La gelosia di re Giorgio

“A niuna persona fa ingiuria chi onestamente usa la sua ragione”. (G. B.)

– Mi senti, Giorgio? Sono nel traffico. Dammi mezz’ora. Grazie. Scusa.
E ti pareva, sbuffò Giorgio. Va sempre a finire così!… Poi però ricordò che quella sera almeno uno dei due doveva avere pazienza, e cercò di dominarsi.
Fuori l’aria si era fatta tiepida, ma Giorgio si sentiva sempre più infreddolire sin dentro le ossa. A breve pioverà, pensò. Il marciapiede lastricato luccicava di umidità e specchiava l’insegna di un piccolo locale all’angolo della piazza. Giorgio alzò gli occhi, indugiò qualche minuto, poi entrò.
L’Old Bill richiamava sia nel nome sia nell’aspetto il tipico pub inglese. Nelle pareti rivestite di una spessa stoffa cremisi si era sedimentato un fitto odore di pesce affumicato, misto all’aroma acidulo delle pale ale. La poca luce, quella cioè che non finiva anch’essa assorbita nei muri, stagnava intorno a lampadine a gas troppo basse. Affinando lo sguardo, Giorgio notò un altro cliente calato nel monumentale schienale di una poltrona, con un libro, risparmiato al buio totale da una tremula fiamma di candela.
Si appoggiò a uno sgabello davanti al bancone; ordinò un whisky, giusto per entrare nell’atmosfera. Al che il barista, un giovane dal viso paffuto e baffuto, gli sottopose un’ampia scelta del prodotto in tutte le sue varianti più sofisticate.
– Però! – si disse Giorgio due minuti dopo, traendo un sorso compiaciuto dal suo Sazerac. – Ottimo. Bella scoperta.
Pensò di portare lì Sara, quando sarebbe arrivata; meglio ancora, le avrebbe chiesto di raggiungerlo. Pregustava una serata di civili conversazioni su uno dei divanetti pseudo-Victorian che occhieggiavano dal fondo del locale, coi loro mille bottoni. Forse avrebbero ricordato il loro primo viaggio, nel Galles, e quelle rocce su cui lui le leggeva Shakespeare, nelle quali avevano incorniciato un amore da favola. Sì, quel locale le sarebbe piaciuto.
– Tesoro, se ti dicessi che ho una sorpresa per te?
– Non vedo l’ora.
– Però devi venire direttamente qui: all’Old Bill, quel piccolo bar all’angolo dei portici.
Piccola pausa.
–…Scusa, Giorgio, non sentivo bene. Old Bill, hai detto? Ma lo conosco. Cioè, so qual è. Non mi attira granché, a dire il vero. Se è per aspettarmi seduto, perché non vai piuttosto al Tabarro? Da dove sei, ci metti cinque minuti… ti raggiungo poi lì.
– E invece no, cara. Permetti che stasera decida io. Old Bill ho detto e Old Bill sarà.
– Va bene. Però mi ci vorrà ancora un po’.
Giorgio tornò placidamente al suo whisky, gongolando di soddisfazione. Di solito era Sara a decidere, dalle questioni importanti alle quisquilie domestiche, ma era ora di cambiare rotta. Lui, Giorgio, le stava dimostrando di sapere il fatto suo. Oh, no, no!… ecco, ci ricascava, di nuovo questa squallida competizione. Doveva obbligarsi a pensare: “Da oggi, tornerò a occuparmi di lei”. Era lì apposta, del resto.
Nel frattempo squillò il cellulare dell’altro avventore, che si staccò dalla penombra rivelando un viso pallido e occhi che sembravano privi di ciglia. Giorgio si sorprese a fissare i suoi riccioli, di un’insolita sfumatura di rosso.
– Ah, vai da tuo marito?… Nessun problema. Come?… Sì, domani sono libero. Facciamo alle sei in Piazza Grande? Non vedo l’ora! Anch’io ti amo, mia splendida zarina.
Come un disco incantato, o un fastidioso motivetto di cui non ci si riesce a sbarazzare, quelle parole fecero qualche giro a vuoto per la testa di Giorgio.
A un certo punto, qualcuna trillò come un campanello.
Tuo marito.
Tuo marito. Le sinapsi presero a scivolare come ruote silenziose di un ingranaggio.
Domani.
Alle sei.
Tuo marito.
Alle sei. Più rimescolava i tasselli di quel puzzle sonoro, più gli sembrava di vedere nettamente l’unica soluzione.
Quell’uomo poteva davvero essere l’amante di sua moglie?
Riavvolse il nastro degli ultimi minuti. Lei l’aveva avvertito del ritardo. Lui era entrato all’Old Bill, e le aveva chiesto di raggiungerlo. E Sara dapprima si era opposta. Perché? Forse sapeva che lì c’era già l’altro ad aspettarla.
No, che idea! Possibile che Sara fosse stata così distratta da prendere due impegni allo stesso tempo, uno col marito e uno con l’amante (se era l’amante)?
