Cogan

Del romanzo mi piacevano i personaggi. Mentre lo adattavo mi sono reso conto che era una storia sulla crisi finanziaria, ambientata nel mondo del gioco d’azzardo e dei regolamenti di conti. I film sul crimine parlano di capitalismo, perché tutti i personaggi sono motivati dai soldi.
(Andrew Dominik)

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In realtà Andrew Dominik non ha proprio ragione, soprattutto riguardo all’ultima frase della sua dichiarazione: i personaggi, in Cogan[i], non sono tanto motivati dai soldi, quanto dalla necessità di ristabilire un dato ordine: Cogan non è stato assunto semplicemente per scoprire i colpevoli di un colpo a una bisca e ucciderli, ma per mettere le cose in chiaro, e per far sì che la gente pensi che le cose vanno in una data maniera, e comprenda che l’ingranaggio non solo funziona, ma è inattaccabile.
La cosa buffa è che Dominik, nella sua riduzione, non solo allontana ancora di più il discorso dal tema dei soldi ma addirittura ricolloca la vicenda nel 2008, in tempo di elezioni, dando al racconto di Higgins una sfumatura politica oltre che sociale.

Tra Higgins e Dominik si consuma uno di quegli incontri fortunati nei quali le idee di uno seminano e annaffiano il sentire dell’altro. Se Higgins racconta una storia diluendola in coppie di personaggi che ci parlano su, Dominik rincara la dose curando molto sia l’atto di raccontare in sé che l’azione che da questo deriva (una rapina, un pestaggio e tre esecuzioni). Il fatto è che l’azione, nel libro e nel film, è un qualcosa di meccanico, un’esplicitazione, un’affermazione ulteriore (e talvolta addirittura pleonastica) di quello che si è detto. La gestione del problema di Trattman ne è un esempio lampante: Trattman non viene ucciso perché effettivamente colpevole, ma perché in un passato caso simile ha prima mentito e poi rivelato la propria colpevolezza: le azioni di Trattman sono secondarie rispetto alle parole che si dicono su di lui, all’opinione che ci si potrebbe fare se lui rimanesse in vita, alle chiacchiere che si diffonderebbero. Che sia innocente o colpevole poco importa, è imperativo mettere a tacere quelle determinate chiacchiere che porterebbero prima a determinati pensieri e poi a determinati eventi.

Penseranno, – disse Cogan, – Trattman. L’ha fatto una volta e adesso ci risiamo. Ha fregato tutti una volta e nessuno l’ha punito, e adesso ci risiamo e gli hanno solo dato un po’ di botte.
Guarda che per poco non ci lasciava la pelle, – disse l’uomo.
Perché faceva resistenza, – disse Cogan. – È la seconda volta, dal loro punto di vista, è la seconda volta che sgarra. Ci provi la prima volta e la fai franca. Benissimo. Ci provi la seconda e ti massacrano di botte.
Ammesso che la pensino così,– disse l’uomo.
Avvocato, – disse Cogan, – dammi retta: la pensano così.
Aaah, – disse l’uomo. – A ogni modo, stavolta non ha fatto niente –
La responsabilità è sua, – disse Cogan. – L’ha già fatto e ha già raccontato una balla e ha preso in giro tutti […]. Ora ci risiamo. La responsabilità di quello che pensa la gente è sua.
(Cogan, pp. 114–15)

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Il rapporto tra quello che pensa la gente, la realtà dei fatti e la responsabilità di chi racconta questi fatti determinando quello che pensa la gente è forse l’anima di tutto il cinema di Andrew Dominik, sia nelle sue sfumature più epiche (L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford) sia in quelle più intimiste (Chopper e One More Time With Feeling[ii]), e in Cogan la cosa si fa più interessante perché a differenza delle altre opere di Dominik i personaggi non hanno un carattere approfondito. Se già nel romanzo originale Higgins punta i riflettori sul puro ingranaggio del genere trasformandolo in meccanismo sociale (racconta l’ascesa di una nuova tipologia di criminale più avida e scaltra), Dominik raddoppia la posta, eliminando le già scarsissime informazioni che abbiamo sui vari personaggi e presentandoceli solo nei tratti utili a svolgere le loro funzioni all’interno della vicenda.

