Il beccamorto

È così che si scende gioiosamente
Il fiume della vita!

 

Se mi trovassi a conversare del nostro eroe al Jardin des Plantes o sotto le volte della Sorbona, lo sviscererei in tutte le accezioni, lo ramificherei all’infinito, ne formerei mille combinazioni, e delle più ingegnose; ma qui, dove noi non incassiamo stipendi reali per intorbidire la trasparenza del nostro soggetto, dirò semplicemente che esistono, al più, da investigare tre specie di beccamorti effettivamente distinte: il beccamorto municipale, il beccamorto supplente e il beccamorto di ventura.

Il beccamorto municipale (se ne contano quarantotto di questa prima specie, ossia quattro per distretto), sebbene arruolato sotto l’insegna dell’autorità municipale, è mantenuto dall’azienda delle Pompe e Servizi funebri, o se più vi piace, e per servirmi di un motto popolare, adora governare a spese della principessa  I suoi onorari si aggirano intorno ai mille franchi all’anno. ‒ Mille franchi, mi si dirà, è veramente poco! È presto bevuto! ‒ Questo, ohimè! è fin troppo vero, ma anche il campo più arido, quando si ha cura di praticarci abilmente dei rivoli, diviene ben presto una terra feconda; e il beccamorto è così esperto nel richiamare sulla sua fronte la dolce rugiada della bustarella e della mancia, che trasformerebbe una pietra pomice in spugna, trarrebbe Malvasia dalla botte di Diogene.

Quanto al beccamorto supplente (dodici o quindici individui partecipano a tale seconda specie), non distinguendosi granché, se non per qualche tratto, dal suo compare comunale, non glorifica alcun particolare aspetto dell’impresa delle Pompe funebri. Schiavo ugualmente dei suoi doveri di bevitore, si piazza allo stesso rango per assorbimento di liquidi. Se uno spirito cupo, con l’aria maligna e l’occhio socchiuso di un sileno, balbettando più di gambe che di labbra, si azzarda a fargli la morale sull’eccesso delle sue consumazioni, risponde giovialmente: «Dacché siamo alle Pompe, come volete che non si pompi». Il suo lavoro è così ignominioso e la sua posizione a tal punto precaria; non crediate tuttavia che questo amabile funzionario appassisca in ogni occasione così rapidamente come la bellezza o la rosa. Molti invecchiano nel mestiere. Calcolavamo l’altro giorno che circa quarantanovemila anime gli erano già passate per le mani!

Non appena il lucore giunge a rischiarare le nostre colline, il beccamorto saluta gioiosamente l’aurora, grida tre volte gloria a Bacco e dopo innumerevoli salve di acquavite e abbondanti libagioni, consumate lungo la strada, penetra presto nel seno di qualche famiglia immersa nel cordoglio dove, con la compunzione di un pellettiere intento nel tagliare dei finimenti su un asino, misura non tanto l’incommensurabile perdita appena patita dalla patria, quanto la lunghezza e lo spessore del defunto. Una giovane ragazza, bella e sognatrice, ornata delle più dolci attrattive, Ofelia, se volete, spentasi raccogliendo fiori, non è per lui, a conti fatti, che un cinque piedi su quindici pollici. Nella cortigiana adiposa, ingrassata nell’indolenza, nell’uomo in declino, il cui ventre è ormai una palla di neve; nel finanziere traboccante come le sue bisacce non vede, in tutto e per tutto, che un metro cubo, otto lati ‒ Otto lati? Ovvero per alloggiare le persone obese si aggiungono per sovrappiù quattro lunghezze di legno; e invece dell’abito a quattro assi come a M. De la Palisse, si confeziona loro un ottagono.

Il beccamorto crede poco al cordoglio e ancor meno al lutto, ma lustra l’uno e l’altro; diffida di buon grado dei rimpianti, ma li corteggia. Sa fin troppo bene quanto sia redditizio sacrificare ai falsi dèi senza partecipare alla malinconia degli eredi. ‒ Un po’ di riguardo raddoppia la sua gratifica. ‒ Mio dio! Ha tanta compiacenza nell’animo che, nonostante le vostre lagnanze, verserà lacrime; per dieci soldi in più, si addolorerà! ‒ Come una tenutaria all’avvicinarsi della sua festa, come un portiere nel mese di dicembre, è di una gentilezza che incanta, di una amabilità che rapisce! ‒ Non lo si può perdere mentre suona il campanello con modestia, ‒ mentre parla a mezza voce, ‒ mentre finge di supporre un grande scoramento, ‒ mentre attraversa l’appartamento con mistero, a mala pena risuonano le sue pesanti scarpe; ‒ mentre si sforza    si fa per dire – di nascondere sotto un piccolo lembo del suo vestito l’enorme bière[1] che porta con sé! ‒ Poi, non appena il trapassato è fatto scivolare morbidamente nel fodero, bisogna seguirlo nel sedersi e, se l’oggetto è giovane, adagiarlo amorevolmente sulle ginocchia; se è in età avanzata, chiedere di poterlo stendere sull’ottomana ‒ «Sul pavimento», afferma, «emetterebbe un così sgradevole suono». Traendo dalla sua sacca, e concedetemi ora l’iperbole, chiodi di cotone e un martello per così dire imbottito. Osservatelo nel fissare dolcemente il coperchio senza che un solo colpo risuoni e vada a riecheggiare nel cuore, che si ritiene addolorato, dei congiunti riuniti nella stanza vicina.

