Sottosopra

Avevamo già tutti, noi colleghi, messo in guardia più volte il Manzini sulla pericolosità di quel suo vezzo – scantonando certo la punta del rimprovero perché non risultasse oltraggiosa e si spezzasse contro la figura marmorea dell’accademico più brillante del trentennio – di leggere a cavalcioni sulla finestra all’ultimo piano del dipartimento di Filosofia, una gamba e metà tomo nel vuoto, esaminando di tanto in tanto, come diceva sorridendo, il viavai degli studenti, quei ragazzi che vedeva sciogliersi sotto il suo cipiglio in sede d’esame, da una prospettiva di pericolo parziale e quindi nuova, sfigurati dai venti metri di vuoto, quasi – aggiungeva deluso e un po’ stizzito – da quella distanza strappati alle loro forme tremanti, e di studenti nervosi, e di uomini; quasi un’altra cosa.
Ma il Manzini si prendeva gioco delle nostre preoccupazioni. Sosteneva che, al netto di un improvviso desiderio di morte – che non sentiva in tutta onestà di escludere –, non sarebbe mai andato in pezzi a contatto col suolo: e faceva centro nel nostro timore, che era banalmente quello di dover rassettare i suoi arti sotto gli occhi dei tanti che, pur desiderandone la dipartita, per un limite di immaginazione non avrebbero mai sperato di vederselo crollare davanti così. E poi, senz’altro, ci muoveva l’apprensione per il possibile termine di una qualunque vita umana.
Eppure non avevamo mai considerato la possibilità di quanto accadde: che dovesse cioè cadere soltanto il tomo, scivolando dalle mani molli del Professore proprio mentre era assorto in una delle consuete contemplazioni; che quel giorno scegliesse di sfogliare l’opera omnia di Francesco Bacone, stipata a forza in un volume da più di tremilacinquecento pagine, e che frenasse a stento l’istinto di lanciarsi a sua volta per attutirne l’impatto, che tirasse un lungo sospiro di sollievo quando cadde ancora aperto nel cuore de La grande instaurazione sulla testa di un uomo – non uno studente, non impiegato all’interno del complesso universitario –, di cui tutti come prima cosa ci chiedemmo quale sfortunata coincidenza l’avesse portato a passare di lì.

Mia madre me lo ha detto sempre, che avrei fatto una brutta fine. E io ho sempre chiesto: ma che brutta fine devo fare? E lei: poi ti faccio vedere, se non cambi, come finisci male. Perché non capiva l’abitudine di alzarmi tardi, i miei quarant’anni, la disoccupazione; non capiva la noia che cercavo di spiegarle durante i pasti, quella per i volti, le strade, le ansie da sopprimere pur di arrivare lucidi in un posto che, qualunque fosse, si aveva l’impressione di avere già visto. Lei, figlia unica e madre vedova, da sempre nascosta alla vita dall’apprensione per la casa, non ha mai neanche sentito il bisogno di confermare l’idea del mondo suggerita al suo inconscio dai racconti del padre, e non capendo niente, pure aveva ragione.
Ripeterebbe adesso, sono sicuro, se potesse raggiungermi nell’ultimo istante, quell’avvertimento sul pericolo vago ma imminente, e la certezza di aver fatto il possibile non le risparmierebbe né il pianto né il cuore. Non servirebbe a niente spiegarle che non avevo dove andare, che cercavo, senza crederci, un che di nuovo dalla panchina nei giardini dell’università, nella vita supposta dei ragazzi coi libri dietro la schiena, nei loro amori poetici e citazioneggianti; che stavo tornando a casa e avrei preso i cento grammi di burro vegetale. Non servirebbe a niente parlarle di questa cosa difficile che sto pensando: un astio covato negli anni per la sua fisionomia, perché associata alle urla e alle superstizioni portate passivamente fino a un giorno – questo – che non capisce e non ha occhi per lei, che adesso, sciogliendosi, mi commuove: desidero rivederla un’ultima volta purché sia uguale identica a quando, alle undici e trenta, sono uscito di casa.
Non so come sia successo. Vedo tutto sottosopra. Penso che forse è così che si vede prima di andarsene, e tutto sommato non mi dispiace.

Siccome il Manzini invece di disperarsi rideva, causa una forma di cinismo cui era approdato, a detta di tutti, per eccesso di conoscenza, decidemmo unanimemente di rinchiuderlo, ruotando con rispetto la chiave, nell’aula da cui ancora, a cavalcioni sulla finestra, spiava la scena; ma quando riuscimmo a farci spazio tra la folla eccitata, e ci trovammo davanti all’uomo colpito dal testo, capimmo che il Professore – ancora una volta – dall’alto doveva aver visto quanto a noi era sfuggito. Voglio dire che l’uomo non era morto come sembrava – se si poteva chiamare vita quello spasmodico movimento degli occhi –, nonostante il suo collo fosse piegato all’indietro di centottanta gradi, così che la nuca toccava la schiena in una postura tanto assurda – e crudele – da gelare il centralinista dell’ospedale al mio confuso tentativo di spiegargliela. Sembra ancora vivo, accorrete, mi affannavo, e lui, che aveva già fatto partire l’ambulanza, voleva restare al telefono a sentire come gli occhi dell’uomo adesso si erano fermati nei miei, e come le labbra avessero preso una piega triste in quello che però capii – meglio valutando la posizione invertita della sua testa – poteva anche essere un sorriso.
A un ordine dall’alto del Manzini richiudemmo il tomo, anche se non ci azzardammo a raccoglierlo e riportarlo in aula come ci urlava, e lui scosse il capo in quella sua maniera di rimprovero e compassione che comprendemmo veramente solo quando, giunti gli infermieri – e poi le forze dell’ordine –, nessuno domandò della dinamica dell’incidente, ma tutti si incantarono davanti al corpo piegato. Il medico di servizio sull’ambulanza, quando chiesi sottovoce cosa e quanto sperare, allargò le braccia e confessò la possibilità di un ritorno alla religione, abbandonata in età preliceale, perché la vena pulsante sul collo dell’uomo – che nessuno di noi aveva notato – smentiva tutto quanto gli studi e poi la vita gli avevano insegnato; di non saper come poggiare un solo dito sul disgraziato; la speranza che morisse di lì a poco cavandoci tutti dall’impaccio di riconsiderare le nostre certezze, le nostre responsabilità, la maniera di vedere le cose. Un carabiniere basso, nero, pingue, meridionale – che aveva ricevuto dalla centrale il recapito telefonico del domicilio dell’uomo – ci informò a denti stretti, non si capì se per dominare un’emozione o per mascherare l’accento, che stava arrivando la madre.

Soprattutto per l’ingovernabilità del corpo, mi ero convinto di essere già morto e che la morte fosse come la vita, ma soltanto vista e da sotto a sopra.
Quando l’uomo in completo beige ha spiegato al telefono la traiettoria del librone caduto dall’ultimo piano, la postura innaturale assunta dal mio collo a seguito dell’impatto, ho pensato che la vita è quasi come la morte, ma soltanto vista e da dentro a fuori; e questo, non so perché, ha cambiato un po’ di cose.
Sono sbiaditi i contorni delle figure accalcate a osservarmi, rendendole chiazze luminose dall’intensità variabile, colorate di tonalità mai viste né sveglio né in sogno. Ho sentito il pensiero espandersi e ritirarsi, adattarsi alle misure dell’anomalia emozionandomi per la facilità con cui la accoglieva, fidandosi ciecamente delle proprie possibilità, per questo senza doverla sminuire, magari attribuendola a un guasto fisico riportato nello scontro; rinvigorito, forse, dall’improvvisa assenza del corpo.
Sono stato quindi, guardando le luci, luce a mia volta; ma poi gli aloni cangianti degli uomini si sono confusi agli altri delle cose, e non è stato più facile dirmi “sono”, né distinguere il sopra dal sotto e il fuori dal dentro. E questo, mentre lo penso, lo ricordo ma a stento, come un’infanzia che rompa la paralisi nella reminiscenza e avanzi verso il presente bruciandosi tutto alle spalle. Non ho paura di perdere anche il pensiero, quanto di conservarlo nonostante le circostanze non lo richiedano, e restare intrappolato nel mormorio incessante mentre la luce mi attira a congiungerci nel silenzio. Un silenzio che…

La donna arrivò – spettinata e impigliata nel grembiule sgualcito – proprio quando sulla faccia capovolta del figlio s’affacciava un’espressione angelica, disumana: perché di beatitudine direi curiosa, di piacere vorace, del tutto inconciliabile coi moti tragici della nostra anima davanti al dramma del caso, e della madre inginocchiata dal pianto, dal riflesso negli occhi della figura spezzata. Il Manzini – che aveva scavalcato il davanzale anche con l’altra gamba – adesso era curvo sul pugno nell’atteggiamento che gli riconoscevamo come di profonda concentrazione, e mentre lo guardavo fece un segno che mi spinse alla donna – la mano rigida sulla sua spalla –, a informarla che non sapevamo molto, ma di non disperare: il ragazzo, secondo il medico, visto che non era ancora morto, sarebbe anche potuto sopravvivere; e la donna si voltò lentamente, gli occhi lividi, e con un colpo del capo mi indicò l’angolo acuto del collo e disse, rabbiosa: e quella cosa lì – per cosa intendendo la struttura ripugnante del frutto del suo ventre – come si aggiusta?

