Reperto I – IL MITO DEL VENTO POMENTO

Pomento: vento burrascoso, vento autunnale di tempesta, che soffia da nord-est incanalandosi nella Lingua di Pamona.

Proverbi sul Pomento: portuale – «Infuria il Pomento, il capitano bestemmia e l’oste è contento»; rurale – «Infuria il Pomento, la vendemmia è finita e si pianta il frumento».

FLAVIO MARCELLO VARIO: Da piccolo Varra, la mia anziana nutrice, mi aveva raccontato la storia di Pomento: era un Epidemiurgo di Bagno dei Sauri, fratellastro uterino di Pinco Quinto Zoppo che a quel tempo era Proconsole Capo di stato maggiore e non aveva ancora ucciso a scudisciate sua moglie e il mio antenato Publio Vario. I pirati di Skelab Tiranno dei mari – altro fratellastro dello Zoppo, da parte di padre però – rapirono Pomento durante uno dei loro assalti alle città portuali e chiesero come riscatto il suo peso in oro. Pamona rifiutò e Skelab inviò al Senato le orecchie del sequestrato con un messaggio: Se l’intero peso dell’Epidemiurgo è eccessivo per l’Erario, provvederò man mano a ridurlo, amputando parti dell’ostaggio e facendovele pervenire, finché non sarà alla portata delle finanze della Repubblica. Pinco era deciso a non cedere, la sua linea prevalse. Quando Pomento ebbe perso naso, dita delle mani e dei piedi, membro, scroto, lingua e occhi maledisse Pamona invocando Progni Custode della Nemesi e impetrando vendetta. Prima che potessero smembrarlo ulteriormente la Dea Obliqua gli parlò: «Lo spirito ha nome pneuma, perché non è che soffio, se aneli castigo per la tua patria smetti di respirare». Pomento, rinchiuso in una cella nel ventre di un veliero a largo di Ogliona, trattenne il fiato fino alla morte. Mentre spirava dai suoi polmoni si dipartì l’alito vitale, nella gola si generò un mulinello d’aria e dalla bocca uscì un soffio, in principio era esile ma in breve crebbe diventando vento procelloso: fracassò la nave pirata e si precipitò verso Pamona, abbattendosi rabbiosamente sulle sue coste, sfracellando le imbarcazioni nel Porto di Falino e facendo tremare le scogliere. Era autunno, da allora la vendetta di Pomento si rinnovò ogni anno.
I mitologi non concordavano con Varra e con il popolo: Pomento era un vento ben più antico e femminile. Fu una ninfa del mare figlia di Panidre, che si struggeva d’amore per Ofido. Ma il Dio dell’ebbrezza e dell’ossessione, inventore della sodomia e del piru, desiderava solo gli abbracci e le carezze dei maschi, disdegnando le ghiotte rotondità dei corpi muliebri. Al contrario Jacu Peste dell’est s’infatuò della ninfa. Lei lo fuggiva assumendo le sembianze del gabbiano, dell’aguglia e della ricciola, ma le sue metamorfosi di semidea erano effimere. Dopo innumerevoli inseguimenti pregò il padre di aiutarla, questi la trasmutò in vento, un vento disperato e rancoroso che prese il suo nome.

Reperto II – PINCO QUINTO ZOPPO

Da Dei viri più illustri delle Lingue del Mare, del Logofante Eufemiostomo da Aghisoro

Pinco Quinto fu sin dalla culla uomo dall’aspetto sgradevole, segnato nel corpo da Jacu Peste dell’Est: tozzo, strabico e dolicefalo; con gambe corte, braccia lunghe e sei piccoli capezzoli. Con il passare delle primavere si manifestarono altre stimmate di bruttezza: zeppola, sudore acido, villosità belluina.
A dieci anni – durante la sanguinosa Pugna dei marmocchi, nella quale si schierò con i Bimbi Tuffarini di Loddo, perché tra i Fanciulli Accademici di Pognata era denigrato per l’inettitudine sua a salutare i compagni di banda con il gesto ufficiale, ovvero arricciando la lingua – perse l’occhio destro, colpito da un lancio di fionda di Genesio Spanna (poi) Dittatore nella Battaglia di Porta del Fieno. […]

