Andrea Cafarella: Pier Paolo e io ci conosciamo da un paio d’anni. Lo avevo sempre guardato a distanza, leggevo i suoi pezzi, lo salutavo con gentilezza. Niente di più. Poi ho letto un suo testo su James Hillman che inizia così [e che potete trovare qui]: «Voglio parlare di James Hillman per parlare del grande Dio Pan. O, forse, voglio parlare di James Hillman come fosse il grande Dio Pan, figlio d’Ermète diletto, bicorne, vago di strepiti, piede di capra» e ho colto subito un richiamo. Un’affinità. Da quel momento è cambiato tutto.

Pier Paolo è uno scrittore eclettico. Direi anche uno scrittore collettivo, le cui più grandi prove narrative «da solista» giacciono in antri oscuri, ancora nascoste, forse. Ha scritto diversi libri con il fratello, Massimiliano. Lavora spesso con la moglie Veronica. Fa parte del collettivo TerraNullius. Insomma, la storia di Pier Paolo Di Mino scrittore è complessa e s’intreccia a tante altre storie e persone e non vogliamo qui metterla in mostra o illuminarla, anche perché è bene che risulti così complicata e misterisofica (da un certo punto di vista, sicuramente romantico e anche un po’ «geloso», che tutti i lettori hanno, giustamente, per certi autori misconosciuti). Inoltre la sua biografia letteraria rispecchia le multiple sfaccettature di un personaggio metamorfico che sa essere anche e soprattutto un attento studioso e un cercatore acuto e coraggioso. Un seguace perfetto del Dio Pan – Hillman. Un suo fedele officiante.

Ciò di cui conversiamo in questa rubrica è stato descritto proprio da Hillman usando parole come «l’invisibile» oppure «il mondo infero». Mi piacerebbe sapere cos’è per Pier Paolo Di Mino – persona, prima che studioso, prima che scrittore – questo mondo altro, oltre, sotto, dentro le cose? Oltre il muro. Sotto il terreno. Aldilà. Cosa potremmo trovare, secondo te, entrando davvero in contatto con l’immateriale, con ciò che sembra non esserci anche se sentiamo che c’è? Cos’è «l’invisibile» hillmaniano?

