F. Kafka – Lettere a Milena, p10

[Merano, 30 maggio 1920]

 Come procede[1], Milena, la sua conoscenza dell’essere umano? Ogni tanto nutro dei dubbi in proposito, per esempio quando lei mi ha scritto di Werfel[2], d’accordo, era anche l’amore a parlare e forse solo amore, ma certo fraintendibile, e se si prescinde da tutto ciò che è Werfel e si rimane solo col rimprovero della sua grassezza (rimprovero che mi sembra oltretutto ingiustificato, per me Werfel diventa ogni anno più bello e più amabile, ma lo vedo solo di sfuggita), non sa forse che solo i grassi sono degni di fiducia? Solo in questi recipienti dalle forti pareti tutto viene cucinato a puntino, soltanto questi capitalisti dello spazio aereo sono, per quanto è possibile agli uomini, protetti da preoccupazioni e follie e possono occuparsi tranquillamente del loro compito e, come disse uno una volta, essi sono i soli utilizzabili come autentici cittadini terrestri su tutta la terra perché al nord riscaldano e al sud danno ombra. (Si può anche invertire la cosa, ma non è vera.) […][3]
Veniamo al giudaismo. Lei mi chiede se sono ebreo, forse è solo uno scherzo, forse mi domanda se appartengo a quel giudaismo pauroso, ma in ogni caso, essendo di Praga, lei non può essere a tal proposito ingenua come Mathilde, la moglie di Heine. (Forse lei non ha presente l’aneddoto. Ho come l’impressione di doverle raccontare qualcosa di più importante, e in qualche modo mi faccio del male in modo disperato, non per la storia ma per il raccontarla, eppure ogni tanto è giusto che lei senta da me qualcosa di carino. Meißner, un poeta tedesco-boemo, non un ebreo, lo racconta nei suoi ricordi. Mathilde lo faceva arrabbiare sempre con le sue uscite contro i tedeschi: e i tedeschi sono maligni, scherzano troppo, vogliono avere sempre ragione, sono pedanti, invadenti, un popolo insopportabile, detto brevemente. «Lei non conosce affatto i tedeschi», disse poi finalmente Meißner. «Henry ha rapporti solo con giornalisti tedeschi, e quelli qui a Parigi sono tutti ebrei.» «Ah», disse Mathilde, «lei esagera, ci sarà sì e no un ebreo tra loro, ad esempio Seiffert.» «No», disse Meißner, «quello è l’unico che non è ebreo.» «Come?», chiese Mathilde. «Jeitteles, per esempio (era un uomo forte e biondo) sarebbe ebreo?» «Assolutamente», rispose Meißner. «Ma Bamberger?» «Pure.» «E Armstein?» «Pure.» E andò così per tutta la gente che conosceva. Alla fine Mathilde si arrabbiò e disse: «Lei vuole solo prendermi in giro, alla fine arriverà a sostenere che anche Kohn sia un cognome tedesco, ma Kohn è cugino di Henry e Henry è luterano.» Meißner non aveva nulla da obiettare a questo.) Comunque, lei non sembra avere alcuna paura del giudaismo. Riferito all’ultimo o penultimo giudaismo delle nostre città, è qualcosa di eroico, e – scherzi a parte – se una ragazza per bene dice ai propri parenti: «Lasciatemi andare!» e se ne va, è qualcosa di più di quando la pulzella di Orleans se ne andò dal suo paese.
Lei può anche rimproverare agli ebrei la loro particolare paura, ma un tale rimprovero generale contiene conoscenza dell’umano più a livello teorico che a livello pratico, innanzitutto perché il rimprovero, stando alla sua precedente descrizione, non riguarda per niente suo marito; in secondo luogo, data la mia esperienza, non riguarda neppure la maggior parte degli ebrei e, terzo, riguarda solo casi isolati, ma questi in modo molto forte, ad esempio me. La cosa più strana è che, in generale, il rimprovero non calza. La posizione incerta degli ebrei, incerta in sé, incerta tra gli uomini, renderebbe soprattutto comprensibile che essi possano solo credere di possedere ciò che stringono nella mano o tra i denti, che inoltre solo il possesso evidente dia loro diritto alla vita e che non riconquisteranno mai più ciò che hanno perduto, poiché ciò si allontana da loro, sempre più beatamente. Pericoli minacciano gli ebrei dai lati più improbabili o, per essere più precisi, lasciamo perdere i pericoli e diciamo: «minacce li minacciano». Un esempio che la riguarda da vicino. Forse ho promesso di non parlarne (in un periodo in cui ancora la conoscevo appena) ma non ho alcuna remora nei suoi confronti se gliene parlo perché non dice nulla di nuovo, le dimostra soltanto l’amore dei parenti, e nomi e dettagli non glieli dico, perché non li so più. La mia sorella più piccola[4] deve sposare un ceco, un cristiano, costui una volta parlò della sua intenzione di sposare un’ebrea con una sua parente, e lei disse: «Questo no! Nessun legame con ebrei! Ascolti: la nostra Milena ecc.»
Dove volevo portarla con tutti questi discorsi? Mi sono perso un po’ ma non fa niente, perché forse lei mi ha seguito e adesso siamo persi entrambi. A dire il vero, questo è il bello della sua traduzione, che essa è fedele (mi rimproveri solo per il «fedele», lei può fare tutto ma sgridare è ciò che le riesce meglio, vorrei essere un suo scolaro e fare sempre errori solo per poter essere sgridato in continuazione da lei; si sta seduti sul banco, a malapena si osa alzare lo sguardo, lei si china su uno e il suo dito indice continua a muoversi in alto, il dito con cui lei fa le sue spiegazioni, no?), dicevo, che è «fedele» e che io ho come la sensazione di guidarla, mano nella mano, dietro di me, lungo i passaggi sotterranei, bui, bassi e brutti della storia, quasi all’infinito (per questo le frasi sono infinite, non lo ha capito?), quasi all’infinito (solo due mesi, dice?), per poi avere, si spera, all’uscita, sotto la luce del sole in pieno giorno, l’intelligenza di sparire.
Mi ammonisco a interrompere per oggi, a liberare la mano che porta felicità. Domani le scrivo di nuovo e spiegherò perché io, per quanto possa garantire, non verrò a Vienna e non mi sarò calmato prima che lei dica: ha ragione.

