Le quattro istanze dell’Ordine dell’Ostrica

Ho il colesterolo alto, è un fatto. Mio nonno paterno è morto d’infarto a settant’anni, mio padre si nutre di pasta integrale da venti, mio zio ci stava lasciando l’estate scorsa – la stessa in cui è apparsa, sotto il mio occhio destro, adagiata sul sacco lacrimale, una macchiolina traslucida. Pensavo fosse il sole, o il fondotinta. A dirla tutta non l’avevo notata. «Colesterina.» Mia madre ha impiegato un minuto per emettere la sentenza.
Questa pellicola di grasso, che osservo da allora ogni giorno con la concentrazione di un Rustin Cohle che si guarda guardare, mi ha permesso due passi in avanti. Il primo è un balzo, ovvero l’insieme dei saltelli che il corridore compie a intervalli brevi e regolari quando percorre la sua personale via crucis (mai più di cinque chilometri per volta), due volte a settimana. E la pellicola adiposa, nel tempo, si riduce pur permanendo. Il secondo è un passo simbolico: è un flirt con la morte, un gioco di seduzione più profondo e penetrante, uno che lega il nutrimento stesso, il cibo, con la dea falcemunita. Ogni languore e ogni boccone mi avvisa, mi solletica, mi avvicina all’idea della morte[1]. So che lotterò per guarire, che la guarigione è un processo e un percorso incessante; so anche che quando la pellicola scomparirà del tutto – allora, in the long run – sarò morto anche io.

Il nutrimento. Dev’essere stata la macchiolina in altorilievo sulla borsa oculare, o invece la moglie francese e una galeotta vacanza in Bretagna. Come che sia, sono un altro ora. L’appetito – l’insieme di salivazioni simboliche, di attese, previsioni e pianificazioni – si è spostato dal fritto di mare al crudo di mare. Ed è chiaro, è lampante, che per un meridionale il crudo di mare sia un’altra faccia della dama nera, richiamo pandemico di una dama per di più sfottente, vagamente settentrionale, razzista e bianconera (“colerosi/terremotati”). Ci vuole coraggio per darsi alle ostriche, disciplina, autocritica sociale e disprezzo del pericolo. Così sono diventato cavaliere dell’Ordine dell’Ostrica.
Quest’estate i miei iniziatori bretoni mi hanno messo davanti al fait accompli. Eravamo in quattro. Mi hanno portato da un ostricoltore nel golfo del Morbihan. Quanto costa un chilo di ostriche (12 unità nello standard dell’Ordine)?, hanno chiesto. 5,6€, ci è stato risposto. Ce ne dia dunque 132 unità. L’ingresso nell’ordine richiede una prova e io non ho esitato.
Non dimenticherò l’allure minacciosa di una di esse, la ventisettesima che mi accingevo a succhiare: taglia tre, diploide, ripiena di quella sostanza viscosa che gli iniziati chiamano latte, ma che latte non è – è la sua prole[2]. Le ventose, le ciglia che la tenevano incollata al guscio erano nerissime. Ho avuto coraggio succhiando la madre e la figlia, sono stato fatto uomo e cavaliere. Mi è stato insegnato il segreto della manipolazione: non nella fessura della cerniera deve affondare il coltello per vincere la resistenza del guscio; esso – e con questi la mano che lo guida – dev’essere paziente nel solleticare quel punto in cui la resistenza è minore e la sensibilità maggiore (il punto G più che il tallone d’Achille della conchiglia). Bisogna avere fede nella possibilità che un’apertura si dia, temporeggiare e carezzare per non infrangere la membrana mineralizzata. Mi è stato insegnato inoltre che l’acqua è la vita: scoperchiato lo scrigno, la prima acqua va gettata via; pochi secondi dopo il mollusco secerne la seconda acqua (i Capi dell’Ordine si dicono capaci di arrivare fino alla quinta acqua attraverso manipolazioni segrete).

Guanto in cotta di maglia e coltello, gli arnesi dell’Ordine (non i suoi emblemi)

Guanto in cotta di maglia e coltello: arnesi dell’Ordine (non i suoi emblemi). Si noti l’assenza di guardamano sul manico della lama corta

A nove anni, il 23 dicembre di 25 anni fa, feci un sogno. Nel salotto sconfinato di mia nonna si consumava la cena della vigilia di natale. Timeo alimenta et dona ferentes. Il mio piatto non era diverso da quello degli altri commensali, eppure qualcosa dentro vibrava. Nella massa di linguine al dente appena arrossate dal pomodoro i gusci si muovevano. Si dischiusero – prima uno, poi tutti gli altri. Le vongole, liberate dalla prigione della conchiglia, venivano ora fuori come orda – mi osservavano coi loro occhietti neri, con le loro protuberanze elastiche mi sfioravano le braccia e il viso, mi prendevano le misure. Gli altri commensali erano congelati nel tempo. Fui avviluppato in un’ordalia di olii e secrezioni marine; fui stipato in un guscio grigiastro – distinguo ancora le striature concentriche e eleganti, giallastre e vetrose –; il mio cuore, con una manipolazione repentina e segreta, fu allacciato al tubo sul guscio; il mio pene bambino fu tramutato in alcova. Secernevo liquidi, ero dato in pasto agli altri commensali – in qualche modo, nei loro visceri, ero ancora vivo.


[1]«Esagerato!»
«Non dico certo ora, subito. Dico: or ora comincio i preliminari della danza con la dama falcemunita. Solo dopo, a giochi inoltrati, più avanti, considererò la pillola e i suoi benefici erotici.»
[2] Altre speculazioni richiederebbe il discorso sull’ostrica triploide, manipolata geneticamente perché non si riproduca, perché sia succhiabile senza latte anche d’estate. Basti qui riferire che la sterilità dell’ostrica sembra averla resa meno resistente a certi virus erotomani. Sesso, morte, riproduzione, nutrimento: le quattro istanze dell’Ordine dell’Ostrica.

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