I piedi gonfi

Un velaccio di nubi nere correva sull’asfalto, a randa di un fianco nebbioso che copriva la campagna. Giulia sotto quel cielo guidava adagio, con gli occhi sventati e pieni di stanchezza. Puntava dritta verso la stazione di servizio, l’unica su quel tratto isolato di autostrada: in lontananza il neon Panini e Colazioni formicolava nel bel mezzo di un paesaggio fantasma, con poche altre luci, cartelli pubblicitari e ombre viola che abbrancavano i costoni argentati di tufo. Ancora due semicurve e imboccò la rampa di accesso che portava al parcheggio riservato ai clienti, sgusciando dai frastagli di una cava di rena – i silos e le gru foravano appena la nebbia e fumavano nell’oscurità. Si slacciò la cintura e spense il climatizzatore: cercava di respirare solo con la bocca ostruendo l’aria nel naso. Aveva già avvertito quell’indistinto refolo di uova marce che risaliva da ponente e riempiva l’abitacolo – eppure il mare non si vedeva, era parecchi chilometri dopo la conca e la roccia scheggiata. Provò la stessa sensazione di quando percorreva la statale dal lato opposto (nel cielo poteva vedere i gabbiani), tornando in paese dopo le prove con l’ensemble: col tempo di burrasca, si lasciava alle spalle gli schiaffi del mare e quell’aria carica di sale e, per la nausea, era costretta a infilare il muso nel pacchetto delle salviettine imbevute finché le correnti fresche dei primi fossi non spazzavano quel tanfo che cagliava addosso.
Parcheggiato dietro una fila d’oleandri, smicciava a fari spenti gli ultimi sussulti dell’affaccendarsi a fine giornata, i visi dei pendolari che attendevano il pullman per l’entroterra. Le parve di riconoscere tra quelle persone una maestra di sua figlia: stava quasi per rimettere in moto e andar via – odiava gli incontri fuori contesto, i saluti forzati, le occhiate compunte –, ma Nicola la intercettò subito e le andò incontro sbracciandosi. Costretta a ripiegare con una smorfia di saluto, si raccolse per recuperare la borsetta sul sedile accanto mentre con una gamba spingeva la portiera per uscire. L’immagine della caviglia scoperta, ben piantata dentro quel viola di freddo oleoso, e della calza tesa sino al punto di lacerarsi sul polpaccio irrigidito, bloccò Nicola sul colpo – perse il passo, provando per sé una pena infinita. Averla trascinata in un posto così squallido, vederla a ogni costo nello stesso giorno in cui lei tornava da un lungo viaggio all’estero, gli sembrò all’improvviso assurdo e avvilente.
Era una storia ormai sepolta ed era l’imbrunire; altro da aggiungere non c’era; i brancolamenti e le ricapitolazioni di una consensuale decisione maturata da tempo servivano solo a ingolfare i dettagli. Nicola, tra perplessità e attrazione, manteneva viva la fiamma; a una certa età i cambiamenti si accolgono malvolentieri. Bisognava ricominciare pazientemente da un punto aggrovigliato, dalla trafila dei chiarimenti, certe volte daccapo. Stare sopra le righe e marcare le distanze, prendersi beffa delle sensazioni fino a snaturarle: così aveva risolto Nicola (diffidente da sempre verso le emozioni, ma il ragionamento filava di logica) perché l’enormità di quello che ancora restava da sopportare si potesse contrastare solo con un intelligente gioco di smontaggio. A cominciare dai luoghi: esiste una sopravvivenza di noi in loro, dai tanti segni che resistono al tempo e che hanno fatto da scenario ai nostri sentimenti ci sentiamo disalveati solo quando, ripercorrendo a ritroso quegli scenari senza più meraviglia, quei luoghi ci tornano indifferenti, neutri. Ecco perché tornare da quelle parti, a sessanta chilometri dal paese: in quel piccolo bar, un giorno di tanti anni prima, lui e lei si erano baciati e tutto ebbe inizio. Terminato un applauditissimo Orfeo di Monteverdi (lui suonava nell’orchestra del conservatorio, lei aveva debuttato come mezzosoprano), festeggiarono lì fino al mattino, con birra e patatine. La performance aveva una squisita valenza didattica, ma lui già intuiva le qualità di una voce ancora poco educata e perciò insolita, dal futuro sfolgorante. Sulla litoranea, impazienti, fecero l’amore.

