosco non c’era più. Al suo posto si spalancava, immensa, una voragine di buio.
Dopo qualche minuto di inconcludente ricerca, non riuscendo ad avvistare né una ghianda né una goccia di rugiada – stufo della sterilità del nulla –, il topo alzò il capo e, come per magia, dritto davanti a sé gli apparve un oggetto, netto, un qualcosa che non era né lui né la voragine. Si trattava di una mora, un’unica, gigantesca bacca dalla curvatura infinita che riempiva del suo aroma zuccherino l’intero volume della notte.
Vista la sete e la gran fame, sorse in Cupido il desiderio di gettarsi incontro a quel frutto immenso. Purtroppo, però, proprio un istante prima che quella scintilla di desiderio si sfogasse in un balzo di festa diretto alla Grande Mora, accadde un fatto che lo strabiliò: il buio prese improvvisamente a infoltirsi di piume coloratissime, a sbocciare, e in men che non si dica la voragine si rivoltò in una gigantesca ruota di pavone, tanto grande da celare interamente sia l’abisso che la mora, tanto fitta da costringere Cupido a starsene rinchiuso nella sua tana, come in prigione. Di fatto, dinnanzi a quella ruota esagerata, andò che il topo si ritrovò intrappolato in una vergognosa sensazione di minorità, e il perché di questo suo improvviso mutamento d’umore è presto detto.
Su ognuna delle piume della ruota di pavone splendeva l’immagine di un animale. Tra Cupido e la sazietà si era appena frapposto l’intero meccanismo della natura – la catena alimentare. La ruota gli rapiva ogni sguardo nel terrore. Ovunque si voltasse, il topo non poteva far altro che imbattersi in artigli, fauci, membri in erezione, pellicce, carcasse. Era impossibile liberarsi da quel labirinto di visioni. Quella selva di piume era tanto esuberante che aggiogava le pupille, affascinava; rifulgeva così tanto dei suoi splendidi colori che si sarebbe potuta scambiare facilmente per il dipinto di un grande artista oppure, che so, per il palazzo di un re, se non fosse che tutte quelle immagini erano, a differenza di un artefatto, in continuo divenire: si trasformavano, erano vive. Perché quelle forme mutavano, si confondevano tra loro, gorgheggiavano, ribollivano, sfolgoravano, il tutto in un processo di trasformazione perpetua e senza scopo che era una danza e insieme una lotta, creazione e distruzione, un fluire continuo che si generava per divorarsi, un gorgo tempestoso di vita e di morte. E fu appunto per questo motivo che Cupido, fifone e suscettibile com’era, aveva preso a disfarsi in una fastidiosa sensazione di minorità. Gli sembrava d’esser stato condannato a dover morire di fame per via del misero corpicino di cui la natura lo aveva dotato, disadatto per quella festa crudele di sangue e sperma che si era imposta ai suoi occhi e che lo separava dalla mora.

D’un tratto, però, accadde che il sogno ispirò al topo la gradita illusione di potersi trasformare in tutto ciò che avrebbe desiderato essere. Come folgorato, Cupido sentì che gli sarebbe bastato mimare i modi di uno qualsiasi degli animali che gli si paravano davanti agli occhi per poterne acquisire il sembiante e le virtù. Ed effettivamente andò che il sogno gli rese possibile questa illimitata capacità di metamorfosi. Difatti il piccoletto prese a trasformarsi prima in lupo, poi di seguito – a forza di bèrci, esercizi ginnici e piroette – in cinghiale, cervo, serpe, volpe, istrice, cane, gatto e insomma in tutti quegli animali che gli ispiravano, chi per un motivo e chi per un altro, sensazioni di libertà, astuzia e potenza.
Così, presa confidenza con l’arte delle metamorfosi, Cupido risolse che era arrivato il momento di gettarsi nella mischia, certo che a suon di morsi e gomitate sarebbe riuscito a farsi strada attraverso quel folto di vita ardente e disperatissima, per poi riuscire finalmente a gustare un morso della Grande Mora. Questo almeno era il suo progetto, la sua speranza di adolescente: la realtà del sogno, ahilui, fu un’altra. Messosi in piedi e a spalle larghe sul ciglio della tana, non appena ebbe preso le sembianze del lupo, accadde che la ruota di pavone s’ingigantì di almeno mille volte, e forse anche qualcosa in più (nonostante fosse già di dimensione infinita), spaventandolo oltremisura. Quindi il topo, che non voleva certo arrendersi alla prima sconfitta, tentò subito altre forme: del cinghiale, del leone, dell’elefante, della balena, della vipera e di chissà quanti altri animali, affannandosi in una ricerca confusa (schizofrenica) di personalità. Ma fu tutto inutile, la logica del sogno era quella, un rapporto di proporzionalità diretta tra le dimensioni dell’individuo e quelle del mondo. Così, ogni volta che il piccoletto mutava sembiante, la ruota riprendeva a infoltirsi, a ingigantirsi, a generare bestie di tutti i tipi e di tutte le dimensioni, costringendo il nostro eroe, qualsiasi forma assumesse, nell’umiliante condizione di sentirsi costretto e condannato nel corpicino di un miserabile topo di campagna – debole, inetto e privo di qualità.

