Houellebecq à la carte. Significazioni gastronomiche in “Sottomissione”

Tutto ciò che viene mangiato è oggetto di potere.
Elias Canetti, Massa e Potere.

La copiosa disseminazione di elementi inerenti al campo semantico alimentare per l’intera lunghezza del testo in oggetto, Sottomissione di Michel Houellebecq, sollecita un’analisi da un insolito angolo visuale. La ricorrente presenza gastronomica, oltre ad accompagnare contesti accessori, s’impasta strutturalmente con le tematiche di fondo del romanzo informando anche le sue gemmazioni collaterali. La descrizione della crisi non più reversibile di un Occidente culturalmente in macerie, della sua sottomissione, passa dunque attraverso il cibo, i luoghi e le modalità della sua produzione, distribuzione e del suo consumo.

Fin dalle prime pagine gli alimenti si inseriscono nella campagna elettorale cadenzata dai frettolosi preparativi culinari del protagonista François. Il dibattito televisivo di Marine Le Pen su France 2 viene preceduto dall’indecisione relativa a quale piatto della cucina indiana introdurre nel microonde («Chicken Biryani? Chicken Tikka Masala? Chicken Rogan Josh?», p. 32). Per il secondo appuntamento della campagna elettorale, il confronto diretto tra i due candidati dei partiti in gara per la magistratura suprema, Front National da una parte e Fratellanza Musulmana dall’altra, il menu non prevede cambiamenti: pietanze indiane da riscaldarsi rigorosamente al microonde. Il cattivo funzionamento del fedele elettrodomestico nel secondo caso disturba la visione costringendo François a terminare in padella la cottura del contenuto delle confezioni («in realtà è stato soprattutto il mio microonde a svaccare […] così ho dovuto rifinire in padella le mie specialità indiane», p. 49). Infine l’assunzione di pietanze etniche – questa volta greche, libanesi e russe da consumarsi sagacemente a temperatura ambiente («Scottato dal dibattito precedente, che il mio microonde mi aveva praticamente impedito di seguire, stavolta avevo comprato del tarama, dell’humus, dei blinis», p. 67) – continua anche durante la serata conclusiva dell’elezione presidenziale. La generale preferenza accordata dal protagonista ad una dieta indiana nelle citate situazioni elettorali, piuttosto che configurarsi come un involontario omaggio politico alla cucina della più popolosa democrazia mondiale, sembra, invece, prefigurare plasticamente lo spirito del tempo attuale e a venire: le vivande che si frappongono fisicamente tra François e le immagini dei candidati trasmesse dal televisore non appartengono in alcuna occasione alla tradizione culinaria francese.

Il cibo accompagna puntualmente le riflessioni esistenziali, sociologiche e politiche di Houellebecq che in Sottomissione, stante il tema del romanzo, si coagulano nelle modalità relazionali di quattro coppie/famiglie la cui analisi ci offre una possibile chiave di lettura:

• François e Myriam: l’impossibilità della coppia contemporanea
• Bruno e Annelise: l’impossibilità della famiglia contemporanea
• Marie-Françoise e Alain Tanneur: la possibilità della coppia/famiglia nelle precedenti generazioni
• Robert Rediger e il suo nucleo familiare: la possibilità della famiglia contemporanea come versione attualizzata e funzionante del modello europeo passato, ossia la famiglia poligamica di tradizione islamica