Divenne Zoppo a sedici anni, incontrando per la prima e ultima volta il padre suo Seurgo di Prossa ai Giochi ecumenici di Taione: durante la Lotta a corpo libero – che allora ancora veniva gareggiata per volontà inflessibile di Brasso – strangolò il genitore e fu storpiato dalle busse ferrate dei Cerimonieri che tentavano inutilmente di fargli allentare la presa parricida. Ispirato e sorretto dalle soffici dita di Progni Ubiqua Vendicatrice delle carnalmente abusate, strinse e strinse ancora, fino a che il respiro del prossiano non s’estinse; a nulla valse spezzargli l’arto […]
Tra le ventitré giovinette pamoniane rapite da Prossa nel corso delle Tredici Rappresaglie Dentate della Lingua di Pamona, v’erano anche Glauda Quinta e Maria Arborea. In costanza di sequestro ambo subirono gli indesiderati assalti lussuriosi di Seurgo che in quei giorni, Eforo maggiore, governava l’isola. Da Glauda Quinta nacque Pinco, da Maria Arborea nacque Fabio, che passò però alla storia come Skelab Tiranno dei mari. […]

La Storia, portatrice di Corona e Sovrana dei destini, è talvolta una vecchia capricciosa che nei suoi pensieri senescenti, invece di guardare al presente e al futuro degli uomini, ricorda e rivive gli avvenimenti dell’infanzia. Si crede che il Tempo sia un innocuo computo di giorni, mesi e anni, senza gonadi, né mente, né passioni; il Tempo al contrario è divinità potente: Voragine che inghiotte. Non tutto ciò che Voragine sempiterna divora ella poi lo digerisce, capita al contrario che sequenze o nefaste creature del passato, dopo secoli e millenni, vengano esogurgitate nuovamente fuori nel mondo: Pinco Quinto era Proconsole Capo di stato maggiore quando riapparve il fantasma di fatti lontani, fatti antediluviani, fatti della tarda Repubblica romana.
Sesta Tratta, moglie dello Zoppo, celebrava, nella sontuosa dimora di Palazzo dei Quinti, i Riti muliebri del Solstizio d’inverno tra le matrone; il marito – relegato al piano terra, gli uomini non essendo ammessi alla Liturgia del Nuovo anno – sentì urla e schiamazzi a non finire provenienti dai locali superiori; non salì la scalinata, non volendo perpetrare atto sacrilego, fintantoché sua madre Donna Glauda non ne invocò disperata l’intervento: Publio Vario – fratello dell’Edile Valerio Vario che stava costruendo le Mura Nove – di soppiatto s’era intrufolato tra le officianti camuffandosi da fanciulla, essendo ancora imberbe, per congiungersi libidinosamente con l’amante Sesta Tratta. […]
Sappiamo dal Corpus Antediluviano che essendo accaduto il medesimo – portentosamente identico – avvenimento tra i Romani, Giulio Cesare Gallico, vittima dell’adulterio, ripudiò la moglie Pompea nipote di Silla l’Antimario – nonostante il tribunale, che le Epistole ad Attico ci dicono corrotto, nulla avesse accertato e sancito di illecito e criminoso – proferendo le celebri parole: «La moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto».
Il Publio che offese il Fondatore del Principato imperiale romano non si chiamava esattamente Publio Vario, era invece quel Publio Clodio – fratello incestuoso della Clodia\Lesbia di Catullo Erotico – che fu nemico giurato di Cicerone Oratore e che, screditato dallo scandalo, riuscì successivamente a risorgere come Tribuno delle Plebe e a scacciare da Roma l’autore delle Tuscolane e delle Catilinarie. […]
Pinco Quinto, uomo di sangue ardente e geloso oltre ogni dire al pari dell’Otello Teatrale dei Frammenti sciolti non databili, non ebbe la tempra d’animo del Gallico: uccise Publio Vario e la moglie a scudisciate e fu costretto a riparare all’estero, in fretta e furia, per sfuggire alle ritorsioni dei Vari e dei Tratti.
Trovò rifugio a Prossa dove la Pneumagoga ordinò di accoglierlo con tutti gli onori, dichiarando per Vaticinio oracolare l’assassinio di Seurgo come voluto e disposto dall’imperscrutabile volontà di Progni Ubiqua detentrice della Nemesi[…]
Vestendo noi i panni di Plutarco Parallelista, diremo che se Cesare ebbe la Gallia, lo scandalo e la dipartita per mano di un familiare; se Pompeo ebbe i Pirati e il favore aristocratico; se Crasso ebbe la pecunia e la morte lontano dalla patria; Pinco Quinto ebbe tutte queste cose insieme, sottintendendo che la sua Gallia fu la Talattropia, i suoi pirati quelli di Skelab, la sua Persia dei Parti il mare di Neotete. […]

[…] E fu così che presero commiato dai viventi Pinco Quinto lo Zoppo e il fratellastro suo Skelab Tiranno dei Mari, l’uno con la daga piantata nel petto dell’altro, sul ponte di una nave in fiamme che calava a picco a largo di Neotete.

