Camilla

Quando la madre di Camilla le dice che la settimana successiva andranno al mare, e che la casa che ha affittato è proprio vicino alla riva, lo fa pensando che Camilla sia contenta di allontanarsi per un po’ dal caldo tossico dell’estate cittadina, dal catrame appiccicoso e dall’aria grigiastra di smog – anche se solo per una settimana, che poi è quello che possono permettersi: ma la ragazzina sbianca, biascica poche parole di ringraziamento, e cerca subito una scusa per lasciare la stanza.
Sua madre ormai ha imparato a non dare troppa importanza agli sbalzi d’umore della figlia, sempre più frequenti e improvvisi, attribuendoli, banalmente e speranzosamente, all’adolescenza: e rimane convinta che una settimana solo per loro possa fare molto bene a un rapporto che, le sembra, da qualche tempo a questa parte va deteriorandosi. È preoccupata per Camilla, la cui lontananza non riesce ad attribuire alle nuove amicizie che sarebbe più che ragionevole farsi a sedici anni e che Camilla invece non ha, essendo una ragazzina quieta e diligente, introversa e obbediente, che non dà pensieri e sa badare a se stessa quando la madre è via per lavoro, che va bene a scuola e si sa fare da mangiare e che è insomma una ragazzina normale nel senso migliore del termine, né la attribuisce al desiderio di costruire un mondo per sé da cui gli adulti siano esclusi: le pare invece semplicemente che la figlia stia fuggendo, non saprebbe dire dove o da chi, che la figlia si stia avventurando in qualche luogo dove a lei non è permesso accedere.

Il fatto è che, ormai da diversi mesi, Camilla sente delle voci. L’inizio è, come tutti gli inizi, quasi casuale: nel senso che potrebbe benissimo non coincidere con il momento in cui il fenomeno comincia, ma con quello in cui lei si rende conto del suo verificarsi. Come che sia: un brusio di cui non riesce a capire la provenienza, come se qualcuno avesse lasciato accesa una radio a bassissimo volume. Camilla quel giorno è sola a casa, sta facendo i compiti seduta alla scrivania della sua camera, davanti a sé ha la finestra e il primo cielo veramente azzurro di primavera, e pensa che se finisce presto poi può andare a fare una passeggiata, quando sente questo rumore, come un ronzio, e prima fa finta di nulla, ma il ronzio la distrae, perché ora che lo ha notato non può più fare a meno di sentirlo: e come si rende conto che non viene da fuori, si avvia a cercarne la fonte per casa.
Il ronzio viene dal bagno, si accorge: ma quando entra non trova niente, nessun elettrodomestico in funzione, il termosifone spento, soltanto, nota, c’è il rubinetto che è rimasto leggermente aperto, e un filo d’acqua sottilissimo ma continuo che scende nel lavandino. Camilla allora, incuriosita, pur rendendosi conto dell’irrazionalità della cosa, avvicina l’orecchio all’acqua e si rende conto che il rumore viene da lì, e quando chiude il rubinetto il rumore cessa, e allora pensa che debba esserci un problema con le tubature, perché il loro appartamento è in un palazzo malandato, e torna a fare i compiti, e poi esce a prendere un po’ d’aria. Quella stessa sera, mentre sua madre lava l’insalata e poi i piatti, Camilla ha l’impressione che all’apertura dei rubinetti, al loro lento scrosciare, corrisponda anche un rumore, una sorta di basso continuo: e anche in questo caso, questo suono cessa con lo scorrere dell’acqua.