François e Myriam incarnano l’impossibilità della coppia contemporanea: lui, professore specialista di Huysmans, nichilista, atomo metropolitano senza una rete familiare e sociale, ultimo in ordine cronologico dei personaggi modernamente archetipici della visione antropologica houellebecquiana; lei, studentessa di origini ebraiche spinta alla fuga in Israele dai timori conseguenti alla rapida ascesa della Fratellanza Musulmana e del suo leader Mohammed Ben Abbes. La descrizione del loro rapporto è contrassegnata dalla presenza del cibo, nella fattispecie dalla cucina nipponica intesa come funzionale anche a un incontro amoroso all’interno di una relazione che ha già superato l’iniziale fase rituale del pasto consumato all’esterno («l’avevo invitata a casa mia, non avevo molta voglia di andare al ristorante», p. 35), cibo cui sarà comunque impedito di espletare la sua funzione in quanto, a causa delle consuete tensioni di coppia, nel primo incontro non avrà luogo alcun amplesso né tanto meno la condivisone del sushi ordinato («Il sushi arrivò qualche minuto dopo che Myriam era andata via», p. 39) la cui giustapposizione degli elementi, definita amorfa dal protagonista («c’è una specie di consenso universale intorno a questa giustapposizione amorfa di pesce crudo e riso in bianco», p. 37), diviene simbolo di una incomunicabilità estesa alla cucina giapponese recepita come decisamente meno decifrabile («tra il wasabi, il maki e il salmon roll non ci capivo niente e non avevo nessuna voglia di capirci alcunché, optai per un menu combinato B3», p. 37) rispetto a quella indiana frequentata in solitudine dal protagonista. D’altra parte non si tratta di pietanze preparate da esperti itamae che maneggiano con sacrale rispetto tonno otoro al culmine di un lungo apprendistato, bensì di cibo-massa assemblato verosimilmente da sedicenti ristoratori che si fingono giapponesi per meglio smerciare il più economico dei salmoni d’allevamento.
Nel successivo appuntamento con Myriam il sushi viene consumato, al pari dell’atto sessuale, avendo François assicurato la sua presenza nell’abitazione prima del tempo con una perspicace azione che questiona maggiormente la reale possibilità della tenuta cronometrica dei loro incontri piuttosto che l’effettiva affidabilità del servizio a domicilio fornito da Rapid’Sushi.
È una disperante sineddoche gastronomico-statale a concludere il dialogo in cui Myriam, inconsolabile per l’imminente trasferimento deciso dai genitori, difende la sua volontà di rimanere perché quello è il suo paese, lei ama la Francia e della Francia dichiara, ormai in lacrime, d’amare… il formaggio («La sua voce si alterò leggermente, sentii che stava per piangere. “Io amo la Francia!…” disse con voce sempre più strozzata, “io amo, non so… io amo il formaggio!”», p. 92). E quando François si dirige verso il frigorifero per estrarre una selezione di formaggi tipici la scena diventa grottesca. Non vengono scomodati la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino, il ritmato trittico Liberté, Égalité, Fraternité, né alcuna civica inclinazione per la giustizia sociale, la tolleranza, la laicità, le radici cristiane del continente, alcun orgoglio costituzionale, bensì un tagliere di formaggi da poter gustare prima della pietanza principale oppure, per chi volesse seguire il Brillat-Savarin, a fine pasto, ed è per questa ragione che Myriam si adatta velocemente alla sua nuova vita: in fondo una fetta di Roquefort, una porzione di Camembert e del Beaufort sono disponibili anche nel reparto refrigerato delle insegne della grande distribuzione di Tel Aviv.