Reperto III – PANTHEON

CLODEN: Superata l’infanzia e l’età dei giochi – di cui ricordo poco e niente –, non fui mandato come la maggior parte degli altri a lavorare nei campi, né ai forni del monastero come apprendista; «sei portato per i calcoli e ti fai notare per le abilità mnemoniche, – disse uno dei maestri, Gidden; – certo, la tua grafia è penosa e semini più errori te nei dettati che il resto della classe messa insieme; però coniughi bene i verbi, anche quelli irregolari, va detto. Ci sono state discussioni, ma abbiamo deciso di farti continuare gli studi, imparerai la geometria, un po’ di storia e i rudimenti dell’Alto latino antediluviano, la lingua della Parte prima dei Sacri Libri della Carne e dello Spirito».

Al sopraggiungere dei primi peli sul pube non tardai a deluderli: «Sei un indisciplinato, distratto e pigro scansafatiche, il peggiore dei fannulloni! Nei monasteri poldiani quelli come te li scorticano dalle frustate».
Appena potevo, appena intravedevo uno spiraglietto di possibilità – e ne vedevo spesso, perché i monaci erano buoni e non mi facevano paura: abbaiavano un po’, ma non m’hanno mai picchiato – scappavo. Catturavo i girini, cacciavo le lucertole con cappi di sarracchio, mangiavo more e amarasche, raccoglievo aculei d’istrice e soprattutto guardavo i formicai. Come si fa a stancarsi di guardare un formicaio? Volontariamente non ho mai fatto male a una formica in vita mia, gli portavo le briciole di pane. Andavano golose di zucchero, però poche volte sono riuscito a rubarlo. Le mie predilette erano le codere, quelle piccoline con la coda rossa. Ora invece mi piacciono di più le nere. Sapevo che le formiche sono sacre ad Aritme Catascopeio e nei suoi Templi lo Ierofante Murmidone si occupa, con ogni premura, di un giardinetto interno solo per loro; quello di Taione osservandole predice il futuro. Già allora sapevo che era una cazzata. Sognavo di abbandonare il Credo Monobasileico e di diventare politeico da grande – per Aritme e per le formiche!

Decisero di non avviarmi ai corsi superiori e di impiegarmi «nella coltivazione delle erbe officinali e medicamentose, nella cura delle piante aromatiche e delle spezie, come aiutante del fratello Erborista e Apotecario, a cui dovrai obbedire; se non lo farai non esiterà a fare rapporto al fratello Pedagogo. Sei grande ormai Baden. Attento, stai molto attento: i piccoli li minacciamo, ma poi li teniamo tutti, qualunque cosa facciano. I grandi no! Se non gli garba di stare al monastero posso andarsene!»