Altra ipotesi. Quella doveva essere la serata dedicata al marito. All’altro Sara aveva telefonato per fissare, invece, l’appuntamento per il giorno dopo. Inoltre, lei non sapeva che in quel momento i due si trovavano nello stesso posto, altrimenti avrebbe messo in guardia l’amante (se era l’amante), che dunque sarebbe uscito.
Teoricamente, quadrava. Lo guardò: era di nuovo affondato nella poltrona e nel libro, i riccioli sparsi sullo schienale, sul volto il ritratto della quiete. Non sembrava minimamente intenzionato ad andare via. A conferma che ignorava l’identità di Giorgio. Stando così le cose, la riluttanza di Sara verso l’Old Bill poteva dipendere dal rischio di essere riconosciuta (essendo magari abituata ad andarci con l’altro) dal barman o da altri clienti.
Restava da esaminare l’altro corno del dilemma; cioè, che potesse trattarsi di una coincidenza, e che l’interlocutrice di quell’uomo non fosse Sara. Ma mentre faceva appello alla sua imparzialità, cercando di trattenersi da un giudizio senza avere seriamente ponderato anche questa possibilità, si sentì all’improvviso percorrere da un panico indefinito. Che doveva fare ora, che doveva pensare?
Squillò il telefono. Era Sara.
– Giorgio, sono ferma. Qui c’è stato un incidente, per la pioggia. Senti, che ne dici se ci vediamo direttamente a casa? Usciamo un’altra volta.
– N-no… – mormorò Giorgio, spaesato. – No. Meglio stasera. Ormai sono qui.
Domani. Alle sei. L’indomani era giovedì; e ogni giovedì Sara andava in palestra dopo il lavoro. O almeno, così gli aveva sempre detto.
…No, non c’era più dubbio, ormai! Estenuato, ebbe voglia di piangere, di gettarsi a terra, di implorare perdono… perché la colpa era sua, sicuro. In otto anni di matrimonio che merito poteva vantare, nei confronti di Sara? Adempiere alla routine coniugale non contava, anzi, semmai contava a sfavore. Perché a cosa serve essere un buon marito, se lo si intende come un dovere? E ora ecco la ricompensa: arrivare tardi, su un territorio perduto senza bisogno di guerra!
Tuo marito. Domani. Giorgio trangugiò il fondo del whisky e ne chiese un altro.
D’un tratto un particolare, prima trascurato, balzò nelle avanguardie dei recenti ricordi. Quell’uomo l’aveva chiamata “Mia splendida zarina”. Che significava? Zarina? Sarina? Sara? Oppure poteva essere per la sua pelle chiara, i suoi lineamenti un po’ slavi?
Ecco, si disse subito, non la chiama più col suo nome, le ha già affibbiato uno di quei nomignoli da amanti, quei pruriginosi ritornelli da boudoir che marchiano la preda nel segno di un possesso orgoglioso ed esclusivo… ah! Dietro quella parola doveva celarsi un mondo di emozioni affatto proibite, e forse a lui sconosciute – forse sconosciute, sicuramente inaccessibili.
Con le vene che pulsavano a mille, lo squadrò un’altra volta da capo a piedi. Un’immagine gli trascorse nel cervello per poi andarsi a conficcare nella bocca dello stomaco, come un affondo di lama: riccioli rossi intrecciati alle ciocche platinate di Sara, su un cuscinetto pseudo-Victorian dai mille occhi. E un sordido rantolo, Gliel’hai fatta, Zarina, soffocato dal riso.
Ciò bastò a spazzar via ogni residuo di autocommiserazione. Giorgio era una persona metodica, in lui c’era spazio per un solo sentimento alla volta. Era il turno dell’ostilità: totale, sconvolgente.
Bene, e vendetta sia, ghignò. Anzi, rivincita, il concetto è uguale, re-venge, ma suona più pulito. La creatività del suo sguardo andava istericamente animando una deliziosa scenetta da arazzo, laggiù sul velluto della parete: Piazza Grande con le fiaccole dell’imbrunire; Sara figurina pallida terrificata orante, quasi madonna dell’umiltà; sparso al suolo il cimiero vermiglio del rivale, smorto dragone flamboyant prono in atto di resa.
Ma il fragore della pioggia ormai fortissima, che bussava alle invetriate e si infiltrava nei travicelli del soffitto, gli suggerì un’idea migliore. Perché aspettare l’indomani (e rendere palese la premeditazione) se l’occasione gli consegnava già da subito il reo? Aveva dalla sua l’innocenza della circostanza; si trattava di fingere solo per pochi minuti ancora.
Catarsi. Si sentì immediatamente calmo. Inghiottì un terzo whisky, poi un quarto. Poi chiamò Sara.
– Tesoro, dove sei?
– Arrivo. Ho parcheggiato ora.
– Hai un ombrello?
– Certo.
– Io ho dimenticato il mio. In effetti, questa non era la serata ideale per uscire! Però forse è meglio, staremo più tranquilli. C’è solo un cliente, un tipo coi capelli rossi. È curioso, in questo pub sembra un vero inglese! A parte lui, il locale è tutto per noi. Ti aspetto.
