La prassi del sangue

ai miei amici

 

Io sono il sangue, un volto e una maschera: quella che capita, che mi calza. Fu questa l’ultima cosa che dissi al carceriere.

«Risposta esatta,» ribatté la guardia, con quel suo duro accento tedesco – la erre lasciata scivolare sul palato –, e gli occhi gli brillarono d’un azzurro esatto; quindi mi passò la chiave dallo spioncino, dicendo: «Le diamo un’ora per prendere le sue cose e andarsene. Il giudice ha appena condannato chi verrà a prendere il suo posto.» Infine mi augurò una buona giornata e chiuse lo sportello, senza nemmeno darmi il tempo per un grazie o un addio.

Non credevo che sarei riuscito a cavarmela con così poco. Ci sono voluti soltanto tre giorni per trovare la soluzione. Dopo l’arresto, il giudice era stato severo e categorico: «Questa è la legge,» brontolò. «Ogni giorno, a mezzogiorno in punto, una delle nostre guardie verrà da lei a domandarle: “Chi sei tu?’” Se la risposta sarà corretta, la guardia le consegnerà la chiave della cella e lei sarà libero, altrimenti le darà un tozzo di pane e una bottiglia d’acqua, e andrà avanti così ogni giorno, finché non avrà dato la risposta giusta, quella che ci aspettiamo.»

Sono un poeta, era stata la prima risposta che avevo tentato, quella detta in tribunale il giorno della sentenza, quando il giudice batté il martello per mandarmi in cella. Poi il giorno seguente avevo provato a mostrare la mia carta d’identità, e la guardia si limitò a schioccare un no secco nella sua madrelingua, nein, per poi passarmi i viveri dal buco dello spioncino. A quel punto mi buttai a pensare intensamente alla mia vita, spaventato dall’idea che quel breve dialogo del mezzogiorno potesse tramutarsi in una condanna all’ergastolo. Ma mi accorsi subito che pensare non sarebbe bastato, per cui presi carta e penna e mi misi a scrivere la mia autobiografia, in cerca della soluzione. Quando il giorno seguente la guardia mi disse che no, la risposta era di nuovo sbagliata perché no, non sono un nevrotico, io ero ancora a circa metà di questo strano racconto che state leggendo, sicché, arraffati il tozzo di pane e la bottiglia d’acqua, mi ributtai più angosciato che mai sulle mie memorie, fino a notte inoltrata, quando, messa la parola fine all’autobiografia, ebbi il mio eureka.

***

La maggior parte dei ricordi della mia infanzia appartengono al dominio dell’impotenza. Tra questi racconterò soltanto i primi due, i più antichi: tanto basta per definire un volto.

Era d’estate, ed era un pomeriggio con un cielo immobile e luminoso. Io e una mia amichetta stavamo seduti sulla soglia di casa dei miei nonni materni. La tenda dell’uscio ci gonfiava addosso premendo vuota sulle nostre schiene gracili e morbide, ondeggiava nei flutti voluttuosi del riscontro. Avevamo tre, forse quattro anni, ed eravamo minuscoli – io e lei –, minuscoli e con le ginocchia abbracciate al petto, il mento appoggiato su un ginocchio e poi sull’altro, le guance paffute e i nostri occhi giganteschi che giocavano a inghiottirsi, ma senza malizia, senza sapersi.

«Mi sposi?» domandai all’improvviso. «Quando siamo grandi, però,» aggiunsi di seguito, come per essere più cordiale, per invogliarla.

«No!» ribatté lei. «Io da grande voglio sposare il babbo e la mamma!» e lo disse d’un fiato, e nella sua voce non vi era niente che tradisse sentimenti di vergogna o di pudore.

Il ricordo di quel pomeriggio è quello dello spalancarsi di un baratro tra me e il mondo. Dopo quelle parole pronunciate con tanta naturalezza, la bambina mi parve d’un tratto diventare ancora più piccola. La guadavo inorridito, lì, rannicchiata su quello scalino di marmo, chiudersi in un nocciolo di susina. Poi di seguito rammento un’emozione confusa, come di una bocca che si spalanca, e in quella bocca una voragine, e nella voragine un risucchio, e infine la bambina che si allontana microscopica in fondo alla strada, che scompare dietro a una curva, mano nella mano con la sua mamma (all’epoca il padre se ne stava in galera da almeno un paio d’anni). Io a quel punto entrai in casa e andai da mia nonna.

In cucina, nella poca luce che passava attraverso gli infissi – quelli brutti in alluminio, che impastano i raggi d’un arancione scialbo –, anche mia nonna mi sembrò fin da subito lontana, e allo stesso tempo come conciliata e fiera nella sua distanza. Era un senso di pericolo a costruirmi i contorni degli oggetti in quella penombra così spessa. Provai a raccontarle ciò che era appena successo, a dire l’osceno.

«Mi sembra normale che voglia sposare il babbo e la mamma,» borbottò mia nonna. «Lei vuole bene al babbo e alla mamma,» concluse, quasi distratta, masticando forse un boccone di mela, forse del formaggio, e io me ne stavo lì immobile in attesa di altre parole, puntando dritto in quei bulbi grigiastri che le brillavano appena da dietro le troppe rughe dell’età, intrappolato nello spessore di quella penombra grossa e umidiccia che sapeva di polvere e naftalina, mentre lo iato tra me e il mondo seguitava a spalancarsi inesorabile, senza che nemmeno me ne accorgessi.