Da quel giorno, Camilla sente quel rumore ogni volta che le capita di aprire i rubinetti, ma non ci fa particolarmente caso, perché è solo un ronzio molto leggero, e anzi comincia a chiedersi se non lo sentiva anche prima, se non sia sempre stato lì. Non molto tempo dopo, rientrando da scuola, viene colta da un’improvvisa pioggia primaverile, e Camilla è costretta a ripararsi acquattandosi al portone di una casa, coperto da un piccolo portico, nella strada poco trafficata di un sonnolento quartiere residenziale. Quando le prime gocce cominciano a cadere, però, Camilla ha l’impressione di sentire, oltre ai colpi della pioggia sull’asfalto, anche dei brevi rumori simili al ronzio che accompagna l’acqua nei lavandini, e quando la pioggia cade non solo sente il suo scrosciare violento, ma anche il crescendo di quel rumore, che però, aumentando di volume, non è più semplicemente il ronzio che sentiva prima, ma un suono, anzi, un insieme di suoni sempre più forte, che Camilla non tarda a riconoscere come un insieme di voci, di voci di uomini e di donne che si affollano nel chiedere ascolto, nel chiedere aiuto, nel giurare vendetta, nel piangere, tutte nello stesso momento ma anche tutte, in una certa misura, riconoscibili e distinguibili, una lanciata in un monologo forsennato e un’altra persa in singhiozzi, una che ripete ossessivamente una sola parola e un’altra che sembra dialogare con se stessa in uno scambio di battute che però non va da nessuna parte, e questo coro continua variando la propria intensità con l’intensità della pioggia, fino a che questa non cessa, e le voci con lei. Allora Camilla, senza parole dallo spavento, corre verso casa attraverso le pozzanghere.
Camilla passa il pomeriggio paralizzata dalla paura, e non sa darsi una spiegazione, perché se da un lato è certa di avere sentito quelle voci esattamente come sente la propria o quella di chiunque altro, dall’altro si rende anche conto dell’assurdità di quello che questa eventualità implicherebbe. Si convince di avere avuto una crisi nervosa, di avere semplicemente amplificato nella propria testa dei suoni provenienti da una televisione o da uno stereo: allora, per provare che si è trattato solo di un episodio, corre ad aprire il rubinetto del bagno, lo apre al massimo, ma da questo, stavolta, non esce più soltanto il ronzio di prima, ma una sorta di urlo prolungato. Camilla chiude di scatto il rubinetto, e lo fissa, fissa le incrostazioni di calcare, il lavandino pieno di polvere e capelli, posa lo sguardo nello specchio e vede se stessa bianca, spaventata, i capelli neri appiccicati alla fronte sudata: apre di nuovo il rubinetto, flusso medio, e sente prima una voce, poi più voci avvicendarsi, e tutte dicono qualcosa di diverso e di chiaramente distinguibile. Una continua a ripetere di non avere nessuna colpa in quello che le è successo, come potrebbe averne?, mentre un’altra lamenta che invece è tutta colpa del suo interlocutore, e Camilla non riesce a capire se stia rispondendo alla prima voce o se stia parlando ad altri (ma ad altri chi?), mentre la voce di una donna singhiozza ripetendo sempre un nome maschile che lei non riesce a distinguere. Camilla chiude ancora il rubinetto, lo riapre di nuovo, ed ecco che le voci ricominciano, e tra queste riconosce quella femminile, mentre alle altre si è sostituita quella di un vecchio che parla in una lingua che non capisce, e una che ripete “Non sono morto, non sono morto”.
Quando la madre rincasa, la sera, Camilla non le racconta nulla, finge di essere ammalata e si rifugia in camera sua: e in effetti si ammala per l’ansia e lo spavento, perché si accorge, mentre la madre cucina e lascia i rubinetti aperti, che è soltanto lei a sentire le voci, che sua madre non sente nessuno dei lamenti incessanti che provengono dall’acqua, e allora Camilla pensa di essere impazzita, semplicemente, ma pensa anche che questa cosa potrebbe finire da un momento all’altro, esattamente come è cominciata. Dopo questo primo episodio, passa due giorni a letto, senza mangiare. La madre non è al lavoro, e Camilla passa tutto il tempo distesa a letto, con gli occhi sbarrati, con la gola riarsa ma senza avere il coraggio di prendere un bicchiere d’acqua. Una goccia nel lavandino la tiene sveglia tutta la notte, colpendo la ceramica come un urlo di dolore. In alcuni momenti si avventura ad ascoltare di nuovo l’acqua corrente (perché si rende presto conto che è l’acqua in movimento a portare con sé le voci, e non l’acqua immobile nel bicchiere o nelle pozzanghere), e sempre, continuamente, sente queste voci che parlano: e tuttavia si accorge che non si rivolgono a lei, che non cercano di comunicare con lei, e quando lei cerca di comunicare con loro (chi siete, chiede, cosa volete) queste non rispondono, ma continuano imperterrite nei loro lamenti o nella loro rabbia o nei loro singhiozzi o nei loro rimpianti o nei loro monologhi o nei loro appelli perché qualcuno faccia qualche cosa per loro, ovunque essi si trovino, chiunque essi siano.
