Orari lunghi

Mi trovo adesso in una situazione mi si aiuti a dire pressoché indescrivibile: il mio lavoro è di fatto finito da un’ora e mezzo, e in questa ora e mezzo ho colto l’occasione al balzo per leggere qualche pagina di un vecchio libro di fantascienza tradotto in un italiano pessimo, l’italiano che credo viva oggi nella gran parte dei testi popolari a grande diffusione, come quelli del Dan Brown e del F. Volo. Un testo leggero e potenzialmente brillante, schiacciato però sotto il peso di certe scelte lessicali infami e degne tuttalpiù dei resoconti d’assemblea della peggiore Democrazia Cristiana. Nonostante la qualità di questa traduzione sia sinceramente agghiacciante, la responsabilità della mia insoddisfazione rimane esclusivamente mia: ho avuto la spiacevole idea di scaricare una biblioteca virtuale in lingua italiana, e ora ne pago le inevitabili conseguenze. In ogni caso, non è questo il punto: di libracci e amarezze è pieno il mondo, e nessuno si sorprende. La mia situazione è indescrivibile per un altro motivo, che mi accingo appunto a esporvi da capo.

Me ne sto qui, seduto alla scrivania di un asilo giapponese circondato da insegnanti, esclusivamente donne, di tutte le età: studentesse fresche di diploma e pedagoghe stagionate, che purtuttavia nelle mie considerazioni si trovano riunite dal filo grigio della vecchiaia morale, indipendentemente dall’età anagrafica e dalle opinioni delle masse. Qui, secondo le istruzioni dei miei datori di lavoro, la mia mansione principale consiste nell’aspettare pazientemente la fine del mio orario, per poi tornare a casa e finalmente mettermi a sgobbare in modo produttivo. Questo poiché farlo alla mia scrivania, presso la quale sono pure nominalmente impiegato, richiede degli strumenti (un personal computer, l’accesso a Internet) e delle libertà (l’habeas corpus) che non si conciliano granché bene con gli elementi base della filosofia del lavoro nipponica, anacronisticamente ancorata ai solidi pilastri della cancelleria a squadre e del sembrare indaffarati.
Fatto sta che dopo centoventi minuti impiegati a cercare di fronteggiare l’ineluttabile lentezza del passare del tempo per la somma gioia del sistema sono arrivate le tre del pomeriggio. Nel corso di questa interminabile attesa la signorina di fronte a me ha fatto una quantità di crocette con il righello su una tabella in formato A3; la responsabile delle classi inferiori ha spostato degli stracci da uno stendino all’altro; la direttrice ha commentato con piacere la difficoltà dei giochi di equilibrio delle classi superiori e ha risposto a delle telefonate di circostanza. Il lavoro ufficiale adesso è finito, e le inservienti più giovani ci servono un caffè accompagnato da un cracker salato (gusto gamberi) e da un dolcetto alle mele in confezione singola, quest’ultimo non più grande di una moneta da cinquecento yen. Una volta allineati gli snack sulle scrivanie dei presenti, il personale dell’asilo si premura di far passare ancora qualche minuto per assicurarsi che i caffè si siano intiepiditi: non appena il vapore cessa di alzarsi dalla superficie delle tazzine, ecco arrivare il via libera per il consumo delle vivande generali. Finito lo spuntino sarei anche tentato di rimettermi a scrivere, ma ho come l’impressione che gli insegnanti stiano daccapo temporeggiando, e non vorrei che, iniziando a lavorare, qualcuno si potesse sentire offeso o lasciato in disparte: pertanto mi rimetto a fissare il vuoto con un’espressione tra il serio e il professionalmente preoccupato, e aspetto.
Arrivano dunque le tre e dieci. La compagnia per la quale lavoro ci ha informati, all’inizio dell’anno scolastico, che in virtù di un accordo con l’azienda locale per l’educazione, le scuole presso le quali siamo a servizio saranno autorizzate, per non dire invitate, a mandarci a casa una volta che il nostro lavoro sarà finito, a patto che anche gli alunni delle stesse scuole siano già tornati a casa. Ad oggi, non mi risulta che disposizioni del genere abbiano avuto applicazione alcuna, come dimostra l’ispessirsi di questi calli ai gomiti che mi ritrovo a furia di posare alla scrivania. Continuo insomma, come l’anno precedente a questo, a passare giornate inutili in questi uffici di varie scuole e asili della campagna giapponese, fingendo professionalmente di lavorare per poi tornare a casa e, in maniera privatissima e strettamente personale, fare il possibile al fine ultimo di offrire a questi poveri ragazzi che mi trovo ad avere in tutela una trentina d’ore l’anno il meglio delle mie pur limitatissime capacità di edutainer.

