C’è un concetto che corrompe ed altera tutti gli altri.
Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’etica;
parlo dell’infinito.

J. L. Borges, «Metamorfosi della tartaruga», Altre Inquisizioni

Da che mondo è mondo, l’ipotesi è l’escamotage dei furbi, dei sognatori e dei disperati. Si provoca con i se invece, si farnetica con i se potessi, con i se solo ci avessi pensato ci si dispera. Non fanno eccezione quei pensatori che a cavallo tra XIII e XIV secolo presero parte alla controversia sull’eternità del mondo utilizzando il ragionamento ipotetico per aggirare la censura e raggiungere possibilità argomentative impensabili su un piano meramente reale.

Ciò che alcuni di loro tentano di sostenere non è l’esistenza di un mondo eterno (ricordiamo che il contesto in cui tale disputa ha luogo è quello universitario parigino di fine Duecento, scosso da condanne e censure, e che tutti i protagonisti si muovono all’interno di un orizzonte che difende la dottrina cristiana secondo la quale il mondo è stato creato da Dio ab initio temporis), bensì il fatto che la creazione, proprio in quanto verità rivelata, non sia un fatto razionalmente dimostrabile. Che poi la creazione sia avvenuta nel tempo non è un’argomentazione che segue necessariamente la verità (rivelata) di un mondo creato dal nulla. Per coloro che non respingono la possibilità di un mondo creato e allo stesso tempo eterno (si pensi a Boezio di Dacia, Sigieri di Brabante e prima di loro lo stesso Tommaso d’Aquino), la creazione diviene un fatto puramente ontologico, privo di qualsiasi implicazione temporale. Affermando che il mondo non è eterno (verità di fede), si riconosce tuttavia la possibilità di un mondo eterno (ipotesi razionale): il problema della durata dell’universo, infatti, pur restando non decidibile (la posizione di Tommaso e Boezio in merito è agnostica), resta quantomeno ipotizzabile.

Tali dispute divengono un luogo classico dove si applica in modo sistematico quello strumento concettuale tardo-scolastico che è la distinzione tra potentia Dei ordinata e potentia Dei absoluta, ossia tra quanto Dio ha preordinato che avvenga e quanto, invece, avrebbe potuto ordinare che avvenisse. Oggi tale problema è identificabile con quello dello scarto teorico sussistente tra il mondo realmente esistente e i modelli degli infiniti mondi possibili. L’attenzione è dunque rivolta all’orizzonte del possibile (preferibile in periodo di inquisizione) che, paragonato al dato di fatto (coincidente col dato di fede), porta a domandarsi non più se il mondo sia o meno eterno, quanto se avrebbe potuto esserlo. Resta che l’iscrizione nel tempo in ambito di potenza ordinata evidenzia la contingenza di questo mondo, ma la non derivabilità logica di tale temporalità legittima l’ipotesi eternalista in ambito di potenza assoluta.
Tutti coloro che partecipano alla disputa sull’eternità del mondo utilizzano argomentazioni che chiamano in causa il concetto di infinito e le sue definizioni. La discussione della possibile eternità del mondo coincide, infatti, con quella sui generi di infinito leciti in virtù di onnipotenza divina: questo è il contesto normale in cui a cavallo tra XIII e XIV secolo si esprime il problema di mettere in relazione insiemi e sottoinsiemi infiniti.

A partire dalla tesi aristotelica che vede l’illimitato non rappresentabile all’interno del pensiero umano e per questo inconoscibile, la percezione sensibile di ogni oggetto risulta limitata da un principio formale che fa di esso un essere individuale e irripetibile. Proprio come ci ricorda Borges descrivendo le successive metamorfosi del secondo paradosso di Zenone, ogni oggetto percepito racchiude in sé una potenzialità indefinita, immaginabile come l’infinita divisibilità di un tutto limitato. Tale disgregazione, se portata all’estremo, causava per Aristotele l’irriconoscibilità della forma finale e la potenziale trasformabilità in altro della forma originale, ritornando così alla pura potenza iniziale, principio sostanziale di ogni esistenza successiva. È qui che si inserisce la nozione di limite, inteso come condizione necessaria perché l’avvicendarsi di generazione e corruzione si mantenga all’interno di un tutto tale da non implicare un infinito in atto (Arist., Phys., III, 8, 208a 9, p. 71).
Molte delle ipotesi che la scienza aristotelica ritenne assurde divengono nel XIII e nel XIV sec., grazie all’esercizio del ragionamento ipotetico, semplicemente probabili. Gli Scolastici sostituiscono alle impossibilità aristoteliche un certo numero di possibilità de potentia Dei absoluta, considerandole semplicemente incompatibili col nostro universo.
La trasformazione di questioni di fatto in questioni di possibilità equivale a spostare su un piano teologico qualsivoglia problema fisico, poiché qualificare come impossibile un dato è avvertito come un tentativo di porre limiti alle capacità dell’Onnipotente. Affrontato de potentia Dei, ogni quesito acquista valenza teologica.

