A casa nostra, nel caffellatte, non ci mettiamo niente: né il caffè, né il latte.
Miseria e nobiltà

 

È domenica. Apro gli occhi con la convinzione che in casa ci sia del latte. Almeno almeno un altro cartone, penso. E almeno almeno una quantità sufficiente per un’altra colazione.
Mi sveglio per gentile concessione della dirimpettaia, che con voce supplice chiede alla propria tartaruga di uscire allo scoperto per il pranzo; all’ennesimo richiamo, spazientito, salto giù dal letto. Indosso le infradito nonostante i calzini, e tiro dritto per il bagno senza neanche verificare quanto di quella mia certezza sia nel frigo. È solo dopo vari sbadigli, lo scarico del water, il caffè stretto bene e i ventiquattro tic dell’accensione elettrica del fornello che mi accorgo dell’inganno.
In casa non c’è latte. Niente. Nemmeno un goccio né un grumo rappreso contro cui imprecare. Eppure il cartone è lì: freddo come sempre, ma vuoto. Perché l’ho conservato? Con rassegnazione lo scaglio nel lavandino, a tappo aperto. Fa un rumore metallico, che rimbomba nel lavello. Me ne pento presto. Diverse gocce hanno mitragliato le ante: ripulisco con l’asciugamano dei piatti e lascio che il resto scoli nelle tubature.
Presa coscienza dell’assenza del latte mi si palesa l’unica e più seccante alternativa: scendere di casa per comprarlo. Sento il peso dell’esistenza, sospiro, l’atavico fardello biologico grava su di me. Ed è solo prima mattina, perlomeno secondo il mio orologio biologico. In realtà sono le 12.49.
Una colazione domenicale senza latte mi pare disonesta: cappuccino, frullato, pancake, potenziali dolci faidame, come posso negarmi queste gioie? La domenica mattina il latte mi è indispensabile, gli altri giorni no, o meno.
E comunque dovrei smetterla di chiamarlo latte, la legge me lo vieta. Bevanda di riso, o bevanda di mandorla, così devo dire; anche se non mi sembra una cosa importante da sottolineare: io ad esempio non avrei mai fatto una legge al riguardo. Nemmeno c’ho mai pensato.
Dato che a mali estremi estremi rimedi, decido di non lavare i denti, perché al supermercato avrei fatto in fretta, e i capelli di lasciarli come sono, ovvero sufficientemente ordinati. Aggiungo solo i pantaloni, quelli di ieri sera, e la maglia del pigiama che non ho usato durante la notte e che tanto non è una vera maglia del pigiama. Le scarpe le infilo sui calzini che conservavano ancora lo spazio lasciato dall’infradito: un fiordo norvegese separa l’alluce dal dito accanto. Riguardo le mutande, beh: non c’è tempo per l’intimo, e poi non sono ancora così sveglio.
Scendo in strada che il sole ha già riscaldato gli intonaci delle case. Mi maledico per aver dimenticato gli occhiali da sole, e già mi immagino fra la gente ormai sveglia da ore: io, sfacciato, ancora con gli occhi gonfi e il puzzo dei sogni. Sbadiglio e mi raccomando: devo far presto, il sole e il biasimo della gente sono troppo forti stamattina, non posso resistere per molto.
Il supermercato è a due isolati, mi occorrono pochi minuti per arrivarci. È uno di quelli suburbani, inaspettatamente grande all’interno ma con le porte scorrevoli piccole e discrete. Cammino a ridosso di un palazzo qualsiasi e già pregusto la luce bianca dell’interno piena di odori, non tutti buoni, ma certamente quasi tutti familiari. Gran parte della roba esposta io non posso mangiarla, per via dell’intolleranza, ma è comunque un luogo in cui non mi dispiace passare del tempo. Specie per la frescura viziata che aleggia tra i reparti.

Prima ancora dell’insegna sbiadita e dei cartoni appiattiti sotto al sole, vedo Mohammed. Come sempre è in piedi, a pochi metri dall’entrata, con lo stesso cappellino giallo e blu un po’ rovinato nella mano e quel suo sorriso beffardo. Gli lascio spesso qualche moneta, più spesso no. Per quanto ne so, lui c’è sempre stato, ovvero da quando ho preso casa in zona e ho cominciato a comprare da quel supermercato, non si è mai assentato un giorno. A pensarci ora credo sia stato il primo in questo quartiere a salutarmi come se già mi conoscesse. Era pomeriggio, dovevo comprare del vino e delle patatine per un aperitivo improvvisato. Quando notai il supermercato dietro la fila di macchine parcheggiate, non mi ero reso conto del ragazzo straniero che assediava le due porte. Lo notai solo quando fui sul punto di entrare. Naturalmente lo evitai. Corsi anche, credo, allungando il passo per non lasciare che mi fermasse – Carità e IlProssimoTuo mi sono testimoni.
