F. Kafka – Lettere a Milena, p22

[Praga, 13 luglio 1920]
Martedì

Ho qui i tuoi due telegrammi[1]; capisco, finché sono state lettere di Jarmila, non hai fatto domande sulla posta di Kramer[2], è tutto a posto, soprattutto non devi assolutamente temere che io faccia qualcosa di mia iniziativa senza prima aver avuto il tuo consenso. La cosa principale, però, è che finalmente, anche dopo una notte quasi insonne, io stia seduto davanti a questa lettera che mi risulta infinitamente importante. Tutte le lettere che ti ho scritto da Praga non avrei dovuto scriverle, persino le ultime, e solo questa dovrebbe esistere; anzi, quelle potrebbero anche esserci, sarebbe lo stesso, ma questa lettera dovrebbe stare in cima. Purtroppo non ti potrò dire neanche una minima parte di ciò che ho detto ieri sera, dopo aver lasciato Staša, o di ciò che ti ho raccontato stanotte o stamattina. Come che sia, l’importante è: qualsiasi cosa possano dire su di te gli altri dell’ampia cerchia attorno a te, a partire da Laurin fino a Staša e tutti gli altri che non conosco, con estrema furbizia, animalesca apatia (ma gli animali non sono così), demoniaca bontà, amore assassino… io, Milena, io so fino all’ultimo che tu fai bene qualsiasi cosa tu faccia, sia che tu resti a Vienna, che tu venga qui o rimanga sospesa tra Praga e Vienna o faccia ora una cosa, ora un’altra. Che cosa avrei a che vedere con te, se non lo sapessi? Come nel mare più profondo non c’è neanche un posticino che non stia sempre sotto una pressione pesantissima, così è stare con te, ma ogni altra vita possibile è come una vergogna e mi viene la nausea a pensarci; fino ad ora pensavo di non poter sopportare la vita, di non sopportare le persone e mi sono tanto vergognato, ma adesso tu mi confermi che quella cosa che mi sembrava insopportabile, no, non era la vita.
Scusami, ma Staša è spaventosa. Ieri ti ho scritto una lettera su di lei ma non ho avuto il coraggio di spedirla. Lei è come tu dicevi: cordiale, gentile, bella, dolce, slanciata ma spaventosa. Lei era la tua amica, e deve esserci stato all’epoca una sorta di luce celestiale in lei, ma si è spenta del tutto in modo tremendo. Uno sta davanti a lei con terrore, come se ci si trovasse davanti a un angelo caduto. Non so cosa le sia successo, probabilmente è spenta a causa di suo marito. È stanca e morta e non lo sa. Se voglio immaginarmi l’inferno, penso a lei e a suo marito e, battendo i denti, mi ripeto la frase: «Ora corriamo nel bosco». Perdonami, Milena, cara cara Milena, perdonami, ma è così.
Comunque, sono stato con lei un tre quarti d’ora, nel suo appartamento e poi per strada fino al teatro tedesco. Sono stato al amassimo grado gentile, loquace, fiducioso, ma era anche una

Sul margine sinistro della seconda pagina della lettera: Sono molto a favore del piano Chicago[3], a condizione che vengano usati fattorini che non possano correre.

occasione per parlare di te, finalmente, e tu mi hai celato il suo vero volto. Che fronte di pietra che ha, sulla quale si può leggere, scritto in caratteri d’oro: «Sono morta e disprezzo chi morto non è». Ma ovviamente è stata gentile e abbiamo discusso ogni cosa a proposito di un viaggio a Vienna ma non riesco a convincermi che possa avere un significato buono per te, se lei venisse, forse per lei sì.
Di sera sono andato da Laurin, non era in redazione[4] – ho fatto tardi –, mi sono seduto per un po’ con un uomo[5] che conoscevo da prima sul divano sul quale Reiner si è disteso per l’ultima volta un paio di mesi fa. L’uomo era stato con lui per tutta l’ultima sera e mi ha raccontato qualcosa.
Così il giorno era diventato troppo arduo per me e non riuscivo a dormire, inoltre mia sorella era venuta per due giorni da Marienbad col marito e col bambino per incontrare lo zio spagnolo, e il bell’appartamento non era più vuoto. Ma guarda come mi trattano bene, mi lasciano nella stanza da letto, tirano fuori un letto, si distribuiscono nelle altre stanze disordinate, mi lasciano il bagno, si lavano in cucina ecc. Sì, sto bene.

Tuo

In qualche modo non sono del tutto d’accordo con la lettera, ci sono solo resti di un discorso molto più intenso e segreto.



[1] Tradotto da F. Kafka, Briefe an Milena, erweiterte und neu geordnete Ausgabe, herausgegeben von Jürgen Born und Michael Müller, Frankfurt am Main: Fischer Taschenbuch Verlag, 2015¹⁵.

[2]Kramer era il cognome di copertura con cui Kafka scriveva a Milena fermoposta.

[3]Ernst Pollak, molto insoddisfatto del suo lavoro in banca, accarezzava l’intenzione, tra l’altro, di trasferirsi a Chicago.

[4]Redazione dell’editore Orbis a Vinohradská, dove veniva pubblicato il giornale Tribuna.

[5]Michal Josef Mareš (1893–1971), un redattore del Tribuna proveniente da Teplice. Lirico, giornalista e in seguito anche drammaturgo cinematografico. Fu per molto tempo amico di Josef Reiner. Credeva che Jarmila e Willy Haas avessero portato il giovane redattore alla morte.

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