L’idea migliore che B. avesse mai avuto

Alle sette di mattina del 3 giugno, ultimo giorno di scuola, il piccolo B. si svegliò consapevole di come, mentre dormiva, gli fosse passata per la testa l’idea migliore che avesse mai avuto. Aveva sognato il soggetto già maturo di un romanzo che sapeva per istinto sarebbe stato eccezionale. Tra tutte le immagini frammentarie, benché vivide, che gli erano apparse in sogno in passato e purtroppo non aveva più modo di ricordare, questa era senza dubbio la migliore. Una storia complessa, profonda, del tutto chiara nella mente del tredicenne B., definita tanto nella struttura generale quanto nei dettagli. C’erano i personaggi, la trama, le peripezie; B. ne intuiva la dimensione simbolica, il messaggio potente e sincero da cui si era sentito pervaso al risveglio: lo sentiva forte anche ora che era steso a letto ma perfettamente cosciente, l’idea ribolliva e gli chiedeva di essere meditata e messa su carta. Stavolta, pensava B., non ci sarebbero stati intoppi, con questa storia per le mani non avrebbe potuto permetterselo. Ci avrebbe lavorato tutta l’estate, tappandosi in casa, forse perfino dimenticando, qualche volta, di mangiare o fare pipì, senza curarsi del caldo o degli amici in bicicletta tutto il giorno o delle serate in piazzetta o delle ragazze. La madre si sarebbe preoccupata, a un certo punto, ma poi avrebbe capito: osservandolo scrivere e scrivere, avrebbe capito.

C’era solo da guardarsi le spalle durante il tragitto casa-scuola e, dopo, niente più pericoli. Nonostante l’ottimismo, non poté fare a meno di provare una leggera sensazione di freddo, in netto contrasto con le temperature sopra la media stagionale di quell’inizio di giugno. Si vestì in fretta e scese al piano di sotto, dove sua madre gli aveva già preparato la colazione. Mangiò con un’espressione diversa dal solito: alla donna parve, in qualche modo, più adulto. Pensò proprio questo, mentre lo vedeva mangiare, «È come se fosse più grande»; attribuì l’impressione alla stanchezza per l’anno scolastico terminato, alla concentrazione per il progetto da presentare, al luogo comune per cui gli adolescenti sembrano crescere troppo in fretta.

Dopo essersi lavato i denti, B. le diede un bacio e uscì di casa con dieci minuti di anticipo. Aveva deciso di deviare dal percorso che seguiva di solito per andare a scuola, sperava che così facendo Lui non lo trovasse. Il piano, concepito mentre mangiava i cereali, consisteva nel restare in classe giusto il tempo di presentare il progetto insieme agli altri quattro compagni con cui aveva lavorato in gruppo per tutto maggio, almeno un paio di pomeriggi alla settimana, per poi fingere di avere la febbre e farsi venire a prendere dalla madre, evitando così di dover tornare a casa da solo. Alla bicicletta parcheggiata a scuola ci avrebbe pensato poi uno dei suoi genitori in un secondo momento, tanto a lui non sarebbe servita per un bel po’. Non se la sentiva di non andare a scuola per mettersi già a scrivere, sebbene gli sembrasse di averne un bisogno quasi fisico; sarebbe stato come abbandonare il gruppo di lavoro, tanto più che a lui toccava presentare una parte molto importante: l’illustrazione in PowerPoint del processo della fotosintesi clorofilliana, prima che un’altra compagna passasse a descrivere nel dettaglio forma e struttura di alcune foglie che avevano raccolto e conservato. Se avesse detto prima a sua madre di non sentirsi bene, lei non gli avrebbe permesso di andare. L’unica, per B., era cambiare il percorso usuale, sperando di non incontrarlo.

Mentre inforcava la bicicletta e usciva dal garage, sentiva la testa e il cuore scoppiare per la potenza dell’idea; per un attimo gli parve addirittura che la vista gli si offuscasse perché gli erano venute le lacrime agli occhi.
«Che femminuccia», si disse a mezza voce. Ricacciò indietro l’emozione, riservandosi di tirarla fuori più tardi, quando, finalmente seduto alla scrivania della sua cameretta, avrebbe creato un nuovo file Word e cominciato a battere sul piccolo portatile. Non sarebbe stato facile trattenersi, anche se per il breve tempo di quella mattina, ma avrebbe dovuto provarci.