Giulia fece appena in tempo a correre. Si muoveva agitata, piena di gravità, come quando, nella penombra del presbiterio, arrivava in ritardo alle prove e pestava coi suoi vezzosi tacchi sul marmo, interrompendo il flusso di accordi o le battaglie ardite di cembali e corde. Ma più che quegli interludi, sfidava la faccia scura dei musici, che l’attendevano severi sotto una corteccia di precisione nordica. La musica che cantava Giulia non era un’elucubrazione da poco: anche l’orecchio più insensibile rimaneva affascinato da quei florilegi musicali – codici di alchimisti rinascimentali – che rifacendosi al mosaico della tassonomia degli elementi alteravano gli stati mentali, solleticavano l’umore, lo slancio dei turbamenti. Giulia era come in trance quando si esibiva, con una voce greve e penetrante che pareva raschiare l’anima dal fondo per cacciarla fuori con la grazia di un’emissione poco comune. Era piena d’esuberanza, e le note esitate, i vibrati o i respiri inesplosi in quella libertà espressiva erano godibili imperfezioni che la giovinezza impone.
Lui la baciò sulle guance. Lei con due dita si levò dal viso le gocce di pioggia. Entrarono nel bar col minimo cenno del capo. Sulle labbra, un sorriso schermato; negli occhi un’accentuata ironia per reggere fino in fondo quella pantomima. Faceva fresco, non come al paese: l’aria era pungente per il temporale che veniva dal mare.
“Pensavo non venissi”, disse lui.
“Sono sempre stata una di parola, lo dimentichi?”, rispose tranquilla, in realtà le mancava l’aria.
“Quando sei tornata?”
“Ieri. Ho ancora il jet lag in testa…”
“Mi dispiace”.

Nicola intuì che la tournée sarebbe durata tanto. Sedettero a un tavolo vicino alla vetrina, dietro di loro un tizio brontolava con la cassiera per il rincaro alla pompa. Nel bar non c’era più nessuno.
Giulia rodeva perché non poteva stare fuori a fumare: quell’aria molliccia, che entrava a sbuffate, la sentiva dappertutto. Così ruppe l’incanto, lo fissò e disse piuttosto infastidita: “Tu e queste manie dei chiarimenti. Le storie finiscono pure perché invecchiano e non servono a quattro soldi, che credi?” – il tono paziente, la voce rauca – “Mettici un cumulo di incomprensioni o delusioni che rimangono lì sospese in una bolla… in un punto morto… e tutto si logora!” Sembrava aver trovato la quadra, parlava con un sorriso compiaciuto: “Abbiamo un corpo, un cervello, un sistema nervoso che devono costantemente tenere desti sentimenti e attenzioni, vagliare giorno per giorno gesti e parole, può capitare che qualcosa si inceppi, no? Tu come la vedi?”
“La vedo come te. Ma io non ho voglia di spiegazioni”.
“No? E allora perché siamo qua?”
La vide più bella che mai, seppur tutta raggricciata nel controllo delle emozioni. “Credo che mi spetti la facoltà di vederti un’ultima volta”, disse lui.
Rispose in un sospiro: “Va bene, va bene, però mi sembra stucchevole tutta questa gogna”.
