La vita non è che il sogno di un’ombra.

Pindaro

 

TONY:
Ti dirò di più, è stato catturato un pesce,
Un pesce mostruoso, con una spada sul fianco, una lunga spada.
Un’asta al braccio e una pistola al naso, un’enorme pistola,
E lettere dell’albero alla sua bocca dal duca di Firenze.

CLEANTHES:
Questa è una mostruosa bugia. 

TONY:
Lo confesso.
Pensi che ti abbia detto la verità?

Fletcher, Wife for a Month

 

Mi trovavo da diverso tempo a Boulogne quando, al sopraggiungere del giorno della partenza, un mattino, il mio anfitrione mi si avvicinò con gentilezza e mostrandomi un rotolo di scartoffie abbastanza voluminoso: «Tenete» mi disse «permettetemi signore di mostrarvi queste, ne potrete senza dubbio trarre, a differenza di me, miglior vantaggio. Un giovane inglese assai taciturno e bizzarro alloggiava qui: sono ormai passati ben due anni… Una sera uscì; lo si vide dirigersi verso la diga, senza dopo più averne né traccia né notizia. Queste carte sono rimaste in mio possesso, così come il suo bagaglio, abbastanza misero del resto, anzi assai misero… Ahimè! Il povero giovane uomo passava tutte le sue giornate e le sue notti a pensare o a scrivere!»

La fine così infausta di questo giovane straniero che come tanti altri aveva certo sognato una dolcissima morte dopo una carriera colma di gloria e beatitudine; questo dolore così solitario, così oscuro, di cui le onde del mare dove si era spento sole conoscevano il segreto, mi avevano toccato nel profondo; dolorosamente turbato, mi richiusi nella mia camera e presi a scorrere, con avidità ma con animo abbattuto, le carte che mi erano appena state affidate, tristi e ultime tracce di una intelligenza che si era arresa nella lotta!… Perduta senza ritorno, annientata!…  Mi dicevo: «Se fosse almeno possibile preservare dall’oblio alcune di queste pagine, sarebbe una consolazione per l’ombra di tale sfortunato giovane uomo, che, richiamato dalla grande audacia con cui metto mano alle sue vestigia, sicuramente è qua errante intorno a me…».

In mezzo a un coacervo di poesie appena abbozzate, fra ogni sorta di frammenti senza collegamento né seguito, ma sempre improntati di un certo carattere di grandezza e superstizione, non tardai a scoprire un piccolo quaderno senza data né titolo, sul quale era trascritto in maniera pressoché illeggibile lo strano racconto che segue.
La bizzarra composizione fu opera di questo povero sconosciuto? O si trattava soltanto di una riproduzione o una traduzione tratta da qualche pezzo fantasmagorico sbocciato nel cervello vaporoso di un tedesco, o di un viaggiatore francese, che aveva sedotto il suo spirito malato? Non lo so… Il caso me l’ha assegnato; come il caso me l’ha donato io lo dono.  Lo stravagante al quale potrebbe appartenere, lo dichiari! E sul campo gli sarà data soddisfazione.

II

Era il tempo della Rivoluzione Francese. In una notte tempestosa, a quell’ora che si è convenuto di chiamare “impossibile”, un giovane tedesco attraversava la vecchia Parigi guadagnando in silenzio la sua dimora. I lampi abbagliavano i suoi occhi, il rumore del tuono, i boati del fulmine risuonavano e trovavano eco nelle vie tortuose della città decrepita… Ma permettete, prima di tutto, che vi dica qualcosa del mio giovane sassone.

