F. Kafka – Lettere a Milena, p33

[Praga, 17-18 agosto 1920]
Martedì

Riceverò dunque una risposta a questa lettera[1] soltanto tra dieci, quattordici giorni, in confronto a quanto è stato fino a ora è quasi come essere lasciato, no? Ed è come se avessi da dirti qualcosa di impossibile da pronunciare, da scrivere, non per rimediare a qualche errore che ho commesso a Gmünd, non per salvare qualcosa che è ormai sprofondato, ma per farti capire fino in fondo come mi sento, in modo che tu non ti lasci spaventare come peraltro potrebbe accadere tra persone, dopotutto. A volte mi sento come se avessi addosso dei pesi di piombo tali che io debba annegare in un istante nel mare più profondo, e chiunque volesse afferrarmi o addirittura “salvarmi” alla fine dovesse lasciarmi andare, non per debolezza o disperazione ma solo per rabbia. Ovviamente questo non lo dico a te, ma a una debole immagine di te, per come una testa stanca e vuota (né infelice né agitata, è quasi una condizione per cui si dovrebbe essere riconoscenti) può ancora riconoscerla.

Ieri sono stato da Jarmila. Dato che per te era così importante, non ho voluto posticiparlo neanche di un giorno e, a esser sincero, il pensiero di dover parlare con Jarmila in ogni caso mi rendeva inquieto e ho preferito farlo subito. Benché non mi fossi rasato (non solo più la pelle d’oca ma di più) comunque non poteva mettere a repentaglio la riuscita del mio compito. Intorno alle sei e mezza ero di sopra, il campanello non suonava, bussare non serviva a niente, nella cassetta delle lettere c’era il Národní Listy, chiaramente non c’era nessuno in casa. Ho gironzolato per un po’, poi sono venute due donne dal cortile, una era Jarmila, l’altra forse era sua madre. Ho riconosciuto subito Jarmila, sebbene somigliasse poco alla fotografia e per niente a te,
[…][2]

Siamo usciti subito di casa e abbiamo fatto avanti e indietro per circa dieci minuti dietro alla ex accademia militare. La cosa più sorprendente per me è stata vedere che, a dispetto delle tue previsioni, fosse molto loquace, anche solo per quei dieci minuti. Quasi non la smetteva di parlare, mi ricordava molto la loquacità della sua lettera che mi hai mandato. Una loquacità che ha una certa autonomia indipendente da colei che parla, ma stavolta l’ho notato di più perché non riguardava dettagli concreti come in quella lettera. La sua vivacità si spiega in parte col fatto che lei, come ha detto, sia eccitata già da giorni per la cosa, ha telegrafato a Haas a proposito di Werfel (senza avere ancora avuto risposta), ha telegrafato a te e ti ha scritto un espresso, ha bruciato le lettere come da te richiesto, non aveva altra idea di come calmarti velocemente e pertanto di pomeriggio ha pensato di venire da me, almeno per poter parlare con qualcuno che fosse informato dei fatti. (Di fatto credeva di sapere dove abito. Le cose stanno così: una volta, credo in autunno o forse già in primavera, non so, sono andato in barca con Ottla e la piccola Rúženka – che mi ha profetizzato la morte prossima nel palazzo Schönborn – e davanti al Rudolfinum abbiamo incontrato Haas con una donna che all’epoca non ho neppure guardato, ed era Jarmila. Haas le fece il mio nome e Jarmila si accorse di aver parlato ogni tanto con mia sorella, anni prima, alla scuola civile di nuoto, le era rimasta impressa nella memoria come una rarità ebraica, dato che la scuola era allora molto cristiana. In quel periodo abitavamo davanti alla scuola civile di nuoto e Ottla le aveva mostrato il nostro appartamento. Questa è la lunga storia.) Dunque lei era sinceramente contenta che fossi venuto, per questo era così vivace, ma anche triste per questi sviluppi che sicuramente sono alla fine e da cui, come ha assicurato quasi con dolore, non nascerà altro, sicuramente. Il mio orgoglio però non era soddisfatto – pur senza comprendere l’importanza della cosa, ma vivendo totalmente immerso nel compito che mi era stato affidato, avrei voluto bruciare le lettere io stesso e spargerne le ceneri sul Belvedere.
Ha parlato molto poco di sé, ha detto che se ne sta a casa per tutto il tempo – il suo viso lo testimonia –, non parla con nessuno, ogni tanto va in un negozio di libri a dare un’occhiata, ogni tanto a spedire una lettera. A parte questo ha parlato solo di te (oppure ero io a parlare di te, a posteriori è difficile distinguere le cose); quando ho fatto presente la gioia che avevi provato quando, dopo una lettera da Berlino, avevi intravisto la possibilità che Jarmila ti facesse visita, ha risposto di riuscire a malapena a comprendere la possibilità della gioia e  ancora meno che qualcuno possa trarre una gioia lei. Le parole sembravano semplici e credibili. Io ho detto che i vecchi tempi non li si poteva cancellare così facilmente e che ci sono sempre possibilità che tornano in vita. Lei ha detto che, sì, se si fosse insieme, potrebbe forse succedere e che negli ultimi tempi gioiva al pensiero di vederti, che le sarebbe sembrato così ovviamente necessario che tu – e più volte ha indicato il pavimento davanti a sé, com’erano vivaci le sue mani – fossi qui, qui.
Da un certo punto di vista mi ha ricordato Staša, entrambe, quando parlano di te, sono negli inferi e parlano con stanchezza di te che sei viva. Ma gli inferi di Jarmila sono molto diversi, lì soffre di più lo spettatore, qui Jarmila. Mi sembra che abbia bisogno di attenzioni.
[…][3]

