Un amore d’inverno

Papi spalanca le tende e la luce del giorno invade la stanza, aggredendomi gli occhi. Mi aspetto che mi strappi di dosso il piumone, ma lui non lo fa. L’ultima volta in cui qualcuno mi ha svegliato in questo modo mi stava strappando di dosso il piumone. Mi stava gridando di andarmene e io non avevo un altro posto dove stare. Gli chiesi se potevo farmi almeno una doccia. Per qualche ragione, il primo particolare che mi si impone alla mente se penso a quel giorno è che avevo un assorbente sbilenco infilato tra le chiappe. Non è così che vorresti venire ricordata da qualcuno che non rivedrai mai più, giusto? Stavo facendo questo sogno, dico.

La civiltà industriale. Non posso sentirmi romantica se ho amici che mi invitano alla Sagra della Bistecca e del Pompino. Non posso innamorarmi di un ragazzo che si spulcia i lunghi dreadlock sul sedile del bus. Una volta desideravo i capelli rasta: mi sottoposi a una permanente e passavo tutto il tempo a cotonare e rivoltare le ciocche come mi avevano detto di fare. Avrei potuto essere io, quel ragazzo sul bus. Chissà se avrei provato disgusto di me stessa. Chissà se avrei invitato una ragazza alla Sagra del Pinzimonio e del Fisting. Forse avrei pensato che fosse una cosa normale, come De Niro in Taxi driver che al primo appuntamento porta la sua bella in un cinema porno. Deve essermi parsa una cosa carina, da fare. Perché trecento chilometri dopo ero in camera sua a guardare video di rocambole anali come non ne avevo mai neppure immaginate. E, dopo, lui mi disse che avrei dovuto restarmene a casa, ché le donne come me, che fanno quello che ho fatto, non possono aspirare al rango di fidanzate.

Nel sogno c’era una lunga tavolata e lui mi sedeva di fronte. Qualcuno stava parlando con grande entusiasmo del recente concerto di Gianna Nannini, a cui aveva assistito, e io mi facevo beffe dei suoi gusti musicali. Allora lui mi guardava e diceva con sprezzo: «Sei proprio una stronza».

Fammi capire, dice Papi mentre cerca la sua felpa, lo hai sognato mentre ti insultava?
Non rispondo. Mi rivolto nel letto infettandomi delle lenzuola. L’amore è una macchia e nessuno dovrebbe sporcarcisi le mani, soprattutto prima di piazzartele in mezzo alle gambe. È così che si prendono tutte le malattie.

Nel Medioevo la gente moriva per colpa di una spada. Per infezioni da taverna. Per avvelenamenti di potere. Se ci pensiamo bene, non è cambiato molto. A mia nonna il Medioevo incute orrore. Un tempo in cui le donne venivano additate come pazze visionarie o concubine del demonio. Mia nonna dice che lei dev’essere stata sicuramente giudicata una strega e bruciata viva sul rogo. Di me dice che mi hanno rinchiusa nella vergine di ferro. A me il Medioevo piace moltissimo.

Finita la cena, me ne uscivo per la strada. Lui mi seguiva a distanza in compagnia di una ragazza con una strana pettinatura afro. Se la lasciava alle spalle, nel buio del vialetto, a chiacchierare con mio padre sbucato da chissà dove. C’era odore di pioggia appena caduta. Lui mi veniva incontro e a un palmo dal mio viso iniziava a gridare: «La vostra civiltà, io non la capisco. Perché vi cambiate i vestiti? Perché avete un telefonino e un sacco di numeri nella rubrica? A cosa vi serve parlare, se non vi capite? Poi vi incontrate in un sudicio bar, nella sala d’attesa del medico o al supermercato, parlate di sesso e tutto a un tratto vi capite».

Non sono mai stata ferita mentre lottavo per qualcosa in cui credo. Non quel tipo di ferita che è possibile toccare con un dito. Le mie ferite di guerra. Una cicatrice sotto un ginocchio, sono inciampata salendo sul bus. Una costola incrinata, ho centrato una maniglia all’uscita della doccia. Alcuni giorni fa sono caduta dalle scale, non ho ancora avuto il tempo necessario a misurare l’entità del danno. C’è chi ha la tendenza a buttarsi via, dicono. Io credo che sto cercando proprio di ammazzarmi.

Nel sogno le cose erano finite lì. Lui se ne era andato. La sua dialettica mi aveva spiazzato. Ne ero uscita semanticamente distrutta. Ma poi, all’improvviso, mi sono accorta che stavo sognando e ho voluto cambiare le cose. Sono tornata indietro. L’ho guardato dritto in faccia e gli ho detto, che cazzo, tu parli come un messia, uno che guarda le cose dall’alto, con superiore distacco, ma anche tu morirai allo stesso modo in cui muoiono tutti.
La faccia di Papi sbuca dall’orlo della felpa e mi chiede, di cosa muoiono tutti?
Di tempo.
Rispondo, di tempo.

***

In copertina: Umberto Boccioni, Stati d’animo: quelli che vanno (1911).

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