Nella pazienza dei giorni

Uscivano in aperta campagna ormai per abitudine perché dicevano che, tra quei campi gelati, la luce sparagnina dell’inverno sapeva cacciare fuori la forma primigenia, scarnificata e profonda di ogni essere, esaltandone contorni e colori mai visti. Almanaccavano – mentre un po’ di nebbia rimpiccioliva i margini del bosco rendendo pungente e angoscioso lo sforzo di ritrovare il principio di un sentiero – che solo quelle radure al riparo dal vento, abbandonate dai pascoli e dall’uomo, potevano trattenere un silenzio così viscerale e pieno, simile a quello che ci separa dalla nascita, quando ancora non siamo e il mondo non lo sappiamo.
I due amici all’inizio erano a disagio a confidarsi questa strana sensazione, ma poi, siccome erano stati entrambi cacciatori esperti – di quelli che non escono da anni per qualche ragione nascosta, ma che riempiono le giornate a raccontarsi imprese e tecniche, successi e aneddoti: solo l’eccitamento provocato da quella pantomima sa colmare l’astinenza inguaribile da un fucile – e lavorando nella stessa scuola (uno applicato di segreteria, l’altro bidello), avevano iniziato a spartirsi pure dopo il lavoro le corte giornate di dicembre, a scarpinare lungo i canaloni e nelle svolte scure degli alberi, senza mai dirsi una parola, con in testa solo la fantasia di abbandonarsi alle mutevoli suggestioni del paesaggio. A scuola parlavano molto, fuori si guardavano e basta, sempre più sorpresi di assomigliarsi così tanto, di capirsi con un gesto: se uno proponeva di andare, l’altro accordava in un secondo: non trovava mai valide ragioni per dire di no.
Dopo quell’insolita passeggiata, in cui ognuno – fianco all’altro, fiutandosi al passo – batteva in gran segreto il fondo delle proprie inquietudini, succedeva che l’oggetto delle osservazioni (ad esempio la macchia di un rudere o l’estremità di un ponte, una fustaia inaccessibile che scudisciava il cielo, le tonalità della luce nelle vigne a riposo, nelle piantagioni, nelle migrazioni audaci degli aironi cinerini fin sopra le brughiere in quota) interferiva coi pensieri cupi e gonfiava il respiro, smuovendo fatti e ansie che avrebbe appalesato tra le righe l’indomani a scuola, in quei lunghi ragionamenti sulla caccia o nel disbrigo delle collaudate faccende di lavoro. Quando pioveva, pur di non rientrare a casa se ne stavano all’asciutto degli uffici deserti, scodinzolando loro due soli tra la presidenza e la segreteria, in mezzo a scartoffie e a banchi da riparare, sobbarcandosi – con armonia e un senso inutile del dovere – gli impegni trascurati dai colleghi, come se fossero davvero gli ultimi missionari del pubblico, gli irriducibili traghettatori (verso l’ignoto) di quel vecchio plesso scolastico, sempre più senza alunni, monco e svuotato in ogni ala. Accumulavano recuperi e giorni di ferie non godute che forse più in là, magari nei mesi prima della pensione, avrebbero richiesto alla scuola per prassi, giusto per non rimetterceli. Dicevano, senza scoprirsi più dell’indispensabile e argomentando con pudore, che in quel mondo là fuori, grande quanto un palmo, si erano incagliati il tempo, la ragione del proprio esistere, la sensazione di imponderabilità e di lentezza che alitavano al tocco della sapiente organizzazione della natura. Sbirciando dai vetri della scuola la punta dei crinali più lontani, parlavano ancora di tante altre ingenuità che non potevano essere condivise con nessuno e che nessuno avrebbe inteso come loro.