Io in fondo mi aspettavo soltanto che mia nonna dicesse vergogna alla vergogna, osceno all’osceno: ma non lo fece. Chiamò normale la prassi del sangue, e io certo non la intesi. Ero piccolo, ma molto probabilmente già confondevo l’amore con un qualcosa che aveva a che fare col buonsenso e l’armonia tra i sessi, come del resto avrei fatto negli anni a seguire, fin quasi alle soglie dei trenta. Credevo che l’amore fosse un sentimento a misura d’uomo. Sarebbe successo sempre in quell’estate luminosa e impersonale, poi, pochi giorni dopo, che avrei provato ciò che mai avrei creduto potesse essere il mio desiderio più intimo: il voler essere il culmine della catastrofe, l’orrore.

Perché già davanti a quella prima esperienza dell’osceno, nello scoprire la possibilità – e la totale naturalità – di poter desiderare i propri genitori in maniera erotica, già allora sentii che in me palpitava una segreta voglia di assistere allo scatenarsi dell’orrore, e di esserne ovviamente io e soltanto io il centro e motore primo. Vedere l’orrore nella faccia di chi mi sta accanto, in un sguardo imbarazzato che prova a fuggire il mio, in una smorfia che mi apostrofa con disprezzo, perché appunto questa segreta voglia che mi vive esige che l’orrore abbia a che fare con me personalmente, che debba essere io il centro magnetico del terrore e dell’angoscia dell’altro. E quell’estate, pochi giorni dopo la conoscenza dell’osceno, avrei appunto scoperto d’essere io – io e nessun altro – l’orrore.

C’era una gora che scorreva spumeggiante attraverso l’orto dei miei nonni, e ai lati fazzoletti di terra irregolari e rigogliosi d’ortaggi. Poi una capannuccia messa su a forza di massi e schiaffi di calcina in cui il nonno passava le ore a fare il calzolaio e accanto un lavatoio che si affacciava sulla gora dove la nonna sbatteva al risciacquo gli stracci che usava per le pulizie di casa. Poi ancora c’erano le gabbie dei conigli, una baracca in ondulina che faceva da pollaio, una o due pergole cariche di tralci e infine le solite cose che ci sono negli orti: i bidoni quelli grossi per l’acqua piovana, qualche attrezzo, i sacchi di terriccio, le Vergini e i Sant’Antonio dimenticati in qua e là, le cassette di plastica impilate, i vasi di terracotta coi gerani.

Nel pollaio capitava che ci rimanesse intrappolato un qualche uccellino, di quando in quando; un passerotto che andava a beccare insieme alle galline, oppure un merlo o un pettirosso, e i nonni – se l’acchiappavano, se gli andava di farlo – infilavano l’uccellino in una gabbietta e lo portavano in cucina per farmici giocare, visto che la cucina a casa dei miei nonni era di quelle che fanno anche da sala da pranzo e da salotto per ricevere gli ospiti occasionali, e insomma era l’unica stanza che mi fosse dato di bazzicare durante i giorni della settimana (nel salotto buono ci si poteva stare la domenica e basta, le camere da letto invece servivano unicamente per dormirci).

«Porta qua l’uccellino,» ammiccò mia nonna.

Si trattava di un pulcino di merlo, un batuffolo di piume sul marroncino di qualche settimana d’età e che già saltellava e tentava i primi voli.

Anche in quell’occasione ero seduto sulla soglia di casa – accanto a mia nonna, però, la madre di mia madre, che era rustica massiccia e grassottella e aveva la pelle bruna e spessa, piena di macchioline, i capelli grigio-ferro arruffati in un cespuglio di ciocche e di ritrose – e anche quel pomeriggio il cielo giganteggiava luminoso e immoto. Dunque andai in cucina, in quella solita penombra umida e grossa che pareva di fluttuarci dentro. La gabbia con dentro l’uccellino si trovava sopra alla stufa. Mi accostai circospetto, aprii con cautela la porticina della gabbia, infilai la destra e in men che non si dica il pulcino di merlo frullò via e andò a nascondersi sotto a un mobile poco più in là, sempre in cucina.

Ricordo che mi prese un gran spavento nel vedere l’uccellino scapparmi via di tra le dita, e di riflesso mi misi subito bocconi a frugare col braccio sotto al mobile per cercare di riacchiapparlo – e frugavo e frugavo. Tra l’altro la posizione in cui ero costretto era scomoda, perché dovevo lasciarmi lo spazio per seguire con gli occhi gli spostamenti del pulcino e contemporaneamente dare la possibilità al braccio di allungarsi il più possibile. Quell’animaletto era rapido, minuscolo, vispo. Per quanto m’impegnassi riusciva sempre a schivarmi la mano tra saltelli e frulli, mentre la mia ansia di non essere capace di catturarlo montava sempre di più – finché a furia di tentare non riuscii ad afferrarlo.