Quando fui dentro mi sentii in salvo e presto non ci pensai più. Oltre al vino e alle patatine, comprai anche l’apribottiglie, un paio di sughi pronti e un bustone di fazzoletti di carta in onor di necessità. All’uscita me lo ritrovai davanti, in piedi, sempre con il cappello in mano. Sorrideva. E forse sorrisi anche io, o forse no conoscendomi; ma quello che presto sarebbe diventato Mohammed-il-nero-del-supermercato mi disse: «Amico benvenuto ciao».
La cosa mi sfasciò le viscere, e le braccia che reggevano le due buste si staccarono dal torace e così le gambe, e caddi credo, nei recessi più intimi del mio perbenismo, davanti a lui e a tutti quelli che passavano di lì; poi corsi via. Ciò che mi lasciò basito fu la seconda parola, benvenuto.
Benvenuto a me, che ero appena arrivato nel mio nuovo quartiere; a me, che avevo appena acquistato i primi prodotti in quello che sarebbe diventato il mio supermercato. Fu lui straniero, per primo, a darmi il benvenuto.
Ma non poteva saperlo, non poteva conoscere tutti i clienti del supermercato e aver intuito che quella fosse la mia prima spesa. Si trattava di una frase fatta, era chiaro, imparata per l’occasione, per quel lavoro che lavoro non era, dove la simpatia e l’affabilità non erano che i ferri del mestiere per suscitare empatia e carità nell’animo del consumatore medio. Intesi allora che quel suo benvenuto era rivolto solo al me-cliente e non al me-persona trasferitasi da poco. Mi trattava insomma con professionalità, come se fosse un dipendente dell’esercizio commerciale e il suo compito fosse quello di compiacere i clienti ancor prima dell’acquisto.
Naturalmente queste congetture si dimostrarono satelliti in orbita attorno alla mia fantasia. Fui deriso e rimproverato quando le esposi a quell’aperitivo organizzato sul mio balcone.
«Queste sono dinamiche occidentali».
«Che borghesata».
Venne fuori che avevo applicato strategie di marketing ad un poveretto che chiedeva l’elemosina. Non potei oppormi all’evidenza e lasciai che mi tirassero le orecchie. Tutti si divertirono tranne me. Ormai bollato, non potevo più esporre ragionamenti che avessero la pretesa d’esser seri. Mi astenni dal dibattito e rimasi ad ascoltare. Quello più fascinoso del gruppo riuscì a farsi bello con un’osservazione che ottenne plausi e consensi – favorendo quelli già brilli che ne approfittarono per proporre un nuovo brindisi.
«Amico benvenuto ciao, ma è chiaro! Ad ogni lettera una parola, funziona così alle elementari, si impara una parola per ogni lettera, viene naturale supporre che ciò accade anche in quei corsi di italiano per gli stranieri. Non Ape-Balena-Cane. Non Aereo-Bicicletta-Casa. Insegnano loro Amico-Benvenuto-Ciao perché sono parole profondamente significative; si crea già l’empatia», e terminò con una gran svapata bianca.
Il ragionamento filava. In verità nessuno di noi era stato in un campo d’accoglienza, né si era documentato sui metodi didattici per gli stranieri; però il ragionamento filava.

Arrivo al supermercato e anche oggi Mohammed si trova all’entrata con il solito capellino nelle mani più quel suo vecchio zaino Invicta vicino ai piedi. Lo saluto e come previsto mi risponde proprio con le tre parole.
«Amico benvenuto ciao».
Oltrepasso le porte e il freddo si abbatte sul mio corpo. Apro le braccia e accelero il passo per spingere l’aria fredda contro e attraverso i vestiti. Il sudore caldo che mi insudicia la maglietta diventa gelido: un mix di sollievo e disgusto mi prende e mi accompagna più velocemente fra i corridoi.
Mi dirigo direttamente allo scaffale del latte, cioè delle bevande vegetali – lex dixit. Dapprima afferro tre confezioni di quello alla mandorla, poi ne lascio una per prenderne altre due di soia in offerta, poi ancora una d’avena per riprovare – la prima volta non mi era piaciuta ma la seconda non si sa mai – e facendo un calcolo veloce, mi decido per un’altra confezione di soia per arrotondare la somma totale. Tanto il latte serve sempre, no?
«SI AVVISA LA GENTILE CLIENTELA CHE IL SUPERMERCATO CHIUDERÀ FRA DIECI MINUTI!»
Con sei litri tra le mani mi avvicino alla casa, o perlomeno ci provo. Una dozzina di persone sono già in fila e mi tocca aspettare. Poco male penso: in cinque, dieci minuti sarà il mio turno, d’altronde non tutti sono clienti in senso stretto, alcuni appartengono alla categoria accompagnatore, o reggitore, e insomma fanno solo numero.