Da una posizione non più interna, anche se non del tutto estranea, giudico l’agglomerato luminoso del mio essere privo della facoltà di vedersi per intero, quindi mosso da una bizzarra aspirazione all’indipendenza. Le figure circostanti, a esso rivolte, brillano di una volontà che non gli appartiene, si illudono di trattenere la spinta vitale impressionandosi davanti alla caduta di una concrezione sull’altra, invece disperdendola a ogni gonfiore seguito dal vuoto: respiro, mi grida la voce, corpo del corpo, di questo loro sussultare involontario: mi grida di non spingermi al di là del distaccamento parziale – pur sapendo che non ne avrei il potere – se voglio continuare a godermi lo spettacolo dei colori nuovi, delle forme luminose, dell’idea che me le fa sembrare collegate ma distinte, costituenti la parte identitaria del tutto; che mi permette la frase. Attraverso di me si riconoscono, anche se sfigurati, e ne godono, perché avevano a noia le proprie stesse riproduzioni sgraziate dei gesti dell’universo, le modulazioni della voce, le ombre della fatica sulla liscezza del volto, la bocca amara del risveglio dal riposo pomeridiano; attraverso di me le loro sembianze trasfigurate commuovono: finalmente distaccatesi dal suolo, fluttuano agitando quelli che erano gli arti inferiori: ramoscelli secchi, segni a matita di mano tremante, corsi di sottili affluenti; si spostano sornioni come bambini attorno al misfatto, avvicinandosi e allontanandosi dal luogo della vita e della morte apparenti, e io sono fiero di loro, essendone e non essendone parte: lo sono fino al punto nel tempo in cui cade sulle ginocchia, si regala al dolore, strappa i capelli e li lascia cadere sulle onde fumose dell’asfalto, invoca l’aiuto per la carne della propria carne l’agglomerato di cui mi sfiora, e non mi prende, la classificazione. È… una domenica di città di provincia; no, un graffio da fede nuziale sul primo banco della chiesa, ripida discesa del rapace, sfregamento di corde, pasto consumato in silenzio, strada prediletta dal conte in rientro alla tenuta, legno verniciato di legno scuro, passi di piedi scalzi, crepitio del fuoco, mani bucate d’abnegazione, saluto triste dalla corriera, sangue del tutto e del niente…
Sei infine tu, madre mia, se nel secolo è dato anteporre il nome al possesso, se è ammissibile la definizione oppure non ci resta che guardarci, e non sarebbe male, se non avessi visto il tuo inizio e la tua fine, e non vi avessi letto dentro la mia, che era uguale.

La madre si convinse di aver sentito dire, dal figlio che non poteva parlare, qualche frase in una lingua straniera, di cui – senza capacitarsene – aveva colto il significato ma non il senso, e quindi mi chiese – piangendo: lei che, professore, ha studiato – di aiutarla a capire: in te, io, ho visto solo me stesso, eppure tu sei, se sono, senza il mio sguardo; in me, tu, hai visto solo te stessa, eppure io sono, se sei, senza il tuo sguardo; ti immagino prendermi tra le braccia, ovunque sei, come sei, ma ti vedo vedendomi, e ti amo amandomi, e muoio, se muoio, portandoti con me.
La vita dell’uomo si spense mentre il Manzini – che aveva chiesto di scendere per chiudergli gli occhi – distava da lui un solo passo; ce ne accorgemmo per l’ultimo, profondo respiro, e dalle lacrime che corsero veloci sulla fronte, che forse si sforzava di trattenere, cosciente fino all’ultimo in quella morte spietata, di cui il Professore si affrettò a dire, guardando il dottore ma come rivolto alla donna: è stata bellissima, non vi impensierite; poi trasse un taccuino dalla tasca, vi annotò qualcosa e si avviò per le scale.

La caduta del libro fu ritenuta accidentale, così come il passaggio dell’uomo sotto la finestra e la misteriosa indecisione della morte; al cordoglio sincero degli amici e dei parenti, in principio addolorati soprattutto per la casualità sfortunata, si sostituì col tempo la disapprovazione per il suo stile di vita, l’arrendevolezza sociale, la mancanza generale di stimoli; tali chiacchiere erano destinate a costituire la versione ufficiale, di un uomo punito, in fondo, per non aver saputo domare la propria aberrazione.
Infine si persero i nomi e i volti, cambiarono i civici e i nomi delle strade, i modi di riferirsi l’uno all’altro e alle cose, restando sostanzialmente invariati i rapporti, e del fatto sopravvisse soltanto la componente proverbiale, mitologica: il disgraziato intrappolato tra la vita e la morte per colpa di un libro, e la madre che non lo poteva capire.

*****

In copertina: Maurits Cornelis Escher, Convesso e concavo, litografia, 1955.

No Responses

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *