E le metafisiche dimenticate negli angoli dei caffè d’ogni dove,
le filosofie solitarie delle soffitte di tanti falliti,
le idee casuali di tanti casuali, la intuizioni di tanti nessuno,
forse un giorno, in fluido astratto e sostanza implausibile,
si coaguleranno in un Dio e occuperanno il mondo.
(Fernando Pessoa, SM, I, 367)

È apprezzare la vita proprio per quello che è, abbandonarla per un sogno.
(Montaigne, Saggi, lib. ІІІ, cap.IV)

22 aprile
Cara Sophie,
ho appena firmato il contratto. Mi conosci, tutto quello di cui ho bisogno è una finestra dalla quale si possano vedere gli alberi. Non mi sono curato molto del resto della casa, mi basta che potrò alzare gli occhi dal foglio e vedere la chiome dei pioppi ondeggiare e colorarsi d’argento al soffio della brezza che viene dal mare. Lo so, Sophie, stai pensando che ragiono troppo con il cuore, ma io ho voglia di cominciare una nuova vita: la vecchia casa era il mio passato e io non posso più vivere ripiegato su me stesso.

24 aprile
Sophie cara,
ho finito il trasloco due ore fa. Ero esausto. Mi sono sdraiato un po’, poi sono sceso qui giù, dal fruttivendolo, per comprare della frutta. Ah! Senti questa! Il fruttivendolo mi ha mostrato un gatto morto sul marciapiede e mi ha detto che è il terzo cadavere in un mese che trova proprio in linea con una delle mie finestre. Mi ha detto che cadono da sopra. Gli ho risposto che mai in vita mia ho posseduto gatti, ma non c’è stato verso di convincerlo, nemmeno quando gli ho fatto notare che sono arrivato ieri e che la casa è stata disabitata per cinque anni!

26 aprile
Sophie,
stanotte sentivo degli strani miagolii e proprio non potevo dormire. Ho fatto un giro della casa, ma non ho visto niente. Sai, pensavo a quello che mi aveva detto il fruttivendolo. Ma sì, può darsi che stessi sognando, fatto sta che ora sono di pessimo umore e non me la sento di parlarti d’altro. Della casa posso essere soddisfatto: ammirevoli le fughe di stanze, i giochi di luce, gli alti soffitti e le grandi finestre che danno sulla strada. I pavimenti sono logori, consumati dai passi; mi sono sorpreso a immaginare le persone che durante questi duecento anni l’hanno calpestato o che hanno ammirato le belle scene di storia profana ai soffitti, ormai rovinate dall’umidità.
Passo la maggior parte del mio tempo in una piccola stanza accanto all’ingresso; lì ho messo il letto, un armadio e la scrivania del nonno. Per raggiungere la cucina, che si trova dall’altra parte della casa, devo attraversare quattro enormi stanze, curvare e percorrere un lunghissimo corridoio sul quale si affacciano otto stanze che diffondono luce attraverso le porte a vetri.
Le pareti del corridoio sono ricoperte di una carta lacera in più punti che la luce, a tratti, impietosamente illumina. Mia cara Sophie, quella carta sulle pareti non è la sola stranezza della casa. Ci sono scene nei saloni che sembrano rappresentare episodi della mia vita, visi che mi ricordano vecchi amici, donne del mio passato. Per esempio c’è una scena, credo che raffiguri la generosità di Alessandro Magno, che mi ricorda quando il babbo tornava a casa dai viaggi, noi sedevamo sulle sue ginocchia e lui tirava fuori i doni uno alla volta, dicendo per ognuno che era l’ultimo. E anche la scena di Danae investita dalla pioggia d’oro: quel viso mi ricorda la mamma quando festeggiammo il tuo compleanno: lei indossava il vestito rosso, tu le dicesti che il suo viso così bello era il tuo miglior regalo, lei si illuminò di un sorriso radioso e gli occhi le si inumidirono per la commozione.
Basta Sophie, mi sto facendo prendere dai ricordi, torno a scriverti presto.

29 aprile
Sophie,
non mi crederai, sai che cosa ho scoperto? Oh, Sophie, è così strano! Continuavo a sentire quei miagolii, ormai era chiaro che non sognavo. Ho camminato per tutta la casa tendendo le orecchie: io, Sophie, mi aspettavo un gatto, solamente un gatto, forse introdottosi qui per caso.
Era dal corridoio che venivano quei suoni. Controllai ogni stanza. Non trovai nulla. Quando pensai alla carta che ricopriva quelle pareti, quando i miei occhi si soffermarono sui suoi piccoli squarci, ebbi un tuffo al cuore. Perché c’era quella carta?
Era buio, ma non potevo aspettare, dovevo vedere. Mi armai di tutto il mio coraggio e sollevai lentamente un lembo di quella carta. Niente, dietro solo un muro, un semplicissimo muro bianco. A quel punto sentii un altro suono orribile, come quello dei gatti quando litigano. Stizzito strappai ancora un lembo e poi un altro e un altro ancora finché scoprii una porta. Qualcuno aveva tolto la maniglia. Pensai di guardare dal buco della serratura ma oltre era buio pesto. Dovevo aspettare la luce del giorno. Mi rimisi a letto, sorpreso e impaurito.
L’alba mi trovò sveglio e in preda ai pensieri. Tornai davanti a quella porta, osservai dal buco della serratura e finalmente vidi qualcosa: la sagoma di alcuni gatti. Tornai a letto. Perché c’era una stanza con dei gatti? Chi li aveva messi lì? E da quanto tempo? La prima cosa che mi venne in mente era che dovevo nutrirli in qualche modo o liberarli, ma l’idea mi spaventava: ero proprio sicuro che fossero tutti gatti? Mi alzai ancora e, approfittando della migliore illuminazione, tornai a guardare. Capii subito che erano tantissimi. Coprii con lo sguardo tutto l’angolo visuale e ne vidi di molti colori e dimensioni. Sophie, ho bisogno di riposo, ti scriverò domani.