Che poi quel pulcino di merlo avrei voluto salvarlo, credetemi, tenerlo in gabbia e magari nel corso della crescita trasferirlo in una scatola di cartone bella grande, il tempo di farlo venir su robusto e svolazzante e poi via, agli alberi e ai cespugli – i vermi rovistati e sfilacciati via dal terriccio, il becco ben formato e le zampacce che raspano nervose nelle aiuole. Ma niente: alla fine morì, il pulcino. Perché niente ho potuto, né in quell’occasione né mai. Ed ero stato io, pur non volendo, a ucciderlo.

«Poverino,» mugolò mia nonna. «Guarda, l’hai ucciso…»

A pensarci era stato soprattutto un voler misurare la propria forza, un credersi onnipotenti, un provocare la voragine. Perché la verità è che avrei dovuto semplicemente prendere la gabbia e portarla fuori sulla soglia di casa per poi giocarci con la nonna. E invece mi ero messo in testa di voler dimostrare chissà cosa, di prendere l’uccellino nel pugno e portarmelo dietro così, come fosse una preda di caccia. Poi però la situazione mi era sfuggita di mano e nel panico l’avevo riagguantato così forte da spappolarmelo nella morsa delle dita.

«Guarda che hai fatto,» insisteva mia nonna (e avreste dovuto vedere la faccia avvilita con cui me lo diceva). «Guarda, guarda…»

Non potevo credere ai miei occhi. Vedevo il piccolo merlo nel mio pugno col becco che gli si apriva sempre di più mano a mano che dalla gola si gonfiava una bacca di sangue bruno e denso. Era morto nel giro di cinque o sei passi, tra la cucina e l’uscio di casa, stritolato e strangolato. Di nuovo cominciò a montarmi improvvisa quell’oscura emozione di pochi giorni prima – di quando ero insieme alla bambina –, una bocca che si spalanca, e in quella bocca una voragine, e nella voragine un risucchio, e infine la mia mano con in pugno il pulcino morto che si allontana via da me e si fa microscopica, per poi staccarsi definitivamente dal mio braccio e scomparire.

Poi in realtà, già la sera stessa, così come nei giorni precedenti avevo scordato l’osceno che si annida nell’amore, scordai subito anche l’orrore del delitto appena compiuto. E la verità è che non avrei dato più alcun peso a questi due episodi fino al giorno del mio arresto.

Da quel pomeriggio in poi sarebbe stata semplicemente la fine dell’età dell’innocenza e l’inizio della vita. E per quel che riguarda la mia vita purtroppo ho ben poco di speciale da raccontare: il senso di colpa che ti agguanta nello svanire di ogni orgasmo e che a sua volta trapassa nell’insignificanza e ancora nei pensierucoli del quotidiano; il terrore che gli altri possano venire a conoscenza dei tuoi segreti inviolabili, le indicibili perversioni, i peccatucci; poi la follia che ti bracca da presso, che speri sempre che tocchi a qualcun’altro, finché non arriva il giorno in cui ti accorgi che nella follia ci sei sempre stato dentro fino al collo, che in realtà ti presupponeva; poi ancora il giorno in cui ti scopri ridicolo e te ne vergogni, e che insomma realizzi che sei un niente, che vali quanto i tanti – povero scemo che credevi d’essere chissà chi! – e a quel punto inizi a sentirti simile a un fazzoletto stropicciato che svolazza lungo il bordo di un marciapiede; e poi ancora lo schiaffo di quando ti accorgi che in realtà sei sempre stato di qua dallo specchio della tua supposta identità, che sei la carne – proprio così, nient’altro che il tuo corpo che è vivo e sempre in bilico – e che mangi, e che bevi, e che fotti, e che speri che un qualche dio te la mandi buona, prima o poi; infine il giorno in cui realizzi che la tua esistenza è nulla e periferica – al pari del cosmo, dell’infinito, di Dio – e che in realtà non c’è niente di decisivo e significativo nella vita che non abbia a che fare col caracollare tra il ridicolo e l’ignoranza dei vari perché e per come che ti hanno portato a te stesso – a essere ciò che sei, a tutte le maschere che sei stato e che non ti rendevi conto d’interpretare.

Poiché è così che funziona la vita, e in nessun altro modo. Proprio non c’è niente nelle nostre scelte che non abbia a che fare con la demenza, che non sia un’emanazione di questa, un suo svaporare e farsi forma – maschera e spettro.

Fu quella del poeta la mia ultima maschera, nonché la prima che realizzai di aver recitato fra le tante indossate dal giorno in cui avevo strangolato il pulcino di merlo. E quella maschera me l’ero ritrovata tra le mani per caso. Pressappoco andò così.