Le cose si stavano mettendo decisamente male. Nonostante ciò Cupido insisteva nel non volersi arrendere al dramma, desiderava a ogni costo oltrepassarsi nella Grande Mora, nella totalità, sicché escogitò subito un altro piano per avere ragione della ruota. Avendo fallito con le forme della potenza, decise che avrebbe fatto un tentativo con le metamorfosi della debolezza, e, tra bronci e piagnistei, si trasformò in un tordo. Come prevedibile, la ruota di pavone si rimpicciolì, tanto che all’orizzonte riapparve uno spicchio della Grande Mora. Ispirato e motivato da quella vista, il topo (ormai tordo) si trasformò ancora e, saltando diversi gradini – a furia di torturarsi il corpo con ascesi perfette e terribili –, si tramutò in un girino. A quel punto la ruota di pavone si rimpicciolì così tanto che Cupido si ritrovò a contemplare la Grande Mora in tutta la sua infinita maestà: uno spettacolo supremo, da togliere il fiato.
È ovvio, adesso Cupido era tanto debole che non avrebbe mai potuto affrontare il viaggio attraverso la ruota, e a lui, minuscolo come s’era fatto, andava bene anche così: morire di fame insieme a quella dolce e grandiosa visione che gli sfolgorava negli occhi.
Sì, Cupido si sarebbe abbandonato più che volentieri all’oblio di se stesso nella contemplazione estatica della Grande Mora – a una vita impoverita –, se non fosse che il sogno gli riservò un ennesimo colpo di scena. Attratti dal fascino della debolezza, dai suoi occhi pieni della visione e dai suoi teatri da asceta penitente – attorno alla tana del mistico topo-girino presero ad accalcarsi gli esseri più infimi, viscidi e puzzolenti della natura. Cimici, sanguisughe, vermi, piattole, ragni, mosche, pidocchi, zanzare: ce n’era una quantità! Cupido, schizzinoso e dai gusti aristocratici, non ci stette nemmeno a pensar sopra. Quegli animali gli facevano tanto ribrezzo che in un batter d’occhi se li scrollò di dosso, semplicemente riprendendo la sua originaria forma di topo, ritrovandosi così punto e daccapo.