Pier Paolo Di Mino: provo a indovinare. È la parte preponderante della realtà. Ritengo che Sendivogius, quando ha dichiarato con angelica leggerezza che il più dell’anima umana è fuori dall’uomo, intendeva dire una cosa simile. Affermazioni come queste, espresse in una maniera o nell’altra, dovrebbero suonare come delle ovvietà, o, tanto per fare contenti Goethe, come dei segreti manifesti. La questione è a suo modo semplice. C’è la realtà. Prendiamo un qualsiasi oggetto di questa realtà. È lì, e ciò che questo oggetto sta facendo è fuggire. Ma noi, come direbbe Aristotele, lo fermiamo, toccandolo per mezzo di quell’elaborata funzione immaginale che sono i sensi, i quali, dopo avere finto un’immagine di questo oggetto fugacemente toccato, traspongono questa immagine nel pensiero. Dal pensiero, quindi, l’immagine può essere trasposta nella parola per essere comunicata agli altri. Quelli con molto tempo libero, addirittura, con grande dispetto di Platone, possono ancora fare un ulteriore trasposizione, prendendo queste parole in cui vive l’immagine di un oggetto, in cui è rappresentata l’espressione di un oggetto della realtà, e metterle per iscritto su un supporto più o meno durevole. Quello che ho descritto è la fondamentale, per quanto sicuramente abborracciata e rozza, operazione di magia che consente all’uomo, nel bene come nel male, di essere quello che è. Di certo anche nel bene, come mostra con mediana assennatezza Borges quando ci racconta il triste caso di Funes el memorioso: avere coscienza e, dunque, memoria dell’intera realtà ci renderebbe meno che vegetali. Questa sommaria e incerta operazione di magia che, come tutta la magia, si affida completamente a quella sfera della fantasia che chiamiamo ragione, consente di selezionare dal flusso continuo e infinito, inarrestabilmente mutevole della realtà, una sua porzione altamente gestibile. Questa porzione la chiamiamo esistenza. L’esistenza è il visibile, all’etimo: è qualcosa che si rende manifesto per essersi separato da un sostrato anteriore e maggiore.La lingua greca usa in maniera naturale questa distinzione assegnando alla parola bios il significato di esistenza, di ciò che avviene alla luce del giorno ed è visibile, e alla parola zoè quello di vita in sé per sé, di vita indistruttibile ed eterna, e, non essendoci niente di più eterno, anche di morte. Dioniso e Ade, ci ricorda Eraclito, sono lo stesso dio. Ci risiamo. L’invisibile. Ade è l’invisibile per eccellenza. Non c’è dubbio. Ed è anche un dio ricchissimo. Ricchissimo di anime di defunti, va bene, ma anche ricco punto e basta. L’invisibile, dunque, come abbiamo premesso è la parte preponderante, maggiore, più ricca della realtà. È la parte delle continue crescite numeriche, della sproporzione algebrica e geometrica, della vertiginosa, lussuriosa metamorfosi continua, dell’enantiodromia insolubile. Quando Simone Weil ha riflettuto sulla macchina di Turing, che non fa altro che meccanizzare la magia razionalizzante e riduttiva che ci permette di esistere, ha pensato di capire cosa fosse il paradiso perduto. La cacciata dal paradiso, per la Weil, altro non è che l’operazione magica, razionale, che ci ha sottratto all’infinitezza inebriante dell’invisibile. Io, però, non penso che quel paradiso sia affatto perduto. Lo vedo qui, per quanto invisibile, allo stesso modo in cui non posso, in realtà, fare a meno di percepire l’essere nella sua negazione, il divenire. Probabilmente, però, sono stato favorito in questa percezione dei rapporti fra l’invisibile e il visibile, fra l’essere e il divenire da una mia naturale docilità, o fedeltà, agli ammaestramenti di una certa tradizione. Penso per esempio a Michelangelo, al paradosso senza sforzo delle sue immagini che rendono visibile l’invisibile, che, in certi casi (penso alla biblioteca laurenziana) rendono abitabile l’assenza di spazio, o l’infinito della mente.

AC: Hai ripetuto più volte la parola magia sulla quale mi vorrei soffermare con maggior attenzione. Si tratta di un sostantivo che mi richiama sempre inevitabilmente ad Aleister Crowley e al culto di Thelema. E Crowley mi fa subito pensare a Gershom Scholem e alle sue importanti precisazioni, contenute nel suo essenziale contributo agli studi sulla Qabbalah. A questo punto mi appare l’immagine di un albero, le cui radici sprofondano nel Corpus hermeticum e i cui rami fioriscono nel Golem di Moshe Idel come nelle visioni di Huxley o negli scritti di Gustavo Roll.

A dire il vero però non saprei dire cosa sia la magia. Tu utilizzi il termine per descrivere il modo in cui, pigramente, il nostro cervello inventa la realtà. Ne comprendo l’uso ma vorrei ragionare insieme a te sul significato essenziale di questa parola. Il vocabolario Treccani suggerisce: «pratica e forma di sapere esoterico e iniziatico che si presenta come capace di controllare le forze della natura». Ove, logicamente, per controllarle bisogna poterle innanzitutto vedere, conoscere.

Mi colpisce però, più di tutto il resto, che la definizione di questa parola, immensamente ermetica e costantemente ambigua, inizi con un altro vocabolo importante: pratica.

Mi risulta lampante – adesso, proprio mentre ne scrivo – come un certo tipo di conoscenza, «magica» per l’appunto, si basi, più di molte altre (e in modo antitetico a quella religiosa), sulla concretizzazione pratica degli insegnamenti. Insegnamenti che derivano proprio dall’esercizio, dall’esperienza. Una sorta di filosofia al contrario, dove è ciò che accade a suggerire, possibilmente, una teoria. Molto più spesso, con maggior precisione: un racconto più che una teoria vera e propria.