«Io sono una libellula,» mi disse, e dava l’aria d’esserne convinto. «Io no, non lo sono,» gli risposi. Non ricordo chi fosse costui, men che mai chi fossi io; ormai è passato un bel po’ di tempo da quel piccolo battibecco. Ci si era presi per via del vino, a casa di amici. Lui aveva fatto pure un paio di boccette. Ci guardammo dritti in faccia; durò poco. Poi basta, io lui e gli altri continuammo a bere e a recitare strofe di poeti celebri fino alle quattro di notte, per quanto soltanto la libellula e pochi altri s’interessassero realmente di poesia. Si era ragazzi, poco più che ventenni. Una volta tornato a casa, senza nemmeno accorgermene cominciai a rimuginare su questa faccenda della libellula – del chi sono io, del chi sei tu –, ma inutilmente. Pensa e pensa, finì che mi rassegnai al vino e al sonno. Il giorno seguente, come nel tentativo di scucirmi di dosso un’ombra, scrissi di getto una satira che aveva per protagonista un sedicente poeta che moriva schiacciato sotto a un tir, sconosciuto agli altri e a se stesso; sveglio, senza nemmeno accorgermene, mi ero appena rassegnato alla poesia. Era stata l’ombra a spuntarla: fu lei a scuoiarmi, a costringermi a sé; la superbia di una libellula, la mia.

Senza faccia, l’aria che mi bruciava i muscoli addosso – ogni giorno, per almeno dieci anni, ho sacrificato a quell’ombra ecatombi convulse – le scorticavo, le scucivo in nuvole di locuste –, mi coprivo di storie che non m’appartenevano. E più passavano gli anni, più quell’ombra di libellula s’ingrossava e si trasformava, in un vorticare caleidoscopico di bestie: serpe, cagnaccio, rapace, cinghiale, lupo e così via – da impazzire!

Ero diventato poeta da un giorno all’altro. Avevo trovato una maschera e l’avevo indossata senza curarmi di cosa potesse comportare, in cosa consistesse appunto l’indossare la maschera del poeta. Me l’ero ritrovata tra le mani, calzava, e nient’altro.

Quello della scrittura è stato senza dubbio il periodo più brutto della mia vita. Per la testa mi frullavano in continuazione idee stravaganti e annichilenti, e in una maniera tanto suggestiva e ossessiva, poi, che certe fantasticherie continuano ad assillarmi ancora oggi. Perché è quell’ombra, vi dico, quell’ombra che ancora non s’è stufata di scuoiarmi e smembrarmi e che ancora vuole da me il sangue e altri, più alti sacrifici! Vuole che io sappia e che mi dia un volto, che trovi una risposta alla domanda: “Chi sei tu?”

Che ossessione! Che incubo! Sebbene quell’ombra di libellula e di bestia se ne sia volata via proprio il giorno dell’arresto, anche in questo momento mi sembra quasi di sentirmela accanto, in questa cella che è stretta che puzza e che fa schifo – “Qual è la tua faccia? Chi sei tu?” m’incalza, sbraita, sfotte, ridacchia, addossandosi sulle mie spalle col suo petto sudaticcio, il suo alito di bestia sul collo. “Qual è la tua faccia? Chi sei tu?”

Una domanda in fondo necessaria per chi si è messo all’anima di scrivere la propria autobiografia – una domanda fatale: “Chi sono io?” Che poi, il problema si complica al principiare della questione con un’altra domanda ben più grave e radicale: è possibile la conoscenza – dunque il conoscersi, il sapere chi sono – di là dal cerchio della persuasione?

Perché sta nella persuasione stessa ciò che si cerca, ciò che si vuole, ciò che si sa. In fondo, tirate le somme, la conoscenza non è che questo: incanto. Già adesso, poche parole, le virgole messe al posto giusto, il rotolare della sintassi negli occhi, sulla lingua, l’udito che si fa giardino e già si è presi dalla fascinazione dell’aver compreso, d’essere anzi nel compreso, essere uno con ciò che crediamo posseduto, afferrato, arraffato, d’aver capito chissà cosa – di potere chissà cosa –, proprio come in questo momento, ripeto, che scribacchio e rileggo questa frase e mi persuado che in qualche modo vada bene, che quadri – perché è adesso, nel persuadersi d’essere nel vero, dico io, è in questo canto di sirena che sta tutta la verità che credo di possedere.

Dunque, arrivati a questo punto della faccenda potremmo anche chiederci: perché ci è cara la persuasione – il sedurre e l’essere sedotti? Faccenda vecchia e assai spinosa, mi direte. Leggiti il Protagora e La Repubblica del divino Platone, insomma. Altrimenti L’encomio di Elena di Gorgia. Oppure I sofisti dell’Untersteiner. E ancora Schopenhauer e Nietzsche. E Gianni Carchia. E ovviamente già l’ho fatto, credetemi: ho letto, ho compreso, mi sono benedetto e santificato e così sia. Eppure, cos’ho detto di significativo – fino a qua, intendo –, cosa c’è di vero in questa lettera dal carcere che sto scrivendo? Ho mai accennato a qualcosa che abbia a che fare con una qualsivoglia verità che non accada nel cerchio della persuasione? Oppure, messa in altri termini: è possibile dire qualcosa di vero senza essere al contempo degli affabulatori? La risposta è una sola: no. Eppure mi si segue, verrebbe da pensare, e che addirittura in quest’ultimo sproloquio vi sia qualcosa di verosimile e di esaltante che si è messo a germogliare nei giri del cervello così, a furia di snocciolare virgole fonemi e letteruzze. Mi sbaglio?