Bacco è un dio colmo di tirannia! Confisca a suo profitto lo spirito di quelli che si fanno suoi servitori; così che la loro povera bestia, secondo l’affascinante espressione di M. Xavier de Maistre, privata delle sue guide, lasciata a se stessa, si muove come può, e spesso irregolarmente. Così il beccamorto, immerso senza posa nelle digestioni più profonde, è lontano dall’avere gambe e memoria sempre presenti. Come l’astrologo della fiaba, non nota sempre i pozzi che affiorano ai suoi passi ed è facilmente soggetto a prendere fischi per fiaschi. ‒ Siete piacevolmente intenti a fumare con amici e aspettate qualche bibita rinfrescante. «Pum, pum!». Si bussa alla vostra porta. «Chi è là?» ‒ «Sono io, signore, che vi portò la vostra bière». ‒ «È bianca?» ‒ «Si signore» ‒ «Bene: posatela nell’anticamera e tornate domani a chiedere i vuoti» ‒. L’uomo obbedisce e si ritira. Ma qual è la vostra sorpresa, quando, precipitandovi sui suoi passi, vi trovate naso a naso con un’orribile cassa!

Tutto questo ricorda un po’ l’aneddoto di quell’Inglese che, confondendo omonimi con sinonimi, e volendosi rinfrescare, strillava in un café: «Célibataire, portatemi una bottiglia di cercueil[2]».

Come si sbaglia di porta, il beccamorto si sbaglierà di misura. Consegnerà la bière di  Filippo il Lungo a Pipino il Breve, quella di Kléber a Pollicino.‒ Un lembo del suo abito s’impiglierà sotto il coperchio e lo inchioderà con il morto, e quando vorrà allontanarsi, l’estinto lo trascinerà per la falda. ‒ Talvolta il coraggio gli sfuggirà come un clavicembalo sfugge a portatori maldestri, gli passerà sul corpo e se ne andrà a rotolare per le scale, di gradino in gradino, fino alla porta della cantina. ‒ Al cimitero sarà talmente emozionato che il piede gli mancherà, che il suo groppone lo trascinerà con sé la testa, che cadrà nel fondo della fossa con la bara; ‒ similmente in Malabar si vede una vedova scagliarsi sulla pira funeraria del suo sposo! ‒ e occorrerà che degli ingegneri vengano a recuperarlo come Dufave.

I poveri piccoli bambini scomparsi sulla soglia della vita e che Dio, nella sua misericordia, richiama a sé prima che si immergano nel fango e nella melma di questo mondo, non hanno come noi altri adulti lo sfolgorante vantaggio di andarsene su un carro funebre. Semplicemente sotto la protezione di un modesta e minuta lettiga vengono condotti a piedi attraverso la città per riguadagnare i quartieri celesti. Tuttavia, poiché raramente qualcuno accompagna questi cari piccoli eletti, niente affretta i becchini che li portano, ed essi possono abbandonarsi senza riserve a tutta l’esuberanza della loro sete. Ad ogni ristorante e a ogni taverna si fa sosta. Occorre rinfrescarsi bene, la strada è così lunga, l’opera così seccante!, e le tappe diventano così frequenti che i nostri pellegrini si lasciano sorprendere dalla notte nel mezzo del loro cammino; o in un’altra occasione si incontreranno degli amici e ci si perderà nel loro seno, nel seno dell’amicizia! ‒ e domani o dopodomani, quando la povera madre verrà a deporre una corona sulla tomba del proprio bambino, troverà la fossa ancora vuota! ‒ Asciuga le lacrime, sventurata donna, va’ madre diletta! l’amato oggetto del tuo dolore non è andato smarrito, è presso il vinaio all’angolo, nel retro bottega!

Non contento di essere necroforo e sacerdote del figlio di Semele, come un merciaio di campagna che vende zoccoli, cantici spirituali e avena, il becchino si abbandona di buon grado all’accumulo, tutto ciò solo per diletto poiché, non dimentichiamolo neppure per un solo istante, la sua unica professione ufficiale è quella di bere! Lo si vede quindi spesso, atteggiandosi a gentiluomo, abitare non una casa, ma una bottega di piacere dove, a tempo perso, si abbandona ai piaceri del negozio, mi riferisco all’amabile fantasia di scambiare il denaro derivato dalle sue attività con sfogliatine di mele o di Strasburgo, con succo di liquirizia o succo di vite. Spesso anche Madame coltiva, a suo modo, qualche arte di diletto e, a seconda di dove la porti la sua inclinazione, castra uomini sul ponte della Tournelle o va a cogliere erbette per gli uccellini nel verde prato. ‒ Ho detto madame perché il becchino sente molto presto l’esigenza di trovare a casa una governante che lo spogli e lo metta a letto al suo rientro.

Se vogliamo prestare fede all’indiscrezione di un’incantevole canzonetta di Béranger, mio buon amico e dolce maestro: non è sempre così facile invischiarsi nelle reti dell’imeneo. Ohimè! La nave dei suoi amori si incagliò più volte sulle sponde di Citera! E del resto non può che essere perdonato, poiché, impregnato senza sosta di miasmi putridi ed effluvi alcolici, il nostro galante ha effettivamente contro di lui due fragranze assai perniciose al naso di una bella.

Dal momento che le funzioni del becchino municipale sono ereditarie e alienabili, può scegliere il suo successore e nominare chi gli sopravvive nella carica. Se muore senza testamento la moglie affitta o dà il suo posto vacante a chi ritiene più meritevole.  A volte poi, preferendo il tributo in natura al canone in contanti, getta uno sguardo favorevole sull’oggetto delle sue affezioni extraconiugali (l’onore della casa del becchino non è quasi mai dei più rispettati), e il cicisbeo, indossando contemporaneamente sia la livrea funebre che la sconsolata vedova, passa d’un sol balzo dentro l’alcova adultera e dentro l’incarico.