Prendo posto, e dopo di me anche altre due persone. Con le braccia conserte che trattengono 2X3 di cartoni di latte, bevanda!, non posso fare nient’altro, né prendere il telefono per distrarmi durante l’attesa, né sfilare il portafogli per preparare i contanti. Resto in piedi, con gli occhi ancora infossati, i capelli sicuramente da sistemare e incessanti vibrazioni nella tasca, sintomo che qualcuno mi scrive con accanimento.
Comincio ad interessarmi all’avanzamento della fila ma non noto cambiamenti. La cassiera è rovente in viso nonostante l’aria condizionata; si muove freneticamente, e tra un bip e l’altro del codice a barre non lascia passare nemmeno un secondo; anzi se uno dei prodotti indugia troppo sul laser rosso, subito lei ne digita il prezzo – sorprendentemente lo ricorda –, e passa al prodotto successivo. È chiaro, ha fretta di finire il turno.
«Si avvisa la gentile clientela che il supermercato chiuderà fra dieci minuti!» dice al microfono sbirciando la fine della fila: il suo sguardo tradisce una certa disperazione. In preda a chissà quale ansia si è lasciata sfuggire quell’errore: voleva dire cinque minuti, non dieci. Intanto rossa, sudata e inquieta si destreggia tra diverse banconote da venti. Il cliente a cui ha battuto due birre fredde e due panini fatti dal salumiere ha solo una cento.
«Mi scusi, sono appena uscito da lavoro e non ho avuto il tempo di cambiarla».
La cassiera non risponde, racimola il resto e lo catapulta nel palmo dell’uomo.
Qualcuno alle mie spalle comincia a spazientirsi: «Sbrigatevi se volete chiudere!» e qualcun altro gli fa eco: «A quest’ora una cassa sola! Assurdo!»
Decido di non voltarmi nonostante la curiosità, per non inasprire la tensione. Vedo però la cassiera che getta un rapido sguardo d’odio verso di noi e io mi sento quasi in colpa a far parte di quel gruppo inquieto.
Il cliente successivo, una signora grassa con un bambino magrissimo in canottiera marinaresca, poggia sul tappetino a scorrimento due oggetti: una crema solare e una bottiglia da litro d’acqua naturale. “€ 3.95” mostra il display, ma la donna ha solo una banconota da venti e chiedere al bambino se con sé ha delle monetine si rivela infruttuoso. La cassiera guarda il contenuto della cassa per alcuni secondi, poi sbuffa raccogliendosi una ciocca dietro l’orecchio e con l’indice, eurocent dopo eurocent, riesce a scucire il resto. Solo una mia impressione forse, ma la signora, uscendo dal locale, sembra preoccuparsi di frapporsi tra Mohammed e il bambino.
Intano tocca al cliente seguente, un ragazzo di circa venticinque anni, completamente vestito di nero e con un corvo e un lupo tatuato sul braccio. Si presenta alla cassa con un sugo pronto e un pacco di pasta.
«Hai spiccioli?»
«Ehm, potrei pagare con la carta».
La cassiera torna a respirare come se avesse appena scansato il morso di un serpente velenoso. Io intanto comincio a non sopportare più quell’attesa; oltre al peso dei sei litri e al richiamo del telefono, mi irrita sapere di quel mio aspetto arruffato e approssimativo. Certo se mi fossi lavato la faccia e avessi indossato qualcosa di migliore forse quella ragazza che aspetta poco più avanti mi avrebbe guardato, e poi chissà. Invece niente, nemmeno uno sguardo, e anzi parla e ride con un altro ragazzo.
«No!»
Tutti ci voltiamo verso la cassiera.
«Stiamo chiudendo, non può entrare!».
Un ragazzo piccoletto ha tentato di intrufolarsi sotto la serranda già abbassata ma è stato scoperto. Quello risponde come se fosse appena sceso dalle nuvole, o dal letto: «Devo prendere solo una cosa».
«No, siamo chiusi!» e con lo sguardo lo sollecita ad uscire. Fosse stato per me naturalmente l’avrei fatto entrare, magari voleva solo del latte per fare colazione. Qualcun altro è del mio stesso avviso: «Ma cosa le costava, minuto più minuto meno».
La cassiera ormai è visibilmente irritata, si morde le labbra e si tocca con frequenza la nuca dove i capelli sono legati in una coda. Ci guarda, noi tutti in fila, e con gli occhi ci implora di scomparire.
«Salvatore in cassa due, Salvatore in cassa due!» ha definitivamente abbandonato il tono professionale. Spegne il microfono e torna dalla cliente.
«Sicura di non avere spiccioli?»
«Guardi che se li avessi glieli darei!»
La cassiera si gira verso noi altri: «Qualcuno può pagare in spiccioli?»
