muse inquietanti

“Dixisse me aliquando paenituit, tacuisse numquam” V. M.

 

 

“Quando finirà l’equivoco? Quando?” Con questa domanda potrebbe iniziare e finire questo post. Potrei disfare ogni mia intenzione di scrivere, alzarmi da questa sedia e andarmene a passeggiare – e forse sarebbe più salutare per me e per voi, avventati avventori di Crapula. Ma non posso. Allora, visto che mi trovo qui seduto, voglio esporvi un mio problema. Così anche io sarò stato – come sono – un individualista. Come ogni individualista vedo le cose per quelle che sono le mia capacità visive,  abusando, come dice l’amico Fharidi, di questo senso, anche perché così è più facile per chiunque capire – vedendo, dico! E così vedo ovunque nodi sciolti. Vedo ovunque questa bellezza disintegrata eppure celebrata. Vedo i romanzi dei nostri contemporanei. Vedo le loro pagine web, i complimenti ricevuti, i dissensi della critica e il plauso per i premi. Vedo, ma vorrei non vedere. Eppure io sono un individualista, anche per me vale solo ed esclusivamente la mia esperienza, fatta di punti di vista – e credetemi, questo mi dilania. Preferirei essere cieco su molte questioni, vorrei non sapere che esiste il modernismo e il post-modernismo, il realismo e il neo-realismo… vorrei, ma ogni desiderio è così istantaneo che non si ha neppure il tempo di desiderarlo, che subito bisogna non-desiderarne un altro. Ecco, ho trovato un nodo, mi dico, e invece è solo un altro grumo di polvere, di quelli che si ammassano sotto i divani della cultura e che quando vengono fuori, sono applauditi, incensati. Come dire: è pur sempre qualcosa. In fondo la cultura letteraria del Novecento è di stampo post-hegeliana: una rivolta ideale contro ogni forma di rivolta concreta. Il vortice espressivo, la dissoluzione di ogni ordine in un ordine più alto: tutto questo è contraddittorio, come ogni altra deriva post-hegeliana in arte, in letteratura. Si dice e si pensa – e non viceversa. Ah la modernità! – che l’annuncio della caduta dei sistemi classici, causata anche dai vorticosi vomiti hegeliani, abbia prodotto un’arte più sincera, perché finalmente l’individuo – meccanicizzato e quindi non libero, direi, ma forse è troppo! – avrebbe potuto esprimersi in piena libertà. Se questo fosse stato uno scherzo, ammetto che non ci avrei trovato nulla di divertente, e se penso che in effetti non si tratta neppure di un inganno ma di verità, allora non mi resta altro che disilludermi – e mai, mai sospendere ogni mio giudizio!

“Allora, quando finisce questo equivoco?” Non ora – è poco, ma sicuro! – perché l’intellettuale sguazza così bene in questa melma, che non si interessa di mettere la testa fuori e respirare. Forse che questo intellettuale vuole morire affogato? No, non credo. Piuttosto vuole essere d’esempio, vuole che anche altri lo seguano, perché affogare è la sua virtù.

“E il nodo?” – mi faccio da solo le domande e mi do anche le risposte, perché santo santo è l’individualismo! Il nodo è stato sciolto, questa è l riposta. Ognuno di quei fanatici del Novecento – santo, santo è il Secolo Ventesimo! – l’ha dipanato in tanti sottili fili, ne ha smembrato la materia di cui era composto e infine – se una fine è possibile –tutti si sono gloriati o disperati delle loro opere (nel gergo del Novecento, la gloria e la disperazione sono praticamente la stessa reazione). E quasi li sento inneggiare, nei miei deliri: “il nodo è sciolto, amico, ti abbiamo dato la possibilità di perderti in ogni labirinto. Noi siamo gli ultimi, quindi solo a noi è toccato in sorte l’ultimo azzardo! Noi abbiamo portato fuori tutto ciò che c’era dentro, abbiamo svuotato ogni parola perché così ci è stato indicato, perché anche noi crediamo!” I fili intanto restano lì, pochi li seguono, in molti si disperano o abbandonano l’impresa. Eppure, c’è la lingua, si dicono coloro che hanno fiuto per gli affari. È dunque la lingua il problema. Non solo la parola in quanto mezzo, ma anche come fine. Forse, ormai, solo come fine. E l’esperienza, mi viene da chiedere a questi idioti, si riverbera nella parola o è substrato, poltiglia, che deve essere modellato? Se fosse così non troverei alcun’altra soluzione al nichilismo. – E, in fondo, non ho mai detto di volerla trovare. – La soluzione scioglie il nodo, ma lascia i fili dipanati e liberi. Crea e inventa limiti ulteriori e disfa il mistero. Forse non dovremmo più pensare che un nodo vada compreso nell’ottica dello scioglimento, ma all’inverso in quello dell’allacciamento. Bisognerà chiedersi che cosa l’ha stretto e continua a serrarlo. Dunque, mi dico, bisogna rimettere assieme tutti i fili, ricominciare da capo. È questo il segno, questo il labirinto. E chi sa, se alla fine della ricerca, almeno per qualche ora potrò riposarmi con Arianna.