Godevano nel ritrovarsi, nell’aver capito che il tempo non si misura in giorni, in mesi o in anni, ma è dato dall’intensità delle circostanze, da ciò che la vita non ci ha lasciato trascurare, convinti che esso lascia all’ironia e al disincanto, che teniamo dentro come riserva, il coraggio di affrontare il resto dell’esistenza, la trafila delle seccature nella tentazione tutta umana di dover cedere alle parole o alle certezze degli altri e di riceverne in cambio, quando va bene, ingratitudine e processi sommari. Ecco – pensavano entrambi (e per quello andavano così d’accordo) –: se un anno di lavoro non vale niente perché niente accade, se non ha alcun senso giudicare la frenesia degli uomini, la loro vulnerabilità, niente è più impagabile del piacere infinito che dà lo sguardo indagatore e rasserenato sotto l’orizzonte basso di quelle montagne. Nella pazienza dei giorni e nel cambio di prospettiva che offriva quella spruzzata di alberi così silenziosi da sembrare pietrificati, anche una stretta di mano sembrava sincera, e un sorriso lo sentivano benevolo. Su quegli inceppi si fermava il tempo come una sincope, rimaneva sospeso come le nuvole, prima che riprendesse il suo giro con un incedere spietato.

L’applicato di segreteria aveva avuto in passato delle lunghe discussioni col figlio. Erano venuti alle mani più di una volta e non si parlavano da quindici anni. L’applicato si era indebitato a causa di una fallimentare cooperativa agricola che il figlio aveva tenuto in vita gonfiando i bilanci. Un giudice aveva scoperto la magagna e aveva pignorato tutte le terre intestate al padre, le case, due vecchie macchine. Lo stipendio se lo succhiava una finanziaria per coprire gli azzardi di quel figlio imprudente e per contenere, quando poteva, le obbligazioni sempre più asfissianti dei decreti ingiuntivi. Per la vergogna il figlio se ne era scappato a Roma e poco si sapeva di lui. Il bidello a questa ultima versione dei fatti c’era arrivato dopo anni di ricostruzioni e collage di frasi spuntate che l’amico rifilava al mattino, dopo quelle umbratili passeggiate in radura, ovviamente per sottintesi e sempre come se volesse liberarsi – e lo faceva mentre esaltava modelli d’antiquariato delle polverose doppiette o cartucciere che non bastavano mai per le disgraziatissime lepri.
Un giorno, era poco prima di Natale, erano usciti per la consueta escursione. C’era un sole lontano, l’aria era frizzante e la radura, sfiorata appena da una luce spacchettata in cielo che a stento la scalfiva, crepitava di rugiada sotto i passi. La terra era rinsecchita e scura. Avevano parcheggiato la macchina nella piazzola di una sterrata che divideva i frutteti ingessati dagli innesti da un’ansa fangosa dov’erano soliti fermarsi prima di perdersi nella faggeta. L’applicato di segreteria fece un’eccezione: parlò come se non volesse fare altro. L’amico se lo aspettava, erano giorni che lo vedeva ansioso. L’applicato disse, con una voce rauca e piena d’esitazione, che l’indomani sarebbe andato a Roma. Ma invece di parlagli delle ragioni del viaggio, gli parlò del lavoro, delle tante incombenze che gli aveva lasciato sulla scrivania, delle carte da far firmare al preside. Erano secoli che non prendeva due giorni di permesso, e se ne vantò con un sorriso sghembo, con due occhietti vispi e sfottenti, sia pure annacquati di stanchezza accumulata. “La medaglia non te la danno…”, disse il bidello. E lui manco si girò a guardarlo, forse perché aveva smesso di chiedere complicità a quella compagnia. Teneva un’espressione impudente, vinta, di chi non ha nulla da nascondere. “Tuo figlio sarà contento!”, disse ancora il bidello, senza un pelo d’imbarazzo. “Non sarebbe venuto manco per quest’anno, la contentezza la sa nascondere bene!” scatarrò l’applicato alzando le spalle, sentendo tutto il peso degli anni e dei rimorsi sullo sterzo. “È come il padre”, rispose brusco il bidello e si sfidarono, incocciando lo sguardo, quasi avessero timore di rovinare quell’intesa che durava da tanto. “Non ti cerco per avere compassione!”, tenendo a bada, l’applicato, l’istinto e l’orgoglio, con un’esaltazione fredda e cento volte pentito di avergli parlato. “Questo lo so”, rispose l’altro, con l’intenzione di un sorriso, cercando la prima scusa per cambiare discorso.