Camilla si convince che quelle che sente sono le voci dei morti, ma dal momento che queste voci la ignorano a poco a poco smette di preoccuparsi, e cerca di gestirle ignorandole a sua volta come può: si lava in fretta, insaponandosi a rubinetto chiuso, lava i piatti immergendoli nel lavabo e non sotto l’acqua corrente, nei giorni di pioggia ascolta musica nelle cuffie, e cerca di stare lontana dal fiume che attraversa la sua città, e le cose, in un modo o nell’altro, procedono, e riesce a fare finta che non sia successo nulla di eccessivamente strano. Un giorno la sua classe viene portata in gita in una città vicino, per visitare un museo o un castello, e Camilla, che ha in parte riacquistato la sua serenità, è contenta, e aspetta con gioia una giornata di svago con le amiche alla fine del semestre e subito prima dell’inizio delle vacanze estive. Mette un vestito azzurro leggero, prepara il pranzo al sacco, alla fermata del pullman divide una sigaretta con un’amica, cosa che non fa mai, e sotto un cielo che si spalanca sulla possibilità di una giornata serena il pullman procede verso la sua meta, e Camilla scherza con le sue amiche, osserva i campi che si stendono intorno all’autostrada, il raro bestiame, i capannoni, le case coi muri anneriti, finché non le pare di percepire un brusio, e un sospetto si fa strada in lei, ma cerca di ignorarlo, continuando a parlare con le amiche di quel ragazzo che sembrerebbe fare la corte a una di loro, ma il brusio persiste e cresce, fino a che Camilla, che è seduta sul fondo, non vede un cartello stradale che segnala l’approssimarsi a un fiume, e allora capisce e tace, e comincia a distinguere le voci, che sono tante quante non ne ha mai sentite tutte insieme, e tutte parlano nello stesso momento, e non c’è nulla che Camilla possa fare per non sentirle, e mentre il pullman si avvicina al fiume, al ponte che passa sopra la cascata artificiale del fiume, Camilla comincia a tremare, e le sue amiche se ne accorgono e le chiedono che cos’abbia, e lei non riesce e non vuole rispondere, fino a che, mentre attraversano il ponte, come colpita da un pugno in faccia, si accascia per terra, il naso che le sanguina.

Non potendo pregare esplicitamente la madre di non portarla al mare, non potendo spiegarle perché ha paura del mare, si limita ad accampare delle scuse molto generiche, vorrebbe rimanere con le amiche, deve studiare – ma la madre non accetta scuse, perché la casa ormai è pagata, e poi è solo una settimana, e dentro di sé cova la speranza di riuscire a colmare la distanza che si è creata con la figlia, e dunque partono, nell’afa dei primi giorni di luglio, in un pullulare ansioso di zanzare. Camilla non dice una parola durante il viaggio.