Forse, o mio Dio! non ho glorificato il mio eroe a sufficienza, non ho abbastanza nascosto le sue debolezze! ma è così buono, ma è di una natura così umana che come Jean-Jacques [Rousseau, ndt], malgrado i suoi difetti, forse proprio per i suoi difetti, non si saprebbe difendersi dall’amarlo. Mio Dio! lo stesso sole non è forse soggetto a eclissi e non presenta alcune fosche macchie! Chi fra di noi non ha i suoi momenti di cedevolezza e di smarrimento? Personaggi eccellenti si sono sottomessi alla bottiglia! Il sultano Mahmoud, proprio in questi giorni disceso nella tomba, non ha forse governato a lungo e gloriosamente la Turchia pieno di sagge intenzioni e forti liquori! ‒ Bassompierre beveva persino dai suoi stivali! ‒ E Lucio Pisone che conquistò la Tracia, e Cossio, il consigliere di Tiberio, erano così schiavi del vino che spesso fu necessario trascinarli via dal senato.

Vi aspettavate senza dubbio un dipinto fosco e sinistro, ma niente affatto, è un fresco pastello rosa che vi disegno! Contavate sui pianti; e dappertutto sui vostri passi non incontrate che ebbrezza! Tutto ciò vi stupisce, e tuttavia, se ci ragionate un po’ sopra, è del tutto evidente. La contemplazione della nullità delle faccende e delle grandezze umane porta immancabilmente alla spensieratezza e alla frivolezza. ‒ Quando ogni giorno si commercia in morte e del suo corredo, si ha presto pietà per gli uomini e la terra. ‒ Si sente che la vita è breve, la si vuole riempire. ‒ Prima di essere divorati, ci si vuole nutrire. ‒ Prima di essere bevuti, si vuole bere. ‒ E necessariamente si diventa anacreontici e libertini. ‒ Bayard non avrebbe resistito quindici giorni alle Pompe senza diventare un frivolo; e lo stesso Napoleone, se fosse stato per solo tre giorni becchino, non avrebbe portato lo scettro del mondo ma il batacchio di Arlecchino. ‒ Scherzi e contraddizioni a parte, se l’antica gaiezza francese con il suo grosso pancione e i suoi piccoli zufoli fiorisce ancora in qualche angolo del mondo, credetemi, vi dico la verità, è certamente alle Pompe funebri. ‒ Proprio là i palchi farseschi di Tabarin sono ancora sequestrati. ‒ Solo là Momò agita ancora i suoi sonagli. Così i “signori del monopolio” (poiché dopo il decreto dell’anno XII i morti sono diventati monopolio come i tabacchi), che voi immaginate immersi nella tristezza e ricolmi di epitaffi su Dio e sull’onore, sono al contrario dei buoni e gioiosi compagnoni, dei sinceri buontemponi, che prendono tutto per il giusto verso e conducono con coraggio la vita! Sono tutti più o meno degli amabili chansonniers, sono tutti o quasi degli adorabili vaudevillistes! Hanno così contemporaneamente il doppio monopolio del viale e del Palais-Royal, della fiera e delle catacombe. E quando la sera ci fanno morire dal ridere, l’indomani ci fanno seppellire.

A sinistra, entrando nel cortile, non lontano dagli edifici governativi, esiste, come in un romanzo di Mrs. Radcliffe, una sala ampia e misteriosa, inaccessibile a tutti i profani e che prende il nome, credo, di sala del consiglio. È qui, in questo rifugio segreto, che i signori del monopolio si incontrano gioiosamente tutti i giovedì, non so con quale vano pretesto, e, intenti a fumare Havana, si dilettano a comporre, nell’abbandono più voluttuoso, attraverso una raffica di lazzi e frecciatine, le loro  amabili opere, i loro pungenti ritornelli e i loro dolci zufoli. ‒ Da ormai dieci anni Bobèche non ha proferito parola, Turlupin non ha recitato parata, che non siano partite da questo ultimo asilo della musa di Piis e di Barré, di Panard e di Sedaine. ‒ È esattamente là l’unica sorgente dove oggi la scena si abbevera e si alimenta. ‒ È là, direbbe Odry, l’imboccatura della scena. Fanfare e scappatelle, tutto là si compie.

Così nei giorni della prima rappresentazione, passate le cinque, non c’è più un gatto alle Pompe, non c’è anima viva ai cimiteri. Siete Giove in persona, o M. di Montalivet: ciononostante non vi seppelliranno. ‒ Tutti, fossaioli, cocchieri, becchini, proprio tutti, dall’ultimo palafreniere fino al capo-carrozza, dal portinaio al magazziniere, tutti in grande tenuta sono riuniti sotto il lustro insieme ai Romani della platea. ‒ E Dio solo conosce l’entusiasmo che li possiede e gli allori immortali che assicurano ai loro padroni!

Tutto ciò vi sembra forse esorbitante, madornale, colossale, elefantiaco! Non so! E non riuscite  a risolvervi a credere senza ombra di dubbio che il Vaudeville e le Pompe Funebri siano due realtà così perfettamente legate, che esse si abbeverino dalla stessa tazza e mangino dalla stessa ciotola. Vi occorrono prove?

