Iggy Pop va alla montagna

Los Angeles (Kill City), CA.

Ancora poche ore e per James, Iggy per gli amici, tutto sarebbe finito per il meglio. Dopo una vita passata tra lavori di fatica e interi cargo di prodotti chimici, ecco il colpo della vita: una colossale rapina alla Jungle Soft Inc. con l’ex baby-gang dei Take That, ricostituitasi per l’occasione in una jam session criminale.
La ditta fabbricava microprocessori per bomboniere e impiegava solo immigrati clandestini messicani. Di lì la necessità di pagare le maestranze in contanti e senza tanti convenevoli. E quello era proprio il giorno di paga. Soldi, dinero, money!
Erano le 12,45 del ventotto agosto, Iggy aspettava nervosamente al sedile di una Subaru color melanzana presa in prestito al parcheggio Lennon dell’aeroporto.
Era fermo vicino all’ingresso secondario della ditta, incurante del caldo (chissà come diavolo funzionava il condizionatore) e dell’esplicito cartello di divieto: NO PARKING AQUI.
Mentre si sistemava due o tre cuscini sul sedile per poter meglio arrivare al volante, la radio stava gracchiando una stupida nenia, roba tipo Certe ragazze son più grosse di altre eh eh. Ma il tempo scorreva lento e implacabile e Iggy cominciò a temere che qualcosa non stesse funzionando a puntino là dentro. Mentre riattaccava il solito dolorino al fianco destro che lo infastidiva da giorni, una voce nella testa continuava a ripetergli che aveva fatto un gigantesco errore a mettersi con quegli ex sbarbatelli dei TT, lui, il veterano pelleossa stremato da decenni di implacabile nightclubbing.
Dall’interno risuonarono alcuni spari, nitidi e spietati, mentre le sirene d’allarme cominciarono a ululare, e Robbie Williams, il più bollito della ricercata gang, arrivò arrancando, piombando sul sedile posteriore dell’auto, inondandolo di sangue, sudore e banconote contenute in una sacca sportiva Invicta Bombing Bombay.
Gli altri ex ragazzotti della gang, Mark Owen in testa, uscirono subito dopo dal portone vetrato e, come d’accordo, continuarono a piedi mescolandosi tra la folla, firmando autografi a sei, sette attempate quarantenni in minigonna e piercing ombelicale.
Iggy partì a nastro verso la periferia lungo il Dead Kennedys Drive. L’incontro per la spartizione del bottino sarebbe avvenuto quella sera stessa a Monterey Pop, nel vecchio hangar della Crosby Stills & Co.
Mentre l’auto stava viaggiando ormai in aperta campagna, senza sbirri alle costole, Robbie Williams era intanto passato a miglior vita, dopo una serie interminabile di singhiozzi e lamenti, forse la sua migliore interpretazione di sempre.
Era sdraiato a faccia in giù, i coprisedili pervinca irrimediabilmente deturpati da due galloni di sanguinaccio umano. Quel bullo probabilmente non aveva neppure avvisato i compari  di essere stato ferito.
Iggy si fermò sul cavalcavia sopra la Route 66 a contare le banconote. Tante, tantissime. Un miracolo, se si pensa al dominio incontrastato di quelle fuckin’ credit card plastificate; ma quelle erano le paghe della Jungle Soft: ce lo vedete un clandestino con l’Afroamerican Express?
Era tempo di agire. Con due o tre calci gettò nel vuoto quella schifezza che era diventato Robbie, appena in tempo per centrare in pieno il lunotto di un pullman di adepti di Scientology, di ritorno da un concerto dei Megadeth. La frenata e lo schianto successivo furono da paura ma Iggy, noncurante, tastandosi il fianco, il solito dolorino, si diresse decisamente verso le montagne.
Ma sì, al diavolo i suoi improvvisati compari e via col bottino, soldi veri, da spendersi di lì a qualche mese, passata la tempesta, nei locali out dell’ovest. With the liquor and drugs, and the flesh machine…
Prima però avrebbe dovuto starsene un bel po’ nascosto sul Tetto del Mondo per sfuggire a:

  1. la polizia o, più probabilmente, gli Hell Angels della Jungle Soft;
  2. il resto della gang, quegli scoppiati;
  3. le archeofans di Robbie Williams.

Una volta affogata l’auto nella palude, Iggy iniziò a inerpicarsi su per la montagna, sacca in spalla e stivaletti di pitone ai piedi, ma le fitte al fianco destro cominciarono nuovamente a farsi sentire. Questo non gli impedì di ringraziare mentalmente il suo vecchio, Boy George Michael Jackson Browne Osterberg, fanatico alpinista rocciatore che, ossessionato dalla paura di un cataclisma nucleare, aveva costruito un rifugio quasi inaccessibile sulle Prince Mountains. Il Tetto del Mondo, lo chiamava lui, una specie di eremo spoglio dotato di provviste fino al 2030. Intere casse di banane disidratate, Heinz tomato ketchup e ginger ale lo aspettavano.
Dopo due giorni di maledetto e sgraziato trekking, Iggy raggiunse finalmente il rifugio, entrò e si sedette con un accenno di sorriso, che subito si tramutò in una smorfia di dolore lancinante. Cominciò a rotolarsi febbricitante sul pavimento, premendosi inutilmente il fianco destro, e tutto cominciò a vorticare intorno a lui. Le applique a muro vibravano come caracas, le pareti ondeggiavano al ritmo di un mambo sfrenato.
Sudato e dolorante assistette in delirio a sfuocati spezzoni del film d’essai che era stata la sua vita: zotzot… Jimmyyyy! porta via quell’iguana dalla vasca da bagno… zotzot… Te li restituisco appena posso, David… zotzot… Dovrebbe curarsi quella benedetta appendice, Mr Osterberg, se non vuole che degeneri in peritonite.

***

NB: il racconto è stato già pubblicato in una versione leggermente diversa in «ComicArt», n. 34, giugno 1987, con il titolo Le avventure di Iggy Pop.

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