Forse lo è – pensò Nicola con un broncio consolatorio, in quel tentativo di colmare vuoti aveva la sensazione di sembrare antipatico. C’era qualcosa in lei che lo aveva deluso ma non riusciva ancora a definirla. Quando una relazione si inceppa è l’esistenza intera di uno dei due a essere bocciata, indagare sulle colpe o la genealogia degli errori è solo una gran perdita di tempo. Come in musica: risalire all’archetipo può essere a volte deludente: le varianti d’autore danno un colore più colmo al pezzo, dacché le incrostature – che intercettano umori e gusti di un tempo nella fortunosa trasmissione di un testo – non solo riempiono lacune ma danno nuova linfa a una traccia che risulterebbe altrimenti monca e inespressiva. E così prima di cancellarla definitivamente, prima di commuoversi o inorgoglirsi, Nicola ci teneva a sapere se le età remote di quella storia avessero potuto accompagnare il viatico dei giorni nuovi, se portarsi qualcosa di buono avesse potuto riempire il vuoto del distacco, preservare l’affetto, quanto meno il rispetto. E mentre rimuginava, cominciò a sentire fermezza. Poteva attaccare coi suoi ragionamenti sui bisogni e le spese, sul fatto che lui ci sarebbe stato sempre, sull’aperta disponibilità a concordare una situazione che considerava ancora una questione comune. Con la musica soldi non se ne fanno. Accennò qualcosa, la prese alla lontana, com’era suo solito.
“Non ho bisogno di niente, ti ho riportato pure le chiavi di casa, risistemo la mia, mi conviene più che pagarti l’affitto”, lo frenò lei, smettendola di essere sussiegosa.
“Mi offendi se dici così. Nella casa nostra puoi continuare a starci”.
“Sono a posto, credimi. Ho preso l’essenziale, il resto lo lascio negli scatoloni. Sarò in giro tutto l’anno, mi serve giusto un appoggio”.
“Sempre con loro?”
“Sì”.
“Sei diventata brava”, lo disse con una punta di malevolenza, come se ancora stesse aspettando un pensiero di riconoscimento per averla spinta a provare ancora, dopo che alcuni accadimenti familiari, la maternità e altre indecisioni l’avevano tenuta lontana dallo studio e dalla musica. Ma lei non disse niente: ricordava le ultime volte che avevano fatto l’amore, il tono di Nicola era identico, le parole pure; lui si rivestiva nervoso dopo aver finito e andava giù pesante, le parole avevano sfumature inquisitorie. Era diventato sospettoso, collerico; così lei aveva capito che era giunto il momento di dare una stretta a quella sofferta separazione.
“Con la bambina come farai?”
Scrollò le spalle, rise: “Fino a quando dovrò sobbarcarmi i rimproveri per non poter portare suo padre all’altare, ce ne vuole!”
“Peccato. Ora che si stava affezionando”.
Giulia non replicò, lo guardava attonita (con un impaccio commovente, come se l’avesse colpita nel segno), e Nicola si accorse che stava sconfinando su un terreno patetico, mancandole di rispetto. L’ensemble era specializzato nel repertorio sconosciuto della musica antica: in pratica, a ciò che era poco più che un nome nei libri di musica, l’ensemble dava dignità e pubblico, rivalutando, collazionando stampe e partiture, trascrivendo, interpretando con gli strumenti più fedeli e con la voce più giusta e Giulia (la voce), scelta dopo perniciose audizioni, era l’unica “che dava carne alla filologia”, scrivevano sulle riviste, per quel “timbro inconfondibile che spumeggiava in mezzo a tiorbe e liuti: sanguigno nei bassi; delicato e sobrio nelle tessiture più alte”.