Jodorowsky, Gurdjieff, Osho, Paul-Clément Jagot o lo stesso Albert Hofmann, sono tutti cercatori e maghi – e sciamani, repetita iuvant – che hanno prima messo in pratica le loro intuizioni, per poi trasporle, in qualche modo, più o meno chiaro, nei loro racconti, nei loro discorsi, nelle loro orazioni pubbliche. C’è chi ha imparato dall’arte dei tarocchi, chi ha rovistato nei misteri dei testi antichi e chi si è affidato alla psilocibina e agli insegnamenti della sciamana più famosa della storia del mondo: Maria Sabina. Tutti, in ogni caso, avevano in testa l’ossessione e l’obiettivo d’incontrare l’invisibile, di percepire quindi la realtà nella sua interezza o nella sua forma più autentica, per poterla poi plasmare, eventualmente, a proprio piacimento.

Sono molto curioso di sapere qual è la tua opinione riguardo alla pratica magica; meglio: alle differenti pratiche magiche che conosci. Quale è il tuo punto di vista? Sia in generale, da studioso, che personale, da uomo docile e facile a essere ammaestrato, come dici tu stesso. Se ci sono pratiche che fanno parte del tuo quotidiano, oppure anche esperienze che hanno fatto in modo che si sviluppasse in te una certa visione, uno specifico sguardo sulle cose che non limitasse la prospettiva soltanto alla realtà visibile. Leggi i Ching? Evochi demoni? Esegui rituali vudù? Semplicemente, preghi? Mediti? Partiamo da ciò che contraddistingue la tua esperienza per arrivare al tuo pensiero, alle tue idee in merito alle differenti tecniche che l’uomo, nella storia, ha messo in atto nel tentativo di raggiungere l’invisibile, attraverso l’esercizio alchemico, mistico e spirituale, della magia.

