Il colloquio

Arriva una mail, sono loro. Credo che l’umanità si divida in due categorie: quelli che subito aprono la mail e la leggono, e quelli che allontanano il portatile da sé e lo consegnano a un altro, chiedendogli di leggere la mail. Io appartengo alla prima categoria, ma oggi voglio cambiare. In realtà non penso che qualcosa si divida veramente in due categorie, ma oggi sono così: schematica. Vado in cucina, faccio un giro per la casa, non c’è nessuno. Potrei andare dai vicini, ma mi prenderebbero per pazza. Oppure uscire e così, per strada, chiedere a un passante di leggere la mail che potrebbe cambiarmi la vita. Che poi, se fosse un rifiuto, ci farei davvero una brutta figura. Decido di leggerla e di essere me stessa, appartengo davvero alla prima categoria.
Mi invitano a un colloquio per conoscermi meglio. Sul serio: c’è scritto “per conoscerLa meglio”. La elle maiuscola mi irrita, però sono contenta, soddisfatta. Rispondo, ringrazio, scrivo sul calendario “colloquio per lo stage”, letto alla francese, con tanto di smorfia. Realizzo che mancano tre giorni e che devo prepararmi. Vado su internet e cerco: come prepararsi per un colloquio. Scopro che devo essere spontanea, devo essere me stessa, mi dico che ho fatto proprio bene ad aprire la mail da sola, mi compiaccio di me stessa e, molto spontaneamente, continuo a leggere i nove consigli per il mio colloquio. C’è scritto che un colloquio è un po’ come sedurre, ho pochi minuti per fare una buona impressione. Devo farmi desiderare. Non devo mostrarmi supplichevole e non devo far capire che ho bisogno del praticantato. Mi alzo, vado nella camera di Amelie, le rubo le scarpe rosse con il tacco, mi piazzo davanti allo specchio e provo a essere spontanea e a sedurre senza far capire che ho bisogno del praticantato. In realtà davvero non ne ho bisogno. Mi sto autoconvincendo? Autoseducendo? Con i tacchi rossi ritorno in cucina, il vicino guardone è sempre lì, di fronte, che mi fissa perplesso. Leggo che la reputazione in rete conta molto, cancello le foto peggiori da Facebook e vado avanti a leggere. Non devo mostrare insicurezza, dire bugie o sottovalutarmi; non c’è problema. Ma non devo neanche esagerare con l’autostima. Mi sfilo le scarpe di Amelie che, effettivamente, mi riempiono di autostima.
Scopro che da un’indagine è emerso che i primi novanta secondi sono decisivi nella valutazione di un candidato e ciò che incide di più non è tanto quello che viene detto, ma come viene detto, e il modo in cui si interagisce. Devo fare attenzione al linguaggio del corpo, al tono della voce, al contatto visivo e alla postura. Rimetto i tacchi e mi piazzo nuovamente davanti allo specchio. Sono convincente.