Non legai più di tanto con i coetanei, immagino dipendesse da me. Mi penso e vedo un dodicenne scheletrico – non che non mi dessero da mangiare, al contrario – con i capelli a caschetto arruffati, poco in confidenza con l’igiene, taciturno e dal carattere scostante: alternavo un umore schivo e cupo a impeti di dispettosità caotica. Le mie giornate trascorrevano solitarie e monotone. L’ora che preferivo era il tramonto: finivo il giro delle annaffiature con il rosmarino e la salvia nel chiostro, terminavano i miei compiti e potevo accucciarmi ai piedi del bassissimo tavolinetto di legno davanti alle cucine per seguire le partite di scacchi tra l’Economo e il Bibliotecario. Non chiesi mai di farmi giocare, non so come avrebbero reagito.
Anche gli scacchi sono sacri ad Aritme: era Padre e Re degli dei, un Re molto migliore di quello che gl’è succeduto; suo figlio Orane con il suoi tori, il suo diritto, il suo sole e i suoi tuoni. Era sposato con Gerasa, che conosceva tutti i segreti dei vegetali e delle sostanze, dall’ambrosia alla cicuta; badava ai maiali – nelle statue è sempre raffigurata come una vecchia che siede sulla schiena di un maiale –; mescolava gli elementi e ne creava di nuovi; stabiliva quali morfologie, colori e proprietà dovessero avere le piante, con cui poteva parlare. Era Regina, non Nonna. Aritme di giorno contava il tempo con la clessidra e misurava le figure, dando una forma al Protogono, il giovane mondo ancora informe. La sera, dopo cena, giocava a scacchi con suo figlio minore Panidre che già allora proteggeva i commerci, gli uomini di mare, i dialettici, i retori e i rapitori; ma non aveva ancora inventato il denaro e la menzogna. Il Primo padre non andava d’accordo con sua figlia Pognata che – in quella Prima era – si chiamava Panpolema e non Scioglitrice di ginocchia, perché la guerra tra gli uomini non esisteva – Aritme non la permetteva –, perciò faceva combattere le cose inanimate, portando il divenire dove c’era la stabilità, l’opinione dove c’era la verità, il disordine dove suo padre metteva ordine. Sacta era la più graziosa della prima progenie, ma il Re la vedeva poco: passava tutto il tempo con la madre, insieme passeggiavo nei boschi e facevano sbocciare i fiori; quando Gerasa rientrava a casa lei rimaneva fuori, nei campi e nuotava tra le spighe di grano. Poi cambiò tutto. Aritme divenne Catascopeio e iniziò a spiare dall’alto, senza mai intervenire; si ritirò disperato e pazzo, sopra il cielo, perché scoprì la Regola del quadrato: prendi un quadrato e tracci una diagonale, ottieni due triangoli, se la lunghezza dei lati dei due triangoli è un numero intero quella dell’ipotenusa, che hanno in comune, è un numero senza fine e imprevedibile, incalcolabile. Non conobbe mai i suoi nipoti, nemmeno quelli più importanti, i figli di Orane e Sacta: Pirito, Ofido e Progni. Quando però nacque Loddo volle provare a tornare sulla terra – il nuovo Re non glielo permise – per coccolarlo: nemmeno lui poté fare a meno di amare senza remore l’Ultimo dio che mai diverrà adulto.

Reperto IV – CALENDARIO

Da Dossografia universale. Libro secondo: Prolegomeni a uno studio del tempo storico, del Logofante Eufemiostomo da Aghisoro

In base al Calendario ecumenico (C.E.), in uso ormai anche nei più sperduti recessi delle Lingue del Mare, il computo degli anni ha inizio con le fondazioni di Aghisoro e di Pamona, che si concordò – in occasione della terza edizione dei Grandi giochi del Maggio (257 C.E.) – di fissare convenzionalmente nella medesima data, anche se la simultaneità dei due eventi è negata tanto dalla leggenda quanto dalla storia. […]

Secondo gli Annali di Fanoe Aghisoro fu fondata nel 890 A.F.C. (ab Fanoe condita), mentre Pamona nel 954 A.F.C., ovvero rispettivamente nel nel 1890 P.D (post Diluvium) e nel 1954 P.D., infatti i fanoani contavano il tempo anche a partire dal Diluvio planetario, che ritenevano si fosse verificato precisamente un millennio prima che Fann Pastore di popoli tracciasse, con l’aratro trainato dai tori alati, i confini della loro capitale. […] Sia la datazione fanoana che quella diluviana scivolarono nella più oscura desuetudine poco dopo la Caduta di Fanoe. […]
Secondo il mito Panidre, sobillato dai nipoti Loddo e Progni, un giorno si scontrò violentemente con Orane, tentando invano di intercedere in favore della liberazione di Ofido dalla Cattività abissale. Non avendo ottenuto dal Re degli dei che ingiurie e improperi, visceralmente offeso, si dipartì dai Numinosi palazzi andandosi a stabilire nelle Lingue del Mare, in prossimità del Vulcano dei Monti sacri, dove fondò Aghisoro, che in A.g.a. (Alto greco antidiluviano) significa proprio Montesacro.
In breve la nuova cittadina divenne prospera e fiorente, suscitando l’invidia di Pognata Scioglitrice di ginocchia, già irata con Panidre per essersi schierato con Ofido, reo di aver mutilato suo figlio Niccheo Nato dallo stupro. La Dea degli eserciti convocò quindi Fann e gli ordinò di costruire nelle vicinanze di Aghisoro un’urbe che la superasse in magnificenza e la schiacciasse in possanza, lei stessa la battezzò Pamona e pose la prima pietra. […]

L’Epopea di Fann termina con la morte del Pastore di popoli che sacrifica la propria vita immortale per salvare Pamona – irrorandone le mura con l’icore – dall’assedio di Jacurectabas, detto Jacu Peste dell’est.