“La ferrovia sotterranea”: la narrazione ammaestrata di Whitehead

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La metà settentrionale e quella meridionale della grande piantagione dei Randall si scambiavano negri di continuo, sbolognandosi a vicenda schiavi malridotti, lavoratori e marmocchi, quasi fosse un giochino come un altro.

La ferrovia sotterranea è uno di quei romanzi maturi, ben costruiti e calibrati, e tuttavia mancanti di qualcosa: nel caso specifico, l’estro[i]. Il fatto è che Colson Whitehead sembra aver scritto una storia nera che spiega la schiavitù ai bianchi, senza nascondere nulla, ma che finisce per soffocare le urla e lo strazio e raccontare il male, anche negli episodi più turpi, come qualcosa di introiettato, digerito e assimilato, un dato di fatto ormai archiviato nella storia.
La protagonista Nora, schiava in fuga dalla piantagione attraverso una rete ferroviaria clandestina, appare come filtrata, trattenuta da una lingua controllata ed elegante, mentre l’unica fonte di tormento vero (più soffocato che risolto) è il personaggio di Ridgeway, uno spietato cacciatore di schiavi.

«A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito», proseguì Ridgeway. «Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano».

Ridgeway turba perché si fa portavoce di una direzione morale attuale, presente non solo negli Stati Uniti, frutto di una logica (liberista? Trumpiana?) che nasce dal bisogno di un imperativo morale così schiacciante da piegarsi anche alle bugie più immonde pur di trovare pace. La stessa narrazione di Whitehead rispetta l’imperativo americano teorizzato da Ridgeway: una lingua che innalzando livella, per certi versi annega quello che racconta, e che nella sua chiarezza fa piazza pulita di ogni traccia d’identità.

Viene il dubbio che Whitehead abbia fatto un altro passo per lo svuotamento del genere, uno svuotamento però che non viene sostituito con nulla, e che per questo ha un che di immobile, di scolpito nella pietra: la voce dello schiavo non si distingue da quella del padrone, e tutto fa parte di uno stesso coro di infelicità, di livore, di odio impotente e privo di sostanza; alla luce di ciò si ha il sospetto che l’impersonalità dello scrittore americano abbia un senso molto più ampio di quello che sembra a prima vista, più trasversale e più cupo.
Quel che ci si chiede, a lettura conclusa, è se Whitehead abbia voluto parlare di schiavitù per parlare di altro (di ineluttabile imperialismo? Di crudeltà endemica? Del costante moto della sopraffazione del più debole spesso spacciato per progresso?), e se la mancanza di umanità del romanzo sia una mancanza di umanità tout-court, raccontata con una lingua dominante che divora il contenuto del dominato, istanze che, nel caso di Ridgeway, combaciano alla perfezione e con consapevolezza.

Cora si mise alle spalle chilometri di rotaie, si mise alle spalle i finti rifugi e le catene senza fine […]. Esisteva solo il buio del tunnel, e da qualche parte davanti a lei un’uscita. O un vicolo cieco, se era questo che aveva decretato il destino: solo una parete vuota e spietata. L’ultimo tragico scherzo.

Il finale aperto, sfiancato, anch’esso neutro, corona un percorso di formazione che non porta a niente, se non a una maggiore consapevolezza dell’impersonalità del male, della sua presenza endemica, della sua insolubilità di fondo. E del suo serpeggiare attraverso il tempo, e lo spazio, tra parole impotenti e immobili.

Colson Whitehead
Le ferrovia sotterranea (2016)
Trad. it. di Martina Testa
Roma, SUR, 2017
pp. 376


[i]       Soprattutto per chi ha letto Zona uno (2011), forse l’opera finora più conosciuta di Whitehead, la mancanza di estrosità risulta quasi destabilizzante: ci si sente non tanto delusi, quanto piuttosto smarriti e perplessi. Diventa quindi difficile giudicare l’opera, o addirittura godersela, al di fuori delle proprie aspettative. Il Whitehead de La ferrovia sotterranea sembra la versione tranquilla ed educata del Whitehead di Zona uno, ed è una sensazione che disorienta, cui segue una ricerca frustrata del guizzo e del lampo di genio, con il rischio di non godersi l’opera che si sta leggendo e di rimpiangere quella che si vorrebbe leggere.

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