PD: Io sono nato negli anni Settanta dello scorso secolo. In quegli anni, per mezzo di quella assolutizzazione teologica del dadaismo che ha il suo perfetto corrispettivo nel culto idolatrico del positivismo logico, vede i suoi albori una struttura mentale molto poco interessata all’immaginazione e al pensiero, quasi completamente dissolta nella produzione meccanica della fantasticheria. Una sorta di riproduzione coatta delle più stucchevoli invenzioni surrealiste. Oggi questa struttura mentale trionfa. Perfino le nostre produzioni eidetiche, e il modo in cui le comunichiamo, ne fanno testimonianza: rimangono fantasmi senza strutturarsi in una salda metrica poetica: asini che volano, utopie e distopie, parole altisonanti, grandi piani finanziari, apocalissi e campi di concentramento, il giusto apporto di sali minerali e l’auto-miglioramento, i valori di una volta. Pensa alla pratica magica tipica di quegli anni, la magia caotica. Una completa desacralizzazione del rito. L’uso disinvolto, casuale, decontestualizzato, provocatorio e spesso ironista di quella catena di pensieri che ha tenuto immaginalmente unite in una genealogia fantastica, che principia con Ermete e non sarebbe mai dovuta finire, le sorti di tutta l’umanità. Parole a caso, meme, immagini pop, sproloqui. Eppure in questa desacralizzazione c’è molto di buono. È come quando, toltisi gli ingombranti paludamenti propri del mestiere alchemico, i fisici e i chimici della fine del Settecento hanno liberato, con le loro formulazioni, ninfe e amadriadi, dandogli nuova realtà, o hanno dato una nuova ritmica alla musica celeste nelle loro alleggerite spiegazioni sul funzionamento del mondo. È come quando crolla una civiltà: ne emerge allora l’anima, con prospettive pronte a collocarsi in un nuovo racconto. Allo stesso modo, negli anni Settanta, l’impulso a rompere capricciosamente i congegni millenari della scienza sacra è stata anche un’opportunità per vederli dentro, per vederli attraverso, per concepirli criticamente e scoprirli riconfermati nella loro essenza attraverso diverse possibilità di mutamento. Se è necessario, dunque, che io parli della mia esperienza, come figlio di quell’epoca, posso dire solo delle ovvietà: non evocate demoni, se non sapete bene chi siano, e, soprattutto, cosa volete davvero; fate particolare attenzione alle eggregore, e questo è davanti agli occhi di tutti; in generale fate attenzione all’uso cieco dei meccanismi passivi, e mi riferisco a tecnologie quali i veleni della mistica inferiore e le diverse forme di esicasmo; bisogna essere prudenti anche con i giochi di parole, gli anagrammi, con le cabale varie, perché una cipolla sbucciata al suo centro non ha nulla, e la vanità è qualcosa che bisogna sapere gestire. Ma ora, prima di risponderti davvero sulle mie pratiche, vorrei fare un po’ di chiarificazione dei termini con te. Tu hai distinto fra religione e magia, e questa è una cosa che io non riesco a fare del tutto. Io seguo Pico della Mirandola nell’idea che la magia sia l’arte erotica di fare sposare fra di loro le cose, di creare legami. Quindi, per me, la magia e la religione sono fenomeni affini. Poi, hai anche distinto fra pratica e teoria. La teoria, però, mi sembra piuttosto essere una pratica, la pratica del vedere. In realtà, io vedo solo la pratica. Vivere è una cosa pratica, del resto. Questa pratica è possibile, però, dividerla comodamente in due sfere. Una operativa e una conoscitiva. La sfera operativa è connessa con quella parte delle nostre funzioni immaginali che chiamiamo ragione. La ragione ci serve a distinguere fra l’alto e il basso, il buono e cattivo, per direzionarci con successo. A quella parte della funzione razionale che chiamiamo propriamente ragione, dunque, compete quel tipo di operatività magica che tutti i giorni usiamo per tirare a campare, così come a quella parte della funzione razionale che chiamiamo sentimenti compete la religione, la morale, l’etica, insomma, tutti quei ritrovati che ci aiutano a trovare sensato vivere. Quanto alla conoscenza, questa la dobbiamo all’uso immaginale dei sensi, da una parte, e dell’intelletto, dall’altro. Nel loro insieme, queste funzioni sono quanto chiamiamo immaginazione. L’immaginazione, diciamo, è la quinta, ineffabile, sfuggente funzione, quella che si trova fra le altre ma, nello stesso tempo, le unisce e determina. Il quinto elemento, potremmo chiamarlo. Ecco, io penso di lavorare con questo quinto elemento, e di farlo grazie a quella forma di pratica produttiva che i greci chiamavano poesia, parola con la quale si intendeva, e si intende dunque ancora, un sistema per inventare, ovvero trovare, l’effettività delle cose. Insomma, il contrario della produzione industriale, che all’effettività preferisce l’efficienza. Racconto storie. Faccio questo. Gioco con quei miti capaci di generare categorie mentali, e via dicendo. Come fa chiunque racconti qualcosa, chiunque tenga conto dell’effettività di qualcosa. Io questa pratica non la sento molto misteriosa e complicata. I suoi risultati sono sempre accessibili a tutti, e posso dire che, per quanto esiguo, di questi risultati partecipa sempre un numero di persone giuste.

AC: Svelo a chi ci leggerà che, nel retroscena di questa conversazione, abbiamo accennato a un libro che ho iniziato a leggere proprio poco prima di redigere la presente risposta. S’intitola Heidegger, Hillman e gli angeli. Per una nuova gnosi (appena tradotto in italiano dalle edizioni Atlantide). Trovo che il titolo sia davvero intrigante e molto intelligente e leggendo l’introduzione mi viene voglia di riportarla qui per intero, per quanto attinente sia il discorso che inizia a tracciare l’autore. Il libro chiaramente non parla di Heidegger, Hillman o degli angeli. O almeno non solo di loro o attraverso di loro. Il libro parla di «gnosi» ci dice l’introduzione. Una parola parecchio ambigua di cui, giustamente, Roberts Avens tiene a specificare il significato specifico che vuole darle nel contesto di questo suo libro. E, secondo me, riassume splendidamente parecchie tue precisazioni, in qualche modo. Avens scrive:

«Ho identificato la gnosi come “conoscenza salvifica” che, come è chiaro ora, “finisce in un nulla di fatto” e “non ha nessun effetto”. Non c’è nessuna contraddizione quando comprendiamo che il verbo “salvare” (in tedesco retten) significa in sostanza liberare qualcosa da ciò che gli impedisce di essere se stesso, di lasciarlo libero di essere ciò che è. La salvezza finisce in un nulla di fatto per la semplice ragione che non è qualcosa che può essere ottenuta e trattenuta come un possedimento personale. Non è una cosa (quindi il nulla) ma un evento, un avvenimento che ha luogo nell’anima. In ogni caso dire “nell’anima” non vuol dire che scappiamo dal mondo per rifugiarci nell’anima. Come abbiamo visto, l’anima, oltre che essere la “mia” anima, è anche l’anima del mondo. La “conoscenza salvifica” riguarda allora il ri-animare anche il mondo. È un ricordo, una memoria dell’anima mondana di un mondo infuso d’anima. Quindi: che cosa dobbiamo fare? Niente. Dobbiamo lasciare essere l’anima. Dobbiamo lasciare essere il mondo. Dobbiamo lasciare essere l’Essere».

Per spiegare questo concetto – che, immagino (poiché, come dicevo, l’ho appena iniziato a leggere), sia la base, lo spazio in cui si muove il libro di Avens – l’autore evoca diversi personaggi degni di nota. Oltre i già citati Heidegger e Hillman, leggiamo le parole di Jung, di Corbin e il suo concetto di «anima mundi». John Keats e William Blake. Il libro di Tommaso. Passiamo dallo gnosticismo all’esoterismo fino al sufismo islamico e alla fine sentiamo anche Nietzsche gridare da sottoterra. E, dando uno sguardo alle note alla fine del libro, il parterre si allarga, nei capitoli successivi, da Rilke a Kerényi.

Trovo questo modo di procedere – prendendo gli esempi più diversi per comprendere la stessa, l’unica cosa importante – parecchio affine al mio come anche al tuo.

Se penso a dei libri che mi hanno portato a sviluppare certe convinzioni, certe idee che per me sono fondamentali, per esempio, mi viene subito in mente Rayuela. Non solo per il libro che è, e per la potenza linguistica delle parole di cui è composto, ma soprattutto per l’esperienza che io ho fatto durante la lettura e la rilettura del testo. E devo dire che, accanto al capolavoro cortazariano, ci metterei serenamente Jünger o Huxley. Contemporaneamente, dovessi fare un discorso complessivo sugli argomenti che qui trattiamo, rifletterei intensamente su delle mie esperienze di vita, quelle molto personali e quelle che evidentemente hanno a che fare con l’argomento in modo più specifico e aderente. Penserei ai momenti catartici della mia crescita, partendo dal processo che mi ha portato agli episodi luminescenti più significativi.

Questo è ciò che vorrei che ci raccontassi adesso: le tue epifanie e le caratteristiche dell’humus dal quale si diramano i tuoi convincimenti. I libri su cui hai coltivato le idee fino ad ora esposte ma anche gl’album o i film o semplicemente quegli «avvenimenti che hanno luogo nell’anima» e che hanno fatto germogliare in te i pensieri che enunci con tanta generosità e chiarezza.