Ci siamo salutati brevemente davanti a casa sua.
Prima mi aveva fatto arrabbiare un po’ con un racconto prolisso a proposito di una tua fotografia particolarmente bella che mi voleva mostrare. Alla fine è venuto fuori che lei aveva avuto questa fotografia tra le mani prima del viaggio berlinese, quando aveva bruciato tutte le carte e le lettere, e poi l’aveva cercata di nuovo quel pomeriggio ma senza successo.
Poi ti ho telegrafato dicendo, con esagerazione, che la missione era compiuta. Ma avrei forse potuto fare di più? E tu sei […][4] contenta di me?

Non ha senso chiedertelo, dato che riceverai la lettera solo tra quattordici giorni, ma forse questa è solo una piccola aggiunta all’insensatezza della richiesta: non farti, se è mai possibile su questo mondo instabile (dove si viene strappati via se si viene strappati via, e non si può far nulla), non farti spaventare da me, anche se ti deludo una volta o mille volte o adesso o forse sempre. Del resto questa non è una richiesta e non si rivolge affatto a te, non lo so a cosa si rivolge. È solo il respiro oppresso del petto oppresso.

Mercoledì

La tua lettera di lunedì mattina. Da quel lunedì mattina, o meglio da lunedì pomeriggio, quando il benessere del viaggio (a prescindere da tutto, ogni viaggio in sé è un sollievo, un esser-preso-al-colletto, un esser-scosso-e-scosso) si era già dileguato un po’, da quel momento ti canto una canzone ininterrottamente, ininterrottamente diversa e sempre la stessa, ricca come un sonno senza sogni, noiosa e stancante, al punto che ogni tanto mi addormento pure io, sii contenta di non doverla ascoltare, sii contenta di essere al riparo dalle mie lettere per così tanto.

Oh, la conoscenza degli uomini! Cosa ho contro al fatto che tu ti pulisca per bene gli stivali: puliscili bene, mettili in un angolo e va bene così. Anche solo il fatto che tu li pulisca tutto il giorno nei pensieri mi tormenta a volte (e non pulisce gli stivali).



[1] Tradotto da F. Kafka, Briefe an Milena, erweiterte und neu geordnete Ausgabe, herausgegeben von Jürgen Born und Michael Müller, Frankfurt am Main: Fischer Taschenbuch Verlag, 2015¹⁵.

[2]Cancellato per il rispetto dei diritti della persona.

[3]Cancellato per il rispetto dei diritti della persona.

[4]Due parole sono state rese illeggibili.

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