Cominciò a pedalare lungo il viale alberato che costeggiava il quartiere residenziale. La giornata era fresca, il sole gli riscaldava il viso ma non lo accecava, così B. non aveva avuto bisogno di indossare gli occhiali scuri che portava quasi sempre al collo della maglietta (per il sole, anche, ma soprattutto per far colpo sulle ragazze). Al secondo incrocio, invece di proseguire diritto, svoltò a destra, sperando di disorientarlo. Ogni volta che B. aveva qualcosa da perdere, Lui si faceva vedere e glielo toglieva, lo derubava. Era come se lo sapesse, perché c’era solo in quei giorni ma, in quei giorni, c’era sempre. Il tempo cambiava e Lui era lì: si parava nel mezzo della strada e lo aspettava. B. non sapeva chi fosse. Non frequentava la sua scuola, non lo aveva mai visto da nessun’altra parte. Non era uno dei ragazzi dell’ultimo anno che B. e i suoi amici evitavano per non essere pestati, era molto peggio. B. aveva capito quanto di sbagliato ci fosse in Lui fin dalla prima volta che era spuntato dal nulla e gli aveva sorriso e poi lo aveva afferrato e trascinato giù dalla bici. La maggior parte delle volte B. accelerava e provava a scartare di lato per aggirarlo e lasciarselo alle spalle. Non gli sembrava tanto più grande di lui ma era grosso, ed era veloce: riusciva puntualmente a bloccarlo e qualsiasi tentativo di difesa si rivelava inutile. Sorrideva, sorrideva sempre, appariva di punto in bianco sulla strada, coi capelli spettinati, gli abiti trasandati e sporchi. Lo aspettava spiegando un sorriso radioso e orribile di denti neri. Non lo picchiava, non lo aveva mai picchiato. B. lo avrebbe preferito ma sapeva che Lui non aveva alcun interesse a picchiarlo, non ne avrebbe ricavato nulla. Gli interessava solo portargli via ciò che aveva, poi se ne andava. Stavolta, però, B. lo avrebbe fregato. Voleva avvicinarsi alla scuola poco a poco, procedendo secondo un percorso improvvisato, andando a zig-zag, girando intorno a un paio di villette, attraversando prati, imboccando vie secondarie che per qualche decina di metri si allontanavano perfino, curvando fino a riprendere la traiettoria giusta. Intanto l’idea non perdeva la sua forza e, per quanto B. fosse preoccupato di arrivare a scuola incolume, quella storia pulsava dentro di lui e gli pareva perfino capace di infondergli energie nuove, tanto che sentiva di poter pedalare ancora per molte ore senza stancarsi. Ormai era a duecento metri dalla scuola, un altro paio di caseggiati da superare e sarebbe arrivato al piazzale d’ingresso. Cominciò a pedalare più forte, poi avvertì la prima folata di vento caldo e seppe.

Un secondo dopo, una fitta al braccio lo fece sbandare e cadere a terra; nell’urto si sbucciò un gomito, che cominciò a sanguinare. Lui gli era davanti e sorrideva. B. si rese conto che gli aveva lanciato un sasso: un tiro preciso, senza bisogno di ulteriori tentativi. Intorno non c’era nessuno. Non c’era mai nessuno quando Lui lo trovava per derubarlo. Era come se entrassero in una dimensione e in un tempo paralleli, in cui esistevano solo loro due, in cui non c’erano auto o passanti che potessero dargli una mano. Qualcosa, all’arrivo di Lui, cambiava: l’aria diventava più calda e densa, come in quelle giornate in cui spira lo Scirocco e c’è polvere dappertutto. Succedeva anche coi colori: il mondo diventava rossiccio, i contorni delle cose prendevano a sfumare. Così era adesso. Quello stupido diversivo si era rivelato senza senso: ora aveva la certezza tremenda che Lui ci sarebbe sempre stato.

«Lo sento dall’odore, che ce l’hai», gli disse Lui, fermo a pochi passi, sorridente.
Prese ad annusare l’aria con forza, in segno di scherno, grufolando come un maiale. I capelli neri erano spettinati e unti, il vento li sollevava a ciocche pesanti. Indossava una t-shirt sbiadita e un vecchio gilet di jeans, un paio di grossolani pantaloni neri parecchio consumati e delle scarpacce da ginnastica.
«Lo sento, lo sento che ce l’hai, lo sento lo sento che ce l’haiii», cominciò a canticchiare Lui mentre si avvicinava.

B. si sollevò a fatica, concentrato soltanto sul braccio indolenzito e sul gomito che sanguinava. Riuscì a rimettersi in sella ma Lui gli arrivò dietro in un attimo, prima che potesse ricominciare a pedalare, e lo tirò a sé. La bici cadde di nuovo. Lui puzzava, stavolta anche più del solito. A B. passò per la testa che avesse più fame, come se l’intensità dell’odore dipendesse dal bisogno che quel mostro aveva di saziarsi. Lui lo teneva per la maglietta e avvicinò la faccia alla sua. Il vento rosso ora era più forte; B. avvertiva il tanfo a zaffate potenti e ritmiche, come se lo stesso cuore di Lui le emanasse dall’interno, a ogni battito. Il sorriso si intensificò e gli deformò il volto, devastando i lineamenti. La faccia di Lui, adesso, era quella di una creatura famelica e fuori di sé. Ai lati della bocca gli si era formato un velo di schiuma bianca.