Suo F

Per favore mi scriva il suo indirizzo in modo un po’ più chiaro, se la sua lettera è già nella busta allora è già quasi di mia proprietà e lei deve trattare le proprietà altrui con più cura, con più senso di responsabilità. Tak[5]. Inoltre ho anche l’impressione, che non posso determinare più accuratamente, che una mia lettera sia andata perduta. La paura degli ebrei! Invece di aver paura che le lettere siano tutte ben arrivate!
Adesso dirò un’altra cosa stupida a tal proposito, cioè è stupido che io dica qualcosa che ritengo corretto senza considerare se mi danneggi. E poi Milena parla ancora di paura, mi dà un colpo sul petto o mi chiede una cosa che in ceco è uguale per movimento e suono: jste žid?[6] Non vede come in «jste» il pugno si ritira per […][7] raccogliere tutta la forza muscolare? E poi in «žid» il colpo gioioso, infallibile, che vola in avanti? Per l’orecchio tedesco la lingua ceca ha spesso questi effetti collaterali. Per esempio, una volta lei ha chiesto come mai facessi dipendere da una lettera il mio soggiorno qui e ha anche risposto: nechápu[8].* Una parola estranea al ceco e soprattutto al suo linguaggio, così severa, distaccata, gelida, avara e col suono di uno schiaccianoci, le mascelle scrocchiano tre volte, o meglio: la prima sillaba fa un tentativo di prendere la noce, non ci riesce, allora la seconda sillaba spalanca la bocca bella grande, adesso la noce ci entra e la terza sillaba finalmente schiaccia, non li sente i denti? Specialmente questo chiudersi definitivo delle labbra vieta all’altro ogni altra spiegazione contraria, il che a volte è giusto, ad esempio quando l’altro chiacchiera come faccio io adesso. Al che il chiacchierone, chiedendo perdono, dice: «Si chiacchiera solo quando si è un po’ felici.»
Tuttavia, oggi non è arrivata alcuna sua lettera. E ciò che volevo dire in conclusione, non l’ho ancora detto. La prossima volta. Volentieri, volentieri avrei sue notizie anche domani, le ultime parole che ho udito da lei, prima dello sbattere della porta (tutte le porte che sbattono sono ripugnanti) erano spaventose.

Suo F

* È possibile che le tre sillabe significhino anche i tre movimenti degli apostoli sull’orologio praghese. Arrivo, svelamento e dipartita offesa.



[1] Tradotto da F. Kafka, Briefe an Milena, erweiterte und neu geordnete Ausgabe, herausgegeben von Jürgen Born und Michael Müller, Frankfurt am Main: Fischer Taschenbuch Verlag, 2015¹⁵.

[2] Lo scrittore Franz Werfel (1890-1945), che all’epoca si trovava a Vienna. A Praga aveva già stretto amicizia con Ernst Pollak e, di tanto in tanto, Milena traduceva delle sue prose in ceco.

[3] Circa 40 parole sono state rese illeggibili.

[4] Ottilie, detta Ottla (1892-1944), si sposò tre mesi dopo circa, il 15 luglio 1920, nonostante i dubbi dei suoi genitori e parenti, col dottor Josef David (1891-1962), ceco e cattolico. Solo suo fratello Franz era d’accordo con questa unione.

[5] Dunque.

[6]Lei è ebreo?

[7]Una parola è resa illeggibile.

[8]Non capisco.

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