Giovenale, Satira VII

La speranza e l’interesse per lo studio sono riposti in Cesare soltanto:
lui solo di fatto, in questa tempesta, alle tristi Camene
ha rivolto lo sguardo, da quando oramai celebri e famosi poeti
hanno tentato di appaltare o un bagno a Gabi o un forno
a Roma, e altri non reputano turpe né infamante
diventare banditori, dopo che disertate le valli d’Aganippe
Clio è migrata nei portici del mercato, soffrendo la fame.
D’altronde, se all’ombra delle Pieridi per te (poeta) non si vede
un soldo, perché non puoi amare il titolo o il tenore di vita di un Machéra,
e vendere le merci che ti sono state affidate, ciò che si vende all’asta
al miglior offerente? Boccali per vino, tripodi, armadi, cesti,
l’Alcitoe di Pacco, la Tebaide e la Tereide di Fausto?
È più utile che pronunciare sotto giuramento “ho visto”
ciò che non vedesti mai; lo facciano i cavalieri d’Asia,
lo facciano i Cappadoci e i cavalieri di Bitinia,
o quelli che dalla bella Gallia giungono a piedi.
Eppure nessuno d’ora in poi sarà costretto a fare un lavoro
indegno del suo studio, chiunque intreccia la propria voce
in forme canore e ha masticato l’alloro.
Avanti, giovani! Cesare vi guarda e vi stimola
e l’indulgenza del principe cerca soltanto un’occasione.
Se da un’altra persona ritieni che tu debba ricevere aiuto
Ai tuoi problemi e perciò riempi i fogli dorati delle pergamene,
è più rapido chiedere un poco di legna, e ciò che componi
donarlo al marito di Venere, mio caro Telesino,
oppure chiudi i tuoi libri e lasciali rosicare dalle tarme.
Spezza, tu misero, la penna e distruggi le insonni battaglie,
tu che in una piccola cella componi sublimi canti
per apparire degno dell’edere e di una statua smunta.
Non c’è un’altra speranza; ormai il ricco avaro ha imparato
A mostrare ammirazione soltanto, soltanto a lo lodare con eloquenza,
come i bambini un pavone. Ma trascorre l’età
in cui si sopporta il mare e l’elmo e la zappa.
Allora la noia assale gli animi, allora eloquente e nuda
La vecchiaia odia se stessa e la sua Tersicore.
Ora accetta consigli sull’arte dell’inganno. Per non darti nulla, questo
che tratti con riguardo, abbandonato il Tempio delle Muse e di Apollo,
lui in persona compone versi e si ritiene inferiore solo a Omero
nato mille anni prima, e se acceso dalla dolcezza di un complimento
reciti (i tuoi versi), ti affitta una casa sozza.
Ti verrà ordinato di servirti di questa casa a lungo sprangata,
in cui l’ingresso rappresenta alle porte di una città assediata.
Sa l’importanza di concedere liberti che siedano nelle ultime file
E dispone un gruppo di amici dalle voci tonanti;
nessuno di lor signori ti darà un soldo di quanto costano i posti a sedere
e i palchi pensili – un architrave affittato –
e le poltrone, da riconsegnare, che formano l’orchestra.
Ma noi ci comportiamo così: nella tenue polvere tracciamo
solchi e rivoltiamo la terra con uno sterile aratro.
E se pure tu ti dia alla macchia (l’abitudine a una cattiva ambizione
ti tiene al laccio), l’insanabile mania di scrivere versi
ti avvince e in vecchia nel cuore malato.
Ma un poeta che s’innalza nel gregge, la cui vena non sia comune,
che non è soltanto intessere canti già sentiti,
questo poeta, che non so mostrare e immagino soltanto,
nasce da un cuore privo di ansia, impassibile
davanti a ogni dolore, desidero dei boschi e di bere
alle fonti d’Asia. E infatti come può cantare sotto l’antro Pierio
e stringere il tirso l’infelice povertà,
priva di quanto, notte e giorno, il corpo ha bisogno?
Orazio è sazio quando canta l’evoè!
