Verranno a prenderti, così hanno detto e non c’è motivo di dubitare della loro parola. Bisogna soltanto aspettare e loro verranno, probabilmente di notte perché non è sicuro uscire allo scoperto di questi tempi. Ci sono telecamere ovunque e le telecamere portano tutte nelle stanze del potere. Il potere è pericoloso, meglio starne alla larga. Ti verranno a prendere, non si lascia mai solo un fratello. Ricordi, vero?
Questa stanza è piccola e buia. La finestra è aperta, soltanto perché è notte e c’è bisogno di guardare in strada per avvistarli se mai dovessero arrivare. Arriveremo di notte, hanno detto, ma non hanno detto quale notte: sul calendario segno i giorni, prima o poi arriverà il giorno. Dalla finestra aperta però non entra nessuna luce, siamo al decimo piano e si spalanca su una strada deserta senza lampioni e senza luna. Non entra neppure la luce del giorno perché quando è giorno la finestra la sbarro.
Non devono scoprire che abito qui. È un rifugio sicuro, ma non si è mai troppo cauti. Se mi trovano per primi sono un uomo morto. Devo starmene tranquillo qui e aspettare. Ho un telefono, ma non lo userò: i telefoni portano tutti nelle stanze del potere. Il potere è pericoloso, meglio starne alla larga. Paolo ha detto che verranno a prendermi e sarò di nuovo al suo fianco. Non c’è motivo di dubitare.
Ho voglia di una sigaretta, dovrei averne ancora una. Con i fratelli fumavamo mentre la mamma cucinava: era un rituale antico di famiglia, quello di sporcarsi i denti di nicotina rendeva il cibo più buono e la mamma più allegra. Avrei dovuto scriverli questi ricordi, vorrei averlo fatto – adesso sbiadiscono come macchie sul muro. La mia ultima sigaretta poi dovrò uscire a comprarle, ma uscire di questi tempi non è consigliabile. Dovrò aspettare che mi vengano a prendere.
In questa strada non passa mai nessuno, questo significa rifugio sicuro. È una stradina secondaria di periferia, abbastanza comoda come via di fuga: quando verranno a prendermi potremmo lasciare la città in dieci minuti. Tiro boccate brevi, cerco di far durare a lungo questo unico piacere. Di dormire non se ne parla, potrebbero venire a prendermi da un momento all’altro, allora bisogna riempire di qualcosa queste notti silenziose. Potrei chiamare Maria se soltanto avessi un telefono sicuro. Non ci si può fidare.
Non so quando sia arrivata quest’auto. Mi sono allontanato dalla finestra, ho preso un bicchiere d’acqua, sono tornato ad affacciarmi e c’era. Non possono avermi visto, né sentito: non ho fatto rumore, ho ingoiato piano l’acqua e non ci sono luci accese. L’auto è ferma, con i fari spenti e nessuno si muove. Forse sono già usciti dall’auto e sono venuti a prendermi. Però quella non è la macchina di Paolo e quello che sento non è il profumo di Maria. Se non sono loro, allora sono gli altri. Ma quando sono arrivati?
Resto zitto, poggiato al davanzale e non sporgo la testa dalla finestra. Se non faccio rumore e non mi faccio vedere magari andranno via. Mi lasceranno in pace. Nessuno scende dall’auto e l’auto non se ne va. La sigaretta mi brucia le dita. L’avevo dimenticata e sono stato lento, stupido, imbranato. Guardo la cicca scivolare, buttarsi dalla finestra, mi sembra di vederla volare giù e schiantarsi accanto all’auto. Sono sicuro l’abbiano notata e abbiano capito che sono qui, chiuso in questa camera buia ad attendere Paolo. Mi siedo per terra e smetto di respirare. Provo a sentire i rumori della notte sopra quelli del cuore che batte all’impazzata. Per qualche secondo ho le orecchie piene di frastuono, poi mi calmo e torno a sentire.
C’è un silenzio irreale, neppure il vento che sbatte nella stanza. Niente. Forse se ne sono andati oppure sono ancora lì che telefonano nella stanza del potere e comunicano che non c’ero. Invece la macchina è lì e quando metto la testa fuori vedo due porte aprirsi: ne escono due uomini e sono sicuro che nessuno dei due è Paolo. Paolo ha detto che non avrebbe mandato nessun altro a prendermi. Sento i loro passi varcare il portone, salire le scale, scivolare nei corridoi alla ricerca della porta giusta. Se resto in silenzio magari passeranno oltre.
Sono qui fuori, posso ascoltare il loro respiro contro il legno della porta. Guardano nello spioncino e tutto è buio, mani che giocano contro la serratura e la forzano. Non si abbandonano i fratelli, i fratelli non si lasciano da soli. Paolo mi ha detto che c’è sempre una via di fuga, c’è sempre una strada per la libertà. Non riescono ad aprire la porta, allora urlano di farli entrare, gridano e sbattono i pugni. O apro o iniziano a sparare. I colpi alla porta si fanno sempre più forti poi c’è un crack ed il legno cede. In un secondo la stanza è allagata da un fiume di luce. Cerco di non affogare e salto sul davanzale, il vento mi scuote i capelli.
Le voci si fanno lontane e l’auto è un quadratino nero metallizzato, a metà tra il marciapiede deserto e la strada buia, c’è un albero accanto all’auto, sembra una piccola e informe massa verde, le voci quasi non le distinguo più e invece mi accorgo che l’albero è molto grande, riesco a distinguere le foglie e il colore dei rami mangiati dal vento, vedo il nido e le uova, gli uccelli che verranno al mondo, l’asfalto è nero pece, c’è una sigaretta spenta, forse la stessa che ho gettato dalla finestra. Maria grida da qualche parte.

«Da quanto tempo è in queste condizioni?»
«Sette mesi, all’incirca».
I due camici bianchi osservano un uomo all’interno di una gabbia di vetro e cemento. Il visitatore poggia la mano contro la superficie trasparente quasi a volerla attraversare, si avvicina con la faccia e la schiaccia contro. Respira in modo pesante. L’altro porta le braccia dietro la schiena e aspetta le domande. Le domande arrivano sempre.
«Dove crede di essere?»
«Non ne siamo certi, ma con buona probabilità immagina di essere a casa. A Santiago. In un anno non ben chiaro della sua adolescenza. Aspetta che lo vengano a prendere».
«A salvarlo?»
«Più o meno».
L’ospite si passa una mano sul viso, lasciandosi cadere su una delle due sedie. Abbandonati sulla scrivania ci sono gli ultimi report e le analisi dell’osservato. Nome in codice – Timoteo. Il silenzio prolungato gli fa male ai nervi.
«Come li ha fatti?» e con un dito indica quegli schizzi sulle pareti. Una finestra senza cielo e un calendario pieno di ics tremolanti.
«Con la suola delle scarpe. I primi tempi che era qui ha imparato che sfregandole contro il muro poteva lasciarci dei segni».
Dalla finestra disegnata non entra neppure un raggio di luce e non si vedono macchine.

***

Le cella ideale (Kianoosh Vahabi)