Ma diciamocelo chiaro e tondo, suvvia! Altro che conoscenza! È l’idea del potere a esaltarci – questa è la verità! Il poter essere, il poter fare, il poter sapere, il poter dimenticare, il poter volere – il potere in senso lato: è solo nel potere che ci speriamo possibili, che vorremmo vederci veri, colti in un volto. Questo è ciò che piace, che ci è caro. L’illusione del potere ci trae a sé, e noi chiamiamo quest’essere affascinati e sedotti coi nomi di conoscenza e bellezza e verità e santità e vocazione e talento e così via.

È questo ciò che fa il linguaggio, dunque? Persuadere, farci sperare in una briciola di potere – e nient’altro? E se è così che stanno le cose: in cosa consiste propriamente un tentativo di conoscenza di se stessi svolto attraverso la scrittura, ovvero un’autobiografia? Dico, perché sto scrivendo ciò che sto scrivendo?

Poi la verità è che adesso mi sono messo a giochicchiare, a far finta d’essermi perso per chissà quali labirinti. Io è da prima di mettermi a scrivere questa lettera che ho ben chiaro il nocciolo della faccenda che m’è preso di raccontare: la prassi del sangue.

Furono anni tremendi quelli della scrittura, anni di delirio spirituale che non auguro di certo a nessuno. Per non parlare di quanto fosse avara la vita di tutti i giorni! L’essere presi per pazzi e pervertiti, lo scoprirsi da un giorno all’altro emarginati, il chiacchiericcio del popolino intorno alle tue stravaganze di poeta, stravaganze regolarmente fraintese per il folleggiare di un perdigiorno senza cervello – e figurarsi se il popolino ha mai saputo riconoscere un poeta: non perdono mai l’occasione per dimostrarsi minuscoli, i minuscoli! –, poi ancora le incomprensioni coi familiari e gli amici d’un tempo, le ragazze che ti evitano schifate – ed evitavano proprio me, bello che sembro un attore!

Oh, quanto ho sofferto in quegli anni! Quanta inutile infelicità! Quanta solitudine! Basti pensare che per darmi conforto ogni giorno mi ripetevo più e più volte alcuni versi da Le Baccanti di Euripide; di fatto ero così confuso e alieno a me stesso, che il recitare strofe di poeti celebri (e possibilmente tragici) era tra i pochi stratagemmi che ero riuscito a escogitare per provare a placare il mio malessere:

In danze che durano per l’intera notte
muoverò infine il candido piede
invasa dal furore di Iacco, il collo
slanciando nell’aria di rugiada,
come cerbiatta che si diverte
tra i verdi piaceri del prato,
quando sfugga a tumultuosa
caccia e a sentinelle
oltre reti abilmente intrecciate,
e il cacciatore che urla
inciti la corsa dei cani:
e per affanni simili a rapidi tempeste
si slancia nella pianura
lungo il fiume, e gode per sé
l’assenza degli uomini
e i germogli del bosco dalla chioma ombrosa?[1] 

E fingere che il mio malessere si riducesse a questioni filosofiche o estetiche era un altro stratagemma ancora che avevo escogitato per cercare di cavarmela, e che era ovviamente inutile quanto il mandare a memoria versi di poeti famosi. Perché purtroppo il fuggirmi nelle parole per me era diventato una prassi in quegli anni – la mia follia. Ma era quell’ombra, ripeto, quell’ombra che mi costringeva nel delirio! O almeno così credevo.

Perché quell’ombra, mi domando adesso, era davvero la libellula e la bestia di cui ho accennato poco sopra? Oppure era la mia mano di fanciullo con in pugno un pulcino strangolato che tanti e tanti anni prima si era staccata via da me, in un luminoso pomeriggio d’orrore, e che da quel giorno in poi si era messa a tessere in gran segreto la tela di ragno in cui mi ritrovavo a dimenarmi, e che silenziosa mi stava preparando, ahimè, la catastrofe che era lì ad attendermi a conclusione delle mie disavventure di poeta, ovvero a compiere l’omicidio – ormai posso confessarlo – che mi ha portato qua, in questo carcere.

Basterebbe soffermarsi a riflettere pochi istanti su quella strofa di Euripide che avevo eletto a padrenostro per capire in che razza di trappola fossi caduto negli anni della scrittura. In quella strofa il soggetto è infatti una cerbiatta che si diverte tra i verdi piaceri del prato dopo essere riuscita a fuggire la furia di un cacciatore. Dunque, per farla semplice, in quegli anni tendevo a identificarmi con una preda, io, e con ogni probabilità questa immedesimazione era avvenuta già da prima di darmi alla poesia, ovvero proprio a partire da quel lontano pomeriggio d’estate in cui la mia mano di cacciatore si era staccata via da me, preso com’ero dal rimorso e dall’orrore di me stesso per aver ucciso, sebbene involontariamente, un pulcino di merlo.