Gottfried Wofgang era un giovane di buona famiglia. Aveva studiato per qualche tempo a Gottinga; ma visionario ed entusiasta, si era abbandonato a quelle dottrine speculative che hanno disorientato così spesso la gioventù di Germania. La vita ritirata che conduceva, la sua applicazione costante e la singolare natura dei suoi studi avevano intaccato poco a poco le sue facoltà morali e fisiche. La sua salute era alterata, la sua immaginazione morbosa. Aveva spinto così lontano le sue astratte fantasticherie sulle essenze spirituali che era finito per formarsi, come Svedenborg[1], un mondo ideale gravitante intorno a lui; e si era persuaso, nel suo smarrimento, che un’influenza maligna, uno spirito malefico, aleggiasse senza sosta sulla sua testa cercando l’occasione di corromperlo. Un’idea così stravagante, agendo sul suo particolare temperamento già molto malinconico, aveva prodotto i più deplorabili effetti. Divenuto selvatico e caduto nel più cupo scoraggiamento, la malattia mentale alla quale era in preda non aveva tardato a tradirsi; e poiché il cambio di luogo poteva essere il rimedio più efficace nella sua penosa situazione, era stato spinto a finire i suoi studi nel bel mezzo degli splendori e del turbine di Parigi.
Nel momento in cui Wolfgang arrivava nella capitale i primi disordini rivoluzionari esplodevano. Dapprima il suo esaltato spirito, rapito dalle teorie politiche e filosofiche del tempo, aveva pagato il suo tributo al delirio popolare. Ma le scene sanguinose che erano seguite avevano ferito la sua natura sensibile; disgustato dalla società e dal mondo, si era rituffato presto nelle sue abitudini monastiche ritirandosi in un piccolo appartamento solitario, scelto in una via oscura, non lontano dalla vecchia Sorbona, nel centro del quartiere studentesco. Là Wolfgang aveva dato di nuovo libero sfogo alle sue speculazioni predilette. Se lasciava qualche volta la sua cara cella era soltanto per andare a rinchiudersi per giornate intere dentro i grandi depositi di libri di Parigi, catacombe di autori in deliquio, Rome sotterranee del pensiero, dove ispezionava con ardore, in cerca di nutrimento per soddisfare il suo spirito malsano, i più polverosi e secolari libri, i testi di magia più antichi. Il nostro studioso era in un certo qual modo (concedetemi questa lieve mancanza di gusto) una sorta di vampiro letterario, che si ingrassava nel carnaio della scienza morta e della letteratura in dissoluzione.
Malgrado la sua inclinazione a una vita solitaria, Gottfried era di temperamento ardente e sensuale, che di solito non agiva molto se non sul suo spirito. Era troppo riservato e inesperto per esporsi alla voluttà; ma nello stesso tempo si confessava ammiratore appassionato della bellezza. Spesso si smarriva in sogni interminabili su forme che aveva intravisto, e la sua immaginazione creava degli idoli che ornava di perfezioni che superavano di molto la realtà intera.
In uno di quei momenti in cui il suo spirito si trovava in questo stato di sovreccitazione, fece un sogno che lo turbò in modo eccessivo. La visione gli aveva suggerito l’immagine di una donna di una bellezza trascendente e la sensazione che questa immagine aveva impresso su di lui era stata così forte da credere di vederla sempre, senza tregua e in tutti i luoghi; di giorno e di notte, il suo cervello ne era totalmente assorbito. Infine si era così appassionato a tale emanazione, e questa stravaganza era durata così a lungo, che era mutata in una di quelle tenaci idee che si confonde talvolta, negli uomini malinconici, con la follia.

Ma Riprendiamo il racconto che abbiamo interrotto più in alto e seguiamo il nostro giovane tedesco nella sua corsa notturna. Dal momento che attraversava la Place de Grève, d’improvviso si trovò nei pressi della g…[2] No, mai la mia penna saprà scrivere questa parola orrenda… Indietreggiò sgomento… Era nell’impeto del Terrore. A quel tempo l’orribile strumento era in pianta stabile e il sangue più puro e più innocente grondava senza sosta sul patibolo. Quello stesso giorno era servito per una carneficina e, nell’attesa di nuove vittime, esibiva ancora alla città addormentata il suo apparato lugubre e minaccioso.

Wolfgang si sentiva svenire e stava allontanandosi tremante, quando scorse all’improvviso un personaggio misterioso accovacciato, per così dire, ai piedi del patibolo. Una sequela di vivaci lampi rese presto la sua forma più distinta agli occhi dello studente: era una donna vestita tutta in nero, che sembrava appartenere alla nobiltà. Del resto, in quei tempi di orrende vicissitudini, più di un bel capo, abituato alle dolcezze del guanciale di piume, si posava sulla pietra. Era seduta sul più basso gradino con il corpo penzolante in avanti e il volto nascosto nel proprio grembo. Le sue lunghe e fitte trecce pendevano fino a terra, sgocciolando, come un tetto di paglia, la pioggia che scendeva a dirotto. Davanti a questo solitario monumento di disgrazia, Wolfgang si arrestò bruscamente: «Forse» disse fra sé «dalla riva dell’esistenza dove giace questa sventurata dal cuore infranto, l’orrenda mannaia ha gettato nell’eternità tutto quello che le era caro al mondo!».
Spinto da una forza irresistibile si fece allora avanti con timido imbarazzo, indirizzando a colei che gli ispirava insieme tanta pietà e interesse qualche parola di benevolenza. Ma quale fu lo stupore di Wolfgang nel riconoscere al chiarore abbagliante dei lampi la realtà a cui l’ombra soggiogava da tempo tutte le sue facoltà. L’aspetto della sconosciuta, benché coperta in quel momento da un pallore mortale e recante l’impronta profonda della disperazione, era di una bellezza incantevole.