L’impossibilità della famiglia contemporanea, inabile a proseguire lo storico modello incardinato sulla femme pot-au-feu (alla lettera femmina pentola-al-fuoco, la donna di casa, dal nome di un bollito contadino della tradizione gastronomica francese), oggetto delle riflessioni di Huysmans in En ménage, è modellata sulla coppia Bruno Deslandes (compagno di dottorato di François)/Annelise, tra i primi della cerchia di conoscenti a unirsi in un matrimonio coronato dal concepimento di due figli. La diffusione di differenti abitudini alimentari, concomitante con gli esiti maturi del sistema economico adottato, introduce l’uomo in un’epoca che non lascia strutturalmente tempo per il riconoscimento consapevole delle cure richieste da una relazione sentimentale («ai tempi in cui comprava e sbucciava lei stessa le verdure, preparava le vivande e faceva sobbollire per ore i ragù, poteva svilupparsi una relazione tenera e nutriente; l’evoluzione dei condizionamenti alimentari aveva fatto dimenticare quella sensazione che peraltro, come Huysmans ammetteva con sincerità, non era che una debole compensazione per la perdita del piacere carnale», p. 84). Non è forse casuale che il ricordo del compagno («Adesso Bruno e Annelise avevano sicuramente divorziato, ormai erano così che andavano le cose», p. 83) visiti François all’interno di un centro commerciale, davanti a un chiosco Rapid’Jus, fornitore metropolitano di vitamine da passeggio capace di rendere progressivamente più difficoltosa da parte del disorientato consumatore la scelta di un semplice succo di frutta («che proponeva composizioni sempre più complesse: cocco-maracuja-guayava, mango-litchi-guaranà, ce n’erano oltre una decina, dai tassi vitaminici sbalorditivi», p. 81). Annelise è donna della contemporaneità, appartenente ad un’avanguardia che rovescia il paradigma del maschio quale principale contributore delle esigenze economiche familiari ricevendo un salario maggiore di Bruno. Per contrappasso sembra però non poter fare altro che fallire l’organizzazione e la gestione di un evento domestico sia nella scelta del giorno («Lo sbaglio era stato di organizzarlo un venerdì sera […] aveva lavorato tutto il giorno ed era tornata a casa stravolta», p. 82) che del menu («in più si era montata la testa a forza di guardare le repliche di Una cena quasi perfetta su M6 e aveva previsto dei piatti troppo sofisticati, il soufflé alle spugnole era senza speranza ma nel momento in cui fu chiaro che neanche il guacamole si sarebbe salvato temetti che stesse per scoppiare a piangere […] le costolette d’agnello si ricoprivano a gran velocità di una pellicola carbonizzata, nerastra e probabilmente cancerogena», ibid.). La pellicola che ricopre le costolette d’agnello finisce per significare il nero sudario che avvolge la vita familiare contemporanea sancendone l’impossibilità di essere: i fattori ambientali della moderna società non permettono il perdurare del legame di Bruno e Annelise («un secolo prima, all’epoca di Huysmans, sarebbero rimasti insieme, e forse non sarebbero stati così infelici, tutto sommato», p. 83).

Il primo autentico pasto di François, in fuga dalle turbolenze politiche di Parigi, viene consumato dai Tanneur, nell’abitazione di Martel dove Marie-Françoise, riconosciuta specialista di Balzac collega di François, e il marito Alain, agente del DGSI, l’agenzia d’intelligence nazionale, hanno deciso di trascorrere i loro giorni una volta raggiunta l’età della pensione («Aveva preparato dei crostini al collo d’anatra con scalogno, deliziosi. Il marito, sovreccitato, aprì una dopo l’altra una bottiglia di Cahors e una di Sauternes, prima di ricordarsi che dovevo assolutamente assaggiare il suo porto […] aveva preparato un’insalata di fave con tarassaco e scaglie di parmigiano. Era deliziosa, tanto che per un istante persi il filo del discorso di suo marito […] Marie-Françoise ci servì poi dei cosciotti d’agnello confit con contorno di patate saltate […] Marie-Françoise portò il dessert, una crostata con mele e noci. Da tempo non mangiavo così bene. Dopo la cena, la cosa migliore è passare in salotto per sorseggiare un buon armagnac», pp. 130-32; 136-37). Marie-Françoise è anagraficamente ascrivibile all’ultima generazione nelle cui fila si possano rintracciare esempi di femmes pot-au-feu e lo è nella misura in cui, pur ricoprendo un ruolo lavorativo prestigioso, continua a occuparsi con perizia delle pratiche collegate alla manutenzione del focolare domestico: il suo menu, interamente francese, è un successo precluso alla più giovane Annelise.