Che poi, cerchiamo d’essere franchi: si può essere involontari nel male – nell’aggressività? Fino a che punto è possibile essere inconsapevoli di se stessi nel momento in cui esprimiamo ciò che siamo, ovvero l’essere anche, e soprattutto – predatori? Dico, chi è che mi braccava all’epoca in cui recitavo Euripide ogni giorno? Chi mi dava la caccia – realmente? Di fatto era il rimorso a braccarmi: io stesso ero il predatore dell’altro me stesso, quello che si credeva preda. Era la mia stessa aggressività ad avermi slegato contro le sue mute di cani – i miei stessi cani – e questo perché avevo rimosso il fatto che quel lontano pomeriggio d’estate io volli strangolare quel pulcino.

Perché segretamente io ho sempre e anche voluto la distruzione, salvo poi pentirmene ogni volta: così stanno le cose. “Tu sei il distruttore,” non faceva che ripetermi l’ombra ogni volta che mi mettevo sotto a scrivere un nuovo capitolo del libro che lei stessa mi aveva ordinato di scrivere (tra l’altro ero convinto che mi avesse imposto anche il titolo, Io e Bafometto) – quando in realtà ero io a incalzarmi, a torturarmi, a compiacermi all’idea d’essere un distruttore, così come ero stato io a mettermi all’anima un libro catastrofico. Ah, che libro disperato che ho scritto! Cos’è di fatto il mio Bafometto se non un’opera ispirata dalla volontà di distruzione, un’estasi della voragine – Χάος?

È questo ciò che realizzai al culmine della catastrofe, ovvero che io quella catastrofe l’avevo appunto voluta, bramata con tutto me stesso fin da quando ero fanciullo, da sempre, così come in realtà ho sempre e segretamente voluto tutto il dolore sofferto negli anni della scrittura, l’emarginazione e il disprezzo da parte della società, l’ombra ferina e brutale che m’incalzava a sacrificare, la folla di parole che mi separava da me stesso. Sono io ad aver voluto il carcere in cui mi trovo adesso. E sì, sono io che ho voluto indossare la maschera del poeta – essere capro e distruttore.

L’avevo trovata per caso quella maschera, subito dopo aver battibeccato con un poetastro fatto di crack che sosteneva d’essere una libellula. Ed è questo che fa quella maschera una volta indossata: scinde l’uomo in io e animale. Per questo ero convinto che in quegli anni vi fosse un’ombra tiranna e ferina insieme a me – che fosse altro da me.

Mi ha sempre preso alle spalle quell’ombra – sussurrante, diabolica, sfuggente, senza faccia. Le uniche volte in cui ho avuto l’impressione d’intuirla sono state quando, a notte fonda, se ne sgattaiolava in cucina e apriva il frigorifero, silenziosa, convinta di non essere vista, e subito si metteva a frugare e a scroccare – quando del latte bevuto direttamente dal cartoccio, quando affettati e formaggi, quando una birra da sessantasei. Allora lì, in quella luce elettrica e immota – come da dentro un uovo luminoso e inghiottito nel buio – vedevo stagliarsi il profilo di un uomo sulla trentina, vestito di nero, piccole corna di cervo che gli spiccavano su dal capo – quindici o venti centimetri al massimo, le ramificazioni appena abbozzate. Ma era un’immagine vaga, ripeto, un’impressione confusa. Non appena s’accorgeva dei miei occhi, l’ombra scivolava via sotto a un mobile, svaporava. Soltanto il giorno della catastrofe sarei riuscito ad agguantarla per il collo e a puntarla dritto in faccia.

Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe andata a finire così con quello spettro dalle corna di cervo. L’asfalto ribolliva ancora del solleone del giorno prima. Era d’agosto. Stavo sfangando una sbronza sdraiato sul marciapiede davanti casa, un palazzaccio verde-bottiglia. La notte doveva essere trascorsa cieca e tumultuosa. Mi facevano male tutte le giunture, la schiena, il collo, il sonno che scavava gli occhi, un’emicrania insistente che tormentava le tempie. I bicipiti, poi, dolevano così tanto che sembravano strappati, e proprio non capivo perché. E le mani – oh, le mani! indolenzite che a stento riuscivo a muoverle.

Mi alzai in piedi, a fatica, qualche scossone per riaggiustare le ossa, la chiave nella toppa, spalancai uno sbadiglio. Già mi fantasticavo sul letto, ma appena un istante prima di dare il clic alla serratura mi arrestai, distratto dalla mia immagine riflessa sul portone del palazzo. Il volto provato, pieno di graffi, i capelli arruffati, il bracciolo destro dello zaino che scivolava giù dalla spalla, la maglietta sgangherata. C’era qualcosa che non quadrava in quel riflesso. Sentii una lieve vertigine scorrermi a fior di pelle, un sudore gelido tra i polpastrelli e il metallo della chiave. I respiri si ripetevano in maniera meccanica, come svuotati, scavati, come non fossero me, un pizzicore sabbioso sfrigolava tra l’ugola e la gola. Ero in preda a un sentimento remoto, senza nome – l’eco di una colpa ancestrale, verrebbe da dire –, come un assassino nello scemare del raptus, l’attimo in cui gli occhi iniziano a snebbiarsi sul delitto appena compiuto, sulle proprie mani sporche di secoli. In realtà non avevo la benché minima idea di cosa potessi aver combinato. L’unica cosa certa è che dinnanzi a quello specchio mi sentivo senz’altro colpevole: non avevo alcun dubbio a riguardo. Lasciai la chiave nella toppa, feci qualche passo indietro con estrema lentezza, alzai gli occhi al cielo. Il palazzo svettava gigantesco sopra di me, ingombrante, esagerato. Lo osservavo come fosse la prima volta, col fiato sospeso. “Che strano,” pensai. Avevo dimenticato la finestra di camera aperta. Tornai sul vetro del portone a frugare tra le linee del mio volto, inquieto: “Sono davvero io quello lì?”