Le più svariate e violente emozioni agitavano il cuore appassionato di Wolfgang. Tremante, le rivolse ancora la parola. Stupendosi di vederla così esposta, sola, a tale ora e in un tal luogo, in balia della furia del temporale, finì per offrirle con gentilezza di condurla al sicuro presso la sua famiglia o i suoi amici. Ma lei, con un gesto orribile e significativo, e con una voce che impressionò particolarmente il suo interlocutore, rispose:
«Non ho nessun amico sulla terra»
«Ma avete forse un rifugio?»
«Si, dentro la tomba!»
L’animo dello studente era straziato.
«Se un semplice diplomato» riprese con modesta esitazione «può, senza timore di essere mal interpretato, offrire la sua umile dimora come riparo e il suo braccio come protezione… Sono straniero sul suolo di Francia e così come voi senza amici in questa città; ma se la mia vita può esservi di qualche servizio, è a vostra disposizione, dichiarandosi pronta a sacrificarsi prima che alcun male o il più leggero affronto vi sfiorino!»
C’era nei modi del giovane uomo un’onesta sollecitudine che produsse il suo effetto. Il vero entusiasmo possiede una eleganza particolare sulla quale non ci si può ingannare. La donna del patibolo si affidò senza dire altro alla protezione di Gottfried.

Il temporale aveva perso la sua intensità, il tuono rimbombava ormai solo in lontananza. Tutta Parigi riposava ancora: il grande vulcano delle passioni umane sonnecchiava per qualche istante per raccogliere nuove forze in attesa dell’eruzione dell’indomani.
I nostri due eroi camminarono insieme per più di un’ora: Gottfried sosteneva i passi incerti della sua compagna, ed entrambi serbavano un religioso silenzio. Infine, dopo aver rasentato le scure mura della Sorbona, arrivarono alla fine della loro corsa nella stretta e antica casupola, dimora dello studente. Wolfgang l’anacoreta, in compagnia di una donna! A questo straordinario spettacolo il vecchio portinaio alzatosi per aprire rimase fortemente sbigottito.

Una volta entrati nell’appartamento, il nostro giovane Tedesco arrossì per la prima volta al pensiero del suo miserabile aspetto: non aveva che una sola camera, abbastanza grande in verità, ma ingombra dell’armamentario ordinario dello studente; il letto occupava una nicchia profonda in un’estremità della stanza.
Gottfried poté allora contemplare con tutta calma la sua compagna sentendosi più che mai inebriato dalla sua bellezza. La sua carnagione, di un biancore abbagliante, era come enfatizzata da una profusione di capelli neri come il giaietto, che piovevano con negligenza sull’avorio delle sue spalle. I suoi occhi erano grandi e pieni di bagliore, ma ricordavano nella loro espressione qualcosa di feroce. La sua persona, per quanto il suo vestito nero lasciasse giudicare, era perfetta. Il suo aspetto intero era estremamente nobile e distinto a dispetto della semplicità dell’abbigliamento. Il solo oggetto che portava e che aveva qualche parvenza di lusso o di ornamento, era una larga fascia di velluto nero, una sorta di cravatta, allacciata con dei diamanti.

Ciononostante lo studente era un po’ incerto sul modo di ospitare con decenza l’essere sventurato che aveva preso sotto la sua protezione. Aveva ben pensato di lasciarle la camera per andare a cercare un altro riparo; ma era così incantato, e il suo spirito e i suoi sensi erano sotto il dominio di un fascino così potente da non essere capace di allontanarsi dalla sua presenza. D’altra parte l’atteggiamento della sconosciuta contribuiva a trattenerlo: sembrava avere dimenticato il suo dolore e le spaventose circostanze alle quali Wolfgang doveva il suo incontro. Le attenzioni del giovane uomo, dopo aver guadagnato la sua fiducia, avevano in apparenza anche conquistato il suo cuore.
Nell’ebrezza del momento, Wolfgang le dichiarò la sua passione. Le raccontò i suoi sogni misteriosi; le disse come lei avesse soggiogato il suo cuore ben prima del loro incontro. Incomprensibilmente agitata via via che parlava, confessò a sua volta quanto si fosse sentita spinta verso di lui da un impulso allo stesso modo soprannaturale.