C’è un video con un coach. Decido di essere sincera, sempre. Cioè, non proprio sempre, ma solo al colloquio. È ora di prepararsi, mi dico, e infatti preparo un piano di studio per i prossimi tre giorni. Parto dal mio nome, è un nome russo: Raissa. Perché un nome russo? Potrebbero chiedermelo. Potrei rispondere: perché i miei genitori amano la letteratura russa. Ma poi mi ricordo dei miei seri problemi con la letteratura russa, di quel volume dimenticato o abbandonato a casa di Matteo e mai più recuperato e al solo pensiero mi viene l’ansia. Quindi no. Niente amore per la letteratura russa. Ma potrebbe essere anche peggio. Perché sono ignoranti e non sapevano che è un nome russo. Allora penserebbero: però, certo che se consideriamo che i suoi genitori sono ignoranti a tal punto da non sapere che il nome della figlia è russo, questa ragazza è davvero in gamba (mi sale un brivido sulla schiena ogni volta che lo sento), si è fatta da sola (anche qui), premiamola! E non sapranno mai che sono la figlia di due medici. Ma non volevo essere sincera? Prendo un quaderno e scrivo tutte le domande e le risposte che potrebbero farmi. Ormai è sera e mi accorgo che non so niente del mio cognome. Oddio, mi chiederanno perché ho un cognome tedesco e da dove vengo. Prendo appunti in modo compulsivo, sul pacchetto, le opzioni, le statistiche, le percentuali. Imparo, ed era anche ora (sento la voce di mia sorella mentre lo penso), i nomi delle valli altoatesine in italiano e in tedesco e mi convinco che mi chiederanno perché non so il ladino. Ma io sono italiana, risponderei. Poi però finirebbe che ce l’ho con i ladini e questa è una situazione che davvero vorrei evitare. Cerco su internet come imparare il ladino in tre giorni e compro un corso online in mp3. C’è scritto che è divertente e che il software è 100% in italiano. Scopro che si tratta di un CD-Rom e che arriverà tra quattro giorni. Mi viene da piangere, ma continuo con il mio programma, non ho tempo per queste cose. Mi viene un dubbio enorme e scrivo una mail a una mia lontana parente fissata con gli alberi genealogici e la storia della famiglia, che organizza congressi, cene, feste e balli. È gentilissima e mi risponde subito, no, noi Gruber non siamo parenti di Lilli, ma in compenso di… e mi elenca una serie di nomi e professioni, lasciandomi un riassunto della storia della famiglia. Lo stampo e lo metto tra le cose piacevoli da leggere prima di andare a dormire.
Passo alle strade. La via che ho scritto nel curriculum è via dei Cappuccini. Bene. Mi chiederanno sicuramente qualcosa al riguardo. Imparo a memoria che al 31 dicembre 2011 i cappuccini erano 10.364, 6.968 dei quali erano sacerdoti. I cappuccini presenti in 106 Paesi sono così distribuiti: Africa: 1321; America Latina: 1720; America settentrionale: 662; Asia-Oceania: 2283; Europa: 4378.
Poi ricopio la tabella e la metto tra le cose difficili da imparare a memoria di mattina, dopo il caffè. Mi accorgo di avere voglia di caffè, lo preparo e metto la moka sul fuoco. Mi potrebbero chiedere se ho letto la Bibbia. È una vergogna non averla letta, vado in camera di Amelie e scopro che non ha una Bibbia. È una vergogna che Amelie non abbia una Bibbia. Trovo una lettura in mp3, questa volta per davvero, e la scarico per la notte, dopo aver letto le cose piacevoli e prima di andare “a dormire”.
Penso a domande e risposte sulla situazione politica italiana e dell’Alto Adige, in cui non torno ormai da anni. Chiamo mille persone e faccio un grafico delle risposte che mi danno. Lo metto tra le cose molto difficili da capire, dopo pranzo, dopo due caffè. Il caffè. Bruciato, vabbe’, bevo acqua. Guardo fuori dalla finestra, ormai è sera e non ha senso bere acqua. Apro una bottiglia di vino buono, lo metto in una caraffa e lo lascio a prendere aria, non perché ci creda, ma fa molta scena e mi sento molto esperta. Mi informo sulla situazione politica e geografica di Londra. Mi obbligo, a fatica, a leggere Dylan Dog. Ne resto fulminata, ma non perdo tempo, sto facendo ricerca, mi sto preparando. Mi informo, non si sa mai, sulla moda a Londra e mi viene l’ansia. Come mi vesto?