D’un tratto notai un pezzetto di carta che svolazzava rasoterra, alla mia destra, in un alito quasi impercettibile. Me ne accorsi per via del rumore incerto che ticchettava lungo il bordo della strada. Lo guardai saltellare per un po’, finché non rimase intrappolato ai miei piedi: si trattava della pubblicità di un circo itinerante. Subito strappai quel foglietto con le suole, stizzito, senza motivo, scalciai entrambe le metà goffamente. Dopo un paio di cerchi morbidi e oziosi, queste si riadagiarono a terra. Tigri elefanti acrobati e ballerine non si mossero che di pochi centimetri. Restarono lì, sotto ai miei occhi. Dall’asfalto intanto veniva su un afrore acre e grosso che a ogni respiro pareva ingolfarsi e premere dentro al petto. Era insopportabile il caldo di quell’anno. Insisteva dagli inizi di maggio. La gente non parlava d’altro.

Salii le rampe del palazzo sulle punte, come nebbia. La porta di casa la chiusi con estrema delicatezza, tenendo il dente della serratura tirato, e il rumore fu soffice. Ma niente, fu tutto inutile; erano le sette passate: mia madre era già sveglia. Stava fumando, seduta in cucina, i gomiti inchiodati al tavolo. Il fumo le veleggiava intorno in lembi sottili. Lasciava che la sigaretta si consumasse tra le dita della sinistra, leggermente reclinata verso il basso, nel mentre mordeva le pellicine dell’altro pollice. Puntava ostinatamente davanti a sé, non accennò mai a voltarsi. Sembrava un manichino, a pensarci. La televisione doveva essere accesa, ma col volume portato a zero, il suo volto lampeggiava tra il bianco e il blu-elettrico. In quegli attimi, l’unico rumore che fendeva il silenzio era il battito delle lancette di un grosso orologio appeso alla sua destra, sopra a una finestra che dava su altri palazzi.

Stava là mia madre, avvolta nella sua vestaglia color crema. Continuai a fissare il suo profilo sinistro di là dalla porta della cucina per qualche secondo. Fu lei a rompere lo strazio di quel silenzio; parlò con voce afflitta, immutabile: “Ho visto cosa c’è in camera tua. Ho già chiamato la polizia.” Quelle parole suonarono naturali alle mie orecchie, tutt’altro che inaspettate. Non dissi niente. La colpa stava continuando a scavarmi da dentro. Nei pochi passi tra l’ingresso e la mia stanza, mi misi ad acciottolare una canzoncina di quand’ero piccolo, come per distrarmi da me stesso; intorno vedevo gli oggetti spiccare vividi e indifferenti dal bianco esatto delle pareti:

Oh che bel castello marcondiro ndiro ndello,
oh che bel castello marcondiro ndiro ndà…

Anche la porta di camera l’aprii avendo premura di non disturbare niente e nessuno, allo stesso modo l’accostai. Dalla finestra stava inutilmente montando altro caldo, nel chiuderla adoperai la solita perizia da ladro con cui mi muovevo da che ero rientrato in casa. Provai anche a tirar giù l’avvolgibile a quel modo, accompagnando la fettuccia, ma fu il solito tripudio di schiocchi. Era per via delle mani indolenzite, dei bicipiti doloranti. Per la prima volta in vita mia, mi accorsi di quanto quel rumore scoppiettante di plastiche fosse tremendamente reale, vivo.

Poggiai lo zaino sulla seduta della poltrona, mi guardai attorno con fare distratto. Tutto era rimasto tale e quale a come l’avevo lasciato prima di uscire. La scrivania affollata di libri, due bicchieri coi fondi incrostati dal violaceo del vino, un fiasco lasciato a metà, il posacenere colmo di mozziconi; dopotutto avevo terminato di scrivere il mio Bafometto da appena una settimana, ancora non avevo avuto la voglia di rimettere in ordine. C’era soltanto un particolare che incrinava l’imperturbabilità dell’insieme, una coperta di lana a motivi geometrici stesa sul letto, quadrati e rettangoli di tanti colori che a vederla metteva di buonumore: il giallo, l’arancione, l’azzurro, il lillà.

Non ci volle che un istante per capire cosa diavolo ci facesse una coperta di lana sul mio letto, in piena estate: c’era qualcosa là sotto, qualcosa di grosso e irregolare. Vidi cinque dita, poi. Sbucavano da sotto la coperta, sfioravano il pavimento. Sì, le ricordo bene quelle dita: bianche, affusolate, lo smalto rosso fuoco.

Rimasi pietrificato. Non poteva essere stata che lei a stendere quella coperta sul letto, mia madre. Intanto le sirene della polizia – cinque volanti, una dietro l’altra – stavano inchiodando ai piedi del palazzo.

