Chiudersi

Il perimetro della sua vita è chiuso in un rettangolo: il suo giardino. Siepi, rose, orto, prato.
È successo qualcosa che ha fatto precipitare una sua esigenza latente da anni, a lungo affrontata, invano, attraverso i libri di quelli che hanno fatto ritiri sulle montagne dell’Himalaya, oppure i siti di buddismo o i forum dove la gente dice che bello se potessi fare un ritiro.
Non vuole più vedere nessuno. Tutti le ricordano quanto fa schifo la vita. La gente muore: le persone che ti sono più care, di cui senti di non poter fare a meno, muoiono.

Pulisce casa freneticamente: il potente, ingombrante aspirapolvere tutti i giorni dappertutto, bagno lindo ogni giorno. Era primavera quando ha deciso di chiudersi, dopo la pulizia di camera e bagno grondava di sudore.
È strano chiudersi in una casa quando ce ne sono tante altre vicine. Si pensa che uno possa isolarsi solo andando in posti lontani. Ma non c’è luogo più adatto di quello attorniato da case e villette se vivi in un paese, o negozi, palazzi, piazze se vivi in città. Basta che lo decidi tu.
Il suo paese è piccolo, non c’è niente, né bar, né negozi. Se fai un giro non incontri quasi mai nessuno.

La casa è piena di libri, enciclopedie, romanzi, saggi su qualunque argomento. Riempie grandi sacchi e li deposita in cantina. Il grande armadio del salotto che conteneva una parte dei libri ora contiene solo piatti e zuppiere, alcune pentole che non usa mai. Ma anche loro saranno depositati. Imbusta tutti gli oggetti che erano accumulati nella stanza-studio, maschere balinesi, scatole, fotografie. Tiene solo ciò che riguarda la salute fisica: radiografie, esiti di esami, e altro: non si sa mai servano.
In questa stanza quasi vuota, ora, sul tavolo sono rimasti soltanto il computer portatile, i quaderni di scrittura grandi e piccoli e l’agenda dell’anno corrente; non sa ancora se buttarli o no. Ha depositato il piccolo altare buddista che era su un ripiano della libreria.

Accadde un giorno di maggio. Sono trascorsi tre mesi. Fa caldo, ma lei nella sua stanza ha l’aria condizionata. Tiene in ordine il giardino, è il suo mondo del fuori. La siepe da allora è cimata spesso, ogni rametto non ben allineato con gli altri viene tagliato. Le rose appassite le estirpa tutti i giorni. L’erba la rasa ogni settimana. Anche l’orto si è fermato nel suo sviluppo, a causa del caldo.
La mattina fa le pulizie di casa e prende il sole in giardino, poi prepara il pranzo, dopo si riposa nella stanza. Nel pomeriggio fa una passeggiata. Ci sono due percorsi che può scegliere. Sempre quelli, senza variazioni. È affezionata alle sue due solite strade. E non ama più i cambiamenti, le novità. Da maggio si è rintanata nel suo perimetro di vita. Si adagia nelle sue abitudini, sempre quelle, SEMPRE QUELLE.

Ora ha una buona scusa per escludere gli altri dalla sua vita, non rispondendo a messaggi e telefonate, ad esempio. Le sembra così di essersi conquistata uno spazio mentale di libertà. Quel senso di desolazione da cui questa sua situazione di vita solitaria è nata, le è prezioso ora. Ricorda una frase di Baudelaire. Dice più o meno: mi accontento di sentire. Come è azzeccata quella frase e quanto la riguarda… Quando si arriva a questo vuol dire che prima si ha molto fallito. Ci si convince di credere in qualcosa, in un sistema, un ordine di idee, precetti, scelte. Poi succede che con te questi sistemi non funzionano più. Allora ti affidi solo a te stesso, al tuo sentire. Il suo attuale sentire è il chiudersi.

Si può anche fingere che le persone non esistano. È affascinata dai film in bianco e nero americani degli anni Cinquanta in cui per un qualche misterioso motivo le città non sono più abitate e un solo uomo, vestito di nero con una camicia bianca e la cravatta nera, si aggira smarrito tra i supermercati pieni di cibo ma vuoti di viventi. Ha imparato a immaginare il paese dove vive come quelle città. Il suo piccolo paese man mano che i vecchi muoiono è meno abitato, gli altri vecchi non escono tanto: vanno con le automobili per la spesa nei paesi più grandi, poi se ne stanno nelle loro case. I giovani vanno in città a lavorare e non si vedono mai. Resta un certo numero di vicini, gente a posto, ma a lei fa piacere immaginare che non esistano. Si sta abituando a questo, le sembra un’ottima strategia di sopravvivenza.

Non è successo appena dopo il fatto di maggio, ma a un certo punto sì, è successo.
Si è ritrova a essere una persona dura. Che non crede più a niente. Né a Dio, né a Buddha. Vede la bella mattinata di fine agosto, i merli e gli uccellini che popolano il canneto e intorno svolazzano, li sente cinguettare. Le loro ombre attraversano la terrazza. Le vede, le apprezza. Ma non si commuove.

Quel fratello che Laura credeva di non amare, se non un poco, davvero poco, che non si era mai curato di lei né lei di lui, a maggio ebbe un incidente. Era stata in ospedale per lui tre giorni. In quei tre giorni erano venuti a chiedere sue notizie alcuni amici, il suo datore di lavoro, nessuna donna. Erano da tempo orfani di entrambi i genitori e non avevano altri parenti; alla loro morte si erano divisi una cospicua eredità. Di quella viveva Laura che aveva smesso di insegnare in una scuola elementare; il fratello, al contrario, aveva continuato la sua carriera di manager aziendale.
Aveva preso una stanza in in albergo vicino. Ci andava per farsi una doccia e per cambiarsi.
I dottori non le avevano dato speranze, si trattava soltanto di aspettare. Laura, invece, sperava.
La notte la passava in una rientranza del corridoio pieno di carrozzine, poltrone, tavoli bassi e un divanetto in similpelle rosso su cui si accucciava senza riuscire a prendere sonno.

Il fratello non si svegliò più, Laura dovette occuparsi del funerale. Le diede una mano il datore di lavoro di lui. In quei giorni le fece una velata e signorile corte di cui lei fece finta di non accorgersi.

Sono trascorsi tre mesi. Un’immagine addolcisce talvolta il chiudersi di Laura. Nella rientranza del corridoio dell’ospedale, grandi vetrate davano sulla città sottostante e sui tetti. Qui c’era un piccola altana con un terrazzino. Le finestre facevano intravedere due stanze semibuie. Una notte dei tre giorni trascorsi lì, Laura spiò quell’altana. All’alba, verso le sei, sul terrazzino comparve una donna con un grande accappatoio bianco. Tutto qui.

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