Uno dei miei più cari amici, distintosi in modo straordinario nel dramma, aveva affidato qualche tempo fa un giovane fanciullo alle cure di una nutrice in periferia. Ogni volta che questo fortunato giovane recava visita al suo rampollo, mai il marito della nutrice mancava di dirgli: (spero che tutto ciò sia autentico e limpido) «Signore, voi che siete del teatro e conoscete  questi signori, intercedete dunque affinché vi metta piede». Prestando poca attenzione a ciò che l’ometto borbottava, e d’altronde ignorando quale fosse la sua professione, il mio amico non afferrava nulla di tale richiesta. Finalmente, un giorno che questo buffo postulante riprendeva la sua eterna supplica: «È che, vedete, signore, quando non si è titolare, con rispetto parlando, non si hanno che morti scadenti. Quando muore un morto di tutto rispetto, senza volere offendervi, questi vi passa davanti al naso!…». ‒ Spazientito da tale ossessione «Chi siete dunque?» gli disse bruscamente «siete quindi un beccamorto?». ‒ Era in effetti proprio quello il mestiere del buonuomo; il mio amico aveva colpito nel segno, ma l’altro ne rimase crudelmente offeso! «Io, beccamorto?» ripeteva «no, signore, non sono un beccamorto. Dopo l’anno dodici, signore, non vi sono più di tali orrori! Sono, signore, trasportatore funebre di defunti presso l’impresa generale». ‒ Tutto questo ci dimostra, caro lettore, quanto sia rischioso confondere il ramo primogenito con il ramo cadetto, e soprattutto chiamare gendarmi le guardie municipali.

Per liberarsi da questo seccatore troppo permaloso, il nostro giovane drammaturgo scrisse immediatamente alla commissione degli autori: già il giorno successivo ebbe la soddisfazione di apprendere che il suo protetto, sotto la sua onorabile raccomandazione, aveva appena ricevuto la sua nomina ed era diventato ex abrupto beccamorto, ufficialmente e a pieno titolo.

L’ometto aveva tutte le ragioni per insorgere; beccamorto, non è altro che un soprannome; e se mai avevate qualcosa da chiarire con le Pompe, guardatevi bene dall’utilizzare questo termine meschino, vi inimichereste qualcuno procurandovi certe questioni di onore.

Un giorno domandavo a un beccamorto perché era stato loro attribuito questo strano nomignolo, come fosse un titolo. «Questo…» mi disse con un sorriso di soddisfazione (il beccamorto è per natura assai spiritoso) «…perché il volgo sostiene che pasteggiamo con i cadaveri».

Così come per il beccamorto, come abbiamo appena visto, esistono per l’amministrazione dei validi e scadenti morti, tempi buoni e morte stagioni. Le morte stagioni tuttavia non sono quelle dove si muore, ma quelle dove non si muore o perlomeno dove non si muore molto. Un amabile tempo è quando i morti erompono; non esageratamente tuttavia. Quando i morti si danno con troppo entusiasmo, tutto ciò diventa disastroso. Il colera fu un’epoca deprecabile; troppo era il lavoro per farlo al meglio: ogni grappolo non poteva andare sotto il torchio; si sotterrava in gran fretta e senza sfarzo; l’azienda scarseggiava in manifesti e carri; si ammucchiavano i morti su carriole, si portavano via come rottami su carrette piene. ‒ Ma l’influenza di due anni fa, finalmente, fu un periodo d’oro! Tanto che il beccamorto non ne parla mai senza una lacrima di commozione.

Non appena un’amabile recrudescenza si fa sentire, non appena il cielo, nella sua benevolenza, invia la più capricciosa mortalità, gli impiegati e i ventiquattro cavalli del servizio ordinario divengono ben presto insufficienti: proprio allora il beccamorto e il cocchiere di ventura appaiono all’orizzonte.

Il beccamorto di ventura  viene reclutato tra tutti i portinai d’intorno e i lustrascarpe che si trovano per le mani. Ma talvolta la penuria è così grande (Dio vi guardi in tal caso dal passare nel sobborgo!), da essere fermati mentre passate. «Volete guadagnare trenta soldi?» vi viene detto, e senza aspettare oltre siete trascinati, per amore o per forza, costretti, come si costringe in un incendio a comporre una catena umana, a indossare il frac funerario. Ogni corteggio allora forma una deliziosa buffonata! C’è da scoppiare dal ridere! Impossibile trattenersi! Si prendono nei magazzini i primi stracci che si trovano. A un piccolo ed emaciato uomo spettano un pastrano gigantesco e un pantalone che gli arriverà fino alle spalle, mentre un erculeo facchino indosserà un abito che scambiereste per la sua cravatta. ‒ Si racconta che Monsieur Bulwer fu un giorno così adescato (pensando di obbedire alla legge del paese l’onorabile turista lasciò fare), e che Miss Troloppe, intravedendolo dietro un carro funebre con una foggia nel vestire delle più grottesche, lo trovò così buffone, così comical così whimsical[3] che l’amabile avventuriera svenne dalla gioia e cadde dalla sua Altezza all’indietro. ‒ Con ogni traino supplementare, l’affitta cavalli fornisce un mozzo di stalla; lo si veste bizzarramente da cocchiere e, credetemi!, non è il meno buffo! Immaginate il portamento spigliato di questi furboni impelagati in alti stivali con ginocchiera, in enormi casacche alla francese, e immaginate il loro grosso muso da pulcinella coperto da un cappello aquilino, all’angolo del quale pendono tristemente come una crêpe le ultime tracce di un cencio.