Tuttavia il regista neozelandese riesce a sfuggire all’allegoria meccanica non solo grazie ai dialoghi di Higgins, ma anche a un’allure alla Malick libera però dai grandi interrogativi che caratterizzano la produzione dell’americano e più ancorata al genere.
Nel film non solo si racconta lo stato di un sistema dove vince chi impone il proprio modo di pensare (i criminali) o lo vende meglio ammantandolo di una narrazione accattivante e condivisa (i politici), ma si mostra anche come sopravvivere a questo sistema attraverso due figure emblematiche, una che fallisce (Frankie) e una che s’impone (Cogan).

Il mondo in cui viviamo è tremendo, ma il film contiene un messaggio positivo. Non comprendo il timore della violenza, perché questa fa parte della nostra cultura, basta leggere le fiabe classiche, come quelle dei fratelli Grimm, che sono necessarie per lo sviluppo dei bambini perché drammatizzano le loro preoccupazioni, insegnando loro a gestirle. È quello che fa anche il mio film, che contiene un insegnamento per cavarsela in un mondo competitivo. Se applichiamo la teoria dell’io, ego e superego, tutti i miei personaggi sono riconducibili a queste specifiche categorie. Il messaggio è di mantenere la lucidità, non nutrire il proprio ego e non indulgere nelle punizioni auto-inflitte. Se riuscirete a mettere in pratica questo consiglio, ve la caverete anche in un mondo difficile e arduo come quello del capitalismo.
(Andrew Dominik)

Sia Frankie che Cogan, per sopravvivere all’interno del loro ambiente, devono barcamenarsi tra figure autoritarie che pretendono ossequiosa obbedienza e personaggi indisciplinati fino all’autodistruzione, ed è chiaro che la riuscita nella vita si dà nel modo in cui si gestiscono tali istanze. Se Frankie fallisce nel cercare fin da subito di conciliarle (fin dalla prima scena/primo capitolo cerca di blandire sia Amato che Russell), Cogan finisce per dominare il suo ambiente esautorando l’autorità alla radice (l’Avvocato) e liberandosi di quell’edonismo cieco e vorace che appanna i sensi e la lucidità (Mitch); arriva così a coltivare un’indipendenza di pensiero e di sentimenti capace di vedere oltre la vuota retorica del racconto globale.
E ci insegna a fare altrettanto.

George V. Higgins
Cogan (1974)
trad. it. Cristiana Mennella
Torino, Einaudi, 2012
pp. 216

Andrew Dominik
Cogan – Killing Them Softly (USA 2012)
Durata 97 min.



[i]       Userò il titolo italiano del libro Cogan per riferirmi sia al libro che al film. Il motivo di questa scelta è che considero Cogan una filosofia di vita seminata da Higgins e sviluppata da Dominik. La forza di Cogan sta infatti nella sua profondissima coerenza interna a livello non solo drammaturgico, ma anche filosofico ed estetico.

[ii]      One More Time With Feeling è un film particolare, che serpeggia tra il documentario, il videoclip, l’omaggio, l’atto di difesa. Nata come presentazione dell’album di Nick Cave Skeleton Tree per le conferenze stampa in modo da evitare domande riguardo al lutto del cantante (che ha perso il figlio), l’opera di Dominik diventa presto una delle più commoventi riflessioni sul rapporto tra racconto pubblico e vita privata, che trascende l’album in questione, il dolore, l’elaborazione dello stesso e la creazione artistica, rivelandosi forse la riflessione più radicale, se non addirittura definitiva, del regista sul tema della narrazione.

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