F. Kafka – Lettere a Milena, p36

[Praga, 7 settembre 1920]
Martedì

Incomprensione[1] – no, è peggio di una mera incomprensione – molto più profonda, Milena, anche se tu, ovviamente, comprendi bene la superficie, ma cosa c’è qui da capire o non capire? È un’incomprensione che continua a ripresentarsi, c’era già stata a Merano una o due volte. Ma non ti ho chiesto […][2] un consiglio, come non lo chiederei al signore seduto alla scrivania di fronte a me. Parlavo con me, mi sono chiesto un consiglio nel sonno e tu mi svegli.
A parte questo non c’è altro da dire, la questione Jarmila è finita definitivamente, come ti ho scritto ieri, forse devi ancora ricevere la lettera. La lettera che mi mandi, però, è di Jarmila. […][3]
Non so come chiederle ciò che vuoi, è improbabile che la vedrò ancora, le riscriverò, e dovrei riscriverle proprio questo?

Dal telegramma di ieri ho capito che non devo più scrivere a Staša. Spero di aver capito bene.

Ieri ho parlato di nuovo con Max a proposito della “Tribuna”. Non riesce a decidersi (politicamente) a pubblicare qualcosa sulla “Tribuna”. Ma dimmi solo perché vuoi avere qualcosa di ebraico e posso citarti o mandarti molto altro materiale.

Non so se hai compreso correttamente la mia osservazione a proposito del saggio sul bolscevismo. Le critiche dell’autore, per me, sono la lode più elevata possibile sulla Terra.

Ecco l’indirizzo di Janowitz, nel caso in cui non avessi ancora ricevuto l’ultima lettera: presso Karl Meier, Berlin W 15 Lietzenburgerstraße 32. Ma te l’ho pure telegrafato, sono così distratto.

Ieri sera ero con Přibram. Vecchi tempi. Ha parlato di te in modo buono e caro, assolutamente non come una “domestica”. Noi, peraltro, io e Max, ci siamo comportati male con lui, l’abbiamo invitato a una serata insieme, parlando tranquillamente per due ore del più e del meno e all’improvviso assalendolo (addirittura io per primo) con la questione del fratello. Si è difeso brillantemente, era difficile dire qualcosa contro, persino il richiamo a un ex “paziente” non è servito a molto. Ma il tentativo non è ancora finito.

Se ieri sera (quando, alle otto, ho guardato dalla strada nella sala delle feste del municipio ebraico, dove alloggiano oltre cento emigrati ebrei russi in attesa del visto americano, la sala è piena fino al limite per una riunione popolare e dopo, intorno a mezzanotte e mezza, li ho visti tutti dormire, l’uno accanto all’altro, dormivano anche stiracchiati sulle sedie, ogni tanto qualcuno tossiva o si rigirava dall’altra parte o procedeva cautamente tra le file, la luce elettrica è rimasta accesa per tutta la notte), se ieri sera qualcuno mi avesse garantito che avrei potuto essere ciò che voglio, allora avrei voluto essere un ragazzino ebreo dell’est, all’angolo della sala, senza traccia di preoccupazione, col  padre che discute in mezzo ai signori, la madre pesantemente infagottata che rovista tra gli stracci di viaggio, la sorella che chiacchiera con le ragazze e si gratta i bei capelli, e tra un paio di settimane si sarà tutti in America. Non è così semplice, comunque, ci sono già stati casi di dissenteria, ci sono persone in strada che imprecano attraverso le finestre, ci sono anche risse tra gli ebrei, due si sono scagliati l’uno contro l’altro con i coltelli. Ma quando sei piccolo, e vedi e giudichi tutto rapidamente, cosa può succederti? E ragazzini così ne gironzolavano a sufficienza, si arrampicavano sui materassi, strisciavano sotto le sedie e stavano in agguato per il pane sul quale qualcuno – è un popolo unico – spalmava qualcosa (tutto è commestibile).



[1] Tradotto da F. Kafka, Briefe an Milena, erweiterte und neu geordnete Ausgabe, herausgegeben von Jürgen Born und Michael Müller, Frankfurt am Main: Fischer Taschenbuch Verlag, 2015¹⁵.

[2]Due parole sono state rese illeggibili.

[3]Cancellato per il rispetto dei diritti della persona.

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