I cocchieri effettivi dei carri funebri sono generalmente di una essenza più eterea rispetto ai beccamorti, benché siano pari in quanto a bere e abbiano, come loro, doppio odore; in questo caso, non il cadavere e l’alcool, ma il vino e la lettiga. ‒ La storia di queste buone persone è la storia di ben altri, è la storia del cavallo da carrozza. ‒ Sono anziani servitori di grandi case, delle stesse case reali, che dopo essere stati rovinati dall’età e dalla disgrazia, dopo aver perso chioma e guadagno, di condizione in condizione arrivano infine a quest’ultima. Il loro Westminster è Bicêtre! È Bicêtre il grazioso Pantheon dove, quando sono completamente fuori uso, la patria riconoscente li congeda! Ma ciò avviene assai raramente. Colpiti da un colpo apoplettico o dal bicchiere della staffa questi prodi si spengono normalmente sotto le armi.

Il cocchiere del drappo funebre, che tutto sommato non è che una varietà abbastanza insignificante di beccamorto propriamente detto, ha per missione speciale quella di aiutare i tappezzieri e trasportare gli oggetti che servono ad addobbare la porta della casa mortuaria. È del resto un assai empio buffone per nulla degno di stima, e dedito a un’angheria per la quale mi vedete a tutt’oggi indignato. Al termine del suo lavoro sale dal trapassato e, con aria accorata, glissando scaltramente sulla richiesta della sua mancia, prega la famiglia di dargli un compenso minimo per andare a cercare l’indispensabile acqua benedetta; ma, invece di andare in parrocchia, lo sfacciato se ne va semplicemente a rinfrescarsi da un mercante di vino dove, mentre ingurgita un quarto di pinta di birra, riempie il vaso alla fontana. «Acqua di fonte o acqua benedetta» dice fra sé e sé «chi se ne infischia!…i morti non se ne rammaricano affatto!». ‒ Questo è fin troppo vero ragazzo mio, ma non ne sono meno ingannati.

Tal personaggio che marcia solo davanti al barroccio, e che porta una sciarpa come cintura, un cappello a corno, il frac nero, morbide o tozze scarpe (un tempo vezzosi stivaletti), calzoni raffinati o dozzinali (talvolta l’ombrello), è il commissario funebre, o meglio Monsieur l’Organizzatore! Dal momento che ritiene di rappresentare il signor Sindaco, impossibilitato a partecipare, e affiancare Monsieur l’Organizzatore generale, l’eccentrico non è privo di una qualche inclinazione alla boria e non è alieno dal confondere il suo bastone ornato di una urna cineraria con uno scettro, e di scambiare lui stesso per sua maestà. Taluni tuttavia hanno usanze più mondane e, senza grande cruccio per il loro blasone, trincano con i funzionari della chiesa o i cocchieri tracannando assai volentieri un bicchiere al banco. ‒ Per avere un organizzatore o commissario dei morti, la prefettura, poiché è questa che li fornisce, sceglie abitualmente il suo candidato fra i giornalisti incorruttibili, o i prefetti caduti in deliquio.

Quando sopraggiunge una morte di prima classe, o quanto meno di buona qualità, i signori alti impiegati degli uffici abbandonano repentinamente la piuma per la spada, l’abito liso dell’impiegato per il farsetto e la mantellina, il cappello tondo per quello coi pennacchi, e si trasformano d’un tratto in quel nobile e notevole personaggio di cui, ecco, un delizioso e fedele disegno del nostro caro Henri Monnier.

Così travestito, questo maestoso mercenario prende il fastoso titolo di cerimoniere. Di fatto è proprio lui a dirigere il cerimoniale desiderato, l’ordine e l’andamento; a indicare ai partecipanti al corteo funebre il modo di servirsene.

È una sorta di paggetto che impartisce il movimento e conduce la sposa.

Poiché porta le culottes, i suoi polpacci giocano in lui un ruolo fondamentale e sono di primaria importanza nel suo lavoro.

Un maestro di cerimonia completo costa dieci franchi; ma si può averne uno senza polpacci per otto. ‒ Un altro con le gambe a X non vale che sette; e per tre lire e dieci soldi, un tempo, ne esistevano anche taluni dalle gambe completamente sghembe.