«Lo senti che ho fame», disse e B. dovette girare la faccia: i denti neri e l’alito di Lui gli davano il voltastomaco.
Lui pose la mano libera sulla testa di B., come se volesse accarezzarlo o benedirlo. B. si concentrò sul dolore al braccio e al gomito, cercò di visualizzarlo e di evocare altre immagini, le più disparate. Doveva nasconderla.
«Non la nascondere, fiorellino», canticchiò Lui, ridendo, «la troverò, la troverò» e, poi, riuscì davvero a trovarla.

Riuscì a trovare l’idea migliore che B. avesse mai avuto, l’idea del romanzo che avrebbe voluto scrivere da sempre. La trovò scavando nella mente di B., era delle sue idee che Lui si nutriva. Ogni volta che i sogni gliene suggerivano una, Lui gliela prendeva e se ne saziava. Né era mai servito provare a buttare giù appunti, bozze, schemi, prima che succedesse. Dopo che Lui lo aveva depredato, quei fogli diventavano carte inservibili. Una volta che Lui gli portava via un’idea, questa moriva nella sua testa e, quand’anche l’avesse appuntata in precedenza, non la comprendeva più, non ci vedeva più nulla di buono. Stavolta il passaggio era più doloroso. Lui, con la mano sulla testa di B., l’aveva individuata, inoltrandosi rapido e sicuro nella coltre di pensieri che il ragazzino aveva affastellato alla rinfusa per nasconderla; la creatura aveva ignorato le immagini della scuola, del dolore al braccio e al gomito, dell’infanzia di B., di sua madre, dei compleanni, della compagna di classe che gli interessava… erano false coordinate che non gli interessavano né lo confondevano. Sotto c’era l’idea, il suo pasto. Lui la afferrò e, per l’ennesima volta, B. sentì come se la mente gli fosse stata artigliata da una morsa fredda, la presa di un ragno immondo che gli aveva piantato le zampe nei pensieri e li paralizzava, disponendone a suo piacimento, attirando a sé quelli che gli servivano e risucchiandoli come un aspirapolvere. B. tentava di opporre resistenza e salvare qualcosa, un personaggio, un episodio, parte della struttura perfetta che gli si era rivelata e ora si sgretolava pezzo a pezzo. Il mostro sbavava e aveva le convulsioni: gli occhi erano rovesciati all’indietro ed emetteva suoni strozzati e gutturali dalla bocca mezzo aperta. La sua presa, tuttavia, era salda quanto prima, né i calci e i pugni che B. gli tirava lo smuovevano. Quando l’ultimo brandello dell’idea fu tirato fuori, Lui allentò la presa e lo lasciò andare, ancora tremando; B. si afflosciò e finì a terra per la seconda volta. Gli faceva male la testa e le orecchie gli fischiavano. Provò a cercare l’idea ma al suo posto trovò solo rumore di fondo e un dolore più acuto. Il luogo dove c’era stato il romanzo era oramai una casa sventrata e buia. A B. restava unicamente la percezione che nessun’altra idea futura sarebbe stata nemmeno paragonabile a quella. Odiava Lui per ciò che gli aveva fatto. Il mostro gli era ancora davanti. Se ne stava impalato ma non sorrideva più; fissava B. in un modo nuovo, come non aveva mai fatto prima. Il ragazzino lo guardò in faccia: Lui gli sembrava quasi ammirato.

«Era buona, questa, fiorellino. Proprio buona», disse la creatura, senza ironia.
Il vento prese a calmarsi.
«Proprio buona, proprio buona, fiorellino».

Finalmente, Lui si girò e si incamminò nella direzione opposta. B. osservò quel corpo inumano sgraziato e ciondolante che si allontanava nella via deserta. Si rese conto che di fianco a sé c’era la pietra che Lui gli aveva lanciato per farlo cadere dalla bici. La raccolse, si alzò. Pensò di lanciarla al mostro che procedeva piano ma sapeva che, se anche lo avesse colpito, sarebbe stato inutile.

La realtà oscillò e la mattina era di nuovo lì. Il vento, la polvere, Lui, tutti spariti. B. si guardò la mano: stringeva ancora il sasso nel pugno. Il sangue era sceso lungo il braccio e gocciolava. Lasciò cadere la pietra insanguinata sull’asfalto, si ripulì la mano sui pantaloni. Mentre rialzava la bicicletta e la spostava dalla carreggiata, pensò a sua madre, alla scuola, al progetto di biologia, all’estate che stava per cominciare. Ogni cosa era al proprio posto. Poi B. pensò all’idea e non gli venne in mente niente e concluse che nient’altro aveva importanza.

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