Provo un tubino nero dimenticato nell’armadio da qualche secolo. Ho un’aria seria e un po’ triste. Provo un tailleur che mi fa sembrare una donna di mezza età con qualche chilo di troppo che utilizza espressioni insopportabili come “donna di mezza età” o “qualche chilo di troppo”. I jeans mi stanno male e non sono proprio adatti alla situazione, dico, a voce alta, mentre me li sfilo. Il pantalone da completo nero e la camicia bianca mi sembrano la scelta migliore o comunque non la peggiore. Il singolare di pantaloni mi fa sembrare una commessa di quelle che consigliano di fare il risvoltino al jeans e di abbinarlo con un bel toppino e un tacco, ma va bene anche con uno stivaletto o una sneaker. A proposito, che scarpe metto? Guardo tra quelle di Amelie, che tanto non sembra voler tornare a casa. Decolté classico? Forse è troppo, non voglio dare nell’occhio. Stivali con un tacco grosso? Annoto sul quaderno che non so come vestirmi e aggiungo: se non scegli entro domani pomeriggio alle 16, chiama Fabrizio.
Riprendo la mia ricerca e trovo nuove domande. Mi racconti tra le esperienze che ha maturato quella che ritiene più significativa. Ho maturato esperienze? E poi, esperienze significative? Potrei raccontare di quella volta che avevo appuntamento con il ragazzo più bello del mio corso e andai a sentire Cortellessa dimenticandomi dell’appuntamento. Lo rifarei mille volte. Ma è un’esperienza significativa? Mi parli di sé. Non so da dove incominciare e parto dalla fine, mi faccio un discorso e lo scrivo. Poi, con una penna rossa, cancello tutto ciò che potrebbe essere sconveniente e rimane solo: mi chiamo Raissa Gruber e poco più. Elenco i miei punti di forza e di debolezza. Mi viene da ridere. Perché ho scelto questo tipo di stage e non un altro? Perché proprio da loro? Perché io? Dove mi vedo tra dieci anni?

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A un certo punto mi immagino il colloquio. Ormai è tardi e il vino ha preso aria, lo assaggio, è buono, dico, a voce alta, con aria altezzosa e chiedendomi, a voce bassa, dove sia finita Amelie. Dovrei preoccuparmi? Ho tempo per potermi preoccupare? Ecco, dunque, mi immagino il colloquio. Di fronte a me c’è un vecchio signore pelato con gli occhiali che si lamenta perché nessuno sa più nulla a memoria. Mi chiede di recitare qualcosa e io non so nulla a memoria. Mi dice che è un peccato, è più deluso che arrabbiato e ha ragione e io non voglio deluderlo. Recupero quel meraviglioso volume della poesia italiana e leggo, rileggo, ripeto, scrivo, registro. Sì, registro. Ognuno ha il suo metodo. Metodo, che concetto stupido. Concetto, che parola stupida. In ogni caso, c’è chi studia e ripassa (altri concetti stupidi, a dire il vero, diciamo parla?) con il cane, chi con le tende (dovremmo davvero comprare delle tende, così potremmo studiare e il vicino guardone smetterebbe di fissarci), chi, appunto, con il registratore. Passo le ore a leggere e registrarmi, a risentirmi, fermo la registrazione, salvo, esco. Cammino con le cuffiette e ascolto la mia voce, scopro di avere una cantilena. Cammino, ormai è giorno, compro il pane e i giornali, un caffè da portare via, continuo ad ascoltarmi. Quando arrivo a casa mi accorgo che non ho fatto le cose che avrei dovuto fare prima di andare a dormire. Le rimando, consapevole che se non le farò mi chiederanno proprio quelle.
Mentre faccio colazione rispondo alle domande del quiz “sei capace di dare le giuste risposte a un colloquio di lavoro?”. Il risultato che ottengo è di 6 punti, sembra che io abbia bisogno di fare ancora pratica e imparare a dare risposte pertinenti. Essere sinceri e dire quello che si pensa è importante, ma devo ricordarmi che il colloquio non deve essere mai scambiato per una seduta dallo psicologo! Giusto, è un appuntamento in cui bisogna sedurre, l’ho imparato oggi, o ieri? Non mi ricordo più.
