Le vedove di Novaja

La notizia era arrivata al villaggio insieme all’ultima neve invernale, spinta dai venti gelidi che piegavano i tronchi degli alberi più vecchi fino quasi a spezzarli. Gli uomini mancavano da quando, tre anni prima, era scoppiata la guerra e tutti erano stati costretti a eseguire gli ordini e recarsi sul fronte orientale. Qualcuno aveva inviato delle lettere piene di paura e parole sconce ma, escluse queste rare occasioni, le donne avevano dovuto accontentarsi delle notizie che la radio nazionale centellinava durante le trasmissioni della sera: non c’erano perdite considerevoli, non si avanzava né si indietreggiava, si era bloccati in una situazione di stallo che sarebbe potuta durare a lungo e a lungo durò.

Al suo arrivo la notizia aveva trovato le donne del villaggio perfettamente capaci di badare a se stesse e rimbalzando di bocca in bocca aveva gettato quel centinaio di aspiranti vedove nella più totale confusione. Tra le strade di Novaja anche gli animali parevano aver perso il senso dell’orientamento iniziando a vagare senza meta e non avrebbero smesso, così come non avrebbero smesso le donne, se Sophie non avesse messo a disposizione di tutte la sua lunga esperienza. Nei suoi quarant’anni, che collezionava con lunghi e folti capelli neri, s’era ritrovata senza un marito per ben due volte e per ben due volte l’aveva visto tornare: conosceva bene cosa porta con sé un uomo di ritorno dal fronte. Le donne ascoltarono le sue parole mentre gli animali continuarono a vagare senza farsi ragione della notizia, senza accettare l’idea che gli uomini sarebbero tornati di lì a qualche ora.

La neve continuò a cadere fitta per tutto il pomeriggio e tutta la notte, costringendo le donne a restarsene in casa e riflettere su ciò che Sophie aveva detto loro. Non si poteva nascondere un certo entusiasmo, il fuoco venne alimentato più volte e quasi nessuna chiuse occhio. Il mattino seguente le trovò tutte sveglie e pronte davanti alle proprie case ricoperte di bianco. Ognuna stringeva tra le mani una vanga: avrebbero ripulito le strade dalla neve e organizzato la piazza principale per accogliere il ritorno dei mariti. Avrebbero preparato una festa come si deve.

Le strade vennero sgomberate dalla neve morbida che s’era accumulata nelle ultime ore e dal piccolo magazzino in fondo al villaggio venne recuperata la verdura, alcuni pezzi di manzo e qualche chilo di farina. Sophie contò sei barili di vodka e tre di Kvass. Avrebbero preparato della solyanka e dei pelmeni, qualche donna recuperò alcuni filetti di manzo e prese a tagliarli a fettine sottili per poi lasciarli cuocere nella panna e nei funghi. Mentre la maggior parte di loro si dava da fare in cucina altre presero a preparare la piazza di fronte alla piccola Chiesa in mattoni rossi. Il prete era morto l’inverno precedente e da allora il legno delle panche era stato preservato nonostante il freddo e la difficoltà d’aggirarsi per i boschi con tutti quei lupi. Il ritorno dei mariti era un’occasione speciale che permetteva ben più che un sacrilegio: ne vennero ammucchiate una decina e fatte a pezzi, insieme a vecchie porte, sedie, cesti per la frutta e con attenzione venne sistemato, al centro della piazza, un mucchio enorme pronto per rischiarare la lunga e bianca notte. Le donne lavoravano, il vento fischiava e degli uomini nessun segno fino al tramonto. Poi i passi pesanti e le voci assalirono il villaggio.

Fucili scarichi e facce gialle entrarono ridendo come folli e presero le donne senza assaggiare neppure un boccone di minestra né bere un sorso di vodka: Sophie aveva ragione, gli uomini tornano affamati. Erano centonovantadue il giorno della partenza e nella piazza si contavano centosettanta fucili. Alcune donne erano rimaste in piedi, accanto ai grossi calderoni, vicino al fuoco, mentre le altre furono scaraventate nella neve e svestite. Anche Sophie era rimasta a mescolare la solyanka e con voce dolce suggerì alle vedove di rientrare nelle loro case: non avevano più nulla da festeggiare, per il momento non c’era nulla che potessero fare ed era meglio rientrare prima di scatenare qualche fantasia troppo audace. La festa non doveva essere rovinata, avrebbero aiutato le altre a mettere in ordine il mattino seguente. Così, spinte dal consiglio di Sophie, attraversarono la notte in silenzio e riposero la loro rabbia dentro qualche cassetto; gli uomini urlavano e ridevano come bestie, toccavano e sbavavano, sotto la luce della luna e i riflessi rossi del grande fuoco si intravedevano pezzi di carne ossuta, sporca e bianca. Sophie attese finché non udì i primi gemiti poi fece risuonare il grosso calderone pieno di carne e verdura chiedendo ai reduci se non avessero fame. Forse fu l’autorevolezza della sua voce, forse l’odore forte che aveva inondato la piazza, forse il desiderio in parte appagato che lasciava spazio ad altre necessità ma in ogni caso gli uomini tirarono su i pantaloni e riempirono le scodelle e i bicchieri. Con lo stomaco vuoto da giorni avrebbero mangiato e bevuto tutta la notte e così fecero finché il grosso fuoco non si spense lasciandoli addormentati nella neve ai bordi delle strade. Qualcuno indossava un sorriso beato sul viso.

Tra i barili ribaltati e vuoti, la cenere grigia che si sollevava spinta dal vento e le ciotole colme per metà c’erano le donne che si muovevano lente. Avevano atteso tutta la notte che gli uomini fossero sopraffatti dall’alcol e dalla stanchezza, s’erano lasciate toccare e spogliare più volte: qualcuna aveva dei grossi lividi e qualche altra del sangue alla bocca. Giravano silenziose, con i petti nudi, tremanti ma attente a non calpestare mani né inciampare negli scarponi logori. Sophie teneva una mano alta verso il cielo e le altre la guardavano stagliarsi sul sagrato della Chiesa col viso in ombra, inondata alle spalle della bianca luce del mattino che stava sorgendo. Pareva un angelo caduto. Era tutto pronto per la grande festa.

Con una mano tenevano tappata la bocca e con l’altra infilavano un lungo coltello da cucina sotto l’uniforme. Le vedove colpivano con gli occhi spalancati, il sorriso sulle labbra. Sgozzavano gli uomini così come si tagliano le gole ai maiali, bagnando le proprie mani nel sangue di quelli che un tempo erano stati mariti. Qualche vedova rimase immobile, senza aver neppure la forza di toccare quel corpo padrone, così fu compito dell’angelo vendicatore alzare il braccio e trafiggere la carne. Da sola Sophie ne uccise ventisette, nessuno comunque riaprì gli occhi. La vodka aveva regalato loro l’eterno sonno. Sulla neve bianca e sui lunghi coltelli brillava un sangue rosso e lucido. C’era un odore forte di kvass, carne e peccato mortale: dal campanile della Chiesa non risuonò però alcun rimprovero.

Le altre donne, quelle che avevano osservato la festa dalle finestre, vennero richiamate da un lungo fischio. Sophie diede a tutte un compito e dal bosco, nascosti tra gli alberi, i lupi apprezzavano il lavoro delle vedove. Passarono ore prima che i resti della festa svanissero, ingoiati dal nero sottobosco, ed era oramai pieno giorno quando le donne tornarono nelle case. La neve iniziava a sciogliersi lavando via il rosso dalla piccola piazza del villaggio Novaja.

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In copertina: Stan Wenocur, Blood and snow.

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