L’intera cultura del tempo è investita da questo atteggiamento che muta in profondità il modo stesso di concepire gli obiettivi del sapere: più che scoprire se nell’universo esistente vi siano uno o più mondi, i filosofi del XIV sec. sono interessati a studiare in astratto le condizioni di realizzabilità, le conseguenze di tali alternative. Lo scopo non è la conoscenza reale né la verifica di ipotesi, ma la produzione di nuove regole. E ciò, ci fa notare ancora una volta Borges, è applicabile in ogni disciplina, matematica, estetica o epistemologica che sia. Il progetto di descrivere e classificare le infinite possibili forme della variabilità dunque si scontra nel Trecento con la passione per le eccezioni, per i dettagli, le sfumature, riducendosi spesso a un anarchismo metodologico che non riesce a sviluppare un unico e versatile linguaggio analitico. Borges si chiedeva: «Come giudicare codesta dialettica? È un legittimo strumento di indagine o soltanto una cattiva abitudine?». Certo è che l’assenza di unità, coerenza e generalità distinguono la matematizzazione dei pensatori tardo-scolastici da quella realizzatasi con Galileo un paio di secoli più tardi.

La fisica moderna, dunque, eredita dalla Scolastica alcune tecniche di ragionamento ipotetico che, nel campo della meccanica, aprono la strada a una nuova tecnica matematica e sono interpretate e applicate in modo più sistematico alla realtà e ai suoi processi. Tali applicazioni rappresentano la conseguenza potente di un diverso e nuovo modo di intendere il sapere scientifico che diviene uno strumento efficace per descrivere il mondo. Quello di Galileo e Leibniz però non è più il mondo dei secoli XIII e XIV: le esigenze e gli obiettivi sono cambiati.

Se è utile rintracciare una sorta di continuità tra tematiche dibattute e strumenti utilizzati, per comprendere come il pensiero di ogni epoca si evolva e muti, è però necessario considerare come spesso l’intervento di un accadimento eccezionale, e quindi discontinuo, possa ridefinire in termini radicalmente nuovi il rapporto tra teorie e realtà. Sarebbe dunque incompleto non considerare il ruolo fondamentale della matematica e il suo incontro decisivo con le teorie speculative e teologiche tardo-scolastiche.

Se, con Borges, «è arrischiato pensare che una coordinazione di parole possa somigliare all’universo; è anche arrischiato pensare che di tali coordinazioni illustri qualcuna – sia pure in modo infinitesimale – non rassomigli (all’universo) un poco più delle altre». Può dunque ricredersi il lettore che cominci a scorgere in uno dei tanti ragionamenti che utilizzano il regresso all’infinito, la semplice sfida all’indefinibile varietà delle eccezioni e all’ampiezza incalcolabile della potentia Dei absoluta. I diversi significati del concetto di infinito, i numerosi postulati, l’abbondanza degli argomenti, dei dubbi, delle obiezioni e, soprattutto, le antinomie di un concetto polarizzato di per sé rendono l’insieme di problemi legati a questo concetto uno dei più difficili e complessi non solo per la Scolastica, ma per l’intera storia del pensiero filosofico.

 

Bianchi, E. Randi, Le verità dissonanti, Laterza, Roma-Bari, 1990
J. L. Borges, «Metamorfosi della tartaruga», in Altre Inquisizioni, 1952, Feltrinelli, Milano, 1986

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