Nel mese abbondante che la separa dall’incidente del fiume, Camilla si tiene lontana da simili fonti di rumore, cercando invece, pazientemente, di esercitare la sua capacità di ignorare le voci quando queste si presentano nella vita domestica, pensando ad altro mentre si lava o lasciando sempre lo stereo acceso: e benché questi tentativi, le sembra, stiano procedendo in modo positivo – pur costandole una  fatica enorme, che le esaurisce le forze mentali e, in una certa misura, fisiche, riducendosi ad andare a letto sempre prima la sera, proprio in quei mesi in cui il caldo toglie il sonno e gonfia di emicranie, costringendo a lasciare le finestre aperte – benché questi tentativi, appunto, procedano bene, in senso generale, pur avendole tolto l’appetito e le energie, Camilla non si è più confrontata con quantità d’acqua tali da produrre un simile volume di rumore, e dunque l’idea di una settimana in riva al mare la terrorizza, le stringe lo stomaco e la lascia paralizzata.
Camilla inspira e respira mentre si avvicinano al piccolo paese appena a Sud della laguna, quando comincia a sentire il rumore del mare e con esso le voci lontane ma insistenti dei morti, che diventano un unico urlo continuo quando finalmente si insediano nel bungalow che hanno affittato. A Camilla tremano le gambe scendendo dalla macchina, le sembra che quel rumore inarrestabile le invada anche gli altri sensi, che le si affollino davanti agli occhi gli spettri dei morti, che la strattonino, e deve abbandonarsi su una sedia – ma la madre, da fuori, vede solo una ragazzina stanca e un po’ lunatica, e la lascia lì mentre va a fare un po’ di spesa.
Camilla, assediata, ossessionata dal rumore del mare, dal crescere e dal diminuire delle voci con il ritmo delle onde, di cui riesce a percepire ogni singola parte senza tuttavia potersi fermare a interpretarla, perché ogni voce appare e scompare in un istante, subito sostituita da infinite altre, in un coro di infinite variazioni sullo stesso tema, il dolore di essere morti, il rancore verso chi non è ancora morto, la paura di non sapere dove andare, e non riesce a mangiare, Camilla, né rilassarsi in alcun modo, incalzata com’è in ogni momento dalla presenza delle voci, e sua madre, osservandola, si rende conto dell’effettivo disagio di sua figlia, che d’altra parte non è in grado di comunicare con lei e di spiegarle quale sia il problema, non è in grado di dirle “mamma, i morti mi parlano nell’acqua corrente”, e si risolve alla fine a riportare a casa Camilla, dopo appena due giorni sulla spiaggia, le dice, a cena, in cortile, tra gli zampironi, davanti agli hamburger e all’insalata di cetrioli che Camilla nemmeno sfiora, che non importa, che la casa comunque l’ha pagata poco, e che possono rientrare il giorno successivo. Camilla, quando riceve quella notizia, si apre, per la prima volta in giorni, in un sorriso, un sorriso tremolante sotto gli occhi stanchi, e la madre le sorride di rimando, il primo sorriso sincero e aperto che si scambiano da diversi mesi a quella parte, e Camilla si dice tra sé che quando saranno rientrate e tutto sarà di nuovo sotto controllo parlerà con sua madre di quello che le succede, cercheranno aiuto.
La tempesta che arriva quella notte, che Camilla, infilata nel letto, sotto la coperta leggera, sente avvicinarsi da lontano in uno schianto di tuoni in lontananza – la tempesta che copre il cielo nero di nuvole ancora più nere, e che roverscia il proprio carico di pioggia prima leggermente e poi con sempre più violenza sulla sabbia e sulla superficie del mare, accrescendo il terrore di Camilla, e che squassa per ore con furia i flutti, sollevando masse d’acqua per farle franare di nuovo, provocando l’esplosione, nelle orecchie di Camilla, di una quantità di voci insostenibile, di un ammassarsi spaventoso di così tante voci da portarla a non credere possibile che tanti possano essere i morti degli uomini, che si intrecciano in una monodia distorta e gridano tutta la loro paura per il luogo freddo, indifferente e umido dove sono confinati, da cui non sembrano potere uscire e in cui dicono di aspettarci, questa tempesta, quando si placa, al mattino, lascia Camilla sorda.

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