L’altro vero, soddisfacentemente vitale pasto di François, pur non trattandosi né di un pranzo né di una cena, è consumato a casa di Robert Rediger, nuovo direttore dell’università islamica Paris-Sorbonne, sostenitore della causa palestinese convertitosi all’islam dopo un passato da militante nel movimento identitario. È in un contesto familiare poligamico, mentre il manipolatore Rediger tenta di guadagnare nuovamente François alla schiera dei professori, che le vivande offerte da Malika, la prima moglie, finiscono per fare il paio con le portate della cena dai Tanneur («In quel momento si aprì la porta, evitandomi di dover rispondere, e apparve una donna sulla quarantina, grassoccia e dall’aspetto gioviale, con un vassoio su cui c’erano un piatto di focaccine ripiene e un secchiello da ghiaccio con la promessa bottiglia di Mersault […] Le focaccine ripiene erano deliziose, speziate ma non troppo, riconobbi il sapore del coriandolo. E il vino era sublime […] ricomparve Malika, portando un altro vassoio con una caffettiera, due tazze, e un piattino con dei baklava al pistacchio e dei briouat. C’erano anche una bottiglia di Boukha e due bicchierini […] Accettando il baklava che Rediger mi porgeva […] Mi servì un bicchiere di Boukha, mi porse di nuovo il vassoio con i dolciumi; erano squisiti, il contrasto con l’amaro dell’acquavite di fichi era delizioso», pp. 210; 216-17; 219). Il soddisfacimento sensoriale gastronomico, e la sua significazione in termini di possibilità della relazione e della sua tenuta, sembra dunque raggiungibile esclusivamente in un ambito domestico per così dire tradizionale, come già in Huysmans, oppure in solitudine (l’affidabile repertorio di vaschette monoporzione da riscaldare al microonde), in quest’ultimo caso le aspettative divengono però minime, collocate all’interno di un mortifero scenario nichilistico in cui echeggiano corrispondenze di facili pratiche onanistiche e rapporti a pagamento con prostitute in ambito sessuale («in realtà non aspiravo più ad altro che a leggere un po’, infilandomi a letto alle quattro del pomeriggio con una stecca di sigarette e una bottiglia di qualcosa di forte, ma dovevo anche ammettere che continuando così sarei morto, morto presto, infelice e solo, e quanta voglia avevo di morire presto, infelice e solo? In definitiva, non tanta», p. 211).

La presenza minoritaria della storia culinaria francese nel romanzo, escludendo il generoso pasto offerto dai coniugi Tanneur, si palesa in rare occasioni, e segnatamente nella passeggiata compiuta da François una volta espletate le pratiche di compilazione per la domanda di pensionamento anticipato conseguente alla notifica d’interdizione ricevuta sulla base del nuovo statuto dell’università islamica di Paris III («indugiai davanti alla salumeria alverniate, stavo osservando senza realmente vederli i salami aromatizzati», p. 154), situazione di comprensibile spaesamento esistenziale, e nei propositi d’acquisto, concepiti in un supermercato deserto a causa di un tacito coprifuoco, per una cena a base di bianchetto di vitello e merluzzo al cerfoglio, propositi prontamente smentiti dalla lingua di bovino in salsa madera, a dispetto del nome intingolo tipico del ricettario belga, che scalda una volta rientrato.
Alla gastronomia nazionale viene poi conferito il ruolo di suggeritrice del luogo dove trovare riparo dall’atteso intensificarsi degli scontri nella capitale. François, indeciso riguardo alla direzione da imboccare, si dirige a sud-ovest sulla base delle attitudini alimentari degli abitanti di quella regione e dei suoi stereotipi in quanto le cosce d’anatra confit, annoverate nei sacri manuali di cucina, sembrano incompatibili con la guerra civile («è una regione dove si mangia confit d’anatra; e il confit d’anatra mi sembrava poco compatibile con la guerra civile», p. 109): il Sud-Ovest appare lontano, geograficamente e culturalmente, altro dalla realtà metropolitana parigina ormai contaminata, un territorio idealizzato, da guida turistica. L’edulcorata rappresentazione si frantuma durante la sosta per il rifornimento alla stazione di Pech-Montat («L’area di parcheggio era deserta, e mi resi subito conto che c’era qualcosa che non andava […] La vetrina era esplosa», p. 112). Dell’avvenuta degustazione delle cosce d’anatra veniamo comunque informati una quarantina di pagine più tardi, appena prima del ritorno del protagonista a Parigi.