PD: la tua è una domanda catastrofica. È una domanda, ovvero, che chiama in causa quel capovolgimento, quello stravolgimento che dovrebbe essere l’ovvia conseguenza di una metanoia, di una conversione, dell’acquisizione di una conoscenza salvifica, se vuoi, o di una liberazione dell’anima, ma che di solito si risolve in una catastrofe così come è normalmente intesa: un disastro, un evento luttuoso. Tutto questo affare della salvezza e dell’anima potrebbe essere considerato facile, facilissimo, un gioco da ragazzi: uno, ragionandoci bene, può arrivare anche a prendere in considerazione l’idea che l’unico problema dell’uomo è che non c’è nessun problema. Hai notato che le parole che usiamo per riflettere a questo argomento tendono irresistibilmente alla tautologia? Parliamo di anima e di sapere, che sono la stessa cosa: l’anima è il nostro succo, il nostro sapore, direbbero gli indiani, e il sapere, all’etimo, è ciò di cui sappiamo, il nostro succo. Parliamo della conversione che ci porta alla salvezza, ovvero di quel movimento che ci riconduce alla nostra integrità, alla nostra essenza, all’anima. L’anima è già salvezza. Qualsiasi parola pronunciamo, comunque la vogliamo complicare sintatticamente, in realtà parliamo sempre e solo di quella cosa che nemmeno esiste ma che è la nostra stessa vita, l’unica cosa (e questo è il più assennato consiglio socratico) di cui dobbiamo davvero prenderci cura: l’anima. Parliamoci chiaro, non ci è davvero possibile non prenderci cura dell’anima, così come non è possibile non pensare e sapere, perché la nostra vita è solo questo: pensare e sapere, e quindi essere, ovvero essere immersi nell’anima. Gesù, in quel suo discorso sulla miserevole idiozia umana, nel quale sottolinea come un qualsiasi uccello impiega solo qualche minuto a procurarsi il cibo e il resto del suo tempo lo dedica all’anima, mentre noi uomini sprechiamo tutto il giorno a distrarci in occupazioni pratiche, secondo me sbaglia: anche quei cinque minuti di lavoro quotidiano necessari alla sopravvivenza possono essere un momento di conoscenza, di sapere, di felicità, di integrità dell’anima. Se solo sapessimo vedere nelle nostre mani intelligenza, oro nei nostri soldi, un divertente dispiego di fantasia in ogni nostra attività, cosa vieterebbe di chiamare il nostro mondo paradiso? È quello che, nel famoso apologo, ricordavano le rane a re Davide. Re Davide si vantava di pregare molte ore al giorno. Dilettante, gli dissero allora le rane, noi lo facciamo di continuo, qualsiasi cosa facciamo, gracidando. In realtà l’anima ci obbliga completamente a occuparci di lei. Non è possibile distrarci davvero da lei. E allora da dove nasce questa fantasia di dovere fare qualcosa per l’anima, di doverla salvare o liberare? Dove nasce il problema? Nasce probabilmente dal fatto che abbiamo bisogno di un problema, di una negazione, di una complicazione artefatta della nostra materia appunto per favorire il pensiero e, quindi, il sapere, e, quindi l’essere nell’anima. È il tipico lavoro contro natura della natura. Tutto questo comporta un’alta dose di pericolo, ovviamente, ma non è evitabile. È nella struttura dell’anima. In economia non lo sono, ma sulle questioni dell’anima sono per il laissez-faire. L’anima ha bisogno di cure, ma non di essere curata. Non è difficile capirlo, basta pensare a quanta ansia metta curarsi dall’ansia, o a quanto sia deprimente farlo dalla depressione. E, se parliamo di psicopatia poi, è evidente quanto sia semplicemente impossibile qualsiasi cura. Per esempio, pensa a come la fantasia del sapere, della gnosi, sia stata tradotta psicopaticamente, a un certo punto, nella teologia di una setta, quella gnostica, che ha fortemente influenzato il cristianesimo, e, quindi, il movimento cataro, e, quindi ancora, il protestantesimo, e, infine, tutto il razionalismo e il liberismo nichilista moderno, complicando in maniera esiziale la confusa trasposizione