30 aprile
Ho guardato ancora, per ore. Ormai non faccio altro. Uno di loro è enorme ed è sempre circondato da altri più piccoli. Ce ne sono alcuni neri che… oh, Sophie, è orribile, improvvisamente attaccano altri gatti e li divorano. Altri sono bianchi e stanno fermi senza infastidire nessuno. Sophie, è tutto così strano: un gatto nero stava per sbranare un altro gatto e uno di quelli bianchi si è come offerto in cambio.
Sai Sophie, non li vedo mai allo stesso modo. È accaduto ieri. Grandi nuvoloni scuri correvano da occidente verso oriente spinti dal vento sibilante, brandelli di malinconia trascinati da un impulso invisibile. Mi sono guardato dentro, la mia immagine è impallidita fino a scomparire sommessamente nel ricordo lugubre di quella camera. Con sforzo ho trascinato me stesso verso quella porta e, preso da malinconia, ho osservato a lungo quegli animali mai visti, ignoti. Ho guardato dentro e mi sono come fuso a quelle creature, fino a svegliarmi coi loro occhi. Ho levato lo sguardo da quella fessura e mi sono ripreso da quella situazione assurda. Ho riguardato, i colori di quelle bestie erano più tenui, i gesti più lenti, i miagolii più sommessi.

2 maggio
Cara Sophie,
i gatti che pensavo fossero neri, hanno un colore che cambia continuamente dal nero al bianco. Non so più dirti se siano buoni o cattivi, sono a volte l’uno a volte l’altro, o forse sono entrambe le cose.
Sophie, io devo entrare in quella stanza: lo farò stasera.

2 maggio, sera
Non ce l’ho fatta, Sophie. Ho solo fatto un buco sul legno della porta, ora posso vedere di più e perfino girare la maniglia che sta dall’altra parte. C’è una finestra dentro, spalancata. Sono tanti, Sophie. Ne ho visto uno sporgersi dalla finestra e poi scomparire. Domani, Sophie, domani entrerò. Non potrebbero sopravvivere senza cibo.

8 maggio
Sophie, mia cara,
con la mano ferita non ho potuto scriverti. Qualche giorno fa sono entrato con tanto cibo e mi hanno aggredito, si aggredivano vicendevolmente: a stento sono riuscito a scappare. Il sangue mi fluiva copiosamente dalla mano destra. Uno di loro è qui con me: è buonissimo, si fa perfino accarezzare. In questi giorni li ho nutriti attraverso il buco. Con il mio cibo uno di loro sta diventando enorme, in una settimana è triplicato.

18 maggio
Sophie cara, ormai ho smesso di fare qualunque cosa. Sento che queste creature stanno diventando la mia vita. Continuo a nutrirle, non riesco a fare altrimenti. Mi piace vederle crescere, notare le differenze. Sai, ho intenzione di pulire ancora meglio lì dentro, voglio che diventi un posto meraviglioso.
C’è sempre uno di loro qui con me, oggi ho sentito il bisogno di farne dono a qualcuno, è così buono!

20 maggio
Sophie, sono seriamente preoccupato. Uno dei gatti, ormai diventato gigantesco, soltanto ieri ne ha divorati tre. Sophie, è uno spettacolo meraviglioso vederlo combattere, saltare di qua e di là con agilità straordinaria, vedere i suoi denti canini bianchi e lunghi stagliarsi nella tenue luce del pomeriggio, quando sta per addentare la preda, vederlo uccidere… Devo fare qualcosa, non voglio più sorprendermi a godere di quelle scene da colosseo. Domani troverò un modo per ucciderlo.

23 maggio
Sophie cara,
che cosa sono stato costretto a fare? Ho dovuto legare un coltello appuntito a un lungo bastone, introdurmi nella camera, difendermi dalle aggressioni, inseguirlo, lottare contro di lui. Ho impiegato un’ora per trafiggerlo, ho visto il sangue sgorgare a fiotti dalla ferita nel torace. Sophie, perché tutto questo?

24 giugno
Cara Sophie,
da un mese ormai non scrivo più. Ho avuto troppo da fare con loro. Ho dovuto nutrirli, curarli, subire i loro attacchi, ucciderli a volte, ma ormai il desiderio di liberarli è fortissimo.
Dalla mia stanzetta a margine di questa casa assurda, ho la sensazione spaventosa che si moltiplichino, che premano contro le pareti, che si sciolgano in un fluido incontenibile che trabocca, che scorre impetuoso giù nelle scale, che raggiunge la strada e trascina ogni cosa. Sogno i loro passi felpati fuori da quella porta, giù nella strada, in altri quartieri, in città ignote, in paesi mai visti. Li immagino muoversi là dove non sono mai stato, là dove non ho vissuto, là dove avrei voluto essere.
Sophie, devo aprire definitivamente quella porta.

25 giugno
Sophie,
la porta è aperta. Fra poco sarò da te, finalmente. Al mio diario mancherà questa lettera, la prima che non posso scriverti, l’ultima che riceverai.
Non so più da quanto tempo sono qui a terra: sento, ormai soltanto a tratti, la sua calda carezza sulla pelle; il cuore ha preso a battere forte, respiro con affanno; nessun movimento mi è più possibile.
Se ne vanno, se ne vanno, Sophie, se ne vanno…

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In copertina: Carl Kahler, Gli amanti di mia moglie (1891), olio su tela, 177,8 x 258,4 cm.