“Non è stata tua madre. Sono stato io a chiamare la polizia,” sentii sibilarmi alle spalle, sul collo, poi uno sbuffo d’alito che sapeva forte di vino e di tabacco: “E anche quella coperta di lana, dimmi: chi credi che l’abbia messa sul letto?” rincarò la voce.

Mi voltai di scatto, in preda al panico. Davanti a me c’era lei, la mia ombra, vestita di nero, in faccia una maschera da fauno color ocra da cui spiccavano piccole corna di cervo. Puntai dritto nei suoi occhi scuri, intensi – poi giù, sulla sua bocca minuscola e serrata, un corbezzolo. Anche l’ombra mi stava puntando dritto in faccia. Abbozzò un sorriso beffardo. A quel punto mi venne d’istinto di agguantarla per il collo, di sbraitare: “Che cosa significa tutto questo! Cosa c’entra adesso la polizia! Chi c’è sul mio letto? Perché mi fai questo!”

L’ombra svaporò via, impalpabile. Rimase soltanto la maschera da fauno, vuota e bagnata di sudore, afflosciata sulla mia mano. Dentro al pugno sentivo un qualcosa di morbido e calduccio che pulsava. Con un gesto secco lasciai cadere la maschera a terra, lentamente mollai la presa del pugno: sul mio palmo c’era un pulcino di merlo, vivo.

“Perché mi fai questo?” pareva domandarmi l’uccellino mentre muoveva a scatti la sua buffa testolina, gli occhietti vispi e curiosi.

Fu un lampo. In quell’istante mi sovvenne la catastrofe di quand’ero fanciullo – quell’estate remota, il cielo immenso e luminoso, la cucina ombrosa e stantia della casa dei miei nonni. In una vertigine capii che da quel giorno in poi avevo vissuto in un mondo rovesciato, riflesso in uno specchio.

L’incanto svanì d’un colpo. Sentii la realtà venirmi incontro vorticosa, colmare il baratro che si era aperto in quel fatidico giorno d’infanzia, spalancarsi in una bocca e inghiottirmi per poi espandersi di nuovo e mostrarsi concreta e assoluta come mai mi ero accorto che fosse, splendendomi addosso come il sole del mezzogiorno, sovrana (e inesorabile, e spietata). «Io sono vivo.» Fu questa la prima cosa che mi dissi.

Mi ero appena risvegliato da un lunghissimo sonno. Andai alla finestra, poggiai il pulcino sul davanzale. Questo fece qualche saltello, cinguettò. Poi mosse il capo, saltellò e cinguettò ancora, e in men che non si dica frullò giù dal mio palazzo svolazzando felice, tra alberi e cespugli. Ma ormai era tardi.

Ero stato davvero io a volere la mia catastrofe? Di lì a poco avrei sentito lo scatto metallico delle manette suonarmi nelle orecchie il suo . Mi accostai al letto. Volevo vedere coi miei occhi, andare fino in fondo. Come feci per prendere in mano un lembo della coperta di lana, però, successe un fatto assai strano. Quella mano di ragazza che sbucava giù dal letto prese improvvisamente a imbrunirsi, la pelle si fece cuoio – massiccia, rugosa, piena di macchioline –, lo smalto si sbriciolò via dalle unghie in granelli e piccole scaglie. Ebbi un presagio tremendo. Il terrore mi divorava la carne. Ero stato davvero io a volerla così la mia catastrofe?

La polizia era già in casa. Sentivo scalpicciare i tacchi delle loro scarpe, le suole scivolare frettolose tra l’ingresso e il soggiorno, mia madre che piangeva disperata. Non c’era più tempo. Volevo vedere, volevo sapere, volevo l’orrore. Tolsi la coperta dando uno strattone deciso: stesa sul mio letto c’era una donna vestita in abito da sposa – vecchia, grassottella, i capelli grigio-ferro arruffati in un cespuglio di ciocche e di ritrose, le orbite scavate e peste. Era tutto vero…

Mio padre era tedesco, aveva gli occhi d’un azzurro esatto, e l’italiano lo parlava poco e male. Spesso passavamo serate interminabili a bere birra e a fumare una sigaretta dietro l’altra, raccontandoci storie d’ogni tipo. Si chiacchierava del mondo e della gente, del più e del meno. Ricordo che per passare da una storia all’altra gli piaceva citare una sentenza dai Parerga di Schopenhauer – come per dire punto e a capo, avanti il prossimo –, Der Mensch kann zwar tun was er will, aber er kann nicht wollen, was er will, che tradotto significa: “Certo l’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere, ciò che vuole.” Perché era un affabulatore, mio padre. Una volta gli chiesi se secondo lui esistesse un qualche dio, un senso per tutto questo, e lui di riflesso si strinse nelle spalle e rispose – con quel suo italiano claudicante e la erre lasciata scivolare sul palato: «Chi può dire…» e mi puntò dritto in faccia per qualche secondo, in silenzio, come tra sé. Poi diede un sorso generoso al boccale, una boccata di tabacco, e si tornò a parlare d’altro.



[1]                      Euripide, Baccanti, vv. 862-876. Traduzione di Luca Mignola.

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