Era caduta. Nella notte torrida di settembre il corpo sembrava scongelato. Ci sarebbe stata una sagoma per qualche tempo, come nelle sue celebri siluetas. Il sangue l’avrebbero asciugato con la segatura e lavato via con gli idranti. Lui era sceso in mutande. Guardava. Era quello che si aspettava, da almeno un anno a questa parte. La polizia gli fece molte domande. Lui rispose a tutte. Aveva fasci di ricette siglate dallo psichiatra. C’era stato un ricovero in clinica che risaliva a sei mesi prima, dopo un aborto spontaneo. I segni sulle braccia si erano cicatrizzati ed erano verticali; fatti per aprire le vene. Gli fu intimato di non lasciare il Paese. Fino all’autopsia. Fino al processo. Lui tirò una boccata profonda dalla sigaretta e annuì. A casa, nel cottage sulla spiaggia, prese qualche goccia di minians e andò a dormire sul divano. A letto c’era ancora l’odore di vaniglia che lo disgustava. Lei era arrivata da Cuba trent’anni prima. Il Programma era un piano anticomunista per salvare i bambini all’indomani della rivoluzione castrista. Era nata a L’Avana nel 1948. Nel 1961, quando gli Stati Uniti avevano rotto le relazioni diplomatiche con Cuba ed era iniziato l’esodo, il padre aveva aderito alla Rivoluzione ma in seguito se n’era pentito. L’undici settembre la famiglia aveva mandato le figlie negli Stati Uniti nell’ambito dell’Operazione Peter Pan promossa dalla Diocesi cattolica di Miami e dalla CIA a favore dell’espatrio di minori da Cuba. Fu costretta a spostarsi da un campo rifugiati a un orfanotrofio, talvolta in famiglie adottive. Lo sradicamento le procurò la prima grave depressione. Lui faceva arte, era ambizioso, aveva assorbito la lezione postmodernista: la capacità del linguaggio e dei materiali di funzionare per assemblaggio. Di parlare per il fatto di essere quei materiali. Strutture clastiche: rotte, spezzate, clivate. Sottraeva la scultura alla sua genealogia per ricongiungerla con la petrografia. Prendeva una pietra da uno strato di minerali e la restituiva alla luce come se fosse stata una stratigrafia. Si erano incontrati all’Università dell’Iowa. Per un intero semestre lei aveva studiato l’arte primitiva e le culture indigene: «la mia arte si basa sul credo di un’energia universale che scorre attraverso tutte le cose. Le mie opere sono le vene d’irrigazione di questo fluido universale», aveva detto. Si erano ammirati e invidiati. Lei femminista cubana, lui un WASP con la simpatia per i versi. Lei aveva percorso quel cammino ed era diventata un corpo disarticolato, come una scultura rotta di lui. Un fluido che scorreva e veniva in parte assorbito dalla terra dopo quel volo dal trentaquattresimo piano. Una pietra in lacrime. Il sangue entrò nella strada, diventò strada e continuò a legarsi agli strati di terra per il tempo di essere rimosso. Aveva sognato un carnevale mistico fra i vicoli di una Cuba inondata di luce, strade strette, coccodrilli dentro piscine vuote, muri a secco e una processione di botteghe e mangiatori di carne chiusi dentro casupole basse e maleodoranti. Era felice, aveva paura e lì voleva tornare.

N.B.: Questa storia è ispirata alla vita e alla morte dell’artista cubana Ana Mendieta. Alcuni fatti sono reali, altri immaginari.

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In copertina: foto di Luca Bortolato, “11 06 ‘16 / 2016”, in Intimacy Diary series, fine art print.