Mi addormento e quando mi sveglio realizzo che è martedì e che giovedì c’è il colloquio. Chiamo Amelie che non mi risponde. Ascolto la Bibbia e imparo a memoria qualche poesia in inglese e in tedesco. Leggo i giornali, mi informo. Forse dovrei fare sport, mi registro mentre leggo il giornale e mi riascolto mentre corro. Sotto la doccia rispondo alle domande che potrebbero farmi, faccio liste di pregi e difetti e sento di essere preparata. Finisco il vino di ieri e ripeto le statistiche e le tabelle. Mi giuro che se il colloquio andrà bene imparerò il ladino e mi faccio una lista di cose che farò. Andrò fuori a cena con Amelie e offrirò io, andrò al cinema da sola, mi comprerò una borsa. Ah, la borsa. Non ho ancora deciso come vestirmi e non ho ancora chiamato Fabrizio. Lo faccio ora, mi risponde subito e mi dice che va bene tutto, ma devo prendere una scarpa decolté senza tacco. Provo a oppormi, ma realizzo che ha proprio ragione. Vado in città a piedi, sono mezzo ubriaca e ascolto la Bibbia in mp3 con le cuffiette. Compro un paio di scarpe nere, prima di pagare faccio una foto e la mando a Fabrizio, che approva. Quando torno a casa Amelie è a letto che dorme. Ripasso tutto quello che c’è in programma e vado a dormire anch’io.
L’ultimo giorno prima del colloquio lo passo a leggere i giornali e a fare esercizi di pronuncia: il mio inglese deve essere perfetto, almeno al colloquio. Guardo il telegiornale e penso che ci sono ancora mille altre cose che dovrei preparare, ma il tempo è quello che è. Mentre ripeto le poesie faccio maschere di bellezza naturali e mi riempio la testa di maionese, ho letto che fa bene ai capelli e voglio provarci. Passo la serata a cercare di togliere la maionese dai capelli e, nel frattempo, elenco i miei pregi e i miei difetti, le mie esperienze significative, no, credo che la maionese non sia un’esperienza significativa. Ormai mi è passata la sbronza, bevo una tisana e ripeto le tabelle con le percentuali. Guardo un video per un trucco leggero adatto ai colloqui di lavoro. Quando mi sveglio realizzo che è giovedì 17, non sono superstiziosa, è una delle caratteristiche caratteriali positive che ho elencato e ho studiato a memoria, non posso diventarlo ora, altrimenti avrei 19 pregi e undici difetti e, soprattutto, dovrei cambiare la lista e impararla di nuovo. Mi vesto, mi trucco, sembro struccata, raccolgo i capelli ed esco. Ascolto le registrazioni mentre cammino e prendo la metropolitana nella direzione sbagliata. Succede spesso e l’avevo messo in conto. Infatti quando arrivo è ancora presto, sono due ore in anticipo. Mi siedo in un bar lì vicino e ordino una camomilla, vado in bagno e mi scolo un flaconcino di fiori di Bach, non credo che funzioni, ma ho paura a prendere qualcosa di più forte. Non vorrei andare a sbattere contro le porte, insomma. Mentre pago mi accorgo che puzzo di alcol. Sono i fiori di Bach, ma vallo tu a spiegare che puzzi di alcol perché hai bevuto fiori di Bach. Ordino un caffè per coprire l’odore, ma temo di aver fatto solo peggio. Ho ancora tempo, vado in un supermercato, compro uno spazzolino e un tubetto di dentifricio e vado in un altro bar. Non posso tornare in quello di prima, sarebbe imbarazzante. Ordino un’altra camomilla e mi lavo i denti mille volte. Guardo l’orologio. Entro. Mi fanno sedere in una sala bianca e asettica. Mi piace, se fosse per me casa nostra sarebbe così: pulita, semplice, essenziale, senza oggetti in giro, senza cose inutili. Una signora con il caschetto biondo mi invita a seguirla, ovviamente obbedisco. Entriamo in un’altra stanza bianca, pulita, bella. Ci sediamo e la signora mi saluta, buongiorno signora Gruber, come sta? Panico. Rimango muta. Ma che diavolo di domanda è?

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Immagine: Roy Lichtenstein, Girl in Mirror, 1964.

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