Che incubo! E adesso, che fare? Proprio non gliene andava una per il verso giusto. Ormai il piccoletto odiava con tutto se stesso la ruota di pavone, quel bosco intricato di corpi e di visioni che, a dispetto dei suoi primordiali e paradisiaci sogni di sazietà, lo faceva sentire misero e insignificante. Lì, intrappolato nella sua tana, non riusciva che a rimuginare sulle sue sfortune. Il pensiero dei propri fallimenti era tanto penoso, che a tratti gli sembrava d’essere sul punto d’impazzire. Che situazione vergognosa, che umiliazione! E tutto per colpa di un pavone! Ma neanche in quell’occasione si diede per vinto.
A furia di rodersi il fegato, Cupido si ritrovò che era diventato più intelligente di una serpe, più astuto di una volpe, più farabutto che mai. Pensa e pensa, arrivò alla conclusione che avrebbe dovuto giocare sporco contro quel pavone tanto crudele, rendergli pan per focaccia. Decise che si sarebbe fatto largo attraverso la ruota col fascino e con la frode, guidato da una spietata e segreta perfidia, così da raggiungere il pavone, sgozzarlo con un sol colpo d’incisivi e mandarlo all’Orco, per tutti i secoli dei secoli. Di fatto, l’odio aveva mutato i suoi progetti. Sebbene la fame e la sete continuassero a tormentarlo, non gli importava più niente della mora. Bramava la vendetta, solo questa.
Escogitò un piano elegantissimo: staccò due riccioli di legno da dentro la tana e, utilizzando le unghie a mo’ di temperino, scolpì prima la maschera di una farfalla, e subito dopo quella di un lupo. Perché il piccoletto aveva capito che gli sarebbe bastato recitare per attraversare incolume la selva. Alternando sapientemente le maschere dell’aggressività e dell’innocenza, avrebbe provocato cambiamenti minimi ma essenziali nella trama della ruota, in maniera da aprirsi un sentiero a misura di topo tra la crudeltà dei cacciatori e le lagne degli sconfitti. Un piano degno di un grande stratega, verrebbe da dire, se non fosse che anche questo si sarebbe risolto in un fallimento completo.
E pensare che lungo tutto il viaggio la trovata del teatro aveva funzionato alla perfezione! A ogni cambio di maschera la selva mutava, l’istante si cristallizzava, si apriva un pertugio. Praticamente per Cupido fu come passeggiare per le sale di una pinacoteca, oppure in quelle di un museo di scienze naturali, tra bestie impagliate, piante essiccate e calchi in gesso. Poi però, giunto che fu in fondo al cammino, di nuovo la segreta logica del sogno gli riempì il cuore di stupore. Purtroppo la ruota non poggiava affatto sulla schiena solida e superba di un gigantesco pavone. Ogni singola piuma s’infilzava, più sottile di un capello, nel corpo macilento e stropicciato di un pulcino di scricciolo. Proprio così. Quell’orgia di estasi e di disperazione affondava le sue radici nell’inferno della fragilità. Finì che il topo provò così tanta pietà per quell’uccellino pelle e ossa, che in un battibaleno gli passò la voglia di vendicarsi. Insomma, a un passo dal compimento, gli toccò a realizzare di aver fatto un altro buco nell’acqua. Nonostante stesse volgendo al termine, il sogno continuava a prendersi gioco delle sue speranze di riscatto.

Da quella voglia di vendetta che era appena crollata su se stessa – dai vapori di un atto predatorio frustrato –, nacque in Cupido il desiderio di comprendere, il cosiddetto Spirito filosofico.
Svanitagli la preda di tra le zampe, preso da una malinconia di quelle nere, adesso il topo si era messo in testa di voler sapere perché mai quel pulcino di scricciolo fosse sbocciato dal nulla insieme a un’immensa ruota di pavone; perché volesse spaventarlo con le sue visioni di ferocia e voluttà; perché questa folle avventura stesse capitando proprio a lui e non a qualcun altro; ma soprattutto, Cupido voleva darsi una ragione del fatto che lo scricciolo e il suo cosmo fossero sorti dalla voragine proprio nell’istante in cui aveva desiderato il morso di una mora infinita – in quella sua prima, tracotante scintilla di volontà: la Volontà di Sazietà.
Certo dovettero essere ben strani quei primi sussulti filosofici per il topo, per lui che non sapeva parlare, fatta eccezione per i suoi ingenui e vuoti buongiorno. La paura e la rabbia, la noia e la tristezza: in preda a sentimenti di questo tipo, Cupido trascorse chissà quanto tempo seduto accanto ai respiri sofferti dello scricciolo, a piagnucolare e a baloccarsi con le maschere del lupo e della farfalla, con la ruota di pavone che intanto gli incombeva addosso come un unico, pericoloso enigma. Poi però, tutto a un tratto, il piccoletto s’accorse che lui e lo scricciolo se ne stavano seduti su di un guscio di tartaruga, sicché – abbandonate le maschere accanto al pulcino – scese subito dal guscio. Il guscio a sua volta poggiava su un tavolino di legno. E dov’è che poggiasse il tavolino di legno, a nessuno è dato saperlo. Diciamo che il tavolino poggiava su se stesso, così, tanto per spararla grossa. E il guscio non era certo vuoto. Una vecchia, vecchissima tartaruga se ne stava in piedi sulle sue grosse zampotte, fiera e superba, la testa protesa in avanti, immobile che pareva una statua.
Sulle prime il topo non seppe far altro che mettersi a girellare intorno alla tartaruga – un po’ per curiosità e un po’ per infastidire la sua buffa rigidità da stoccafisso –, e percorse quello stesso cerchio più e più volte finché non s’accorse che – proprio sotto al mento della tartaruga – c’era un cappellino di ghianda pieno d’acqua. Assetato com’era, se lo svuotò in un sorso solo.
Bevuta di quell’acqua, accadde che Cupido apprese d’un colpo la lingua delle tartarughe; un fatto, questo, che gli consentì appunto di parlare e far domande.