Ad ogni modo: in queste ore di vuoto cosmico passate nelle stanze segrete dell’educazione, nessuno sembra aver voglia di parlare, o quanto meno di parlare con me. Vengo trattato, probabilmente a ragione, come una entità assolutamente estranea: non mi sento un immigrato, bensì un alieno. La cortesia esasperata di queste donnine, che non mi lasciano sciacquare un bicchiere in pace senza offrirsi più volte ovvero fino al cedimento di farlo al posto mio e che mi parlano senza neppure potermi guardare negli occhi mi fa capire come la mia sia una presenza della quale farebbero ben volentieri a meno; e nonostante questo comune disagio, un disagio radicato in ogni manifestazione insincera di ospitalità, si ostinano per delle ragioni che non riesco pienamente a comprendere a tenermi qui, impegnato a far nulla. Io, da parte mia, per ragioni di aderenza alla tradizione, non posso chiedere di essere esonerato da questo far nulla, e meno che mai posso impegnarmi in domande che mettano in questione il senso di queste pratiche, dal momento che in questo paese la discussione razionale dei fatti è vista come una mancanza di rispetto nei confronti dell’altro, dell’interlocutore di turno, che vede la propria opinione, dunque la propria identità, messa a repentaglio dalla minaccia del diverso. Questo genere di discussione, vale a dire la discussione in genere, già proibitiva entro i limiti delle relazioni interpersonali libere, è assolutamente impensabile all’interno dell’ambito lavorativo: mettere in dubbio le pratiche attuate da un superiore, oppure soltanto indagarne i motivi, altro non significa che cercarsi delle grane.
Stando a quanto sostengono alcuni dei miei colleghi costretti a vivere situazioni simili a questa, devo comunque considerarmi fortunato. Le scuole alle quali sono stato assegnato mi lasciano infatti la possibilità di utilizzare il mio computer, a patto che rinunci a quella di accedere a Internet. Molti altri assistenti all’insegnamento della lingua, invece, si trovano costretti a trascorrere ore sudatissime nei giorni più caldi dell’estate nipponica seduti alle proprie scrivanie e armati unicamente di carta e penna. Quanto sia penosa quest’ultima esperienza possono testimoniarlo chiarissimamente le pagine di madonne infiammate vergate in corsivo che conservo come memento di quel giorno che dimenticai il calcolatore a casa.
In ogni caso, questo anacronistico amore dei Giapponesi per la cancelleria è stato per me, almeno inizialmente, oggetto di grande meraviglia. Il passare del tempo mi ha permesso tuttavia di riconoscere in questa tendenza all’uso della carta il semplice riflesso di un amore per la mole sostanziata del lavoro: quando si mettano fianco a fianco una persona armata di un personal computer, in grado di produrre cento unità di lavoro ogni ora, e una armata di carta, penna, timbri, righelli, e insomma cancelleria d’ogni tipo, in grado tuttavia di produrre soltanto dieci unità di lavoro nella medesima unità temporale, l’impressione agli occhi del popolo ignorante sarà che in tutto l’arco di una giornata la seconda abbia lavorato tanto più duramente, quanto in maniera più competente. A chi, abituato alle idee da anni correnti nell’ideologia del lavoro occidentale, dubitasse dell’effettività di questo inganno della percezione, raccomando caldamente una visita presso un ufficio qualunque dell’amministrazione giapponese. Ci si rechi ad esempio alle poste: ci si potrà subito rendere conto di come, in un paese che produce le stesse unità di lavoro di qualunque altro paese moderno, la sensazione che si proverà sarà pure, contro ogni logica, quella per cui lo sforzo costante e ostentato dei lavoratori debba inevitabilmente portare l’opera dello stato, dell’impresa, della società, verso un non meglio definibile ma nondimeno fantasticabile optimum. Ma i più scettici dei miei lettori si saranno già senz’altro resi conto del fatto che in questo mirabolante ufficio postale giapponese, in questa fabbrica dell’efficienza, del sorriso professionale, altro non viene fatto se non prosaicamente inviare e ricevere posta secondo una tradizione che risale ormai all’alba dei tempi civilizzati, allo stesso modo in cui lo si fa nei rilassatissimi uffici postali del resto del mondo.
Tutte queste formule di saluto, di cortesia, tutti questi inchini e movimenti comandati: ciascuna di queste manovre altro non fa che accrescere la sensazione collettiva di trovarsi in una società che sta lavorando. Ma di questo immane spreco di risorse e di vita, chi è il beneficiario ultimo? Ad oggi, questa domanda non ha per me alcuna risposta plausibile. Da una parte immagino vi sia chi sostenga che il beneficiario ultimo di questa attività sia la società stessa, alla quale viene garantito un quadro esistenziale privo di ogni forma di dubbio circa la pulizia della propria coscienza collettiva: questa però mi sembra un’idea tanto malata quanto il sistema che la supporta, e mi fa pensare a quando il mio compagno di scuola Matteo Marmocchi mi spiegava come strofinarsi un’ortica su un polso rotto fa passare il dolore dovuto alla frattura, sostituendolo con il fastidio, ben più tollerabile, dovuto al prurito dell’irritazione. Dall’altra penso a chi, interpretando questo comportamento entro uno schema tipico della teoria dei giochi, sostiene che non vi sia un beneficiario assoluto, bensì soltanto un beneficiario interno a un gioco determinato, che è quello che la società giapponese gioca con se stessa e che rappresenta una forma di spreco cerimoniale affine a quella del sacrificio del Cristo e alla sua riproduzione nella metafora della cerimonia eucaristica. Il beneficiario è dunque l’ego giapponese nella misura in cui prende parte a questo rituale masochista di autoflagellazione: un ego i cui valori e la cui psicologia della vergogna disprezzo nella maniera più irrevocabile e completa.

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Immagine di copertina: Hokusai, Fuji rosso.

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