Già il tempo cominciava a sballare come una puntina su un vinile solcato, l’anima in salamoia si ridestava. Ne ebbero percezione entrambi, perché sudavano, nonostante il freddo. Perché stavano fermi impalati in macchina e parlavano senza scendere. Tra una parola e l’altra si sentivano solo il rumore della mandibola e l’aria che precipitava nel vuoto dello sterno. Le confidenze più intime riempiono di sgomento e attesa. Quando accade un fatto così, il tonfo che si sente dal buco del corpo è come la neve che cade dai rami, parole soffici ed educate che solo in pochi hanno il diritto di cogliere, e il bidello era arcicontento che fosse proprio lui il testimone di quelle confessioni. Di colpo la sua ritrosia, quello che teneva dentro, i suoi affetti, per dire, gli parvero condizioni sin troppo normali, piccolezze se paragonate a quelle dell’amico. Lui che aveva soffocato la sventura del figlio sotto una coltre di discrezione, evitando i bar, le feste comandate, le assemblee sindacali. Il paese lo aveva già castigato e solo nella pace di quelle brughiere trovava, più del collega di scuola, l’esattezza di quel che era. “A me la solitudine non spaventa!” – insisté l’applicato fissando i rami aggrovigliati che nel cielo turchese sembravano maglie di filo spinato; in un pugno stringeva il biglietto del pullman per Roma – “Sono sicuro di fare meno danni se vivo per conto mio. La gente, quando non ti vede, ti dimentica. È il mio più grande conforto”. Le inimicizie per le donne e i debiti scavano nel midollo, tra padre e figlio sono una morte lenta che scorre fino a svuotare del sangue le vene. Ascoltandolo, l’altro rifletteva sul suo stato di padre, e provava rabbia, anche un filo di disgusto, per quelle sue figlie (la colpa era solo sua) squallidamente viziate, che avevano avuto tutto e trascuravano studi e riconoscenza.

Non lo vide l’indomani, l’applicato era stato di parola. Tuttavia sembrava che il lavoro potesse continuare ad autoprodursi per rendita anche senza di lui e che, tanto si era dimostrato rigoroso nel lasciare l’elenco degli incarichi da svolgere, quelle procedure potesse portarle avanti chiunque, anche un bambino, sedendosi alla sua scrivania.
Il bidello la notte non aveva dormito, un po’ per la gelosia che l’amico partendo si fosse portato via il tempo per ricominciare a contare nelle strade di Roma a passeggio col figlio, e un po’ per l’agitazione perché temeva che quel furbacchione malinconico gli avesse tirato un brutto scherzo: che cioè quel pullman al mattino se lo fosse visto passare davanti nella piazza del paese, perdendolo apposta. Il bidello arrivò a scuola con l’aria sfatta per questo sospetto. Il dubbio andò via quando vide la stanzetta della segreteria vuota, sbirciò il foglio delle presenze e si rallegrò che mancasse la sua firma. Manco dieci minuti, il tempo di un caffè e ripiombò nell’incertezza. Un padre che va in cerca del figlio è qualcosa di mitologico, non esiste, è come un Dio docile e terribile che lascia il cielo per specchiarsi nell’errore, nel calco di ciò che già sa. Per come lo aveva conosciuto gli pareva un’impresa troppo ardua. Per rimettere mani a quella sua vita sbrindellata sarebbe bastato cominciare da uno step più abbordabile. Tipo smettere di staccare assegni, farsi umiliare dai creditori. Il pensiero si fece più ingenuo: i brutti presentimenti non hanno sovrastrutture, veli. Uscì con la scusa di andare a prendere la posta, si mise in macchina e prese la solita via dei campi, fuori dal paese. C’era umido e la campagna d’intorno era un’unica superficie nuda, immersa in un biancore che annullava ogni confine sopra le zolle seminate e raggrinzite per il freddo. Divorò rabbioso quelle strade poderali fino a inerpicarsi sul fianco della montagna, puntando col motore in tiro verso i boschi. Si sporgeva col busto sul volante e aguzzava gli occhi sul parabrezza, lo puliva continuamente con uno straccetto per il nervoso e per la visuale scarsa: quella parte di montagna, la cresta battuta di solito con l’amico, non si vedeva, era inghiottita dalla densità della nebbia che riempiva l’imbuto delle creste ravvicinate. Guardava in alto e cercava di indovinare le coordinate, il reticolo dei sentieri che ripassava a memoria prima di avventurarsi per la prima volta senza compagnia. Sopra quel peso compatto di nebbia le pareti di roccia e macchie d’abeti sembravano poggiarsi e sfilare impassibili sino al cielo. Sentiva le pietre schizzare sulla carrozzeria, la fanghiglia entrargli nei cerchioni e fin sotto gli specchietti. Bestemmiava perché l’aveva fatta lavare per le feste di Natale. Guidando, infine, ripensava all’incaglio delle parole con cui si erano lasciati la sera prima, e gli pareva – a sbrogliarselo in testa – che mitigasse esaltati intendimenti.