Ma, ahimè! l’impresa delle pompe funebri ha compiuto ormai la sua rivoluzione e così, ogni giorno, patisce deterioramenti fisici e morali. Qui la decenza e il lusso rimpiazzano, sempre più e in modo sconfortante, l’antica e primitiva semplicità. La follia si è spinta a tal punto da intrecciare la criniera e la coda dei cavalli come la bionda chioma delle nostre signore, da abbellire la loro fronte con una coccarda, da verniciarne gli zoccoli. In poche parole i defunti trovano ora alle Pompe, ma soltanto da poco tempo, eccellenti agi; i viventi le attenzioni più delicate, fino agli abiti a lutto pronti e da affittare; ci sono addirittura per le spedizioni in provincia delle incantevoli berline, smaglianti, dove il trapassato potrebbe al bisogno specchiarsi. Lo scomparto dove il defunto è alloggiato è così felicemente nascosto che ho visto più di una volta a Longchamps queste eleganti carrozze di lusso mostrarsi in incognito. Quando un cocchiere parte per un trasporto, sia per condurre o ricondurre il fu Monsieur De Carabas nelle sue terre, sia per condurre oltre mare qualche baronetto venuto da noi per apprendere le buone maniere, ma condannato alla pena capitale, porta di solito con sé una grande provvista di polvere e archibugi, e lungo tutto il suo cammino intraprende una terribile battaglia. Ogni pezzo che cade sotto i suoi colpi è abilmente nascosto nelle profondità della berlina, ed è oltremodo divertente, al ritorno dal viaggio, veder traballare questa specie di paniere e scaricare, in compagnia di salsicciotti di contrabbando, una miriade di scoiattoli, di beccaccini o di conigli. Ma poiché far viaggiare in tal modo le ossa dei propri padri ha il costo di dieci franchi per posta, molte persone metodiche e oculate si rimettono in buona fede all’ufficio spedizioni. ‒ Un giorno, mentre mi trovavo presso un giovane deputato di mia conoscenza, avvertii improvvisamente fermarsi un carro alla porta. Qualcuno suona, apro, e mi viene consegnato un foglio. «Che cos’è?» esclama il nostro celebre rappresentante. Aprii il biglietto e lessi: “La Bastide e Simon frères, spedizionieri a Marsiglia. ‒ Sotto la custodia di Dio e la guida di Jean-Pierre, vetturino, abbiamo l’onore di consegnarvi la spoglia mortale di Monsieur il conte ***, in ragione di cinque franchi per cento chilogrammi, prezzo convenuto”. ‒ «Ah! Ho capito» fece allora il mio nobile amico «mi si spedisce ciò che rimane della buon’anima del mio rispettabile padre». Poi, rivolgendosi a me «Sei molto fortunato, mio caro, a essere orfano» aggiunse con un amabile sorriso «questi spilorci di genitori! è una rovina! e non ha mai fine!…». ‒ Presso il cimitero di Père La Chaise, sotto la semplice presentazione di un documento di trasporto o di un timbro della dogana, il curatore riceve i defunti a braccia aperte; ma se casualmente le carte non sono in regola, se hanno perso il loro passaporto, sono trattati come vagabondi o repubblicani, e corrono il rischio di alloggiare presso i corpi di guardia.

Al 18 di rue Saint-Marc-Feydeau esiste inoltre da qualche anno, sotto l’appellativo di Compagnia delle Sepolture, una grandiosa filiale della grande impresa del sobborgo Saint-Denis. Tale istituto è talmente ricco di comodità che non sapremmo tacerne senza commettere una stridente ingiustizia. Avete subito una perdita, andateci: sotto un irrisorio compenso lo si incarica di sistemare e accomodare il tutto, dalla A alla Z, con la chiesa come con le Pompe, comprese le distribuzioni delle vostre elemosine; e con tale efficienza che, una volta effettuata la vostra ordinazione, non dovrete più occuparvi del defunto, come se non fosse mai esistito; potete così tranquillamente avviarvi per le corse di Chantilly o per l’incoronazione della regina d’Inghilterra o della rosière di Bercy. ‒ Giunti in tale istituto, sappiate, per vostro gradimento, che esiste, per il più grande diletto dell’ospite, una esposizione perenne di piccoli sepolcri, di modesti giardini funebri, di tombe grandi come una mano, di urne impercettibili, di bare portatili, il tutto a prezzo fisso e all’ultimo grido. Resta a voi scegliere tra tutti questi deliziosi campionari. Vorreste per esempio fare imbalsamare l’oggetto dei vostri eterni dispiaceri? Vi si presenterà una giovane ragazza, un’anatra e un pollastro farciti da tre anni da Monsieur Gannal, ancora così freschi e così appetitosi che sembrano appena usciti da una bottega di cibi commestibili.

Tale compagnia, nonché i signori marmisti e tutti i lavoratori dei cimiteri, alimenta al di fuori una moltitudine di sensali e agenti (il numero di questi pare essere formidabile), che, sempre sulle orme di moribondi, valetudinari e defunti, non appena siete raffreddati o avete reso l’anima, si precipitano alla vostra porta dove, per orgoglio professionale, si abbandonano spesso a cruenti battaglie fino a perirne. ‒ Talvolta la scaltrezza e la sollecitudine di questi imprenditori si spinge fino a subornare il portiere affinché venga ad avvertirli non appena il malato cadrà in deliquio, per facilitare in tal modo, estromettendo i restanti, la loro comparsa ‒ «Madame, un signore interamente in nero e che sembra partecipare intensamente al vostro lutto chiede di essere condotto da voi». ‒ Lo sconosciuto entra con aria compunta e con fazzoletto alla mano. ‒ La dama si inchina e fa segno all’uomo commosso di accomodarsi. ‒ «Avete subito una gravosa perdita, madame». ‒ «Si, signore, assai grande». ‒ «Assai dolorosa». ‒ «Si, assai dolorosa, e di cui non saprò mai consolarmi». ‒ «Madame, spesso il destino è crudele!». ‒ «Siete molto buono, signore, a porgermi qualche dolce parola; ma credo di non avere l’onore di conoscervi, cosa volete da me esattamente?». ‒ «So, madame, che non vi è nulla che una madre non sia pronta a fare per la memoria di una figlia cara… Ahimè! Questo mondo è pieno di tristezza!… Sono sensale, madame, presso la compagnia delle sepolture (ovvero agente privato di Monsieur De La Fosse, fabbricante di sarcofagi), e mi accertavo, madame, se per caso non necessitaste di una tomba; ne abbiamo di nuove e d’occasione, e di ultima generazione…». A queste parole il nostro uomo incassa una bordata terribile; ma non importa, è giunto alla prova del fuoco. ‒ «Come fate dunque, signore, ad avere talmente poco cuore e anima da venire a disturbare così una povera donna nella sua solitudine e nel suo sconforto. È un abominio! È un’onta, il mestiere che fate!…». Ciò detto viene messo alla porta, ma egli ritorna l’indomani; perché nulla lo saprà fermare se non questo: estorcervi qualche ordine. ‒ Non esisterebbe che un sol modo per disfarsi di un siffatto miserabile: farlo fuori; ma la legge fino a oggi lo autorizza senza entusiasmo.

