“Le tredici lame” di Abercrombie: storie di un mondo brutale

Si sforzò di mantenere una voce calma mentre altri tre uomini si accalcavano dietro Mason. Cercavano di sfoggiare un’aria minacciosa, ma la stanza era troppo piccola e riuscivano solo a essere a disagio. Uno aveva la faccia butterata da bruciature d’olio e gli occhi a palla, un altro indossava un cappotto di pelle troppo grande, si ingarbugliò con una tenda e finì quasi per strapparla agitandosi, e l’ultimo teneva le mani in tasca, con l’aria di chi ci nasconda dei coltelli. Ovviamente.
Shev dubitò di aver mai visto tanta gente nel suo locale nello stesso momento. Triste a dirsi, non erano clienti. Scoccò un’occhiata a Severard, e lo vide agitarsi nervosamente, leccandosi le labbra. Aprì le mani come a dire Calma, calma sebbene dovesse ammettere che non si sentiva molto calma neppure lei.

Nei racconti fantasy de Le tredici lame, Joe Abercrombie narra un mondo caotico e instabile che mette alla prova i suoi abitanti: unico obbiettivo è uscirne vivi, e magari integri. È un mondo brutale e amorale, capace anche di ospitare sprazzi di eroismo (mai convinto, mai compiaciuto di sé, sempre accompagnato dal dubbio e dalla paura) e di affetto.

Dopo l’autoconservazione, il motore che guida i personaggi è il desiderio di poter disporre in libertà della propria vita. Si tratta di un desiderio sempre frustrato, talmente contrario allo stato delle cose che, in molti casi, è proprio questo a rendere schiavi i vari personaggi: il mondo della Prima Legge si basa su debiti insolubili e obblighi da cui non si può fuggire se non con la morte e l’omicidio (che però il più delle volte porta all’asservimento verso nuovi padroni), mentre il tradimento è la base di ogni relazione umana. Se non ci sono guerre in corso vuol dire che o una guerra sta per scoppiare o si è appena conclusa, e che quindi si fa la conta dei morti, anche per rendersi conto delle forze di cui si potrà disporre nel prossimo conflitto.

Era una di quelle giornate d’inizio estate in cui, come un generale astuto, il sole caldo prima ti fa uscire allo scoperto e poi ti coglie alla sprovvista con una cascata di violenza improvvisa. La paglia sui cornicioni degli edifici gocciolava per l’ultima pioggia, e il cortile del forte era ridotto a una poltiglia fangosa, disseminata di pozzanghere luccicanti.
«Brutta giornata per attaccare» sentenziò lo Strozzato, seguendo guardingo Bethod con una mano sul pomello della spada. «Bella giornata per mantenere una buona posizione.»
«Non esistono brutte giornate per mantenere una buona posizione» disse Bethod mentre attraversava il cortile a passi appiccicosi. Ciac ciac. Cercava del terreno stabile su cui camminare, e non ne trovava.

Per sopravvivere al mondo tratteggiato da Abercrombie bisogna essere scaltri, disillusi, disposti a pagare lo scotto di una solitudine così profonda da assumere una dimensione esistenziale; allora il fantasy presenta sfumature quasi noir, o hard-boiled, pur non perdendo la propria identità; l’umorismo aiuta, ma non salva, perché la salvezza è un concetto fallace, talvolta inconcepibile.

È l’incertezza, unita alla soffocante sensazione di inevitabilità, che incattivisce i personaggi, schiacciati da un costante stato di panico che loro stessi contribuiscono a creare, quasi a dimostrazione del fatto che la strada per l’inferno è lastricata delle migliori intenzioni; ciò che Abercrombie ci vuole dimostrare è che questa strada è una strada a spirale, che gira su se stessa e si riavvolge continuamente, e che non finisce mai. Il contesto è talmente cinico e crudo che gli occasionali atti di altruismo e generosità brillano di una luce particolare, perché chi li compie è perfettamente consapevole che, con tutta probabilità, tali atti gli si ritorceranno contro.
È proprio in queste occasioni che emerge un singolare spessore etico, così come sui generis è la tenerezza che i vari personaggi suscitano, un qualcosa che ha un forte sapore di solidarietà, cameratismo, se non addirittura comprensione: è chiaro che essi fanno il meglio che possono, il meglio che le circostanze concedono loro, e di rado escono vittoriosi dalle loro imprese, ma nel viverle regalano al lettore una rappresentazione dell’umanità incisiva, fragile, commovente.

Joe Abercrombie
Le tredici lame (2016)
trad. it. di Edoardo Rialti
Milano, Mondadori, 2017
pp. 348

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *