Un tizio passa accanto alla chiesa del quartiere ogni volta che c’è messa. Il piazzale è pieno di automobili parcheggiate non sempre nei limiti segnati.
A volte si fatica a passare.
Ma la situazione che più infastidisce il tizio è quella di un passaggio pedonale, dove un cerchio blu con il pedone bianco e il divieto di sosta vietano espressamente di parcheggiare.
Questo passaggio, durante la messa, è costantemente occupato da qualche automobile. Il degrado generale della periferia nella quale vivo, pensa il tizio. Un tempo, mi ricordo, questa zona era tutta un’altra cosa. Le strade erano pulite, la gente era educata e civile.
L’insofferenza gli si gonfia nel petto al punto che deve allontanarsi per non subire il mal di stomaco. Evita di guardare per terra, così da non dover vedere la sporcizia. Evita di considerare i nuovi bar cinesi, il kebabbaro e la ricevitoria Sisal i cui avventori stanno tutti a ciondolare sul marciapiede davanti all’entrata. Però, riflette, è proprio intorno alla chiesa che si addensa il massimo di prepotenza e maleducazione. Chissà se c’è un nesso tra questo andare a messa, con la stessa caotica affluenza di un centro commerciale durante il sabato pomeriggio, e l’inciviltà crescente.

Passa un anno.
Il tizio vive sempre nello stesso luogo, percorre sempre le stesse strade.
Un giorno ha una necessità. Sta guidando, non può tornare a casa per parcheggiare, fa due giri dell’isolato, poi si rassegna a cercare un posto nel piazzale della chiesa. Ha bisogno di sostare pochi minuti, solo pochi minuti. Quanto basta per. Ecco, l’unico posto libero è proprio quello di fronte al segnale che avvisa di lasciare libero il passaggio per i pedoni. Lo hanno sempre occupato tutti, pensa. Si vede che è giusto così. Ognuno parcheggia dove vuole, su questo piazzale.
Inizia la manovra. Guarda di non toccare nessun’altra auto. È soddisfatto. Si volta di nuovo verso il parabrezza.
Un uomo lo osserva, cappello in testa, mani in tasca, pancia che tira il cappotto e un’espressione di rimprovero e disprezzo.
Il tizio al volante si risente di quell’osservare scoperto e insistente.
Apre la portiera: «Desidera qualcosa?»
«Lì non si può parcheggiare» dice l’altro aggressivo.
«Ma qui parcheggiano sempre tutti, e poi io ci impiego solo due minuti, devo…»
«Lì non si può parcheggiare. È ora di farla finita. Se non la sposta subito chiamo i vigili».
Il tizio, che ha sempre osservato con fastidio chi parcheggiava lì, adesso non può che sentirsi esplodere di ragione ritorta. Diventa paonazzo, la bocca secca. Una punta acuminata di fastidio nel petto.
«Chiami chi vuole» dice. «Non me ne fotte niente. Anni che vedo parcheggiare qui e proprio oggi, oggi che mi fermo io due minuti, viene lei a…»
«Tolga la macchina da lì».
«Io non tolgo un bel niente! E lei vada a farsi…»
Il tizio non fa in tempo a finire che l’altro ha già tirato un calcio alla carrozzeria della sua auto.
«Cosa fa?» rantola incredulo.
«Tolga questa merda di macchina da qui» dice quello.
«Io non tolgo niente» sillaba il tizio con voce strozzata.
L’altro porta il cellulare all’orecchio.
«Pronto? Vigili? Dovreste venire all’incrocio tra via…»
Il tizio scatta in avanti e gli dà uno spintone, facendo volare via il cellulare che si schianta a terra.
L’uomo rimane in silenzio a fissare i residui.
«Ho sempre detto che qui tutti parcheggiano in modo incivile…» dice semplicemente il tizio.
L’altro solleva la testa, si guarda attorno, individua qualcosa. Afferra un cubetto di porfido snocciolato dalla pavimentazione del piazzale, va verso l’automobile e dà un colpo secco sul parabrezza. Il colpo ferma il cuore del tizio. Il vetro è diventato una tela di ragno ghiacciata e sospesa sul telaio del parabrezza.
In cielo si è formato un altipiano grigiastro di nubi stracciate in direzione della forcella di montagne nella quale sta calando il sole. Le campane iniziano a tuonare rimbombando nel piazzale. L’aria è cambiata, d’un tratto pungente, come se pizzicasse a inalarla. Dalle vetrine opacizzate con pellicola adesiva della Sisal escono gruppetti di uomini con le schiene curve, le scarpe slacciate, biglietti in mano. Guardano verso il piazzale antistante la chiesa. Qualcuno sorride incredulo ai compagni e poi attraversa sulle strisce pedonali senza curarsi delle automobili che arrivano, tanto ha la precedenza. Anche dal bar escono e guardano. Dal piazzale, alle spalle dei due uomini, si condensa un gruppetto di osservatori.
Qualcuno si avvicina di più, altri si tengono a distanza di sicurezza.
Il proprietario dell’automobile parcheggiata in divieto tocca con una mano il parabrezza frantumato, e una pioggia di diamanti frana all’interno dell’abitacolo. Si volta, guarda l’altro che, adesso incerto, ha lasciato cadere il cubetto di porfido. Il tizio fa il giro dell’auto, raccoglie il cubetto di porfido e alza il braccio prendendo la mira.
L’altro grida, tenta di scappare tra i musi delle automobili incastrate tutto intorno come tonni per la mattanza. Viene colpito alla testa, crolla a terra. Una macchia di sangue dilaga come un nuovo corso d’acqua, un liquido vischioso che forma laghetti e s’incanala nelle fughe del pavé.
Il tizio si tiene una mano con l’altra, poi corre in macchina, si siede sui vetri che ricoprono il sedile e mette le mani sul volante.
Ripercorre i propri anni, le estati trascorse al mare, gli viene in mente il sogno della notte precedente. Pensa che la vita ha lo stesso sapore di ferro che adesso sente in bocca. Il cielo crolla fin dentro l’abitacolo attraverso il foro del vetro, una bambagia sporca che preme e soffoca come un bianco sacchetto d’aria.
Il tizio tenta di ricordare cos’è che doveva fare di così urgente per parcheggiare nel piazzale. I pensieri gli sfuggono. Si appoggia allo schienale e attende.
Arriva una Panda dei vigili urbani.
Arrivano due volanti della Polizia. Arriva un’ambulanza.
Sul marciapiede tutti guardano.
L’ambulanza non riesce ad avvicinarsi all’uomo a terra. Due infermieri sollevano la barella per passare in mezzo alle automobili. Le campane della chiesa riprendono a suonare.

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In copertina: Antonio Sant’Elia.