Il dialogo tra il topo e la tartaruga fu piuttosto breve.
“Chi sei?” Fu questa la prima domanda di Cupido.
E la tartaruga, con un vocione da baritono: “Sono la Sapiente Tartaruga.”
“Che ci fai qua?”
“Non posso rispondere ad altre domande filosofiche. A meno che…”
“A meno che?”
“A meno che tu non mi faccia mangiare una foglia di Sacra Lattuga.”
“E dov’è che si trova questa lattuga?”
A quel punto la tartaruga, inconsapevolmente esperta nell’arte della recitazione, dopo una breve pausa di riflessione scatenò un fulmine dagli occhi e brontolò: “Al di là della valle delle ombre della morte!”
“Sapresti dirmi dov’è questa valle?” ribatté il topo, per nulla spaventato da quei modi turbolenti, ormai impermeabile a ogni sorta d’incanto per via dell’avventura con le maschere.
Quindi la tartaruga si limitò a fare un cenno col testone, come a dire: “Di là,” indicando in direzione di una voragine di buio.
Per Cupido non fu certo un problema assolvere alla missione; semplicemente, andò e tornò: “Sono tornato!” vociò porgendo la foglia di lattuga alla tartaruga, e, proprio nel mentre questa era lì per stringerla nella bocca, il topo – ladruncolo nel sonno come nella veglia – ne staccò un pezzetto e se lo nascose dietro la schiena; un piccolo furto, a pensarci, una sciocchezza per uno come lui: una sciocchezza della quale, però, avrebbe avuto presto di che pentirsi.

“Puoi farmi soltanto tre domande,” riprese la tartaruga dopo essersi pappata la lattuga.
Avendo non una, bensì tre domande a disposizione, Cupido decise che si sarebbe tenuto l’enigma che più gli premeva sciogliere per ultimo; quindi la prese un po’ alla larga e domandò: “Cos’è il bene?”
“Prendersi cura di se stessi per ciò che si è,” sentenziò la tartaruga.
E Cupido, a tono: “E io chi sono?”
L’altra a quel punto rivelò al topo il suo volto:

La filastrocca di Cupido

Mangio le ghiande e mangio le more,
chi si ama nel mondo avrà tutto il mio amore.
Faccio la cacca e faccio la piscia
quando vedo nel bosco la serpe che striscia.

Sono un ladruncolo e un rubacuori,
rosicchio castelli, casupole e fiori.
Squittisco la notte e i suoi declivi,
ma odio i tiranni, la morte e i vocativi.

Prima d’allora, Cupido non aveva mai visto il proprio volto così, nitido, tutto in una volta, perciò, lì su due piedi, si ritrovò a essere totalmente confuso; non sapeva cos’altro avrebbe potuto chiedere, il cervello gli faceva cilecca: “Mora?… Ruota?… Perché esistiamo?… Perché Questo Tutto?… Perché non il nulla?… E il bosco?… E lo scricciolo?… E perché proprio io?… E perché proprio tu?…”
Insomma, il topo era così scombussolato che non riuscì a formulare una domanda sensata. Nonostante ciò la tartaruga – dura d’orecchi e un po’ matta – dovette capire chissà cosa; questa infatti interruppe il balbettio del piccoletto con un colpo di tosse bello robusto e, impostata la voce a mo’ d’attore, recitò una specie di oracolo:

L’oracolo della tartaruga

Il mondo – che pena!
Soltanto un insetto
capovolto sulla schiena.

iii. La fine della storia

Udito l’oracolo, Cupido si riscosse dal sonno. Sdraiato nella sua tana, non ricordava assolutamente niente di ciò che aveva appena sognato. Per questo rimase interdetto, quando, sgranchite le ossa, si ritrovò tra le zampe il pezzetto di lattuga che aveva rubato alla tartaruga. Ricordava la fucilata, la merla stecchita, la mora, il roveto, la serpe, la fuga, il rospo, ma il pezzetto di lattuga, quello no, proprio non capiva da dove fosse sbucato fuori. E in realtà, in quel momento non gli importava darsi delle spiegazioni. Aveva fame, e tanto bastava. Così, senza stare a torturarsi i giri del cervello, finì che mangiò il pezzetto di lattuga in un sol boccone. E fu così che, ingoiata la Sacra Lattuga, il topo apprese tutte le lingue della natura.
All’inizio fu una vera e propria tortura. Buttato giù quel boccone – a suo dire amaro quanto il veleno –, improvvisamente Cupido si ritrovò sommerso da un frastuono di voci che pareva travolgerlo come una valanga di neve. Il mondo – in ogni sua piega, anche la più banale – gli si stava mostrando in tutta la sua misterica concretezza fatta di fame, lotta e voluttà. E quant’era vera, più reale che mai, la sua voglia matta di more! Per non parlare del pensiero che gli dava il sapere la serpe in giro per il bosco, acquattata chissà dove.