di un’osservazione di carattere astronomico (la tendenza delle costellazioni a cambiare di posizione) in una visione religiosa atterrita dall’instabilità metafisica, dall’idea del male nel mondo e dell’annichilimento di questo causa detto male. Pensare che, dal momento che le costellazioni cambiano di posizione travolgendo il loro corso, il mondo e la vita siano una pura illusione destinata alla dissoluzione, è un’operazione complessa: si metaforizza un fatto e, poi, si converte la metafora in un nuovo fatto di portata assoluta: osservo che lavandomi al mattino sporco il lavabo, ne deduco che lavarsi sporca, e invento una religione che vieta la pulizia in nome della pulizia: la pulizia come grande ente metafisico in lotta contro se stesso. Psicopatia. La parola gnosi, usata tanto pomposamente, si è tirata dietro la sua ombra: la confusione, la dissennatezza, l’ignoranza. Dovrei dire che, allora, dovremmo correggere questo errore. Sarebbe urgente: oggi questo errore ci sta portando al massacro. Alla catastrofe, appunto. Dovremmo sforzarci di correggere questo errore, distinguendo fra il funzionamento delle costellazioni e quello delle vite umane. Assennatezza. Un alchemico cum grano salis. Dovremmo ampliare certe fantasie ripulendole dalla loro parzialità: usando le intuizioni di Eraclito, per esempio, potremmo osservare che il movimento entropico contempla sempre anche quello neghentropico, e che questi due movimenti tendono all’omeostasi, alla conservazione, e che, quindi, non c’è nessun male e nessuna catastrofe, ma solo movimento e stasi. In generale, potremmo lavorare contro l’unilateralità e il concretismo e l’insipienza di cui è affetta la dominate superstizione gnostica. Potremmo divertirci a tentare davvero tante mosse. Tutto questo, però, sarebbe vano. La conosci la barzelletta? C’è un matto. È convinto di essere morto. Il suo medico allora gli chiede se i morti sanguinino, e il matto gli risponde che ovviamente no, non sanguinano. Il medico punge con uno spillo il matto. Esce il sangue, e il matto sorride. Guarda un po’, dice, allora anche i morti sanguinano. Non c’è nulla da fare. Anzi, è proprio meglio non fare nulla. In fondo tutto il male che vediamo in giro nasce proprio da questa fantasia di combattere il male. È il minimo dire che è una perdita di tempo. Se voglio il bene, pratico il bene, non mi impelago contro il male. Sarebbe come se, avendo fame, invece di andare a cacciare qualcosa, mi mettessi a combattere contro l’avidità o la malvagità della natura congegnando grandi coltivazioni, milioni di schiavi a zappare, le donne abbrutite a sfornare di continuo nuovi servi della gleba, il pianeta invaso da un numero raccapricciante di persone, una curva di crescita delle merci inconcepibile per la nostra povera mente: la morte, dunque, per noia e disperazione mascherata da apocalisse ecologica tanto per darsi un tono. Proseguiamo nel bene, che è ciò che ci fa stare bene, che è il benessere, il bene del nostro essere, della nostra anima. Non ci sono grandi percorsi da fare al riguardo. Ci sono, ma non ci sono. Ognuno conosce i suoi, e servono quel poco che servono. Lo osservava Giordano Bruno, ma lo sa anche chiunque sia intento a un grande sforzo del pensiero. Seguiamo un sentiero, facciamo molte operazioni. Poi, a un certo punto, succede qualcosa, di solito quando non ce la facciamo più, e arriva quella cosa. A quella cosa ci ha portato il percorso ma, stranamente, ora tutto quel percorso non solo non è mai stato davvero necessario, ma non possiamo nemmeno davvero reputarlo come la premessa a quanto è avvenuto. Cosa è avvenuto? Qualcosa che ci fa dire felicemente: tutto qui? Tutto qui. Ma va bene. Tu mi hai fatto una domanda molto più circoscritta circa le mie esperienze personali, e questa premessa potrebbe sembrare un modo di eluderla. Fino a questo momento era così, perché di carattere non mi piace parlare delle mie cose personali e, poi, perché