In quali circostanze i vostri cuori, che non sopportano due tormenti,
vengono trasportati dall’ingegno, rapiti dai signori di Cirra e Niso,
se non quando si agitano intorno a un unico poema?
È opera di una grande mente, non disposta a nascondersi,
volgere lo sguardo a carri, cavalli e ai volti attoniti
degli dèi e a come l’Erinni confonda Turno, il rutulo.
Se a Virgilio, infatti, mancasse il suo servo e la decente
casetta, cadrebbero tutte le idre dai capelli (dell’Erinni),
muta non suonerebbe più gravemente la tromba. Chiediamo
che Rubreno Lappa non sia da meno nella tragedia antica,
quando per il suo Atreo ha dato in pegno scodelle e mantello?
Numitore, infelice, non ha niente da mandare all’amico,
ma qualcosa da donare a Quintilla ce l’ha, né gli è mancato
da chi guadagnarsi un leone, ormai ammaestrato, da nutrire
con molta carne; è chiaro che occorre una spesa minore per una belva,
mentre gli intestini di un poeta desiderano sempre di più.
Circondato dalla fama Lucano giaccia nei giardini
di marmo, ma a Serrano e al povero Saleio,
a che giova la gloria per quanto grande, se è gloria soltanto?
Si accorre alla piacevole voce e al poema della cara Tebaide,
quando Stazio allieta la città
e fissa il giorno della messa in scena: con tanta dolcezza
influisce sugli animi sedotti, e per il così grande piacere del volgo
la si riascolta. Ma quando con il suo verso ha spezzato le panche,
gli resta la fame, se non vende la sua Agave, inedita, a Paride.
Quel Paride che va elargendo a molti l’onore militare,
e alle dita dei poeti l’anello d’oro del tribuno militare.
Ciò che non elargiscono i nobili, te lo darà un istrione.
Tu cerchi i Camerino, i Barea, gli ampi atrii dei nobili?
Una Pelopea fa prefetti, una Filomela tribuni.
E non guardare male il poeta cui il palco dà da mangiare.
Chi sarà oggi per te Mecenate o Proculo
o Fabio o un nuovo Cotta, chi un altro Lentulo?
Un tempo il premio era pari al genio, allora era utile
a molti studiare con accanimento e scordarsi il vino per tutto dicembre.
Forse il vostro lavoro, scrittori di storia, è più fecondo?
Qui si perde più tempo e più olio.
In qualche modo si arriva la millesima pagina
e per voi tutti aumenta il costo del papiro;
così comanda l’immane lunghezza dei fatti e la stesura delle opere.
E che vantaggio ne ottieni? Qual è il frutto di una terra sterminata?
Chi darà a uno storico quanto darebbe a uno che legge i fatti del giorno?
“Ma è una stirpe di ignavi, che gode del letto e dell’ombra!”
Dimmi allora che cosa procurano agli avvocati gli uffici forensi
e gli incartamenti in un grande faldone che lo accompagnano?
Loro in persona fanno sentire magniloquenti discorsi, soprattutto quando ascolta
un creditore o peggio se c’è qualcuno al suo fianco
che mette in dubbio con un enorme codice il debito.
Allora il loro profondi polmoni espettorano bugie enormi
e si sputano addosso; ma se ti è concesso scoprire
‘la mietitura’, allora metti da una parte i proventi di cento avvocati
e dall’altra quelli del solo lottatore/circense Lacerta dalla toga rossa.
I giudici hanno preso posto, e tu, pallido Aiace, ti alzi
Per parlare in difesa di un affrancamento davanti a un giudice bifolco.
Spaccati, misero te, pure il fegato rivoltato, e infine spossato
verdi palme, gloria delle scale, siano appese in tuo onore.
Qual è il prezzo per la tua voce? Un piccolo prosciutto secco
o un vasetto di tonno o vecchie cipolle (razione mensile dei Mauri)
o cinque bottiglie di vino trasportato lungo il Tevere.
Se hai sostenuto quattro cause, se hai guadagnato una moneta d’oro,
da quella vengono sottratte le parcelle degli assistenti secondo gli accordi.