È nei pressi del sobborgo del Roule, da un illustre ebanista chiamato felicemente Monsieur Homo, che si fabbricano le bare di quercia e di palissandro, bare intarsiate, arabesche, damaschine, a scompartimenti segreti o a musica; ma la grande manifattura di bare a uso della canaglia, voglio dire di bare di legno bianco, si trova nel villaggio di la Gare. Il lavoratore che possiede l’impresa è obbligato ad averne sempre almeno seimila pronte e, in ogni comune, una buona collezione. Questo supremo sarto che infossò Zang, Staub e Dussautoy fa di questo mestiere la sua fortuna, come i signori vaudevillistes delle Pompe a loro volta fanno la loro. È un fatto assai curioso quanto sia l’enorme quantità di viventi che campano a Parigi di morte! Senza la popolazione sotterranea un terzo della guardia nazionale sarebbe senza lavoro e senza pane! ‒ Alla carrozza di lusso occorre un traino di lusso. Vuole i fiori la bellezza, vuol le perle il suo pugnale. Alla stessa stregua non è proprio il nostro eroe, questo esile e gracile personaggio che gioisce del dolce favore di seppellire le letizie del giorno e di collocarle nella loro cassa Boule o Carlo Primo, a occuparsene. No, mio caro marchese, esiste al contrario un robusto ragazzo per tale compito: fiorito, paffuto, quasi un puttino. Avete sicuramente già visto quest’uomo amabile, è assai riconoscibile; porta sempre sulla spalla un sacco a guisa di faretra; poiché occorre dirvi che, per risparmiare ai cadaveri eccellenti tutto il turbamento e la sgradevole cella, ammesso che le loro casse sono imbottite e guarnite di guanciali come un boudoir, li si sotterra nella beatitudine più perfetta? Nella sua…

Tutti conoscono la triste e filosofica e popolare composizione di Vigneron, quell’onesto e umile pittore; intendo la carovana del povero. Sul carro dell’indigenza un uomo tenebroso guadagna silenziosamente il suo ultimo asilo. Senza corteo e senza apparato trapassa come ha vissuto. Tradito dalla fortuna, abbandonato dai suoi, un solo amico gli resta e lo segue; e questo amico è il suo cane! Un povero barbone che porta la testa bassa e nascosta sotto i lunghi e fangosi peli del suo manto incolto. ‒ È proprio Vigneron ad aver dipinto tale ritratto semplice e straziante!… A Biard non resta che un altro meno tetro, eseguito meravigliosamente dal suo beffardo pennello! ‒ L’ho visto, visto con i miei propri occhi! ‒ Era un uomo, oh sublime filosofo! che solo dietro un carro funebre seguiva i resti della sua adorata defunta, fumando tranquillamente la sua pipa.

Va da sé che questi sono i beccamorti della metropoli, da noi presi come modello ed esempio. Quelli delle province variano all’infinito, ma tuttavia non sono sempre dei provinciali. Ne ho incontrati in alcune città di quelli assai simili nel costume a dei mercanti armeni di Arcangelo, e di altri che mi sono sembrati un miscuglio assai felice fra un carbonaio e un rabbino. ‒ L’uso dei barrocci, che fa pronunciare al popolo di Parigi: «Perlomeno siamo certi di non andarcene a piedi» o «verrà un giorno in cui, per dio, al nostro turno anche noi soverchieremo!», non è generalmente accettato e indubbiamente non lo sarà ben presto. Ancora molte città vedono in questo tipo di trasporto funebre un vero e proprio sacrilegio; non molto tempo fa, tanto è vero, il volgo ha addirittura gettato nell’Allier, a Moulins, un inopportuno carro funebre che aveva osato mostrarsi per la città.

