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1

Un giorno il filosofo Martin Heidegger uscì di casa e trovò il mondo profondamente cambiato.
Era rimasto barricato nel suo studio per un’intera settimana, assorto nei pensieri più sublimi, per finire il suo ultimo lavoro: un’opera di orientamento politico che desse alla Germania un perfetto modello statale su cui basare il proprio futuro di Grande Nazione. Aveva lavorato ogni minuto di luce e di buio, scrivendo e riscrivendo fino allo sfinimento quello che considerava il proprio capolavoro: un lascito ai posteri, un’eredità che avrebbe cambiato il destino dello Stato tedesco.
Non pensava, sette giorni prima, a quante cose possano cambiare in una sola settimana.
Martin Heidegger uscì di casa. E non vide in giro anima viva. Marburgo non era mai stata così silenziosa.
«Poco male», si disse. Aveva in programma una passeggiata tranquilla e rilassante, che gli facesse dimenticare le fatiche dei giorni precedenti. Meglio non incontrare nessuno piuttosto che uno dei soliti studentelli, che pretendevano di discutere con lui di filosofia. A volte arrivavano a criticare e a mettere in dubbio qualcuna delle sue opere; o – mein Gott! – il suo stesso pensiero. Un laureando, neppure un mese prima, si era permesso di sostenere che l’autonomia dei significati non si doveva concludere necessariamente sia con l’esigenza di connettere il mondo sovrastorico della logica con il mondo storico dello spirito vivente, sia con la necessità di una fondazione filosofico-metafisica della logica. Torheit! Non era bastata un’ora per convincere quel ragazzo di come non si possano vedere nella giusta luce la logica e i suoi problemi, se il contesto in base al quale essa viene considerata non diventa translogico.
Il solo pensare all’ignoranza che regnava tra i suoi studenti faceva imbestialire Martin Heidegger. Se non riusciva a inculcare in quelle giovani menti concetti tanto semplici, come avrebbe potuto, con la sua nuova opera, aprire la mente della Germania intera?
Tra l’altro, non aveva ancora scelto il titolo per il suo lavoro. Aveva pensato a Nuovi discorsi alla nazione tedesca, ma non lo convinceva. Forse sarebbe stato meglio Dottrine politiche diseguali e parziali, da leggersi come rivoluzione interpretativa dei tradizionali ordinamenti statali e come modo nuovo di guidare l’esistenza della Germania.
La passeggiata – sperava – gli avrebbe schiarito le idee.
Dopo alcune centinaia di metri percorsi in desertica solitudine, Heidegger cominciò a preoccuparsi seriamente. La sua opera mentale, che aveva provvisoriamente intitolato Dilemma sui titoli (o dialogo intorno all’importanza delle parole sulla copertina), aveva lasciato il posto a una certa ansia. Possibile che tutti gli abitanti di Marburgo si fossero dileguati?
D’un tratto, un soffio d’aria gelida scompigliò i capelli del filosofo, portando con sé un’illuminazione (o meglio: l’improvviso sfociare in risposta di continui interrogativi subliminali). Martin Heidegger capì – finalmente! – che l’essenza della fenomenologia doveva consistere nel mostrare a se stesso ciò che si manifesta, così come si manifesta da se stesso. Un’urgenza dilaniante si asserragliò nella sua mente: doveva prendere un appunto. Nella tasca del soprabito aveva la penna, ma gli mancava un pezzo di carta.
Come in risposta al suo bisogno, un volantino svolazzò ai suoi piedi, sospinto dal vento.

2

Il filosofo Martin Heidegger si era sempre considerato un uomo equilibrato. Non amava la solitudine né l’eccessiva presenza di estranei. E questo modo di vivere in relazione al prossimo l’aveva sempre soddisfatto.
Stare chiuso nel suo studio per una settimana, immerso in un’ascesi lavorativa, invece, lo aveva fatto impazzire. Era evidente.
Heidegger, nel bel mezzo di una Marburgo disabitata, stringeva tra le mani un semplice volantino di carta bianca, che aveva raccolto poco prima. Stampata in inchiostro nero, campeggiava la scritta:

SI DICHIARA CHE, DA OGGI, LE VECCHIE ISTITUZIONI TEDESCHE SONO DA CONSIDERARSI ABOLITE.
DA OGGI, LA GERMANIA È GOVERNATA DA UN REGIME IPPOPOCRATICO.

