Lorenzo era seduto a cavalcioni sul gabinetto, al contrario, con la faccia rivolta verso il muro e i pantaloni calati alle caviglie tesi contro la base della tazza. Stava sconsolato con la fronte poggiata sul bottone dello sciacquone mentre il getto di piscio gorgogliava infrangendosi nell’acquetta del vaso.

«Ma che stai facendo?» lo interruppe Anna.
«Oddio!» urlò Lorenzo come colto in flagrante «Ma non eri uscita?»
Si tirò su le braghe pisciandosele tutte. Teneva le gambe appiccicate, le ginocchia in dentro e il culo in fuori e con entrambi le mani si reggeva il pacco, vergognoso, come fosse nudo in una strada affollata.
«Gesù! Cosa hai fatto?» La donna inorridita indietreggiò sbattendo contro la mensola del lavandino e rovesciando tutti i cosmetici. Due bocce di profumo si frantumarono a terra e l’aria si riempì di un nauseante odore dolciastro.
«Niente. Stai calma, stai calma!» rispose paonazzo «Mi faceva male la schiena e provavo a fare pipì così.»
«L’ho visto! Cazzo, l’ho visto!»
«Cosa?»
«L’ho visto!»
«Ma che?» urlò Lorenzo con le lacrime agli occhi.
«Lì, dove hai le mani, che cosa hai fatto?»

Lorenzo restò in silenzio con la testa bassa, guardando l’alone di bagnato che si allargava lungo i pantaloni del pigiama firmato, e scoppiò a piangere.

«Non lo so cos’è…» singhiozzò, poi si lasciò cadere in ginocchio sul tappetino fradicio della doccia.
«Hai avuto un incidente?»
«No.»
«E come è successo?»
«Non lo so, un giorno mi sono svegliato così.»
«Sei malato?»
«Non lo so.»
«Come non lo sai?»
«Credo di sì.»
«Sei andato da un dottore?»
«Sì, sì»
«E che ti ha detto?»
«Non lo sapeva. Mi ha fatto andare da uno bravo, che mi ha mandato da altri più bravi ancora…»
«E?»
«E nulla.»
«Come nulla?»
«Nulla. Non lo sapevano.»
«Vuoi parlare per la miseria?» urlò Anna, e gli orecchini come palle natalizie tremarono assecondando la sua ira.
«Che vuoi che ti dica! Volevano fargli delle foto da mettere sui libri. Non lo sanno cos’è, non ci capiscono niente, dicono che una cosa del genere non l’hanno mai vista, che è unica nel mondo.» Tirò su del moccio acquoso che gli stava colando sul labbro.
«Ma» balbettò lei «non c’è niente da fare?»
«No. Non lo so.»
«Non è possibile. Ma ti fa male? Come è successo? Da quanto ce l’hai?»
«Da sei mesi.»
«Sei mesi? E non mi hai detto niente. Come ho fatto a non accorgermene?»
«Come?» disse Lorenzo, lanciando uno sguardo pieno di rancore alla moglie, che voltò la testa dall’altra parte risentita.
«Ci dovrà essere qualcuno che può far qualcosa. Qualche medicina.»
«Non c’è» disse affondando la testa fra le mani.
«Ecco perché…»
«Mentre tu lavoravi, io ero in giro per ospedali.»
«Non vorrai certo dare la colpa a me, spero.»

Lorenzo restò in silenzio. Sentiva il livore scorrergli nel corpo marcio e accumularsi lì sotto al pube, prendendo la forma di una passiva vendetta.

«E ti fa male?»
«No.»
«Fammi vedere.»
«No.»
«Ti prego.»
«È umiliante.»
«Ormai sono a questo punto.»

Lorenzo si fece coraggio, lentamente portò le mani sotto l’elastico dei pantaloni e in un’unica mossa li tirò giù insieme alle mutande.
Anna lo guardò per qualche secondo penosamente, tentando di far prevalere l’affetto sul disgusto. Il corpo del marito era deturpato: ora fra le sue gambe pendeva un minuscolo vermicello di carne simile a un fagiolino nodoso.