Alle pubblicità di ditte edili locali e strepitose offerte dei ristoranti della costa per il week end dei Santi seguì una canzone di Sting. Sulle note di Englishman in New York la ragazza del bar alzò il volume e improvvisò a cantare, vincendo una certa introversione. Si mosse verso il tavolo dei due ispirata, e con due bellissimi occhi scuri rubò la scena. Serviva i due caffè contenta e pensava alle sue cose. La musica la estraniava completamente. Giulia e Nicola smisero di parlottare: cantava bene, sorrisero d’intesa – e chissà, pensò Giulia, che non avesse piazzato quel numero proprio per alleviare quella cappa di tensione che aveva invaso il bar.
Poi riprese: “Non sai decidere e cogliere il momento. Non imparerai mai. Ti ricordi che una volta casa tua era sempre piena di amici, di attenzioni, di feste? Quante persone non vedi più, Nicola… quanta gente ti ha abbandonato… Ci hai mai riflettuto?”
“Che c’entra?”
“Sei diventato barboso, petulante. La tua solitudine che tu pensi incarni alti esempi di resistenza o di pura esaltazione, puzza invece di vecchio e di pigrizia, caro Nicola. A volte… Mi permetti?”
“Prego”.
“A volte di livore! Non ti accorgi che hai fatto il deserto intorno?”
“Ma io in tutti questi anni mi sono concentrato su di te, mia cara. Io ho creduto nel tuo talento, nella tua voce… Ti pare poco?”
“Vuoi farmene una colpa?”
Era tutto meritato, ci mancherebbe. Giulia aveva fatto sacrifici e il suo talento era ora che le venisse riconosciuto; però Nicola non sopportava che fosse tenuto fuori da tutta quella storia che aveva contribuito a rendere certezza, un po’ ne soffriva. Persa lei, non gli sarebbe rimasto più niente della musica, anni di sfiducia e di frustrazione trovavano compenso nel vecchio lavoro in banca, che ormai lo aveva riassorbito dopo un infortunio ai tendini: in quella sua perduta vocazione artistica avrebbe continuato a specchiarsi fino alla morte.

Un paio di camion parcheggiarono a lisca di pesce, quasi col muso appoggiato alla vetrina. Il locale si illuminò a giorno. Giulia sbirciò l’ora, con una smorfia di dolore si massaggiava le ginocchia. Era ora di andare: le era rimasto giusto il tempo di fare la spesa prima di passare a prendere la bambina dai nonni. Sperava che Nicola avesse finito, avvertiva un timore assurdo, come di inceppo rispetto a un disbrigo semplicissimo che si stava allungando senza un senso. Era esausta.
La pioggia – che scrosciava battente sulla vetrina, allagava già il piazzale – era stata una costante dei suoi cambiamenti radicali; incinta al sesto mese, scappò in Germania per inseguire il suo sogno, un temporale l’aspettava a ogni cambio di stazione: con le mutande bagnate cantò Dowland a Monaco di Baviera e svenne alla fine dell’audizione, con quaranta di febbre; il giorno in cui partorì pioveva così forte che volavano via gli ombrelli lungo Neuschwanstein, e insieme a loro vide sparire anche il padre della bambina, in quell’inverno funestato da continui allagamenti.
“Dovrei proprio andare…”, disse in una specie di trillo – come quando su una sola sillaba faceva vibrare decine di note antiche.
“Non ti trattengo più!”, rispose Nicola alzando le braccia.
Giulia tirò dalla borsetta un mazzo d’inviti: “Mi farebbe piacere se venissi al concerto”.
Nicola si sfregava le basette, stirava i ciuffi dei capelli dietro le orecchie, la guardava incupito. Poteva evitare di infierire. A lei le scintillavano gli occhi, bagnati di nostalgia materna. Il concerto sarebbe stata l’ennesima trappola d’aria stagna – pensava Nicola.
La ragazza del bar spense la radio, gli autisti al banco non la finivano più di parlare. Si tirò i capelli all’indietro e in giù la camicia per coprire la scheggia lucente di un metallo all’ombelico. Tornò al tavolo per prendere le tazzine. Non cantava più e si lasciava guardare ben volentieri solo dai due ex amanti. Intanto provava a valutare la palese differenza d’età tra l’uomo e la donna. A Giulia diede almeno vent’anni in meno; Nicola i suoi se li portava male. Il mare sotto le voci degli autisti rumoreggiava nella pioggia.
