La stanza di Therese – Francesco D’Isa

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Il libro consta di quattro distinti strati che sussurrandosi frammenti di verità sepolte, confidandosi loop mentali, azzannandosi e accarezzandosi l’un l’altro danno luogo a una peculiare polifonia:

1 – le immagini

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2 – il testo

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3 – le glosse

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4 – i ritagli

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Therese – all’insaputa di parenti e amici, che la credono in viaggio: a suo giudizio non comprenderebbero l’eccentrica decisione che ha preso – si rinchiude in una stanza d’albergo con molti libri (vengono indicati in dettaglio, uno per uno: la bibliografia del testo s’infiltra nel testo stesso – un testo che guarda ostentatamente al tutto, che del tutto vuol rendere conto e che quindi potenzialmente tutto fagocita, facendo dell’eterogeneità degli aggregati un fattore di sfondamento dei piani di realtà: per inseguire la trascendenza, braccandola sin dentro le sue voragini liminali e sin in fondo ai suoi precipizi abissali, è necessario essere disposti a trascendere se stessi, anche dal punto di vista banalmente semiotico – trasformandosi così in elemento immediatamente narrativo; quattromilanovecentoquaranta euro e ottantadue centesimi di libri, tra i quali, molto significativamente, Opere complete di Blake – centoquindici euro – è il più costoso e forse prezioso) e lo stretto necessario per sopravvivere senza abbrutirsi. Therese si barrica nell’isolamento, stabilendo di non uscirne «finché non avrà trovato una spiegazione soddisfacente» alla grande domanda, quella sull’infinito, sull’assoluto, sull’ἀρχή, sull’essere, su Dio. Vuole «realizzare la realtà secondo realtà» per usare le parole dell’Illuminato, ma – come amava ripetere Carmelo Bene – in teologia (giacché la cerca di Therese è eminentemente metafisica) «si danno solo domande, mai risposte».
La prima cosa che m’è venuta in mente, imbattendomi in questo di lei proposito già nelle pagine iniziali, è stata: tracotante Therese, non lo sai che intorno alle cose ultime vige la legge del «dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra. Dillo se hai tanta intelligenza! Chi ha fissato le sue dimensioni , se lo sai, o chi ha teso su di essa la misura? Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?».
Eppure lei – temeraria, titanica e ingenua – si cimenta nell’impresa, anche se credo che fin da principio sia animata da una vertigine zeticista di fondo: setaccerà ogni anfratto dell’essere, cercherà il fondamento del reale senza risparmiarsi, ma a patto – un patto tacito, subconscio, che è il vero nodo pneumatologico del personaggio – di non trovare mai nulla di definitivo. L’infinito incombe, l’infinito divora, l’infinito paralizza e totalizza [«precipitavo (o salivo) nell’infinito, la cui contraddittoria gravità governa da tempo ogni mia decisione»] perché Therese ha il terrore delle determinazioni, di determinare se stessa; ha il terrore di essere qualcosa perché questo significherebbe rinunciare a cullarsi nelle fantasticherie della totipotenza: lo scacco matto è la manomissione del passaggio dalla potenza (in cui si crogiola) all’atto, che emerge non solo e non tanto a livello speculativo, quanto proprio nella fattualità raccontata: «quando eravamo incerte sulle donne che saremmo diventate, ricordarti che potevi essere un’altra era un doveroso errore».

Il romanzo è epistolare; infatti, benché abbondino trattazioni e deliqui teorici, La stanza un romanzo rimane: le idee son incarnate, le dissertazioni non sono che azioni – ovvero estrinsecazioni – dei personaggi. La struttura polifonica ut supra è così articolata: il testo (2) base è costituito da lettere che Therese scrive dal suo eremitaggio alla sorella (l’unica a conoscere la situazione de qua) e che hanno per argomento incursioni spirituali, onironautiche e mentali, ricordi, recriminazioni. Le lettere sono corredate da immagini (1) e da ritagli di libri ed enciclopedie (4) che spesso spiegano il testo, lo accompagnano, lo chiarificano, lo precorrono, ma a volte lo smascherano e lo falsificano oppure involontariamente lo confutano: immagini e ritagli non sono merletti o vezzi inerti, interagiscono col testo, lo fanno vibrare, lo ingravidano chiacchierandoci. La sorella di Therese glossa (3) e commenta le lettere per poi rispedirle alla mittente innescando un dialogo – spesso aspro – a distanza. Quindi: 2 non è un monologo, dialoga con 1 e 4; 3 dialoga – replicando – con 2, 1 e 4;  2, 1 e 4 controreplicano a 3; la dialettica non è quindi lineare ed euclidea, perché si dipana concretandosi in moduli espressivi eterocliti, in un’aggraziata legione di voci e di linguaggi differenti, tanto nell’orizzonte intrapersonale quanto in quello interpersonale.
Perché gli ingranaggi della macchina polifonica descritta funzionino a dovere, è fondamentale la scelta della prima persona, che filtra attraverso la propria coscienza ed esperienza le questioni sollevate, le distorce soggettivamente, ne fa quindi narrazione. Se così non fosse, se mancasse il dispositivo affabulatorio de quo, verrebbe meno lo spessore narratologico e ne risulterebbe una mera accozzaglia aforistica e saggistica. La forma epistolare è ideale per oggettivizzare – costringe proprio all’oggettivizzazione, percepita peraltro come autentica, non posticcia, da parte del lettore: scelta felicissima – e rendere intellegibili efficacemente le cose esperite individualmente e quindi fisiologicamente inabissate nel foro interiore.