Tutti cominciano a rovistare nelle borse e nei borsellini. Tutti tranne me, che rimango con i sei cartoni fra le braccia.
«Io, io!» urla qualcuno dietro di me. È un uomo sulla sessantina, con la camicia completamente sbottonata e una catenina d’oro che risplende fra i peli bianchi del petto. Supera vittorioso la fila, lasciando tre euro nel palmo della cassiera, e si allontana con il fardello d’acqua minerale, che, a giudicare dall’accondiscendenza di tutti, deve costare meno di tre euro. E va via senza lo scontrino.
La cassiera ci riprova: «Qualcun altro?»
«Io ho solo due da dieci».
«Io prendo solo questo con cinque euro».
«Io ho una venti e una dieci».
«Io posso cambiare con due da cinque».
Solo io non ho ancora controllato. Allora decido di poggiare la mia spesa sugli scaffali lì vicino. In tutto conto di 11 euro e 23 centesimi. Salvo la banconota, ho solo un euro e ventitré in spiccioli. Non posso farmi avanti.
La situazione di stallo è ormai palese. Nessuno può pagare perché nessuno può avere il resto. Ma il supermercato deve chiudere e tutti noi dobbiamo tornare a casa.
«Salvatore, in cassa due! Salvatore, vieni in cassa due!»
Il microfono fischia per la voce improvvisamente alta. Ma a nulla è servito. La cassiera esce allo scoperto: «Abbiate pazienza, signori, non ho più monete per il resto!»
Restiamo circa in sette ed io sono il penultimo, ci guardiamo fra noi tra lo stupore e il risentimento. Qualcuno remissivo propone di lasciare tutto e andare via, qualcun altro più audace di uscire senza pagare. Sembra che la situazione sia ormai sull’orlo di una crisi. Quell’antica corrispondenza tra Domanda e Offerta è venuta meno, condannando noi consumatori fedeli al digiuno.
«Salvatore in cassa due, Salvatore in cassa due!»
Già immagino di riportare i cartoni sullo scaffale e uscire a mani vuote, di fare colazione in un bar anche se oggi è domenica e la domenica faccio colazione a casa, di chiedere asilo domestico alla dirimpettaia nella vana speranza che anche lei e la sua tartaruga bevano latte senza lattosio. Proiettato già in queste fantasticherie ecco che Mohammed si infiltra nel negozio. Con sé porta la luce calda e ormai accecante di mezzogiorno; le porte si aprono da dietro la serranda semichiusa e lui ne sbuca statuario con quella pelle nera che luccica come certi scogli bagnati dal mare.
Tutti lo riconosciamo, compresa la commessa che subito sbotta: «Adesso no. Stiamo chiudendo! Vai via!»
Ma Mohammed sorride e parla con lo stesso tono di sempre: «Io solo acqua volere. Poi andare via» e si inoltra svelto tra gli scaffali.
«Che impertinenza!» dicono dietro di me.
«Credono di poter fare i comodi loro» afferma una ometto coi baffi alla cassiera che annuisce.
Ma non c’è altro spazio per il disappunto. Bisogna trovare un modo, capire come sbloccare la situazione, o al più fuggire via.
«What’s up?»
Mohammed si è già aggiunto alla fila. Nelle mani ha due bottiglie d’acqua, una di coca-cola e un pacco di biscotti. Mi chiedo se ha figli. La signora dietro di me lo ignora palesemente, così lo straniero deve ripetersi rivolgendosi a me: «What’s up, man?»
Per la prima volta noto che non sorride. Gli spiego in italiano con infiltrazioni anglofone che la cassa ha finito gli spiccioli per il resto e noi altri abbiamo solo banconote.
«You too?»
«Me too».
Mi sorride. Supera l’intera fila.
«Ma che fa?!»
Giunto in cassa poggia i prodotti sul tappetino nero e così quel vecchio zaino Invicta che porta su una spalla. Dall’interno estrae un sacchetto trasparente colmo di monete.
Nessuno parla, nemmeno io e nemmeno la cassiera. Il resto di quante persone occorre per racimolare quella fortuna?
Mohammed paga e cambia il contante in silenzio. Ripone la spesa nello zaino, prede lo scontrino e dice solo: «Ciao amico» rivolgendosi a tutti e a nessuno. E nessuno risponde.
La fila è di nuovo composta, adesso ognuno può pagare perché ognuno può ricevere il resto. Il gioco del denaro è ricominciato, l’Economia ha ripreso il suo ciclo.
Ormai abituato alla temperatura interna, sotto il sole mi sento soffocare. Cerco Mohammed con lo sguardo contratto per l’abbaglio, lo intravedo poco più avanti che attraversa la strada. Sento il bisogno di dirgli qualcosa, ma ormai è tardi e le buste di plastica già sudano nelle mani.