Quello che avete davanti è un cubo magico. Un cubo di 6 facce, su ogni faccia ci sono 6 poligoni, ogni poligono ha 6 lati. Un cubo impossibile. 

La storia della story più breve della Storia è uno di quei miti costruiti con tanta minuzia, nella sua indecidibile ed efficace vaghezza, da far dubitare della natura reale dell’universo (la realtà può permettersi di essere incompleta, solo una simulazione deve essere dettagliata nei particolari più insignificanti, pixellata fine negli angoli più remoti).

Il fatto poi che sia il mito fondativo delle pagine che state leggendo, di questo mini ciclo di racconti in sei parole, ma che non sia stato posto – com’era prevedibile e giusto – in prima posizione, ma solo come seconda puntata, la dice lunga sulla presunzione dell’autore, sia rispetto al rapporto conflittuale e irrisolto con lo zio Ernesto, sia rispetto al delirio di dimostrare che invece l’universo, disgraziatamente, è reale (mentre io, disgraziatamente, non sono Borges).

Il mito: Ernest Hemingway è al bar con gli amici. Com’è facile immaginare, si scherza, si beve, si fa letteratura. Dall’intersezione di questi tre piani, Hemingway trae l’idea per la scommessa: volete vedere, dice, che vi creo un racconto fatto e finito, usando solo sei parole? I commensali babbioni accettano, e lo scrittore scarabocchia su un foglietto: “Baby shoes on sale, never used”. Un dramma ottocentesco, un horror, l’intera opera di Tolstoj e di Stephen King condensata in una riga: standing ovation, incasso della posta, e ingresso diretto nella Storia.

(En passant, uno dei tanti pregi di questa storia, involontario e perciò ancora più notevole, è quello di riuscire a conservare la brevità, lo stesso numero di parole anche in una lingua come l’italiano, che per una serie di circostanze tende a essere meno stringata dell’inglese: “Vendesi scarpine da neonato, mai usate”; che storia.)

La storia: peccato che sia falsa. O meglio, indimostrabile. Una serie di indizi depongono a sfavore, al di là della improbabile ricostruzione dei fatti, della inverosimile ingenuità dei commensali (chi mai lancerebbe una sfida del genere senza avere già l’asso nella manica?). Nel 1910, quando Hemingway aveva 10 anni, un giornale americano raccontava una tragedia familiare: lo spunto era venuto al giornalista proprio trovando quell’annuncio di sei parole. Negli anni successivi la cosa deve aver goduto di una certa fama, tanto che delle varie volte in cui torna a galla, una (nel 1921) è in forma di parodia: la persona che risponde all’annuncio – in questa versione, per un passeggino – porge le condoglianze alla mamma, e quella fa: ma quando mai, il fatto è che sono nati due gemelli!

Ernesto: certo, avrebbe potuto copiare, i geni lo fanno. Ma la leggenda, altra cosa strana, è apparsa per la prima volta in un libro del 1991, quando Hemingway era morto da 30 anni, e quindi al di là di ogni smentita o conferma. Sia come sia, la storia delle six words stories ha preso piede, generando innumerevoli tentativi d’imitazione, dando vita a un vero e proprio sottogenere nell’ambito del genere flash story. E qui ne state per leggere l’ennesimo esempio: ovviamente, derivativo e citazionistico: sia di questo e altri topos hemingwaiani (il vecchio, il mare, la morte, il pomeriggio), sia delle puntate precedenti e future di questa storia (dal toro nell’arena a quello nel labirinto, il passo è breve).

VARIAZIONI ERNEST
1
Vendesi dinosauro per neonato, mai morso
2
Vendesi cucciolo di dinosauro, ancora addormentato
3
Vendesi berretto da marinaio, come nuovo

4
Il toro si mosse. Io no
5
Labirinto affittasi, toro incluso (no filo)
6
Vergine di Norimberga affittasi, ottimo investimento