Trovò la macchina dell’amico alle porte del bosco, in un punto quasi nascosto del pianoro, adagiata al fianco della croce che segnava il nome e l’altitudine di quel passo roccioso. I fiori di plastica, attorcigliati al ferro della croce, per il freddo erano un pugno di neve ghiacciata e la nebbia bassa nascondeva l’accesso ai sentieri, confondeva – inoltrandosi – l’orientamento. Ma era già tardi quando si accorse che si spingeva confuso tra gli alberi e le felci, arrancando col fiatone sul terreno reso viscido dalle foglie marcite e da quell’umido panno poroso ai lati che faceva sbattere le tempie, si mangiava il passo, inghiottiva rumori; incespicava sulla ceppaia e rotolava a terra senza accorgersene, si voltava indietro e davvero non capiva quanta strada avesse fatto dalla sua macchina e da quella dell’amico chiusa a chiave, da cui aveva scorto l’astuccio del fucile sul sedile di dietro. Alla vista del fucile aveva avuto un black-out e si era ritrovato di botto in mezzo al bosco, spaventato e sperso. Non si ricordava altro, nemmeno quale sentiero avesse scelto. Poteva chiamare, urlare il suo nome, ma quel silenzio lo faceva sentire impotente e fragile, irrispettoso, come se stesse infrangendo uno spazio in cui sentiva già spadroneggiare l’amico. Poi udì lo sparo. Il colpo riecheggiò per tutto l’anfratto sovrastante, gli diede un’idea di quanto fosse vasta la montagna. Seguì, per lunghi attimi, un silenzio ancora più remoto, irreale, da fine del mondo. Deglutiva e pensava al peggio, le gambe che non andavano né avanti e né indietro. Era vicinissimo, forse non più di settanta metri, perché prima del tuono dello sparo, in quel vuoto, aveva avvertito distintamente l’onda di pressione dell’aria provocata dallo scatto del grilletto, addirittura il rinculo della cartuccia e il proiettile che usciva dalla canna. Cominciarono ad abbaiare i cani in corsa e il cielo fu scosso, come preso a schiaffi, da un volo scomposto di uccelli. Nelle orecchie fischiava ancora il sibilo del primo piombo quando altri due colpi, in sequenza, tagliarono a spirale il bosco, echeggiarono più volte di rimando contro la parete rocciosa e sferzarono i rami. Alcuni pallettoni si conficcarono nella corteccia degli alberi che teneva davanti. A quel punto la paura di morire da fesso lo fece urlare con tutte le forze. Gli rispondevano solo i cani, sempre più irretiti e intercalando guaiti.
L’applicato uscì dalla nebbia, stivali e mimetica, impiumato come ai vecchi tempi, e si sbracciò per tranquillizzarlo: “Gli facevo la posta da anni. Non fossi arrivato tu, l’avrei preso. C’erano la luce buona, il tempo perfetto, la pressione dell’aria come si addice al volo di questi stramaledetti piccioni…” Ma non era arrabbiato, solo deluso. Vide che il bidello era rimasto a bocca aperta e che tremava come un fuscello. Lo fissava ridendo, coi suoi occhi puri e freddi. Gli andava incontro deciso, la dedizione dell’amico lo inteneriva. Con un gesto caricato, quasi istrionico, raccolse da terra un po’ di piumaggio, gli mostrò la punta della coda quadrata, prima di infilarsela in tasca, annuendo convinto: “Il tordo piccolo. Pazienza. Adesso mi ci vorrà l’altro anno, quando tornano a svernare”. E mentre l’applicato rideva e spiegava in un modo deliziosamente sfacciato, il bidello poteva cogliere, nel riflesso della luce sparagnina dell’inverno, il brulichio della neve che scintillava sui suoi denti bianchissimi. E pensava che da quel momento, riguardo al tempo, era lui che adesso poteva ricominciare a contare.

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In copertina: foto di Tiziana Tomasulo.

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