F. Kafka – Lettere a Milena, p40

[Praga, novembre 1920]

Tu dici, Milena[1], di non capire. Prova a capire, chiamandola malattia. È uno dei tanti sintomi di malattia che la psicoanalisi ritiene di avere scoperto. Io non la chiamo malattia e nel contributo terapeutico della psicoanalisi vedo un errore disperato. Tutte queste presunte malattie, per quanto possano apparire tristi, sono atti di fede, modi che l’uomo in difficoltà ha di ancorarsi a un qualche suolo materno; e così la psicoanalisi trova anche come fondamento delle religioni soltanto ciò che, nella sua opinione, costituisce le “malattie” del singolo, tuttavia qui da noi perlopiù manca la comunità religiosa, le sette sono innumerevoli e limitate alle persone singole, ma forse è così solo allo sguardo parziale del presente.
Tali ancoraggi, che si piantano al suolo realmente, non sono però un singolo possedimento sostituibile dell’uomo ma sono innati nel suo essere e continuano, di conseguenza, a costituire il suo essere (e anche il suo corpo) in tale direzione. E qui si pretende di guarire?
Nel mio caso ci si può immaginare tre cerchi, uno più interno (A), poi B e poi C. Il nucleo A spiega a B perché quest’individuo debba tormentarsi e non avere fiducia in sé, perché debba rinunciare (non è una rinuncia, che sarebbe molto difficile, ma solo una costrizione a rinunciare), perché non possa vivere. (In questo senso, per esempio, non era Diogene gravemente malato? Chi di noi non sarebbe stato felice sotto lo sguardo di Alessandro che infine risplendeva su di lui? Eppure Diogene lo pregò, disperatamente, di lasciar libero il sole, quel sole spaventoso, greco, che brucia immutabile e che porta alla follia. Quella botte era piena di spettri.) A C, l’individuo che deve agire, non viene spiegato più nulla, B gli dà semplicemente ordini. C agisce sotto una pressione fortissima, suda per la paura (c’è altro sudore per la paura oltre a quello che erompe dalla fronte, le guance, le tempie, all’attaccatura dei capelli, attorno a tutta la testa? C è così.) C agisce più per paura che per comprensione, si fida, crede che A abbia spiegato tutto a B e che B abbia capito bene e diffuso ogni cosa.



[1] Tradotto da F. Kafka, Briefe an Milena, erweiterte und neu geordnete Ausgabe, herausgegeben von Jürgen Born und Michael Müller, Frankfurt am Main: Fischer Taschenbuch Verlag, 2015¹⁵.

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