«Allora perché dovremmo separarci?» esclamò Wolfgang al colmo dell’ebbrezza «i nostri cuori sono uniti da una potente attrazione sia agli occhi della ragione che a quelli dell’onore; non facciamone più che un… Occorrono formule volgari per legare due grandi animi…»
La donna dal nero collare ascoltava con attenzione e interesse  sempre crescente.
«Voi non avete né tetto né famiglia» continuò Wolfgang «benché io sia tutto per voi, o meglio siamo tutto uno per l’altro! Ecco la mia mano, io mi impegno con voi per sempre.»
«Per sempre?» Disse lei solennemente.
«Per sempre, affermò Wolfgang.»
La straniera afferrò la mano che le presentava.
«Dunque, sono vostra, per sempre.» Mormorò lei
Nel pronunciare queste ultime parole, lasciò cadere sul suo amante un lungo sguardo, pieno di malinconia e di tenerezza.

L’indomani mattina Gottfried usci di buon’ora per cercare un appartamento più spazioso e più opportuno atto a soddisfare la sua nuova condizione. Aveva lasciato la sua amante tranquillamente addormentata. Al suo ritorno la trovò ancora immersa in un sonno profondo, avvolta pudicamente nel suo mantello con la testa penzolante fuori dall’ampia poltrona sulla quale aveva voluto passare la notte. Un braccio era gettato sulla fronte in modo bizzarro. Le parlò senza ricevere risposta. Si avvicinò per svegliarla e per farle abbandonare questa posizione scomoda e pericolosa; ma la sua mano era fredda; il suo polso era assente; il suo viso era livido e contratto… Era morta!
Folle, spaventato, Gottfried lanciò grida acute richiamando tutto il vicinato – la scena era straziante…
Chiamato dal portinaio, finalmente un ufficiale di polizia apparve; ma entrato nella camera, alla vista del cadavere indietreggiò sgomento…
«Grande Dio» urlò «come può essere qui questa donna?»
«La conoscete quindi?» domandò pateticamente il povero Gottfried.
«Se la conoscevo, forse!» riprese l’ufficiale «Io!… Questa donna!… Ieri è morta sul patibolo!».

A queste parole, più repentino di un fulmine, Wolfgang avanzò e sciolse la fascia nera che cingeva il collo così bello della sua amica.
Immediatamente apparve al suo sguardo la traccia sanguinante e atroce della lama fatale!
«Orrore! Orrore!…» gridò in un accesso spaventoso di delirio « È chiaro, il genio malvagio ha preso possesso di me, sono perduto per sempre. Il mio nemico ha rianimato questo cadavere per tendermi la trappola crudele nella quale sono caduto. Orrenda delusione…».

III

L’inverosimiglianza di questa avventura, cui qualche dettaglio ha senza dubbio impressionato il rigoroso spirito di certi lettori, si chiarirà in modo del tutto naturale nel rivelarvi che Gottfried Wolfgang, tempo dopo questa visione alla quale consacrò con diletto innumerevoli narrazioni, morì ospite in un manicomio.

***

Marco Canneva nasce e vive a Genova. Intrapresi studi farmaceutici si dedica contemporaneamente alla filosofia e alla letteratura francese. Dopo essersi dedicato come traduttore di alcuni racconti ottocenteschi d’oltralpe, e averli molestati con stravaganti dissertazioni, è ora impegnato nella scrittura di storie “originali”.

Immagine di copertia:  Eugène Delacroix, La libertà guida il popolo


[1] Emanuel Swedenborg (1688-1772), filosofo e mistico svedese.

[2] Ovviamente la funesta “guillotine” che aveva trovato un primo e comodo alloggio presso la Place de Grève. Solo più tardi , come un placida e pigra turista, si lasciò andare a un piacevole tour delle principali piazze parigine: Place de la Réunion, Place de la Révolution, Place Saint-Antoine, Place du Trône-Renversé…