Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima

Scritto alla fine degli anni Novanta, terzo e ultimo titolo a figurare nel catalogo Gallimard, questo peculiare romanzo in forma di saggio – ma si potrebbero invertire i termini così da leggerlo come un saggio in forma di romanzo – è un testo cardine all’interno della vastissima produzione post-esotica. A metà strada tra il manifesto teorico e il racconto claustrofilico, Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, è una sorta di codex volodiniano che rappresenta un atto di fede e d’amore nei confronti di una letteratura di opposizione radicale. Il testo, liquido, che compone il corpo della vicenda romanzesca, circola e s’insinua tra gli spazi lasciati vuoti dalla sequenza silicea delle dieci ‘tavole della legge’ che codificano l’edificio post-esotico. Le definizioni di inedite forme letterarie come la shågga, il romånso, la nuvella, l’intrarcana, lo zaconto, il sussurrìo, insieme all’elogio delle strategie diversive messe in atto dagli Autori, alla ripresa del Bardo Todhol, agli elenchi lacunosi dei libri e dei morti, s’intersecano al testo fluido dando origine a un organismo vivo, ora duro ora molle, che il lettore abita con fatica, finendo per essere inghiottito nei miasmi di un carcere di massima sicurezza dove agonizzano gli ultimi scrittori ribelli.

Fin qui l’impalcatura. Ma nel libricino c’è naturalmente molto altro, a cominciare dal tono irresistibilmente ironico che avvolge l’intera teorizzazione para-accademica e che sortisce effetti davvero esilaranti. Chiunque abbia frequentato corsi di narratologia o di comparatistica tra gli anni Ottanta e Novanta non potrà che sorridere, riconoscendovi echi di testi di Genette, di Todorov o di Greimas, genialmente reinventati (il “fileggio narrativo“, l’“apnea cronologica“, la “connivenza ciclica“, il bellissimo “fulcro invettivante“) accompagnati da rimandi continui alla controcultura degli anni Settanta, al cinema russo e francese, allo sterminato corpus della memoria collettiva del comunismo più o meno libertario tanto caro all’Autore. La fantasmagoria citazionistica si concentra poi nel lungo elenco finale di ben 343 titoli – numero magico, tantrico, multiplo di 49, che ritroveremo in moltissimi testi post esotici, ad esempio ne Gli animali che amiamo, dove 343 è l’esatto numero di parole in ogni sequenza delle due Shaggas delle sette regine sirene o del cielo penosamente infinito – alcuni realmente pubblicati a nome di Volodine o di vari eteronimi, altri di pura fantasia, molti dei quali celano rimandi a film celebri (un esempio per tutti: Ciao maschio di Ferreri il cui titolo in Francia era Rêve de singe qui distorto in Ciao raschio) o a libri di successo (Moderato cannibale che riecheggia il Moderato cantabile di durassiana memoria, o L’ago, per Le lac di Echenoz, giocando sull’assonanza e sull’uso dell’apostrofo), o a slogan del Sessantotto (“Godere senza limiti” che qui diventa Crepare senza limiti) o al buddismo tibetano (Grande scala per piccolo veicolo, Il vuoto per tutti in 49 lezioni, Un mattino di chiaraluce).  Alcuni titoli sono poi magnificamente poetici e sono quelli che meglio reggono in italiano (Nave da nessun dove, Vani anni dopo, Teatro della disamina straziante, La Gran Nidiante, Bambola in elementare vacuità, Rantolo finale e altri scarti di sogno). Ma torniamo allo strato romanzesco. Qui il topos è quello carcerario-inquisitorio – già inaugurato in Le port intérieur e successivamente ripreso in Scrittori, in Songes de Mevlido e finanche in Terminus radioso – con i vari leitmotiv dell’interrogatorio, dell’intercambiabilità dei testimoni, dell’ossessione claustrale, dell’onnipresenza delle spie, il tutto ambientato in un imprecisato paese sub-tropicale (e il pensiero va naturalmente alla Macao metafisica di Port intérieur) trasudante umidità, lercio, scuro, irrespirabile. Il testo diventa allora una mistura molle, un impasto appiccicoso che si spande lentamente, senza interruzioni né paragrafi, né capitoli, come un fronte lavico che avanzi inesorabile, inglobando ogni cosa sul suo cammino. Le frasi rimangono a metà, interrotte dall’esposizione adamantina di una delle dieci regole post-esotiche che si ergono come monoliti  neri in mezzo al fango, per poi riemergere qualche pagina dopo, inspessite, ingombre di rifiuti, di sogni mal digeriti, di paure, trasportando, come nella risacca che segue a uno tsunami, le scorie, gli scarti, gli avanzi corrosi dei nostri pensieri e delle nostre vite.

Antoine Volodine
Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima
Trad. it. di Anna D’Elia
66thand2nd, 2017
pp. 106

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