Sedersi in un caffè e scrivere… Scrivere, con la paura di dare l’impressione di voler replicare un’azione passata di moda, per imitare qualcuno, quasi vergognandosi, un po’ con ribellione, un po’ con alienazione.

L’istanza che muove la protagonista/voce narrante de Il Mandarino meraviglioso è il bisogno di ricercare (ricostruirsi?) una propria identità, partendo da una condizione di esule che non è solo geografica ma soprattutto esistenziale; e anche al lettore tocca barcamenarsi in questo senso di sradicamento, di mancanza di appigli, che trascende qualsiasi lettura strettamente politica, e che  proprio per questo risulta eversivo e inquietante.

L’autrice Asli Erdoğan racconta l’anelito alla libertà e alla conoscenza di sé della protagonista indugiando sui punti più oscuri: il divorante senso di solitudine, i soffocanti confini interiori, l’aspra precarietà dei contatti con il prossimo (anche i più passionali, come la relazione con Sergio) sembrano nemici in costante agguato in un luogo estraneo (la Svizzera); ma forse sono solo spettri, atti a ricordarle che ogni neutralità è illusoria, e che la migrazione costante è forse lo stato più alto, più esatto del vivere umano.

Ed è fortissima la sensazione che lo sforzo di raggiungere un’indipendenza che coincida con la conoscenza di sé e del mondo non solo valga la pena, ma che addirittura sia la sola cosa da fare, la sola cosa che dia un senso alla vita che ci troviamo a vivere, e che l’unico obbligo conseguente alla piena libertà sia quello di essere ciò che realmente siamo. Nel bene e nel male.

In questo radicale percorso di autoconoscenza, sguardo e parola sono fondamentali. Nella fattispecie, lo sguardo è limitato e inaffidabile (la protagonista è cieca da un occhio) e la parola si rivela incapace di esprimere l’interezza e la complessità di quello che vorrebbe dire. Questo porta a un continuo esame di sé, a una sofferenza che non viene lenita dall’autonomia ma che anzi la forgia, con il rischio costante però dell’incomunicabilità e dell’isolamento.
Asli Erdoğan scrive in una situazione di instabilità a tal punto peculiare da diventare universale pur restando intima, coinvolgente. Perché tutti siamo (o siamo stati) soli in terra straniera, tutti abbiamo delle ferite aperte, tutti abbiamo un passato, tutti viviamo l’incertezza del futuro.

Continuo a camminare nell’attesa di un incontro con me stessa, in un angolo isolato di una strada chiusa, lontana dalla vista.

Lontana dalla vista, certo, ma con un’acutezza di visione che rasenta la profezia.

Erdogan

Asli Erdoğan
Il Mandarino meraviglioso (2001)
Trad. it. Giulia Ansaldo
Rovereto, Keller Editore, 2014
pp. 164