L’allegria che regna presso i nostri amabili vaudevillistes del sobborgo, per quanto eliogabalica, per quanto sardanapalesca, per quanto esorbitante vi è potuta sembrare, è tuttavia presto decaduta dal suo antico splendore. Ahimè! Non è più che l’ombra di se stessa. Avreste dovuto vedere con quale incredibile magnificenza si celebrava un tempo il giorno dei Morti. Il giorno dei Morti è la festa delle Pompe, è il carnevale del beccamorto! Tanto era fugace tale giorno, quanto era indimenticabile!… Fin dal mattino tutta la corporazione si riuniva in abiti nuovi e, mentre i “signori del monopolio”, dentro il più galante dei dolori, con il loro crespino gettato negligentemente sulla spalla, versavano le loro elargizioni, con quel gran traffico di bicchieri e brocche si svuotava rapidamente un fusto. Poi, avendo un araldo suonato la buttasella, ci si precipitava sulle carrozze, si partiva a rotta di collo, al triplo galoppo, e si raggiungeva presto il Feu d’Enfer, bettola di grande fama ai vecchi tempi. Là, in un giardino solitario, sotto un magnifico catafalco, era sistemata una tavola immensa (la tovaglia era nera e disseminata di lacrime d’argento e di ossame cuciti a goletta), dove ognuno immediatamente prendeva posto. ‒ Si serviva la zuppa in un cenotafio, ‒ l’insalata in un sarcofago, ‒ le acciughe nelle bare! ‒ ci si coricava sulle tombe, ‒ ci si sedeva sui cippi; ‒ le coppe erano delle urne, ‒ si bevevano bières di tutti i tipi; si mangiavano le crêpes e, sotto il nome di gelatine stampate a natura, embrioni alla besciamella, intingolo di carne di orfanelli, stufati di vegliardi, salse di corazziere, si ingurgitavano i piatti più delicati e sontuosi. ‒ Tutto era a profusione e diffusione! ‒ Era servita una montagna di tutto! ‒ Al suo confronto le nozze di Gamache non furono che una quaresima, e la kermesse di Rubens non è che una scena desolata. ‒ Animandosi ed esaltandosi sempre più gli spiriti, e sgorgando mille scintille da ogni incontro, le burle traboccavano da tutte le parti, ‒ i lazzi piovevano a catinelle, ‒ si partorivano figliate di canzonette. ‒ Si cantava, si gridava, si beveva alla salute dei defunti, si faceva un brindisi alla Morte, e presto si scatenava l’orgia più straordinaria, l’orgia più sfrenata. Tutto era rovesciato! Tutto era saccheggiato! Tutto era devastato! Tutto era guazzabuglio! Si sarebbe potuto parlare di una fossa comune risvegliata di soprassalto dalle trombe del giudizio universale. ‒ Poi, al placarsi di questo primo tumulto, si accendeva il ponce, e presso il suo bagliore infernale, avendo qualche beccamorto teso delle corde di minugia su delle bare vuote, fatto degli archetti con delle chiome, e con delle tibie dei flauti, veniva improvvisata una spaventevole orchestra ; così, una volta che la moltitudine si era disciplinata, si disponeva un gigantesco drappello che roteava senza sosta su se stesso lanciando clamori terribili, come una ronda di dannati.

Esaurite le danze e il ponce  si rimontava gaiamente sui barrocci, si guadagnava prontamente la città e si andava a cenare in massa presso il Café Anglais. ‒ Si presentava allora la assai insolita scena di questa lunga sfilza di cocchi di lutto e di carri funebri stazionante sul viale della moda alla porta di una trattoria di grande eleganza, di un bistrot, di un calix thermarum[4], come fu detto da Giovenale; e all’interno, vi prego di credermi, lo spettacolo non era meno bizzarro: un’allegra banda di burloni in abito funebre accomodati con damerini e ragazze, tracannando Madeira e Sherry, e cantando God save the king sull’aria de La mère Godichon!

Ma, ahimè! i tempi sono cambiati! Oggi per questa brillante festa, pressoché abolita, non ci si rivolge più a un costernato beccamorto che per una miserabile gratifica di tre monete, e non sterline. ‒ Tre franchi! tre miserabili franchi! Con ciò che volete che si faccia? Non si può né comprare una clisopompa, né dormire in città, né corrompere la regina di Prussia, e ancor meno aderire ai Français peints par eux-mêmes o agli Anglais. ‒ Nondimeno guardatevi dal ritenere che l’intera tradizione di tali festeggiamenti sia perduta per sempre e non abbia lasciato nei costumi alcuna traccia. Un ricco e copioso banchetto, mischiato a scherzi e intermezzi, è stato tenuto non molto tempo fa proprio dal falegname che foggia le casse di lusso di cui vi ho parlato poc’anzi; e trascorre raramente più di un anno senza che le Pompe non siano il teatro di qualche nuova e deliziosa buffoneria.

PETRUS BOREL

P.S. ‒ Sarei sinceramente assai desolato se qualche modesta beffa, sfuggita alla mia piuma indiscreta, avesse acceso del serio livore nei confronti del nostro eroe, facendo della sua fragilità di costumi un po’ sregolata un crimine imperdonabile. Mio Dio! L’ho detto, è la professione che vuole tutto ciò. Dalla creazione del mondo, fuorché Tobia e Giuseppe di Arimatea, tutti i seppellitori sono sempre stati dei burloni! Non bisogna volergliene; e d’altronde, accanto agli impresari funebri antichi, ai necrofori, e ai sandapilarii, i nostri beccamorti sono vestali che meritano il premio Montyon[5].

***
Marco Canneva nasce e vive a Genova. Intrapresi studi farmaceutici si dedica contemporaneamente alla filosofia e alla letteratura francese. Dopo essersi dedicato come traduttore di alcuni racconti ottocenteschi d’oltralpe, e averli molestati con stravaganti dissertazioni, è ora impegnato nella scrittura di storie “originali”.
Immagine di copertina: Gustave Courbet, Funerale a Ornans


[1] Qui, come in altri casi analoghi, Borel gioca sul doppio significato del francese bière: sia la bevanda fermentata, sia la bara mortuaria. L’ironia del francese non è possibile renderla nella traduzione italiana.

[2] Nella tradizione francese il célibataire è lo scapolo in procinto di sposarsi il quale deve, secondo un’usanza noto come Enterrement de vie de célibataire, sotterrare un cercueil, una cassa di legno colma di oggetti feticcio del suo passato. Il termine cercueil volgarmente significa di birra, perciò l’inglese dell’episodio che sta narrando Borel confonde il senso originario del termine e, in più quando pronuncia célibataire, con malfondata sicurezza,  pensa ad un cameriere.

[3] In inglese nel testo.

[4] «Lateranus ad illos thermarum calices…», «…Laterano a quei calici (osterie) delle terme…», frammento tratto dalla Satira VIII del poeta satirico Decimo Giunio Giovenale.

[5] Famoso premio letterario assegnato dal 1782 dall’Accademia francese e dall’Accademia delle scienze.

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