«Oh mio Dio, amore, che ti è successo?» gli disse e lo abbracciò. Lorenzo, ancora in ginocchio, le cinse le gambe affondandovi la testa mentre lei, in piedi, gli posava maternamente la bocca sopra il capo accogliendo le sue lacrime.
Piansero insieme per qualche minuto.
«Vedrai, troveremo una soluzione.»
«No, non c’è, non c’è niente. Io non sono più niente.»
«Ma che dici. Questo non cambia nulla.»
«No, non cambia. Le cose sono già cambiate.» Disse, fremendo nel pronunciare quelle parole.
«Non adesso per favore.»
«No, no, non adesso, non è importante. Io non sono mai importante.»
«Ma cosa c’entra questo?»
«Niente, non c’entra un cazzo. Vai, vattene! Torna a lavorare sennò…»
«Ma Lore…»
«Non sia mai che c’è qualcosa di più importante.»
«Perché mi odi?»
«Odio? Non me ne frega niente.»
«Si può sapere che ti ho fatto?»
«Lascia stare.»
«Sì, lascio stare. Prima…»
«Sì, prima.»

La donna tirò un sospiro poi continuò:

«Sei cambiato.»
«Anche tu.»
«Quanto eri fico, quando ti ho conosciuto. Ti venivano tutte dietro. Eri sicuro di te, bello. E come ti vestivi! Eri curato, sempre perfetto.»
«Ma allora era diverso.»
«La mattina ci vestivamo insieme. Ci specchiavamo insieme, quando eravamo pronti.»
«Già.»
«Camminavamo per strada e gli altri ci facevano pena. Ti ricordi le pose da foto? Che cretini… »

Un sorriso malinconico passò sul volto di Lorenzo ma solo per un attimo. Dalla finestrella aperta entrava il traffico di Testaccio, che come un pizzicotto lo riportava alla realtà scansando la memoria che lo aveva confiscato per qualche secondo.

«Perché hai smesso? Ti vesti come un poveraccio, non ti alleni più.»
«Ancora con questa storia? Credi che pomparmi il petto, me lo farà ricrescere?»
«Andavamo a ballare. I nostri amici erano a pulire il culo ai figli e noi a ubriacarci.»
«Già.»
«Ma tu hai mollato.»
«È diverso. Tu…»
«Cosa?»
«Lascia stare», si commiserò, ma desiderava che la moglie lo aiutasse a cavare fuori tutto.
«Io che? Io non mi sono lasciata andare, tu sì.»
«È diverso, i patti erano diversi.»
«Che patti?»
«Quando ci siamo conosciuti tu avevi il tuo lavoretto, di cui te ne fregava poco, invece te ne fregava di me, di uscire, di divertirci, di farci vedere. Io lavoravo!»
«E i patti?»
«Erano impliciti!» urlò Lorenzo «Tu mi hai fregato! Sei una truffa! Cos’è questa cosa? Questa cosa della carriera, dell’elevarsi, del vino? Quando ti ho conosciuto bevevi solo cocktails.»
«Ecco svelato il tuo problema. I miei successi ti fanno stare male? Sei senza palle.»

Lorenzo rabbrividì e, sempre più in preda alla vergogna, cercò di accavallare le cosce ancora incastrate nei pantaloni calati, ma scivolò e colpì violentemente col mento il pavimento freddo. Una nausea spossante cominciò a rivoltargli lo stomacò, e la stanza sembrava presa nello stesso vortice.

«Successo? Questo lo chiami successo?» disse spossato «Quando ti ho conosciuta dicevi che le donne in carriera erano delle fallite.»
«Si cambia.»

Lorenzo tossì, preso da conati che gli strattonarono il torace e l’esofago. Solo dopo che rigurgitò una brodaglia giallognola, si sentì meglio. Anna fece per andare verso di lui, ma Lorenzo con il braccio teso e la mano aperta le fece cenno di non avvicinarglisi.
Mentre un fetore di bile riempiva il bagno seguendo i solchi fra le mattonelle, le sembrò che tutte quella scena non fosse altro che una recita, che il corpo del marito aveva inventato per farla sentire in colpa. Anche lei fu assalita dalla voglia di vomitare.