non è uso tradizionale riferire certi fatti intimi, ma ora invece mi viene la voglia di risponderti. In realtà, questa voglia me la sta instillando in testa Vico, che sai come la pensava: non siamo cartesiani, noialtri; per noi la filosofia è un fatto di vita vissuta, è un racconto che ci coinvolge in prima persona. Dirò allora questo, che se l’anima umana è un seme che si sviluppa, e questo sviluppo è l’invenzione che facciamo di questo seme (che facciamo noi nei nostri laboratori animali, ma che facciamo anche con gli altri, come stiamo facendo io e te in questo momento; e che gli altri continuano a fare per noi dopo la nostra dipartita) tutto per me nasce dal fatto che, dal punto di vista seminale, sono di temperamento melanconico. Oggi la cosa sarebbe messa in termini neurologici, forse, ma io preferisco dire di essere melanconico, di essere sottoposto alla dittatura di Saturno e di Mercurio, o, meglio, di quello strano dio corrusco che nel Picatrix viene descritto con gli attributi di entrambi. Questo implica per me da sempre tanto una certa inflazione morbosa della facoltà visionaria, come immaginerai, quanto un facile accesso alla comprensione delle proprietà geometriche della realtà e degli accadimenti che si dispongono sul suo scacchiere. Sono nato così, ma, nello stesso tempo, questo è anche stato sicuramente determinato e definito nel momento in cui, adolescente, ho incontrato Eraclito. Giorgio Colli ci invita all’umidificante coscienza del fatto che un filosofo, in un altro filosofo, pensa sempre se stesso, ciò che seminalmente è e pensa. Quindi, cosa ho trovato davvero, ormai tanti anni fa, in Eraclito? E, da quel momento in poi, cosa ho trovato nella catena di pensieri e parole e persone che mi si è aperta davanti? Probabilmente sempre la stessa l’immagine severa e lussuriosa del mio Saturno, quella da cui sono partito, quella a cui tutto mi riconduce per farmi partire da lei. Se, dunque, ti dovessi parlare delle lunghe giornate, e delle notti ancora più lunghe, perfettamente erotiche, passate con Odisseo e Penelope, con Gilgamesh, con quel capolavoro astronomico che è Il libro dei morti egizio, con l’Ecclesiaste e con gli innamorati del Cantico dei cantici, con Giobbe e Giona, o litigando con Parmenide e Zenone, o litigando con Socrate e Platone, oppure lasciandomi conturbare dalle avventure sospese, lussuosamente di malaffare, del Vangelo, o ammaestrare dalla saggezza orizzontale e così umana del Vangelo di Tommaso, e, poi, spiando Ermente tre volte grande, o Plotino e Porfirio e Proclo, e, ancora, Sinesio, Boezio, Ugo di San Vittore, Ibn Arabi, Francesco, Dante, Pletone, Ficino, Pico, Bruno e Vico, Angelo Silesio, Swedenborg, Blake, e, più vicini a noi, Kerényi, Florenskij, Jung, Corbin, Hillman, Zolla, Pareyson, Colli; o se ti dovessi parlare della parte migliore, di quando lo spirito è spiritoso, Petronio, Boccaccio, Cervantes, ma mettici anche l’umorismo orrido di Baudelaire. Melville e Kafka, quello drammatico di Dostoevskij e di Bulgakov, e quello aritmetico, nerissimo, di Campanile o di Daniil Charms; insomma, anche a nominarle tutte quante queste persone delle mie giornate lunghe e notti ancora più lunghe, come si fa di solito con i santi di un rosario o con i nomi riveriti che si infilano nel novero del medagliere delle puttane, tutta la filastrocca potrebbe essere ridotta al solo nome sconcio e imbarazzante di Saturno, e il fiato impiegato non varrebbe a riferire un’esperienza condivisibile: non meno di quanto, te lo dico da ragazzo di strada, sia possibile a un ladro riferire a parole cosa ha trovato, colto in fragrante da una notte oscura, alla fine della propria rapina.

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In copertina: Figure umane con testi di reedbuck. Main Caves, nel Drakensberg. Foto di Santha Faiia. Tratta da Sciamani (TEA, 2019) di Graham Hancock.

Il dossier Conversazioni con gli Sciamani per intero.