“A Emilio sarò dato quanto gli spetta, anche se abbiamo fatto meglio noi!”
Già un carro di bronzo c’è per lui, un’alta quadriga,
nel vestibolo, e lui in persona in sella a un feroce cavallo da battaglia
prende la mira con l’asta ricurva
da lontano e come una statua macchina scontri.
Così Pedone fallisce, Matone viene meno, questa è la fine
di Tangilio, abituato a farsi il bagno con un enorme corno
di rinoceronte e con il suo immondo seguito insozza i bagni pubblici
e per il Foro trattiene i ragazzi Medi con un lungo palo
per comprare giovani, argento, mirra, ville:
infatti per lui garantisce la porpora costosa di tessuto di Tiro.
[E perciò gli è utile. La porpora fa mercato].
Vestiti color d’ametista vendono l’avvocato; gli conviene
vivere tra il clamore e sotto le sembianze di un ceto più elevato;
ma Roma, la prodiga, non pone fine alle spese.
Confidiamo nell’eloquenza? A Cicerone nessuno, oggi,
darebbe duecento sesterzi, se un grande anello non brillasse (al suo dito).
Chi intenta una causa, prima guarda questi dettagli: se hai almeno otto servi,
dieci clienti, se ti segue una lettiga, se gente togata
ti precede. Perciò, Paolo, affittata una gemma preziosa,
andava in tribunale, e perciò aveva più cause di Gallo e di Basilo.
È raro che l’eloquenza vesta i panni dell’indigente.
Quando è consentito a Basilo di produrre a testimone una madre che piange?
Chi sopporta Basilo anche se è un buon oratore? Ti accolga
la Gallia o l’Africa, nutrice di avvocati,
se ti è piaciuto porre un prezzo alla lingua.
Insegni a declamare? O cuore di ferro di Vetto,
quando la classe numerosa distrugge crudeli tiranni!
Infatti qualsiasi cosa uno avesse appena letto seduto, lo stesso brano
in piedi reciterà e canterà gli stessi versi.
Un cavolo cotto e ricotto uccide i poveri maestri.
Quale tono e di che causa si tratti e dove sia
Il nocciolo della questione, quali frecce posso essere scagliate
alla parte avversaria, tutti vogliono saperlo, ma nessuno vuole pagare.
“Mi chiedi soldi? Che cosa ho imparato?” “È colpa del maestro,
si capisce, colpa sua, se non zampilla niente dalla mammella sinistra
per il giovane Arcade, che ogni sei giorni riempie
la mia povera testa con il suo Annibale il ‘crudele’,
qualunque sia ciò su cui riflette: se da Canne si diriga
a Roma o se cauto dopo (l’interpretazione) di fulmini e tuoni,
faccia ripiegare le truppe inzuppate dalla tempesta.
Quanto vuoi pattuire accettalo subito: quanto sborso
perché il padre lo ascolti quanto me?” Questo, altri sei
o più retori, gridano con voce concorde
e si occupano di vere controversi, tralasciato il caso di un rapitore,
e tacciono invece dei veleni somministrati, di un marito malvagio e ingrato,
e delle droghe che risanerebbero vecchi ciechi.
Se i nostri consigli lo smuoveranno, si congederà da solo,
e intraprenderà un diverso percorso di vita,
chi dall’ombra della retorica discenderà verso l’agone forense,
affinché non vada perduta la piccola somma con la quale si compra
un buono di pane comune, dato che questa è una lautissima paga.
Prova a sapere a quanti figli di ricchi insegna
un Crisogono o un Pollio, straccerai l’Arte di Teodoro.
Più di seicento sesterzi costano i bagni e il portico,
nel quale il signore si fa portare a cavallo, se piove.
Forse che attenda il tempo sereno e insudici i cavalli di fresco fango?
Meglio qui, dove di fatto lo zoccolo della cavalla pulita risplende.
Da un’altra parte su alte colonne di marmo di Numidia
si elevi la sala da pranzo e accolga la fredda luce d’inverno.