«Non erano questi i patti» riprese poi il marito.
«Ah è questo? È tutto qui? È perché mi sono evoluta
«Ma che evoluzione! Sono cazzate che ti ha messo in testa quello.»
«Chi?»
«Eh! Chi!» fece con rabbia.
«Alberto?»
«Non lo nominare!» si infuriò Lorenzo, con gli occhi lucidi e arrossati.

In quel momento, che parve racchiudere in sé tutta la sincerità di cui Anna fosse capace, il cazzetto di Lorenzo si contrasse su se stesso come una lumaca senza guscio toccata dal bastoncino.

«Ah, è questo allora!» Anna scoppiò di nuovo a piangere.
«Mi hai abbandonato. Quel mese…»
«Avevi detto che mi avevi perdonata. Che l’avevamo superato. Non puoi farmi questo, non puoi reagire così per un errore.»
«Ma ti senti? Il mio corpo reagisce così e la vittima sei tu.»
«Mi stai trasformando in un mostro. Stai dando a una sciocchezza un’estensione immensa.»
«Un mese.»
«Ma cos’è un mese rispetto a… una vita?»
«Tutto.» rispose lui con enfasi.
«Hai detto che l’avevi superata.»
«Guardami! Ti pare che l’abbia superata?»

Anna si voltò e guardò l’immagine di sé e suo marito riflessa nello specchio, non appariva più bella accanto a lui. Sbottò a ridere istericamente.

«Non ci posso credere. Tu hai paura. Paura di me. Siamo sposati da tre anni e me ne accorgo solo ora. Sei patetico.»
«Zitta!» sbraitò «Zitta!» mentre la palletta di carne fra i testicoli si ritirò un altro po’ «Ferma! Guarda che mi stai facendo!»
«Che ‘ti’ stai facendo…»
«Zitta! Ti prego.»
«Ma non lo vedi? Siamo un cliché: la donna castrante, la coppia in crisi. Questa conversazione è un cliché.»
«Che vuoi dire?»

Sul volto dell’uomo si disegnò un’espressione di spavento. Guardò la moglie e la vide così esile e fragile, indifesa. Avrebbe potuto afferrarla per la gola e sbatterla al muro, soffocarla e spezzarle il collo senza nemmeno affaticarsi più di tanto. Eppure lei restava lì, in piedi, fiera e impertinente come se quell’eventualità non la sfiorasse. E allora capì finalmente cos’era che che stonava in quella situazione, che sentiva profondamente sbagliato e violava le leggi della natura. Non era una parte del suo corpo che si rimpiccioliva, ma la paura che provava verso quell’essere che per stato di cose doveva essergli sottomessa e che invece lo guardava dall’alto in basso ostentando l’indipendenza che la civiltà le garantiva. Capì che era lui in persona l’essere impotente, adesso.

«Abbiamo sempre recitato, amore mio.» Riprese il discorso, per concluderlo.
«Ti prego fermati. Non lo dire. Abbiamo tutta una vita.»

La voce di Lorenzo ora implorava vigliaccamente perdono. Abbassò lo sguardo, e non poté ignorare che fra pube e scroto, un tempo sempre ben rasati come la moda imponeva, non rimaneva altro che un pedicello incandescente con la punta gialla e la pelle tesa, pulsante. Sembrava che un solo colpetto sarebbe bastato a farlo schizzare in un purulento spruzzo bianco.
Anna gli si avvicinò e gli si inginocchiò di fronte. Una lampadina a led logora mandava una luce tremolante che, come battiti di ciglia sotto una nuvola di polvere, tagliava l’immagine della donna che andava e veniva.
Lorenzo dopo tanto tempo si ritrovò dentro gli occhi della moglie. Nonostante tutto, nonostante la rabbia e il dolore, desiderava solo tenerla lì, con sé, nella sua vita, in quella dipendenza assoluta che per lui era amore. In fondo non chiedeva altro che una parola, un gesto, qualcosa che lo facesse sentire amato a sua volta, Ma era tardi. Sentiva la mano di Anna fra le gambe scansare qualche ciocca riccioluta e poi agguantargli il brufoletto nella morsa di due dita.

«La verità» gli disse stringendo la presa «è che non ti amo più.»