Da ultimo il cibo francese viene evocato nella descrizione del quartiere dove Rediger ha trovato casa («Lì c’erano macellerie e negozi di formaggio consigliati da Petitrenaud e da Pudlowski», p. 205), una maison particulière historique del quinto arrondissement a rue des Arènes, nel cuore di Parigi di fatto proprietà degli arabi che lo concedono al convertito Rediger per lo svolgersi dell’attività di propaganda islamica. E la tana del lupo, con la sua presenza di raffinate botteghe alimentari, non può che essere rassicurante («Il tutto era estremamente rassicurante», ibid.), se confrontata ai quartieri periferici in preda agli scontri.

Il graduale percorso di accettazione da parte di François della proposta rivoltagli dal rettore è accompagnato in maniera naturale dalla cucina mediorientale lungo la direttrice strategica messa in atto da Rediger che inizia con l’invito alla celebrazione per la riapertura dell’università («optai più prudentemente per un assaggio di meze – erano squisite, sia quelle calde sia quelle fredde», p. 200) per finire con la partecipazione alla cerimonia d’accoglimento dell’incarico da parte del collega Loiseleur («Entrando nella prima sala, ritrovai con gioia le insegne del ristoratore libanese che mi aveva accompagnato per l’intera stesura della prefazione […] Subito dopo aver ricevuto le mie meze», p. 242). L’imminente cambiamento viene anticipato dall’intenzione di François, stimolato dal sapido catering libanese utilizzato dall’organizzazione degli eventi, di modificare le proprie consuetudini alimentari («quelle meze erano proprio buone, e in più facevano consegne a domicilio, avrei potuto rimpiazzare l’indiano», p. 203) prefigurando così il passaggio dalle pietanze indiane riscaldate in solitudine alle vivande consumate in un contesto familiare poligamico.

È fatalmente a Bruxelles, la capitale di un’Europa decadente e del secondo paese dell’Unione ad avere un partito musulmano maggioritario al governo, che si tirano le fila del romanzo. È infatti qui che in un fine settimana pasquale Rediger racconta di essersi convertito dopo la scoperta della chiusura, apparentemente senza motivo, del bar dell’hotel Metropole, uno degli apici dell’Art nouveau («Fino a quel momento potevi ordinare sandwich e birra, cioccolatini viennesi e dolci alla crema in quel capolavoro assoluto dell’arte decorativa, potevi vivere la tua vita quotidiana circondato dalla bellezza, e adesso tutto questo stava per scomparire, di colpo, nel cuore stesso della capitale d’Europa!… Sì, è stato in quel preciso momento che ho capito: l’Europa aveva già commesso il proprio suicidio», p. 217). Ed è sulla tratta ferroviaria Parigi-Bruxelles, durante un viaggio percepito come improvvisamente necessario al fine di poter svolgere il compito assegnatogli di definire l’edizione delle opere di Huysmans per la Pléiade, che François nota come il servizio di ristorazione a bordo proponga ora una duplice opzione («Adesso il vagone ristorante del Thalys offriva la scelta tra un menu tradizionale e un menu hallal. Era la prima trasformazione visibile – ed era altresì l’unica», p. 236): è il segno tangibile dell’islamismo moderato dell’opportunista Ben Abbes, aspirante Augusto di un’Europa mediterranea plasmata sul modello imperiale romano, l’islamismo moderato, e per alcuni aspetti persino rassicurante, di un affabile droghiere tunisino di quartiere («Ricordava piuttosto un simpatico droghiere tunisino di quartiere – quello che d’altronde era stato suo padre», p. 95). Ed è ancora a Bruxelles, seduto al tavolo di un ristorante, indeciso se ordinare lo stufato di pollo oppure l’anguilla in salsa verde, che François si convince di avere finalmente compreso Huysmans, più di quanto l’avesse fatto lui stesso («Fu in un ristorante di Rue de la Montagne-aux-Herbes-Potagères che all’improvviso, mentre indugiavo tra un waterzooi di pollo e un’anguilla al verde, ebbi la certezza di capire totalmente Huysmans, meglio di quanto si fosse capito lui stesso», pp. 236-37).

houellebecq-sottomissioneMichel Houellebecq
Sottomissione
trad. it. Vincenzo Vega
Bompiani, Vintage, Bergamo, 2015
pp. 252

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In copertina: Michel Houellebecq par Manuel Lagos-Cid.

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