In calce era firmato: Partito Combattente dei Cavalli di Fiume.
Heidegger rilesse tre volte il volantino. Era sicuramente un’allucinazione, un sintomo dell’improvviso squilibrio mentale in cui era piombato a causa del troppo lavoro. Tuttavia, il filosofo premise di non essere impazzito e decise continuare a vivere come se niente fosse accaduto. Ritenne (così, su due piedi) che una forte autoimposizione mentale avrebbe potuto ancora salvarlo dal baratro della follia più totale.
La prima cosa da fare, per restare ancorato al mondo reale, era ovvia: assicurarsi di persona che la Germania non fosse diventata un regime ippopocratico (qualunque cosa fosse). Heidegger decise quindi di recarsi al Municipio per verificare che le normali istituzioni fossero ancora al loro posto. Un singolo volantino non provava nulla: poteva trattarsi di uno scherzo innocuo, opera di qualche studente perdigiorno.
Tuttavia, anche un singolo volantino, se sommato alla misteriosa sparizione dell’intera popolazione di Marburgo, poteva risultare allarmante.
In fin dei conti, però, nulla era ancora compromesso.
Il filosofo stava per imboccare la via che aveva di fronte, deciso ad andare fino in fondo alla questione, quando si sentì chiamare per nome: «Martin!»
Si voltò, ma in strada non c’era nessuno. Altro segno preoccupante: avrebbe fatto meglio a sbrigarsi.
«Martin!»
Da dove diavolo arrivava quella voce?
«Martin!»
«Chi è?» chiese Heidegger. «Dov’è?» aggiunse.
«Martin! Sotto di te!»
Il filosofo abbassò lo sguardo. Dalla grata di un tombino spuntava il volto del suo amico Franz Schöll.
«Martin, eravamo così preoccupati: pensavamo ti avessero preso!»
«Chi?»
«Ma come “Chi”? Quelli
«Ascolta, Franz: io non so niente; non esco di casa da una settimana.»
Il volto di Franz si rabbuiò.
«Allora non sai nulla degli ultimi eventi?» chiese.
«Già.»
«Oh.»
«Be’, aggiornami: cos’è successo?»
«È un po’ lungo da spiegare. E non è prudente farsi vedere in giro. E poi se scoprono che ci siamo rifugiati qua sotto…»
«Ma chi?»
«Vieni anche tu nelle fogne e te lo spiego.»
Heidegger valutò se dare retta all’amico, ma concluse che si trattava di un altro tiro mancino della sua psiche vacillante. Il suo obiettivo era raggiungere il Municipio, per tornare in sé; e quell’allucinazione era solo un tentativo di impedirglielo.
«Vado a vedere cosa succede al Municipio», disse, ricominciando a camminare.
«Sei pazzo!» gli gridò dietro Franz.
«È quello che voglio scoprire.»

3

Il filosofo Martin Heidegger raggiunse il palazzo del Municipio poco dopo le quattro del pomeriggio, senza incontrare nessuno lungo la strada. Aprì il portone ed entrò nell’edificio. L’aria, all’interno, era impregnata di un odore forte, selvatico, animalesco. Salì le scale, perlustrò le stanze e i corridoi deserti, si affacciò dalle finestre scrutando il cortile e le case circostanti: dov’erano finiti tutti quanti?
All’improvviso, sentì delle grida (più simili, in realtà, a un ragliare scomposto) provenire dal piano di sotto. Heidegger si precipitò per le scale, raggiunse la stanza (da cui ora provenivano urla sempre più veementi) e spalancò la porta.
«Io esigo rispetto!» gridava un ippopotamo grande e grosso, seduto sulla poltrona del Sindaco. «Rispetto, in quest’aula!»
Gli altri ippopotami, una decina in tutto, si agitavano, seduti intorno al tavolo del Consiglio, grugnendo frasi sconnesse.
«Colleghi! Colleghi!» gridava uno, che evidentemente cercava di far ragionare gli altri. «Colleghi, un po’ di civiltà! Non vorrete comportarvi come quegli sciocchi bipedi bianchicci! Dopo tutto quello che abbiamo fatto per liberarcene…»
Non sembrava che gli altri ippopotami fossero intenzionati a dargli retta. Erano troppo presi da litigare col compagno più prossimo, agitando le zampe e soffiando dalle narici.
«Amici», continuava quello. «Amici! Questa è un’ippopocrazia, un regime civile e progredito!»
Martin Heidegger rimase sulla porta, in ascolto. Nella confusione, non riusciva a capire quale fosse il problema per cui gli ippopotami stavano discutendo tanto animatamente. In compenso, nessuno dei grossi animali sembrava aver notato la sua presenza. Dopo una mezz’ora, stufo di tutto quel baccano, lasciò il palazzo del Municipio. E, senza fretta, si avviò verso casa.
Pazzo o meno, il filosofo pensava che, date le mutate condizioni di Governo, avrebbe dovuto rivedere la sua ultima opera. I principi di fondo erano sempre validi, ma bisognava adattarli agli ippopotami: all’ippopocrazia. A occhio e croce, gli sarebbe servita circa una settimana per una revisione completa.
Mentre rientrava nel suo studio, Martin Heidegger si augurò che, in sette giorni, non cambiasse di nuovo tutto.