Qualunque sia il prezzo della casa, ci sarà chi preparerà piatti
ad arte, ci sarà chi condirà le pietanze con sapienza.
Tra queste spese, a un Quintiliano due sesterzi, che è tanto,
saranno sufficienti: ma niente costerò meno a un padre
del proprio figlio. “Da dove, dunque, Quintiliano ottiene
un così grande appezzamento?” Passa in rassegna esempi di nuovi casi.
Il felice è bello e fiero,
il felice è anche sapiente e nobile e generoso,
[tanto da aggiungere ai neri calzari la lunetta appropriata].
Il felice è anche grandissimo oratore e lanciatore di giavellotto
e, seppure raffreddato, è intonato. Fa differenza,
infatti, quali stelle ti abbiano accolto poco dopo che tu abbia iniziato
a emettere i primi vagiti, ancora rosso del sangue materno.
Se la Fortuna lo vorrà, da retore diventerai console,
se sempre la Fortuna lo vorrà, da console diventerai retore.
Che cosa dimostra, pertanto, Ventidio? Che cosa Tullio?
Forse nient’altro che la buona stella
e la straordinaria potenza di un oscuro destino?
Il fato darà un regno ai servi, ai prigionieri un trionfo.
Anche se una tale felicità è più rara di un corvo bianco.
Molti si sono pentiti di una cattedra vana e sterile,
come dimostra la fine di Tarsimaco e di Carrinate Secondo;
e tu, Atene, lo hai visto nell’indigenza, e nulla
hai osato conferirgli eccetto la mortale cicuta!
O dèi, alle ombre degli antenati, che vollero che il maestro
fosse sacro come un padre, concedete terra soffice e senza peso
e profumata di croco e in sorte un’eterna primavera.
Temendo il bastone Achilla, ormai grande,
cantava sui monti della sua patri e mai avrebbe riso
della coda del suo maestro, suonatore di cetra,
eppure gli allievi picchiano Rufo e altri,
quel Rufo che tante colte ha chiamato Cicerone l’Allobrogo.
Chi nelle tasche di Celado e del dotto Palemone dà
quanto meriterebbe il lavoro di grammatico? E insomma:
qualunque sia il compenso (è però inferiori alla paga di un retore),
l’inetto custode dell’allievo se ne prende una parte
e chi divide ne spezza un’altra per sé. Rinuncia, Palemone,
e sopporta di detrarre qualcosa, proprio come fa il venditore
di coperte invernali e di bianche lenzuola di lino,
purché non vada perduto che nel bel mezzo della notte,
nell’ora in cui né l’artigiano né chi insegna con un ferro obliquo
a cardare la lana si leverebbero, non sei rimasto inattivo,
purché non vada perduto che ti sei abituato all’odore di tante candele
quanti erano i tuoi allievi, tanto che il busto di Orazio
è tutto scolorito e la fuliggine s’attacca al nero Virgilio.
Eppure è raro il compenso per il quale non è necessario
l‘istruzione di un processo. Ma voi imponete norme terribili:
che per un precettore sia evidente conoscere le regole della lingua,
che parli di storia, conosca tutti gli autori
come conosce le sue unghie e le dita, che se interrogato,
mentre si reca alle Terme o ai bagni di Febo, parli
della nutrice di Anchisa, del nome e della patria della nutrice
di Anchemolo, quanti anni sia vissuto Aceste,
quante botti di vino siciliano abbia donato ai Troiani.
Esigete che plasmi, come si fa col pollice, giovani caratteri
come chi modella un volto nella cera; esigete
che sia anche come un padre per la classe stessa, poiché non divertano
con scherzi violenti, né se ne facciano a vicenda. Non è facile tenere d’occhio
tutte le mani dei bambini e gli occhi che in fondo tremano.
“È tuo dovere” è la risposta. “Ma quando sarà finito l’anno,
avrai il tuo denaro, quanto il volgo ne offre al vincitore dei giochi”.

***

Testo di riferimento: Giovenale, Satire (Feltrinelli, 2013)

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