Nicola, all’invito di Giulia, non rispose né sì né no. Si accorse che dietro le sue spalle e i trespoli zeppi di caramelle e boccette di antigelo si apriva una porticina che dava sul retro, verso una distesa di agrumeti e ulivi. In fondo ai campi, la roccia di tufo diventava più bianca, poi si assottigliava fino a catturare, in lontananza, le luci delle lampare.
“Che strano posto!”, disse Nicola alzandosi, “Non avrei mai pensato che dietro questa pompa di benzina si nascondesse il mare!”
In effetti quella zampata d’ansa scura pareva fluttuare, nel vento e nella pioggia, verso la litoranea.
“Allora non verrai?” insisteva lei, e nervosa prese a respirare solo con la bocca. Lui tentò una carezza, ma si pentì subito. Nelle debolezze di Giulia accendeva sempre una miccia e sentiva di poter ricominciare a guadagnare la sua fiducia, pur temendo la sua bellezza, la sua spavalda incostanza. Si erano ribaltati i ruoli: lei era diventata apprensiva, con la voce pronta a spezzarsi in pianto; lui indifferente, quasi risollevato. Borbottò qualcosa sul direttore, sulle sue scelte stilistiche, ma poi si zittì, non voleva passare per uno che si ingelosisce. Lei tornò alla sua fierezza marcata, ruggente. Sentiva un recupero come si deve sul tempo. La ragazza del bar li guardava con aria di attesa, come si guarda il finale di un film.
“Dai, che farai tardi!” disse, ed era già al banco assieme agli autisti per pagare i caffè. Fissando felice la ragazza, i suoi fianchi che uscivano da un jeans strettissimo, chiedeva: “Quale strada facciamo?” Giulia continuava a guardarlo di sbieco e con senso di umiliazione riponeva gli inviti nel portafoglio.
“Come?”
“O di qua o dal retro. Puoi scegliere”.
“Il retro”, disse così per dire, con aria svogliata. Però furono d’accordo su una cosa.
La ragazza del bar tirò un sospiro di sollievo.
Correre sui tacchi nei campi fu l’ultimo sforzo che le fece spalancare quella bocca rotonda, l’ultimo desiderio fu invece quello di afferrare la mano di quell’uomo di troppo, che congedava in corsa sotto una pioggia battente. “Ho i piedi gonfi”, mormorò con la stessa delicatezza con cui si chiede un bacio, lo stesso strazio con cui s’invoca il nome nei primi giorni. Girarono attorno al bar, arrivarono al parcheggio. Giulia sotto la pensilina si accese finalmente la sua tanto agognata sigaretta. La prima boccata l’avvertì come una liberazione fin dentro i polmoni. Si lasciarono senza un saluto. Lei montò in macchina e partì, si incolonnò traballante dietro un autotreno, sparì dopo la prima curva. Nicola l’accompagnò con uno sguardo contratto finché la strada tornò a essere buia, macinata da una pioggia sempre più fitta. Incombeva l’ombra della montagna, la direzione del mare era data dagli stridii dei gabbiani, spersi nella nebbia. L’insegna Panini e Colazioni lampeggiava sulla sua testa e in fronte a quel cielo smorto di novembre. Una lampadina sì e una no. Da quel momento esatto, smise di pensarla.
Da uomo metodico qual era, si voltò indietro e puntò dritto verso il bar. Era impaziente, euforico. Nella gabbia del suo orecchio assoluto, risuonava ancora un La da diapason che gli era arrivato poco prima: aveva captato un’intonazione a dir poco perfetta nella voce della ragazza che serviva ai tavoli.
Poteva continuare a scavare dentro la sua solitudine.

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