Nel descrivere le fattezze dell’altro, si era premurato di allontanarsi dal bancone, per non essere udito; aveva scandito bene le parole, ma badando che non si percepisse un’ombra di deliberazione. L’orecchio divenuto sensibilissimo cercò di captare, convertite in frequenze, le minime oscillazioni emotive di Sara. Ma udì invece un tuono. Poco importa, pensò, sono i fatti che contano. Se ha capito che qui c’è il suo amante, non vorrà entrare. Rimarrà sulla porta, magari mi farà cenno di uscire, e sarò io a trascinarla dentro, a farla confessare… Ma che dico? Ciò che si merita è di starsene a crepare di freddo! Tradirmi senza ritegno, e proprio adesso, per giunta!
Ora l’altro chiacchierava con il barman. Entrambi parevano rilassati e un tantino fiacchi. Dio, come avrà fatto a conquistarla? Sara era volubile, d’accordo, ma quel tipo sembrava davvero insignificante. Prima stava leggendo, forse era un intellettuale. Ma quanto a romanticismo, poteva essere pari a lui, a Giorgio? Ripercorse velocemente tutte le Dolomiti, le Divine Commedie, le gite in barca a vela che le aveva procacciato scendendo a patti col suo modesto stipendio da insegnante di lingue. No, più romantico di lui non poteva esserci nessuno. Ma allora!…
Scoppiò di nuovo. Fece ricadere il bicchiere sul bancone, forse tirò un calcio allo sgabello vicino che fracassò a terra. Un istante dopo si trovava davanti la faccia tonda del barman, che ora sembrava tirarsi in una smorfia cianotica, le rotondità divorate man mano dall’ombra delle pareti. Parlava. Impossibile capire, con la pioggia. Dissimula, Giorgio. Inchiodò gli occhi a terra, si concentrò intensamente sui disegni della moquette. Cavalli, no, cervi in lotta? Certo che è davvero sporca, e stramata anche, non si vede quasi niente. Come? Un altro uguale, grazie! Zarina… E se fosse un clamoroso sbaglio? C’è ancora questa possibilità?
Chiamò a disperata raccolta le ultime forze, si voltò di nuovo a spiare quell’uomo, snervato.
Con sgomento, scoprì gli occhi di lui intenti a loro volta a fissarlo, chissà da quanto tempo.
In quei piccoli occhi cerulei senza ciglia brillavano inequivocabili lo scherno e la compassione.
Istintivamente brandì qualcosa che era a tiro, lo sollevò a mezz’aria. Si sentiva agitare da un caos magmatico, molecole vorticanti di whisky e di ferocia. Un uomo con le corna non è uomo, è una bestia mostruosa (oddio, dove aveva già sentito queste parole?).
Tuttavia, scrutando intorno, si rese conto che non distingueva più il suo bersaglio. C’era qualcosa di mutato nell’ambiente; come se la planimetria stessa si fosse deformata, o avesse compiuto una rotazione sul suo asse. Il buio ora era quasi completo, tranne i singhiozzi itterici di una lampadina, e qualche riflesso d’ottone opaco delle guarnizioni. Il barman, appiattato in quell’oscurità, poggiava al muro a braccia conserte.
E Giorgio capì. Quei due uomini sapevano di lui. Erano d’accordo per metterlo fuori gioco. Ormai tutto il suo ingegno andava a farsi friggere.
La pioggia crivellava il tetto, ma Giorgio udiva solo il proprio respiro, ne fissava con occhio vacuo la condensa, mentre attraversava l’atmosfera ispessita e andava a offuscare la superficie zigrinata del bicchiere. Già, lui. Era quasi vuoto. Compare ingenuo e confortevole di una vita insoddisfatta, proprio lui doveva tradirlo così vigliaccamente, offrendosi come arma del nemico.
Il ticchettio ovattato della pendola redigeva impietoso la sua condanna.

Finalmente la porta si spalancò, subito una pozza d’acqua si allargò sui listelli. Una sagoma di donna stazionava sulla soglia.
Giorgio si fece strada caracollando nella selva degli sgabelli, lo sguardo svuotato a terra. Ora riusciva a cogliere il disegno della moquette, erano arieti rossi intrecciati a pecore bianche…
Lei vide i bicchieri allineati sul tavolo, strillò: – Oh, no, un’altra volta! –. Gli si gettò incontro. Lo scortò verso l’uscita che era mansueto come un agnellino. Si sentiva un re scoronato ma integro nell’onore, mentre fendeva solennemente quell’aria che si diradava, guardando dritto verso il rettangolo di pioggia.

© 2018 Giada Guassardo. Tutti i diritti riservati.

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In copertina: Edward Bawden, The Bell, Life In An English Village, Penguin Books, 1949.

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