Che risveglio! In tutto non erano trascorsi che dieci minuti da che aveva mangiato la sua prima mora. Il topo era disperato. Poi però gli sovvenne quel che aveva appena sognato – la voragine, la Grande Mora, la ruota di pavone, le metamorfosi, il gioco delle maschere, lo scricciolo, la tartaruga – e, come d’istinto, prese a cantare la canzone che gli era stata insegnata durante il sogno, La filastrocca di Cupido (si rammentò di se stesso, insomma), e subito la disperazione scomparve.
Ma niente sarebbe stato più come prima. Nella testa di Cupido stavano già frullando nuovi progetti di vita. Perché ormai c’era da tener conto d’altre cose. Era impossibile fingere che non fosse successo niente negli ultimi dieci minuti: quella maledetta serpe, astuta e crudele, non si poteva certo prendere sottogamba. Così, preso un respiro bello profondo, il piccoletto decise che avrebbe cambiato casa. Gli era già chiaro dov’è che si sarebbe trasferito: sul limitare del bosco, poco distante dall’uliveto in cui si trovava l’albero di melo – ovvero a casa mia, nel sottoscala. Cupido sapeva che difficilmente la serpe avrebbe avuto il coraggio di provocare la cattiveria di noialtri esseri umani per andare a caccia di un piccolo topo di campagna, sicché, in men che non si dica, preparò un fagotto di ragnatela con dentro qualche bacca, scese giù dal Grande Faggio e s’incamminò. Fatti pochi metri, salutò per l’ultima volta la lumaca e la formica, senza nemmeno voltarsi, sbrigandosela con un semplice: “Addio, cambio casa.”
Quindi la lumaca ricambiò il saluto, dicendo: “Ricorda, topino: un giorno cambierai nuovamente casa. Sarà l’ultima, quella definitiva. Addio!”
E la formica, di seguito: “Ricorda, topino: tornerai a mangiar more soltanto quando avrai trovato la tua terza casa. Ma attento, nessuna mora sarà dolce come la prima. Addio!”
Cupido, ormai smaliziato per via del boccone di lattuga, ribatté stizzito: “Nessuno conosce il futuro.”
E gli insetti, in coro: “Noi non profetizziamo il futuro: noi diciamo ciò che è sempre stato.”

Senza dar peso a quelle ultime parole, il topo continuò a camminare sul suo nuovo sentiero. Il sole intanto era sorto, rotondo, poco sopra i crinali. La terra, illuminata dai primi raggi, profumava di fungo. Mentre camminava, Cupido pensava soltanto a cosa diavolo avrebbe potuto rubare di lì a poco per tenere a bada la pancia. E questo è quanto.

II. La serpe

Poi quel pomeriggio d’inverno andò a finire così. Non appena il topo ebbe terminato di raccontare la sua storia, venni rapito da una sorta di epifania: “Che storia fantastica, meravigliosa, piena di vita!” gridavo, quasi folle, tanto mi era piaciuto il racconto. “Ho capito tutto, Cupido – tutto! Sì, non ci sono dubbi: è oggi stesso che si realizzerà la profezia della lumaca e della formica! Sono io la tua terza casa! Insieme a me tornerai a mangiar more! Cupido, ancora non hai capito? Io sono la serpe!” e, detto ciò, con uno scatto improvviso acchiappai il topo per la collottola e me lo divorai in un boccone.
Un finale tragico, penserete, a dir poco crudele – e dio solo sa l’orrore che provai nell’istante in cui realizzai d’aver ucciso il piccoletto! –, ma sta di fatto che, da quel giorno in poi, la mia vita sarebbe cambiata in meglio. Già a partire dalla sera stessa cominciai infatti a darmi da fare coi quattrini, lo sport e la poesia, e, in appena un paio di mesi, da ragazzo uggioso e scansafatiche che ero divenni ricco, bellissimo, libero – forte. Una serpe.

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