Non bisogna farsi ingannare, non è un romanzo di idee: da una parte abbiamo Therese che cerca il fondamento dell’assoluto, dall’altro la sorella pragmatico-riduzionistica (dove la prima vede il baratro ontologico precipitando nel quale si disvela il noumeno, la seconda vede scarsa produzione congenita di serotonina a livello sinaptico); nel mezzo c’è il loro rapporto umano, una relazione conflittuale, irrisolta e ferocemente problematica: il sostrato in cui allignano le speculazioni, ma anche lo stillicidio tossico che le speculazioni adultera e la falda da cui sgorgano vicende pregresse, ricostruzioni polemiche, accuse reciproche.

Molti sono gli approcci tentati da Therese – nel libro viene mappata la fenomenologia delle vie percorribili da chi anela l’assoluto – per trovare «una spiegazione soddisfacente»: il primo è quello logico-matematico, vicolo cieco, ponendo l’infinito sul piano formale e razionale lo si può solo indicare, non cogliere, l’approdo ultimo non può che essere la semplice pensabilità dell’illimitato. Il secondo approccio è quello empirico-scettico, estremamente valido ai fini d’una preliminare igiene decostruttiva, pars destruens che sgretola le formazioni mentali quesite che intasano il pensiero, ma nulla più. Questi due percorsi fallimentari mettono a nudo l’immane patologia limitante della gnoseologia occidentale: tentare di conoscere l’infinito, un errore non superabile, l’infinito può solo essere esperito. L’antidoto sta nella terza via imboccata da Therese, la via dell’est: l’abbandono d’ogni velleità epistemologico-ortodossa e la conversione all’ortoprassia, alla meditazione vipaśyanā.
Ma è solo quando Therese sblocca la potenza mistico-semantica dell’immaginario geometrico-visionario e pone se stessa come un cerchio che inizia a fare reali progressi:

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Perché basta soltanto considerare qualsiasi cerchio. I soli sono cerchi, ogni universo è un cerchio. I cerchi sono recinti, qualunque cosa racchiudano e delimitino devono esporsi all’infinito. Che significa? Che l’universo essendo un cerchio non è infinito, né l’infinito: è un cerchio esposto all’infinito. L’universo è l’essere, non l’infinito. Con l’infinito si hanno solo rapporti di esposizione. L’infinito non è l’essere. Io è un cerchio, Io non è l’infinito, Io è l’essere: Io è un cerchio esposto all’infinito. L’esposizione all’infinito sempre sussiste: non esiste altro modo di essere per l’universo e per Io che essere esposti all’infinito. Essere è esistere, essere è essere esposti, esistere è essere esposti. Che è l’esistenza se non esposizione? Essere esposti è entrare in contatto. Si entra in contatto solo con ciò che è esterno. Nel contratto tra Io e l’esterno si dipana il fenomeno. Il contatto con l’infinito è inesauribile difatti il fenomeno è inesauribile. L’esterno è l’infinito-fuori-da-Io. Il contatto di Io con l’infinito-come-non-esterno-da-Io è la cosa mistica. Cosa mistica è: ciò-che-è-limitato-e-racchiuso-nel-e-dal-cerchio – ovvero Io – che viene esposto all’infinito-come-non-esterno.

Ma queste cosette (le mie, non quelle di Francesco D’Isa) – in caso – si vivono, dubito abbia molto senso riferirle.

La stanza di Therese
Francesco D’Isa
Latina, Tunué, 2017
pp. 118

 

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